SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Valutazione e scienze umane

di Daniela Luigia Caglioti e Maria Malatesta

L’attuale congiuntura ha indotto noi appartenenti a un settore rimasto finora ai margini del dibattito relativo al problema della valutazione, a interrogarci su una serie di problemi quali:

– l’accresciuta competizione per l’accesso alle risorse
– l’accesso ai fondi comunitari e i parametri adottati dall’Unione Europea
– l’istituzione del Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario
– la creazione nelle diverse università dei nuclei di valutazione
– la riforma del Cnr e la costituzione di un comitato di valutazione interno
– il nuovo sistema di erogazione dei finanziamenti Murst
– l’attuazione della riforma del reclutamento universitario su cui è possibile trarre le prime considerazioni ora che è terminata la prima fase (quella delle tre idoneità).

Problemi che stanno modificando e, soprattutto, modificheranno nei prossimi anni la struttura della ricerca e i meccanismi di accesso alle risorse. Questo insieme di fattori ha fatto sì che l’idea iniziale di rivolgersi solo agli esponenti delle discipline storiche si sia trasformata in una giornata di discussione tra scienziati e umanisti. Il nostro proposito è stato quello di far dialogare tra loro due componenti che raramente hanno occasione di confrontarsi e che, relativamente al problema della valutazione, alla sua conoscenza, alla sua applicazione hanno maturato atteggiamenti e sensibilità molto diverse.
In questa introduzione ci limiteremo ad alcune riflessioni generali che muovono dal problema della valutazione, riprendendo alcuni dei temi già affrontati in un nostro precedente intervento [1]e soffermandoci anche sul significato che la valutazione può assumere nell’ambito delle scienze umane. In particolare appunteremo la nostra attenzione su quattro questioni che ci sembra rivestano una particolare importanza:
1. I cambiamenti che sta subendo il sistema della ricerca nel suo complesso
2. L’introduzione di metodi di misurazione quantitativa della produzione scientifica anche nei settori umanistici
3. L’internazionalizzazione della ricerca e le sue relazioni con il mercato
4. Le trasformazioni che l’introduzione dei nuovi sistemi di valutazione potrebbe indurre all’interno della professione accademica.
Il quadro generale all’interno del quale si svolge la ricerca nel nostro paese sta subendo significativi cambiamenti. I segnali sono contraddittori e non univoci. Da una parte abbiamo il nuovo sistema di reclutamento che tende a incoraggiare la stanzialità e ad attribuire un valore molto alto all’appartenenza; dall’altra la convinzione sempre più diffusa che la ricerca, sia essa scientifica o umanistica, pura o applicata, così come la didattica, debbano rispondere a stringenti criteri di produttività e che questa produttività debba essere commisurata agli investimenti fatti e debba essere sottoposta al vaglio non solo dell’accademia ma anche dell’opinione pubblica. Vanno in questa direzione recenti iniziative legislative (le costituzioni del Comitato Nazionale per la valutazione universitaria e dei nuclei di valutazione nelle diverse università), alcune riforme (quella del sistema di erogazione dei finanziamenti del Murst e del Cnr, la riforma del Cnr), e iniziative che indicano l’esistenza di una domanda ‘dal basso’ destinata a crescere, come la pubblicazione nel 2000 e 2001 dei dossiers sull’università Censis-“la Repubblica” stanno a dimostrare.
Chi metta la parola chiave valutazione, abbinata a didattica e/o ricerca, in un qualsiasi motore di ricerca su Internet si troverà di fronte una ingestibile valanga di documenti. L’attenzione per il problema della valutazione è cresciuta in parallelo alla sempre più diffusa convinzione che l’università e la ricerca debbano essere organizzate secondo principi di tipo aziendale e manageriale. In particolare, il gran parlare di valutazione è strettamente connesso all’esaltazione del principio della produttività applicato alla ricerca scientifica.
