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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La dimensione europea degli studi universitari: l’azione di Jean Monnet

di Marinella Neri Gualdesi

Ai sensi dei Trattati di Roma del 1957, l’unico settore dell’istruzione nel quale la Comunità europea aveva diritto d’intervento era quello della formazione professionale. Per lungo tempo alcuni Stati membri si sono opposti a includere il settore dell’educazione nel campo di applicazione dei Trattati. Grazie ad alcune sentenze della Corte di Giustizia della Comunità europea, che hanno affermato il principio della competenza comunitaria anche in materia di istruzione superiore, negli anni settanta e ottanta è stato possibile avviare i primi programmi di cooperazione in questo ambito. Il Trattato di Maastricht sull’Unione europea ha infine pienamente riconosciuto l’istruzione come un settore di intervento comunitario, conferendo alla Comunità il compito di incoraggiare la cooperazione tra gli Stati per migliorare la qualità dei sistemi educativi senza intervenire nei contenuti e nell’organizzazione, che restano di competenza nazionale.
Nel 1989 la Direzione Generale X della Commissione europea ha lanciato l’Azione Jean Monnet con l’obiettivo di favorire la diffusione degli studi europei presso le università dei paesi membri della Comunità, nonché in seguito anche presso università esterne all’Unione europea. L’iniziativa è nata su richiesta esplicita degli ambienti universitari e dal bisogno di aggiornare le componenti europee di alcuni corsi. Da un punto di vista più ampio, si può anche richiamare il fatto che il completamento del mercato unico creava la necessità di avere persone qualificate nella conoscenza dei problemi legati all’integrazione europea e alle politiche comunitarie. Alla vigilia di una scadenza cruciale come la realizzazione del grande mercato interno, appariva necessario che le persone impegnate in un’ampia gamma di attività professionali fossero sempre più consapevoli del contesto comunitario del loro lavoro.
Facendo ricorso allo strumento del co-finanziamento, l’Azione Jean Monnet si proponeva di aiutare le istituzioni universitarie a sviluppare insegnamenti e ricerche specializzate nell’area dell’integrazione europea, creando “cattedre”, “moduli”, “corsi permanenti” in quattro discipline prioritarie: diritto comunitario, economia europea, scienza politica europea, storia della costruzione comunitaria [1]. L’Azione Jean Monnet intendeva, inoltre, fornire un contributo al rafforzamento delle attività di ricerca su temi connessi all’integrazione europea. La creazione di cattedre, sotto l’etichetta simbolica di “cattedre europee”, l’organizzazione permanente di corsi di studio, l’istituzione di moduli europei hanno a loro volta favorito la nascita di Dottorati, Master, Istituti e Dipartimenti, che hanno permesso un ampliamento delle attività di ricerca e una conoscenza più precisa e approfondita delle dinamiche e delle politiche relative alla costruzione europea.
L’Azione Jean Monnet, unita ad altri programmi, quali ad esempio il programma Erasmus/Socrates, emblema dell’impegno comunitario nel settore dell’istruzione, ha permesso la diffusione delle conoscenze sui temi europei presso un crescente numero di studenti e ha favorito la formazione di una diffusa “coscienza” della realtà comunitaria, soprattutto presso le generazioni più giovani. Non la ricerca di una ipotetica e pericolosa identità culturale europea, ma l’obiettivo di diffondere la consapevolezza di una comune eredità culturale hanno ispirato la politica della Commissione europea.
Le sovvenzioni dell’Azione Jean Monnet vengono accordate unicamente a nuove iniziative avviate all’inizio di ogni anno accademico. L’Azione Jean Monnet prevede l’erogazione di sovvenzioni sotto forma di co-finanziamento accordato per un periodo di avviamento di tre anni, con l’impegno da parte delle università di conservare gli insegnamenti così creati per almeno quattro anni dopo il periodo del co-finanziamento comunitario, e quindi per un periodo totale di sette anni.
