SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Pubblicazioni

Di come espellere la storia dai manuali di storia.

Cronache di una polemica autunnale
Luca Baldissara

La cronaca: Storace ha torto, ma ha ragione
Venerdì 10 novembre 2000: i quotidiani annunciano che la sera precedente il consiglio regionale del Lazio – in una seduta dedicata in gran parte alla nomina di dirigenti delle Asl – ha approvato a maggioranza una mozione presentata dal capogruppo di An Fabio Rampelli in cui si impegna il Presidente della Regione Francesco Storace e gli assessori competenti a “istituire una commissione di esperti che svolga un’analisi attenta dei testi scolastici evidenziandone carenze o ricostruzioni arbitrarie” ed a “studiare forme di incentivazione per autori che intendessero elaborare nuovi libri di testo […], prevedendo anche l’approfondimento delle origini storico-culturali della Regione Lazio, delle sue Province e delle sue città con lo scopo di radicare una specifica conoscenza e un conseguente senso di appartenenza”. L’iniziativa prende spunto dalla pubblicazione da parte di “Azione Studentesca” di un opuscolo di denuncia delle “falsità” raccontate da molti autori di manuali di storia [1], la cui pericolosa “faziosità” “alimenta in modo artificiale uno scontro generazionale che dura ormai da troppi anni e impedisce la ricostruzione di un’identità nazionale comune a tutti i cittadini italiani e l’affermarsi di un sentimento di autentica pacificazione nazionale”.
Nel dare conto della notizia i giornali impiegano quasi unanimemente i termini “controllo” e “censura” [2]; “la Repubblica” ospita addirittura in prima pagina un fondo di Curzio Maltese il cui titolo – L’Epurator della Storia – sarà destinato a riecheggiare nei giorni successivi per definire ironicamente e polemicamente il Presidente della Regione. Il corsivista, il primo ad intervenire sull’argomento, denuncia la “furia di riscrittura dei testi” e cala la vicenda nel “clima culturale del paese”: “sulla storia patria si è abbattuto un revisionismo all’italiana, alimentato piuttosto da polemiche giornalistiche che da rigorose ricerche storiografiche, gonfiato di passioni e risentimenti piuttosto che sostenuto da documenti, sotto l’influsso di sbornie ideologiche uguali e contrarie a quelle della sinistra anni Settanta, che sovente hanno colto gli stessi, prima comunisti e ora ferocemente anti, ma sempre dove tira il vento”.
A questo, dal giorno successivo, si accostano un numero crescente di commenti, interviste e resoconti delle montanti e roventi polemiche politiche che accompagnano l’iniziativa del consiglio regionale del Lazio [3]. Da subito, tra coloro che intervengono appare chiaro l’orientamento dominante: sbagliata nella forma (la richiesta politico-istituzionale di una commissione di esperti) e politicamente inopportuna (poiché offre validi argomenti polemici alla controparte), la mozione di An è giusta nella sostanza, cioè nell’individuazione di un problema nel perdurare della faziosa egemonia culturale della sinistra nella letteratura manualistica e, più in generale, nella cultura dell’Italia repubblicana. Argomento – quest’ultimo – invero non nuovo nella polemica politico-giornalistica, ma ora rivisitato in una prospettiva peculiare – quella della scuola e degli obiettivi della formazione – e riproposto con particolare e massiccia virulenza.