L’adesione al principio della produttività ha ingenerato soprattutto negli ambiti accademici scientifici la convinzione che sia necessario misurare la qualità attraverso l’utilizzo di indicatori bibliometrici ossia indicatori che traducano la produzione scientifica in parametri numerici. I suoi sostenitori sono propensi ad estenderlo anche all’area umanistica come dimostra la sempre maggiore diffusione dell’Impact Factor (IF) e la sua applicazione all’interno del Cnr come strumento per la valutazione complessiva dell’attività degli istituti.
Consapevoli della necessità di sottoporre periodicamente il sistema universitario nelle sue diverse componenti a meccanismi di valutazione che siano più al riparo dalle oscillazioni che derivano dall’utilizzazione di criteri troppo soggettivi perché influenzati da fattori spesso estranei al campo della ricerca scientifica, ci siamo interrogate sull’opportunità di introdurre metodi di tipo quantitativo anche alla ricerca umanistica. Ci siamo anche poste il problema di capire in quale misura una simile applicazione possa influenzare le gerarchie accademiche e la stessa riproduzione della comunità scientifica, nonché la possibilità di sopravvivenza di ricerche di base non immediatamente trasferibili in campi applicativi.
Ci limitiamo qui a segnalare alcuni dei problemi che l’applicazione dell’IF nell’area umanistica comporta rimandando per la discussione più generale al saggio qui presentato di Alessandro Figà Talamanca:
– L’IF si basa su una banca dati americana che non tiene conto dello stato dell’arte nelle discipline umanistiche come abbiamo già provato a dimostrare. La produzione italiana infatti non è sufficientemente né adeguatamente rappresentata nel Journal of Citation Report.
– I sistemi bibliometrici tendono a sottovalutare le ricerche di settori disciplinari che hanno una dimensione più accentuatamente locale e nazionale.
– Le misurazioni quantitative tendono a sottovalutare le ricerche il cui trasferimento dei risultati avviene in lingue di comunicazione diverse dall’inglese.
– Le misurazioni quantitative attribuiscono un valore maggiore ai risultati di ricerca pubblicati su riviste rispetto a quelli pubblicati in forma di monografia.
– La ricerca nei settori umanistici è più spesso individuale che di gruppo e i tempi di accumulo di conoscenze sono più lenti e solitari.
– Ultimo, ma non meno importante, il problema della valutazione è strettamente connesso alla questione se l’efficacia della ricerca debba essere o meno misurata sulla base della sua diffusione, dunque attraverso la sua posizione sul mercato internazionale della ricerca. Da questo punto di vista la pratica della valutazione evidenzia differenze radicali tra aree scientifiche per le quali l’internazionalizzazione della ricerca è un dato acquisito e aree, prevalentemente umanistiche, in cui si riscontrano maggiori difficoltà legate sia alla natura stesse delle ricerche, spesso di ambito nazionale o addirittura locale, sia al problema della lingua, specie quando si tratti di un idioma poco utilizzato.
La diffusione nel campo umanistico di criteri di valutazione che attribuiscono un elevato valore al grado di internazionalizzazione della ricerca, se da una parte può avere l’effetto di spingere i ricercatori a diffondere con maggiore ampiezza i risultati dei loro studi, dall’altro rischia di ingenerare forme di acritico provincialismo culturale e la convinzione che sia sufficiente incentivare il turismo accademico o pubblicare su una qualsiasi rivista, purché in una lingua straniera (è quello che sta succedendo al Cnr), per ottenere riconoscimenti e quindi finanziamenti
Il fatto di introdurre dei meccanismi oggettivi di tipo quantitativo o del tipo peer-review che impatto può avere all’interno della professione accademica? Sappiamo che la valutazione della ricerca a base statistico-quantitativa può essere usata sia come misuratore della produzione di un’istituzione che come rilevatore dell’attività di un singolo ricercatore. Diventando in quest’ultimo caso un sistema di valutazione del merito con conseguenze e ricadute di una certa importanza. Tra le altre, l’adozione di un metodo di valutazione quantitativo comporta l’introduzione di un nuovo sistema di giudizio. Si tratta di un giudizio oggettivo, distante dalla valutazione qualitativa di cui dovrebbe in qualche maniera correggere l’arbitrarietà.