Sempre nel contesto dell’Azione Jean Monnet, nel 1998 la Dg X decideva di lanciare una nuova iniziativa per la creazione di Poli universitari europei, allo scopo di dare una visibilità maggiore alle risorse e alle esperienze delle università nel settore dell’integrazione europea. Il riconoscimento di Polo universitario europeo, al di là dell’aspetto finanziario, rappresenta certamente per l’Ateneo che lo riceve l’opportunità di contare sul prestigio derivante da tale definizione nei rapporti con un’ampia gamma di attori: autorità locali e regionali, enti di ricerca, associazioni professionali, nonché l’indiretto rafforzamento delle domande di finanziamento che verranno presentate ai vari uffici dell’Unione europea.
Rispetto alle esperienze dei programmi precedenti, l’Azione Jean Monnet rappresenta un ulteriore passo avanti, poiché in questo caso l’azione comunitaria, salvaguardando l’indipendenza accademica e universitaria, si espande fino a incidere sui programmi didattici delle università promovendo l’istituzione, per mezzo di finanziamenti di avviamento, di insegnamenti sull’integrazione europea.
L’inserimento di insegnamenti europei nelle università si pone nella prospettiva di quanto Jean Monnet auspicava nel 1955 con la creazione dell’”Istituto della Comunità europea per gli studi universitari”, con il quale ambiva a “incoraggiare, nelle grandi università la creazione di cattedre dedicate ai problemi dell’integrazione europea, contribuendo a dotare i titolari di tali cattedre dei mezzi necessari a svolgere ricerche e studi di grande rilevanza sociale” [2].
I dati ufficiali più recenti, relativi al 1999, offrono un panorama significativo della realtà degli studi europei. Dal 1989 l’Azione Jean Monnet ha alimentato 2.322 nuovi progetti universitari d’insegnamento sull’integrazione europea, di cui 47 Poli europei, 491 cattedre, 800 corsi permanenti, 641 moduli. Le università dell’Unione europea e dei paesi dell’Europa centrale e orientale coinvolte nel progetto (Ungheria e Polonia si sono unite all’Azione Jean Monnet nel 1993, la Repubblica Ceca nel 1997) sono 602 [3]. Delle cattedre attivate, 206 sono in Diritto, 125 in Economia, 116 in Scienza della politica, 44 in Storia. Quanto ai corsi permanenti, che corrispondono a un insegnamento interamente dedicato all’integrazione europea di durata equivalente a un corso annuale, la distribuzione per discipline vede il 32,9% in Diritto, il 28,5% in Economia, il 21,1% in Scienze politiche, l’8,2% in Storia, e un 9,3% di corsi permanenti a carattere multidisciplinare. I moduli si suddividono: 22,5% in Diritto, 28,4% in Economia, 20,9% in Scienze politiche, 8,6% in Storia, 19,6% a carattere multidisciplinare.
Con gli ultimi dati comprendenti anche i progetti approvati nel 2000, l’Italia ha ottenuto finanziamenti dall’Azione Jean Monnet per la creazione di 10 Poli europei, 53 cattedre, 97 corsi permanenti, 144 moduli. Hanno ottenuto il riconoscimento di Polo universitario europeo l’Università di Bologna (Prof.ssa S. Rossi); l’Università di Brescia (Prof. A. Santagostino); l’Università di Catania (Prof. F. Attinà); l’Università di Firenze (Prof. A. Varsori); l’Università di Genova (Prof. F. Praussello); l’Università di Milano (Prof. B. Nascimbene); l’Università di Padova (Prof. M. Mascia); l’Università di Pavia (Prof. D. Velo); l’Università di Roma “La Sapienza” (Prof.ssa M.G. Melchionni); l’Università di Trento (Prof. R. Scartezzini).