Tra i pochi “addetti ai lavori” ad intervenire, Dino Cofrancesco – autodefinitosi “incallito storico ‘revisionista e defeliciano’” – si dice inquietato dalle “tracce poco rassicuranti di ‘mentalità totalitaria’” che la proposta rivela nell’idea “che questo idem sentire degli italiani debba costruirsi per decreto dall’alto, per intervento diretto del governo sui luoghi in cui si produce la civic culture”. Rigetta dunque l’ipotesi di una “commissione d’inchiesta” – “gli addetti alle scienze umane, infatti, e gli storici in particolare, non sono magistrati” – e ricorda che “la scientificità del lavoro consiste non nei risultati, sempre inevitabilmente parziali, ma nelle procedure e nella strumentazione della ricerca”. E però Cofrancesco ritiene che “il fatto che Storace e Rampelli […] non abbiano alcuna legittimità per timbrare col loro nulla osta i manuali scolastici non significa, tuttavia, che, sia pure in maniera rozza e sospetta, non richiamino l’attenzione dell’opinione pubblica su un fatto innegabile: l’80% dei nostri libri di storia non danno alcun contributo alla ‘pacificazione nazionale’, ovvero a quella formazione di valori comuni che costituisce la risorsa più sicura delle democrazie occidentali” [4]. Altrimenti detto: “il grido di dolore di Storace per una storiografia scolastica prona al mito della Resistenza fa rivivere Starace o mette il dito sulla piaga? Forse, entrambe le cose” [5].
Ad esplicitare la dimensione politica ed al contempo l’obiettivo culturale dell’iniziativa giungono gli articoli – entrambi significativamente lanciati in prima pagina – di Marcello Veneziani e, il giorno successivo, di Domenico Mennitti. Il primo afferma con forza che “si tratta di aggiornare la scuola […] I libri di testo sono in penoso ritardo rispetto alla ricerca storica, rimestano le vecchie storie degli anni in cui furono concepiti: gli anni della pervadente ideologia marxista, gli anni della passione vietnamita, cubana e cinese, gli anni della storia come lotta di classe. A parte tutto, sono libri vecchi che odorano di muffa, […] incarogniti da livorose appendici che riguardano la storia dei nostri anni, dove lo schema manicheo del Novecento è applicato pari pari alla lotta tra centrodestra e centrosinistra. E tutto questo è stato aggravato da quando l’ex ministro Berlinguer decise di irrobustire la mensa storica scolastica di massicce iniezioni di Novecento” [6]. Contro quella che Veneziani definisce “un’odiosa egemonia culturale e istituzionale” si scaglia frontalmente Mennitti, che in tale egemonia individua un “autentico fortino”, un sistema di resistenza opposto alla disgregazione in atto della sinistra da parte di case editrici, mass media e giornali “in prevalenza governati da personaggi che furono scelti per occupare quelle postazioni con il compito di diffondere il verbo del comunismo e la sua interpretazione della politica e della storia”. Nel proseguo disvelando quello che risulta il vero elemento ispiratore della campagna politico-giornalistica di quei giorni: “se il centro-destra punta al governo del Paese deve avere la consapevolezza che alla capacità di intercettare il cambiamento sul piano elettorale e del consenso politico deve far corrispondere una analoga capacità da un lato a contrastare, sino a modificarli, i modelli culturali dominanti, dall’altro a sviluppare linguaggi, idee, forme espressive, sistemi di valori, appunto modelli culturali originali e innovativi. […] In questo quadro la riscrittura della storia recente diventa un passaggio obbligato[7].
L’evidenza dei risvolti immediatamente politici della polemica viene dall’impennata delle dichiarazioni dei vari leaders di partito, entrati nella disputa al massimo livello, da Gianfranco Fini a Walter Veltroni [8], da Franco Frattini – che definisce addirittura un “obbligo morale” l’inziativa dei rappresentanti di An – a Fausto Bertinotti, da Marco Pannella a Oliviero Diliberto, da Pierluigi Castagnetti a Arturo Parisi [9]. Né mancano gli interventi esterni al mondo politico, ché i vescovi di Civitavecchia (Girolamo Grillo) e Como (Alessandro Maggiolini) confermano la necessità di una revisione dei manuali [10]. Si schierano anche i vertici istituzionali: è l’allora Presidente della Camera, Luciano Violante, a denunciare la gravità della prospettiva di un intervento politico sui contenuti dei libri di testo, a parlare esplicitamente di “censure non degne di un paese democratico”. Seguono a stretto giro le dichiarazioni del Presidente del Senato, Nicola Mancino, che paventa il pericolo di scivolare “verso lo Stato etico, ed è una cosa francamente inaccettabile”. Fioccano anche le interrogazioni parlamentari, spingendo il Presidente del Consiglio Giuliano Amato a prevedere una risposta in aula per il martedì successivo.