Dietro la richiesta formulata da vari segmenti della professione accademica di ricorrere a questo nuovo sistema si intravede una crisi della fiducia nel giudizio tradizionale. Crisi che può essere letta come il segnale di una più vasta crisi di affidabilità nei confronti delle élites della professione accademica e della loro capacità di controllare e gestire l’accesso ai ranghi della professione. La crisi di affidabilità è uno dei tratti distintivi delle odierne professioni intellettuali ed è provocata dalle profonde trasformazioni che esse hanno subito negli ultimi decenni, tra le quali spicca l’aumento vertiginoso di coloro che ne fanno parte.
Anche la professione accademica è stata investita da grandi cambiamenti. Le modificazioni strutturali delle università (le multiversità di cui parla Dahrendorf) [2] sono state accompagnate da un cambiamento radicale della professione che è passata dalla “fase notabiliare” all’odierna fase di massa. In questa transizione si è incrinata la fiducia nel giudizio e nella valutazione che nella fase notabiliare scaturiva dal controllo attuato su gruppi ristretti e per questo immediatamente conoscibili e riconoscibili. Da questo punto di vista, dunque, il ricorso a metodi di valutazione oggettiva può essere visto come il segno dell’adeguamento alle trasformazioni in corso, di cui non ancora tutto il corpo accademico ha preso atto.
In secondo luogo questi nuovi criteri di valutazione si configurano come un mutamento delle credenziali richieste per entrare e muoversi all’interno della professione e sul mercato professionale. Rispetto al passato esse si presentano come maggiormente determinate dalla quantità della produzione e dalla sua posizione sul mercato internazionale della ricerca.
Per concludere la questione della valutazione ha provocato una serie di conflitti all’interno della professione accademica. Conflitti tra le varie discipline – non solo tra discipline scientifiche e umanistiche, ma anche tra discipline contigue; conflitti generazionali (si vedano i casi citati nell’articolo di Figà Talamanca); e conflitti all’interno della stessa disciplina per la conquista della leadership.
Se prendiamo il caso delle discipline scientifiche, dove questi fenomeni si sono manifestati con più evidenza, si può osservare come alcuni segmenti di esse vogliano imporre un nuovo modello di professionalizzazione accademica basato: sull’allargamento delle relazioni intellettuali sul piano internazionale; sull’innalzamento delle credenziali; sull’ampliamento del mercato della ricerca.
Questi segmenti si scontrano con le élites consolidate della professione accademica secondo una dinamica caratteristica di tutte le professioni intellettuali. Attorno alla valutazione della ricerca si delineano così una pluralità di conflitti che attribuiscono a questo dibattito uno spessore ancora maggiore: la posta in gioco è infatti la modifica degli attuali criteri di riproduzione della professione accademica.
Le discipline storiche sono rimaste chiuse, come del resto le altre scienze umane, davanti all’idea di rivoluzionare i tradizionali metodi di valutazione e, conseguentemente, di reclutamento. A differenza di quanto è avvenuto in alcuni settori scientifici, non pare che nell’ambito delle discipline storiche sia emerso alcun conflitto tra vecchie e nuove élites. L’impressione è invece che le nuove generazioni tendano a riprodurre il modello di quelle attualmente dominanti senza elaborare una cultura professionale alternativa.
Siamo consapevoli dei limiti e dei pericoli insiti in un’acritica applicazione di metodi di valutazione quantitativa nati in ambiti scientifici diversi da quello umanistico, che porterebbero a impoverire la complessità e la varietà della ricerca umanistica. Per evitare che si affermino criteri di valutazione elaborati al di fuori della comunità degli studiosi e che soprattutto non tengano conto fino in fondo delle specificità disciplinari pensiamo sia indispensabile elaborare un’autonoma cultura della valutazione che, di fronte ai cambiamenti di cui abbiamo provato a parlare in questo breve intervento, non può che diventare elemento consustanziale allo statuto della stessa professione accademica e della sua riproduzione.
Cnr-Isem e Università di Bologna

NOTE
1- D.L. Caglioti e M. Malatesta, La valutazione della ricerca, in “Bollettino Sissco”, n. 20, novembre 1999, pp. 39-53.
2- R. Dahrendorf, Se l’Università diventa una boutique, ne “La Repubblica”, 10 giugno 2000.

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