Le 53 cattedre Jean Monnet istituite nelle università italiane sono così ripartite: 28 in Diritto comunitario, 9 in Economia europea, 7 in Scienza politica europea, 9 in Storia della costruzione comunitaria. I titolari di una cattedra Jean Monnet in Storia sono: Prof. M. Dell’Omodarme, Università di Urbino (Storia e politica dell’integrazione europea); Prof.ssa A. Landuyt, Università di Siena (Storia dell’integrazione europea); Prof. L. Majocchi, Università di Pavia (Storia dell’integrazione europea); Prof.ssa M.G. Melchionni, Università di Roma “La Sapienza” (Storia e politica dell’integrazione europea); Prof.ssa M. Neri Gualdesi, Università di Pisa (Storia dell’integrazione europea); Prof. S. Pistone, Università di Torino (Storia dell’integrazione europea); Prof.ssa D. Preda, Università di Genova (Storia e politica dell’integrazione europea); Prof.ssa L. Sebesta, Università di Bologna (Jm-Esa Professorship in European Integration and Cooperation); Prof. A. Varsori, Università di Firenze (Storia dell’integrazione europea).
Per ciò che concerne l’Italia, si può osservare che complessivamente, nel confronto con gli altri tre maggiori paesi più la Spagna, si situa al secondo posto insieme alla Francia nell’utilizzazione dei finanziamenti dell’Azione Jean Monnet. Se poi si guarda, sempre in rapporto agli altri principali paesi dell’Ue, alla suddivisione delle iniziative attivate, si deve rilevare che l’Italia è nella media per quanto riguarda i corsi permanenti, ha un numero decisamente più elevato di moduli, mentre ha meno cattedre. Un dato che deve probabilmente essere attribuito alla “rigidità” del sistema universitario italiano, che ha reso difficile per molte Facoltà creare nuove cattedre, mentre i corsi permanenti, che non legano formalmente come una cattedra pur avendone alcune caratteristiche, hanno proliferato anche se ricevono un finanziamento decisamente inferiore.
Come si può notare le cattedre in Storia sono poche 9 rispetto alle 28 in Diritto ma questo è un dato generale nell’insieme dell’Azione Jean Monnet. Gli stessi dati ufficiali forniti dalla Commissione europea, che vedono la storia della costruzione europea minoritaria anche tra i corsi permanenti e i moduli, “sembrano indicare nella storia la disciplina ‘cenerentola’ nel contesto degli ‘studi europei’” [4]. Si potrebbe osservare che si tratta, in generale, di una crisi, non solo in Italia, della disciplina storica, che sconta la riluttanza verso una comprensione di ampio respiro propria di un’epoca che sembra rifiutare di volgersi verso il passato e privilegia conoscenze immediate e particolari.
Le ragioni di questa debolezza degli studi storici nell’ambito europeo sono in realtà molteplici. Da un lato, non deve certo stupire il fatto che il processo d’integrazione europea, avviato mediante trattati internazionali sul terreno economico, abbia suscitato, e susciti, in primo luogo l’interesse degli studiosi dell’area giuridica ed economica. Dall’altro lato, la crescente complessità del sistema decisionale e delle politiche comunitarie ha stimolato l’indagine politologica. Un fenomeno che a partire dal secondo dopoguerra ha assunto dimensioni sempre più rilevanti in campo economico, sociale, politico non poteva peraltro non attrarre l’interesse degli storici europei. La storia dell’integrazione europea ha però dovuto innanzitutto farsi spazio all’interno delle discipline storiche e affermare una sua specificità rispetto, per esempio, alla storia delle relazioni internazionali, superando l’approccio prevalentemente politico-diplomatico che contraddistingue quest’ultima, approccio che non può essere l’unico metro di comprensione per il processo integrativo europeo. Il “proprium” del lavoro dello storico, basato sull’accesso alla documentazione, alle fonti archivistiche, ha rappresentato una difficoltà ulteriore allo sviluppo degli studi sulla storia della costruzione europea, perché anche nei casi dei paesi che aprono regolarmente i loro archivi (e non è purtroppo il caso dell’Italia, colpevolmente in ritardo sotto questo aspetto), il limite della “regola dei trent’anni” arresta l’orizzonte dell’indagine storica. Ciò rischia di portare a un’emarginazione della storia della costruzione europea nel momento in cui, proprio per le caratteristiche peculiari del processo di integrazione, la tendenza che si afferma è quella che privilegia la comprensione degli eventi più contemporanei. Chiarire ciò che del passato è incorporato nella realtà della costruzione dell’Europa è un compito al quale gli storici non possono sottrarsi, pena, appunto, il rischio di emarginazione e di lasciare ad altri ambiti disciplinari di svolgere, in modo surrettizio, anche il compito degli storici. Di fronte a un fenomeno, quale il processo di integrazione europea, sempre in fieri, gli storici devono squarciare l’alone di diffidenza con cui spesso a ragione guardano all’attualità perché, coniugando memoria storica e sviluppi del tempo presente, non manchi il loro contributo ad approfondire la conoscenza del contesto storico nel quale l’integrazione è stata avviata e si è sviluppata, in modo da cogliere la realtà e le dinamiche dell’evoluzione della costruzione europea.