Ma i toni e gli argomenti della polemica – sia tra i columnists che tra i politici – rispecchiano in sostanza la polarizzazione emersa sin dal primo momento tra chi denuncia i rischi di censura [11] e chi, pur stigmatizzando le forme in cui si è posta la questione [12], ne condivide le ragioni di merito e sostiene la legittimità della discussione [13]. Così, anche nel centrodestra si levano voci dissonanti sulla proposta contenuta nella mozione, ma non sul problema sollevato: ad esempio quella del già ministro della P.I. nel primo governo Berlusconi, l’esponente del Ccd Francesco D’Onofrio, secondo cui il contenuto dei manuali “fa parte di una battaglia politico-culturale, non di una diatriba istituzionale”; o ancora quella di Giuseppe Pisanu, capogruppo alla Camera di Forza Italia, per il quale gli alleati di An “hanno individuato il male, cioè la faziosità di alcuni libri di testo, ma hanno indicato una medicina sbagliata” [14].
Di più, i rappresentanti del Ccd D’Onofrio e Casini introducono una ulteriore ed interessante sfumatura nel dibattito, affermando la necessità di una “storia bipolarista”: “vede – risponde D’Onofrio al suo intervistatore – dal ’46 al ’93 noi abbiamo vissuto in una dimensione politica basata sull’arco costituzionale. La Costituzione ne rappresentava la legittimazione formale e il Cln era stato il vero soggetto costituente. Questa storiografia, ovviamente, tracciava una distinzione netta tra chi aveva combattuto nella Resistenza e chi con la Repubblica di Salò. Dal ’93 le cose sono cambiate, dall’arco costituzionale siamo passati al bipolarismo, ma quest’ultimo non è ancora riuscito ad affermare una propria lettura della storia. Dunque è in corso una guerra durissima per definire cosa è una storia bipolarista. Ed è una battaglia aperta…” [15]. Una battaglia il cui obiettivo è enunciato con chiarezza da Casini: “la storiografia italiana è ancora figlia dell’arco costituzionale: l’unica cosa che conta è la pregiudiziale antifascista. Forse è davvero arrivato il momento di arrivare ad una storiografia che non sia di parte” [16]. Il profilo politico-culturale della polemica comincia insomma a stagliarsi con maggiore nettezza all’orizzonte: lo scontro sui manuali è solo uno dei fronti della battaglia per l’affermazione di nuovi modelli culturali e nuovi parametri di riferimento nella vita politica e civile della Repubblica. La riscrittura della storia del Novecento – e segnatamente di alcuni fenomeni ed eventi: il fascismo e l’antifascismo, il comunismo e la Resistenza, la Costituzione ed il sistema dei partiti – assume in tale contesto un valore strategico, poiché si tratta di sostituire un sistema di valori e categorie etico-civili ad un altro. L’accanito dibattito sui contenuti dei libri di testo, con l’attacco alla presunta egemonia culturale della sinistra e l’auspicio dell’affermazione di una “storia bipolarista”, è dunque la traccia di un più generale obiettivo: la fondazione di un diverso sistema politico (e in esso di una nuova classe dirigente), da realizzarsi attraverso la contemporanea delegittimazione del passato dell’avversario – della sua storia e della sua memoria – e la propria legittimazione nel presente come agente di modernizzazione culturale, di pacificazione politica, di rinnovamento istituzionale, di giustizia storica.
E’ “Il Foglio” di Giuliano Ferrara a rendere evidente più di altri la cifra politico-culturale del “caso Storace”. A cinque giorni dallo scoppio della polemica, martedì 14 novembre il giornale esce infatti con un numero quasi interamente dedicato ad essa. In prima pagina compaiono due editoriali non firmati: in Pàmpini bugiardi (dal titolo di un pamphlet sui sussidiari delle scuole elementari curato da Umberto Eco e Marisa Bonazzi nel 1972), si ricorda come “la sinistra attaccava i manuali militanti e diceva le cose che adesso non vuole ascoltare”; in Scandalo Storace si riafferma – alla vigilia del previsto dibattito parlamentare – che, seppure dal centrodestra non verrà un sostegno alla “soluzione Storace”, la questione è posta e “sul ‘regime culturale’ la destra non farà dietrofront”; e, con le parole di Giovanni Aliberti, si conclude che “solo con gli scandali si fanno le riforme che contano”. All’interno si pubblicano altri sintetici articoli – su alcuni dei quali varrà la pena tornare – ma soprattutto si ristampa integralmente un inserto dell’anno precedente (12 novembre 1999), Una storia stupefacente (spacciata senza scrupoli agli studenti), in cui l’oggetto polemico è quella “storiografia malamente drogata, che dà l’ecstasy di una conoscenza facile facile della realtà, semplificando e maltrattando i fatti”, contro cui non servono “roghi” o censure, ma “istruzioni per l’uso”, quelle che appunto l’inserto si propone di offrire. A tal fine si ricorre ai suggerimenti di Sergio Romano, che discute “del difficile dovere dell’equanimità degli autori (e della responsabilità di chi pubblica e vende le storie)”; di Paolo Mieli, che sostiene che “certi manuali sono la prosecuzione della politica con l’arma della storia”; di Ernesto Galli della Loggia, che propone di arrestare lo studio della storia contemporanea agli anni Settanta; di Rosario Villari, che si pronuncia a favore delle “carriere separate” tra storici e politici. Non mancano poi le interviste in ossequio alla par condicio storiografica: da una parte, al “progressista critico”, Silvio Lanaro, che ammette che gli studiosi italiani “sono rimasti imprigionati in una faziosità prefabbricata”, in una perdurante mentalità da guerra civile, ma che smonta il topos dell’egemonia culturale della sinistra e afferma la necessità per la manualistica di disporre di certezze condivise, che possono essere espresse solo dal confronto tra storici di aree diverse; dall’altra parte, al direttore di “Nuova storia contemporanea”, Francesco Perfetti, che individua la causa scatenante di tutti i mali nel Sessantotto, quando alla storia nozionistica venne sostituita la critica dei fatti, generando una nuova leva di insegnanti ex contestatori, portatori di “picchi negativi di preparazione”.
Si tratta di un inserto certo ricco di spunti condivisibili – tra gli altri l’accorato richiamo ai rischi di banalizzazione della complessità insiti nei moduli o nelle “storie settoriali” – e di materiali interessanti – i resoconti sulla “storia sequestrata dai nazionalismi” in Spagna o sul “processo di pace (e guerra) nei manuali bipartisan” in Israele. Ma non si possono non notare le analogie con l’operazione condotta da An, che in più di un punto pare ispirarsi alle tesi ed al metodo elaborati da “Il Foglio”. Spicca senza dubbio l’indice cui sono esposti alcuni manuali, in particolare quelli di Camera e Fabietti edito dalla Zanichelli (Fior da fiore, le molte perle di un testo sacro), di Ortoleva e Revelli per Bruno Mondadori e di Desideri e Themelly per D’Anna (Proviamo a fare la pagella dei manuali), con uno stile – la vivisezione, lo smontaggio in tanti brani decontestualizzati da additare quali esempi di “storia stupefacente” [17] – che sarà ripreso dall’opuscoletto di “Azione Studentesca” richiamato nella mozione dei consiglieri regionali del Lazio. Le analogie si estendono anche al merito delle affermazioni sottoposte a dura critica: dai giudizi su Togliatti e il ruolo del Pci (troppo benevoli) a quelli sul primo governo Berlusconi (troppo faziosi), dal silenzio sulle foibe alla scarsa applicazione della “categoria decisiva del secolo: il totalitarismo”. Il