A questa preoccupazione risponde in parte un’iniziativa lanciata dai Professori Jean Monnet insieme all’European Communities Studies Association (Ecsa), associazione fondata nel 1987 per promuovere insegnamento e ricerca sull’integrazione europea nelle università. Nel 2000 i Professori Jean Monnet e Ecsa hanno infatti costituito un gruppo di lavoro sulla Conferenza intergovernativa che ha negoziato le riforme del Trattato di Nizza, in modo che ai decisori politici ed alle istituzioni comunitarie non mancasse l’apporto di riflessione del mondo accademico. Cinque i temi individuati: libertà e diritti fondamentali dei cittadini, necessità di una riforma delle istituzioni nella prospettiva dell’allargamento, “governance” economica e sociale dell’Ue, Pesc/Pesd, allargamento e sicurezza europea, prospettive e limiti dell’allargamento dell’Unione. La prospettiva, aperta dal Trattato di Nizza, di una nuova riforma istituzionale nel 2004, ha spinto nel maggio scorso la Commissione europea a chiedere al “network” dei Professori coinvolti nell’Azione Jean Monnet di alimentare, con l’approccio indipendente e critico proprio del mondo degli studi, la riflessione d’insieme non solo sul tema della riforma istituzionale ma sugli orientamenti futuri dell’Unione europea.
Fra le attività degli storici coinvolti nell’Azione Jean Monnet va, infine, ricordato il progetto per la raccolta, attraverso interviste realizzate nei vari paesi membri, di fonti orali sull’integrazione europea.
Fin dall’inizio l’impostazione dell’Azione Jean Monnet è stata strettamente legata alla didattica e non alla ricerca, che rappresenta solo il 5% delle spese. Questo non ha impedito, tuttavia, di finanziare 122 aiuti alla ricerca, accordati nel quadro delle cattedre Jean Monnet. Quelli di cui beneficia l’Italia sono aiuti all’infrastruttura Università di Pavia (Proff. Guderzo/Majocchi), Università di Verona (Prof.ssa S. Malle) oppure aiuti alla ricerca. Questi ultimi sono stati accordati all’Università di Catania, Prof. F. Attinà, per un progetto nell’ambito disciplinare politologico avente come tema di ricerca “Lo sviluppo dell’integrazione partitica e della democrazia delle istituzioni comunitarie”, e all’Università di Roma “La Sapienza”, Prof.ssa M.G. Melchionni, per una ricerca storica su “I movimenti per l’unità europea durante gli anni ’50 e ’60 nella memoria dei testimoni”.