tutto condito in salsa “antigiacobina”, cioè ispirato alla polemica contro la minoranza progressista dalle passioni intransigenti e fanatiche: quella “storia azionista” – riecheggiano evidentemente gli argomenti di una ricorrente e consolidata polemica – che sarebbe afflitta da un moralismo portatore del germe dell’intolleranza e dalla convinzione di “stare nel senso giusto della storia”. Gli strali polemici si indirizzano dunque verso una storiografia – i cui campioni sono eletti qui in Paul Ginsborg e, nella manualistica, in Augusto Camera – accusata di praticare “l’arte della deprecazione”, risalente alla Resistenza, cui “succedette l’antifascismo, la divisione fra coloro che furono sempre buoni e gli altri, i cattivi. Distinzione che permane nel moralismo politico di oggi, che squalifica l’avversario come interlocutore”. Le riflessioni legittime ed anche stimolanti sulle caratteristiche ed i limiti dei libri di testo finiscono quindi relegate sullo sfondo. Ai tanti ragionamenti, quando si giunge alla stretta finale, si sostituisce infatti l’editoriale che individua il colpevole, su di esso punta inesorabile il dito, e inequivocabilmente sigla la condanna: “la nostra Repubblica si fonda, e la scuola ne risente in massima misura, su un principio di legittimazione storico-ideologica che è il portato della seconda guerra mondiale e della guerra civile italiana […] Quel fondamento è logorato dal tempo, dalle idee degli uomini e delle donne, dalla nuova geografia politica e culturale d’Europa. Salvarne il nucleo è indispensabile, perché a quel nucleo appartiene l’idea di una democrazia di liberi e di una società aperta contro ogni tentazione autoritaria o totalitaria. Ma questo logoramento non consente più di leggere il passato con la mentalità protetta, blindata della ‘correttezza politica’: una caricatura grottesca e conformista dell’antifascismo come religione civile degli italiani” [18].
A tanta lucidità ed incisività nell’individuare l’idolo polemico fa da contraltare una aggressiva pratica politica. Il giorno stesso della pubblicazione dell’editoriale appena citato, Carlo Fidanza, presidente provinciale di “Azione Giovani” di Milano, annuncia la creazione di un sito web destinato a raccogliere indicazioni sui libri di testo ritenuti faziosi e su atteggiamenti di singoli docenti ritenuti “incompatibili con una didattica corretta” [19].
Tale ulteriore iniziativa proveniente da An amplifica le diversità d’opinione interne allo schieramento di centrodestra, da quelle già richiamate di Pisanu, Casini e D’Onofrio, a quelle espresse dalla responsabile del settore scuola di Forza Italia, Valentina Aprea, da Piero Melograni, da Marco Follini, ed altre ancora, sino a culminare nella dichiarazione di Berlusconi, secondo cui se in politica, pur avendo ragione, si passa dalla parte del torto, qualche errore si deve essere consumato [20]. L’intervento alla Camera di Amato – l’intervento di un “professore”, secondo i resoconti giornalistici – contribuirà a rinfocolare polemiche e divisioni, in particolare per il ricorso all’argomento della necessità di tutelare la libertà di pensiero degli autori e la libertà di insegnamento [21]: “il pensiero lo corregge il pensiero. Alle idee storte si raddrizzano le gambe con le idee dritte, purché le si facciano scrivere” [22]. Una posizione in sintonia con quanto in un ampio articolo scrive Umberto Eco, che retoricamente domanda: “perché Berlusconi […] non pubblica i suoi ‘pàmpini bugiardi’? Li leggeremmo tutti, cercando di trarne stimoli critici. Perché è attraverso i libri che si stabilisce una egemonia culturale”. Al contempo smantellando la visione di un’egemonia della sinistra sulla cultura italiana [23], trattandosi piuttosto – secondo Eco – dell’egemonia di un pensiero critico, una “cultura laica, liberale, azionista, persino crociana [che] è stata più sensibile allo spirito del tempo e ha giocato alcune carte vincenti e ha costituito (dal basso e non dal vertice, e per movimento spontaneo, non per alleanze tra partiti che andavano dai comunisti ai repubblicani, dai liberali ai socialisti e ai cattolici progressisti) dei quadri preparati” [24].
La risposta di Amato alle interrogazioni parlamentari sembra rappresentare una svolta nella polemica. Fini ammette che la proposta di istituire una commissione per valutare i libri di testo è stata forse “un errore” [25]. Ed il capogruppo di An alla Camera, Gustavo Selva, definisce i propri colleghi di partito come “dilettanti allo sbaraglio”, “gente abituata a gridare nelle piazze”, non cambiati “da quando erano giovani militanti del Msi”. Di più: “l’iniziativa di fare una commissione sui libri di testo è una c… colossale: è il frutto di un personale politico che è quello che è: non hanno nessuna cultura di governo, anzi nessuna cultura e basta” [26]. Ma il consiglio regionale del Lazio sembra comunque intenzionato a tirare innanzi: approva a maggioranza un ordine del giorno – contro cui si esprimerà ancora una volta Violante – nel quale si impegna la Giunta “a prendere, senza timore di strumentalizzazioni, le opportune iniziative per costituire l’organismo preliminare all’istituzione di un osservatorio nazionale sullo stesso tema” [27]. E il Presidente Storace, in una nuova intervista – negando di voler riscrivere la storia, ma di volerla leggere “tutta” – rivendica il merito di avere sollevato il problema (“la Storia troppo spesso è stata scritta dai vincitori e a senso unico”) e registra, acconciandosi all’evoluzione del dibattito interno al proprio schieramento, che “ci sono state anche posizioni di chi si è sentito distante dalle mie scelte, almeno per quanto riguarda lo strumento, ma certamente la questione della libertà d’istruzione, e quindi della vera parità scolastica e della necessità di opporsi all’egemonia culturale della sinistra, è avvertita e condivisa da tutti gli alleati” [28].

L’epilogo: la storia di sinistra e la storia di destra

Chiaro ed ampiamente documentato è quindi il segno politico assunto dalla discussione. Pur senza ritenere che esista alcun “piano” preordinato, semmai registrando il formarsi in Italia di un clima politico-culturale favorevole a iniziative del genere, appare evidente il duplice obiettivo cui ha teso l’operazione. Da una parte, porre in discussione l’egemonia della sinistra, per dirla con Veneziani, ovvero l’egemonia (se non forse l’esistenza e la legittimità stesse) del pensiero critico, per dirla con Eco; dall’altra, approdare per via indiretta al tema della parità scolastica, rivendicare alle famiglie il diritto di istruire i figli secondo i propri valori e schemi di riferimento grazie all’opportunità di poter scegliere in un vasto discount pedagogico-culturale la “storia preferita” [29]. E’ quanto emerge dall’intervento di Bertagna [30] alla richiamata puntata di “Porta a Porta”, dalla critica de “L’Osservatore romano” verso il “tritume ideologico tuttavia efficiente nel colpire con la forza del luogo comune innanzitutto duemila anni di storia cristiana”, dalle parole del vescovo Maggiolini, dalla polemica affermazione di Sechi secondo cui “la scuola pubblica è il luogo del conformismo e non della libertà di insegnamento” [31], sino alle più recenti esternazioni di colui che per breve tempo si è pensato come ministro in pectore della P.I., Rocco Buttiglione, secondo cui programmi e manuali andrebbero riscritti eliminandone l’“astratto cosmopolitismo” e privilegiando viceversa la storia italiana, e in particolare la storia della Chiesa [32].