Il finanziamento europeo alla ricerca storica ha peraltro seguito in qualche caso strade diverse da quella dell’Azione Jean Monnet. Alla cattedra Jean Monnet di Storia dell’integrazione europea dell’Università di Firenze, di cui è titolare il Prof. A. Varsori, è per esempio pervenuto un importante contributo dal Comitato Economico e Sociale delle Comunità europee per finanziare una ricerca sul Ces, la sua istituzione e il suo sviluppo dalla costituzione nel 1958 fino ad oggi. Resa possibile anche dalla collaborazione con gli Archivi Storici delle Comunità europee dell’Istituto Universitario Europeo, presso i quali si trova la documentazione del Ces fino agli anni sessanta, questa ricerca ha avuto l’indubbio merito di essere un’indagine di carattere storico su alcuni attori istituzioni, gruppi economici e sociali fino ad ora piuttosto trascurati dalla storiografia sulla costruzione europea [5]. Sempre sotto la responsabilità della cattedra Jean Monnet di Storia dell’Università di Firenze, e in collaborazione con gli Archivi Storici delle Ce, sta per essere perfezionata una convenzione con il Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale (Cedefop) al fine di sviluppare una ricerca sul ruolo della formazione professionale nella politica sociale europea e sulla funzione del Cedefop stesso.
Un rafforzamento del sostegno alla ricerca nel settore degli “studi europei” è comunque auspicabile. Questo obiettivo potrebbe essere conseguito sostenendo prioritariamente progetti di ricerca che nascano all’interno dei Poli universitari europei, privilegiando così l’approccio interdisciplinare, ma anche favorendo la nascita, all’interno dei Poli universitari, di veri e propri centri di ricerca, legati magari ad un ambito di studi che caratterizzi ogni Polo.
A conclusione di questa breve indagine si deve osservare che per valutare appieno l’incisività dell’Azione Jean Monnet, di questo programma di “europeizzazione” dei curricula universitari, mancano ancora dati su cosa accada una volta cessato l’aiuto comunitario e l’obbligo di mantenere per altri quattro anni l’insegnamento europeo, su cosa resti, anche se la dimensione europea degli studi universitari appare ormai patrimonio acquisito. Da questo punto di vista entra in gioco l’autonomia delle singole università e il loro ruolo come protagoniste dell’impegno europeo, la loro capacità di essere portatrici e creatrici di conoscenze, ma anche istituzioni che riflettono la società e le sue esigenze.
I programmi comunitari in materia di istruzione universitaria sono in qualche modo legati ad un’ottica più ampia di quella semplicemente educativa, alla finalità di costruire un’Europa dei cittadini. Al di là dei numeri e delle cifre, l’Azione Jean Monnet, questo supporto all’azione didattica che voleva “portare l’Europa agli studenti”, anche a quelli che non avevano occasione di recarsi all’estero per compiere una parte dei loro studi, ha messo in moto un meccanismo di apertura alla prospettiva sovranazionale e alle logiche comunitarie di cui appare difficile valutare l’intera portata.
Università di Pisa

NOTE
1- I co-finanziamenti dell’Azione Jean Monnet sono calcolati in funzione dei costi reali in ogni Stato membro. Il co-finanziamento non può comunque superare l’80% del costo delle ore di insegnamento.
2- J.M. Palayret, UnUniversità per lEuropa. Le origini dellIstituto Universitario Europeo di Firenze (1948-1976), Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per l’informazione e l’editoria, Istituto Poligrafico dello Stato,1996, p. 36.
3- Commission européenne, Direction Générale de l’Education et de la Culture, Action Jean Monnet, Répertoire de lAction Jean Monnet 1990-1999, Bruxelles, Communautés Européennes, 1999, pp. X-XII. Due cattedre sono state istituite fuori dall’Europa, una in Scienze politiche all’Università di Montréal e l’altra, di Diritto comunitario, all’Università di Harvard.
4- A. Varsori, La storiografia sull’integrazione europea: un bilancio e nuove prospettive di ricerca, in “Europa/Europe”, n. 1, 2001, p. 71.
5- I risultati del lavoro di ricerca sul Ces sono stati dibattuti in un Convegno dal titolo “Gli organi consultivi delle Comunità Europee con particolare riferimento al Comitato economico e sociale” tenutosi a Firenze alla fine di ottobre del 1999. Gli Atti del Convegno sono stati pubblicati nel volume A. Varsori (a cura di), Il Comitato Economico e Sociale nella costruzione europea, Venezia, Marsilio, 2000.