Detto in altri termini: si manifesta in questa vicenda una battaglia culturale che agglutina le polemiche – sulla Resistenza e l’antifascismo, sulla Costituzione ed il “consociativo” sistema dei partiti, sulla riconsiderazione degli aspetti modernizzatori del fascismo, sulla doppiezza congenita del Pci – che hanno punteggiato il dibattito storico-politico degli ultimi quindici anni. Se nei contenuti non si esprime dunque nulla di particolarmente innovativo – ma comunque si sistematizzano le logiche argomentative e si salda la critica della struttura scolastica alla contestazione dell’essenza di ciò che vi è impartito – nelle forme il salto di qualità dell’iniziativa è indiscutibile, soprattutto per ciò che concerne la cornice istituzionale entro cui si cala. L’intervento di consigli regionali e provinciali, con la moltiplicazione di mozioni e ordini del giorno che investono enti politico-amministrativi, allarma infatti per la possibilità che i contenuti culturali e gli obiettivi pedagogici dell’insegnamento della storia possano divenire oggetto di atti di governo, sottratti alla comunità degli studiosi e degli insegnanti, e che le crescenti pulsioni federaliste – trasversali agli schieramenti – possano condurre ad un’anarchia localistica di competenze e ad una deriva verso “nazionalismi regionali” sul tipo di quelli spagnoli o anche statunitensi [33].
Ma non è solo, e non tanto, la dimensione politica della vicenda che interessa. Del resto, come sempre accade, appena la polemica si spegne, altri temi sopravanzano nell’agenda delle rilevanze e degli interessi giornalistici in attesa che l’attualità possa eventualmente alimentare nuove fiammate d’interesse. Di ciò non v’è da sorprendersi. L’interrogativo che semmai resta sospeso dopo una vicenda del genere è quello che riguarda gli effetti di queste polemiche sulla storiografia, sull’industria della storia e sulla rappresentazione stessa del passato. Ché altrimenti neppure varrebbe la pena di discuterne in questa sede.
Da questo punto di vista, la sensazione lasciata dalla ricostruzione del dibattito è al contempo desolante e frustrante. La storia-disciplina ne esce svalutata, rappresentata come un semplice ed opportunistico strumento al servizio del “vincitore” per (ri)fondare il sistema politico-istituzionale e legittimare una nuova élite dirigente, per sostituire la “storia bipolarista” alla “storia ciellenista”. Il passato si presenta come un luogo di consumo del pittoresco e folklorico rétro, a metà tra il supermercato – “dove ciascun politico prende quel che gli fa comodo per autolegittimarsi e per delegittimare il proprio avversario” [34] – e il mercatino delle pulci, dove lo studente-cliente può scegliere tra ciò che più ne asseconda gusti e tendenze, che ne rassicura il senso comune. Il manuale si riduce ad un contenitore di informazioni, dove immediatamente rintracciare ciò che già si conosce, che rispecchia l’identità del lettore, ne sazia l’ansia di autorappresentazione e ne sollecita l’olfatto di investigatore alla caccia di falsità ed errori. Si eclissa la concezione della storia come pratica di accertamento della verità [35] e di ricostruzione di trame di fatti e processi di mutamento, come contesto privilegiato della dialettica continuità/rottura. Si perde la prospettiva del ricorso al manuale quale disegno di ricostruzione logica e di interpretazione del passato, di architettura dimostrativa “che cerca di seguire e connettere con cura le situazioni, gli eventi, i personaggi che paiono all’autore più significativi per ogni epoca […] ma non possono dare risultati esaustivi” [36]. Si declassa la storia alla stregua di una materia per quiz, “un imparaticcio mnemonico che dura la decima parte del tempo impiegato a fabbricarlo” [37]. L’insistente ricorrenza nel dibattito della questione delle foibe è in tal senso particolarmente significativa e rivelatrice: chiamate a dimostrare la faziosità “sinistra” dei manuali, colpevolmente disattenti ad esse, le foibe diventano la metafora della lotta tra vinti e vincitori di un tempo per il controllo odierno del passato, l’episodio discriminante per qualificare politicamente il volume che si ha per le mani e misurarne il tasso di falsificazione. Sulla base di questo atteggiamento si rinuncia a priori a qualsiasi confronto sulla gerarchia delle rilevanze – nessuno si è interrogato sul posto che spetta alle foibe nell’interpretazione storiografica dell’Italia tra guerra e dopoguerra [38] – e ci si limita di conseguenza al banale e ragionieristico censimento delle citazioni per attribuire pagelle e estrarre “perle” e giudizi decontestualizzati. Ma la rinuncia a fissare delle rilevanze, a discutere ed anche a separarsi animosamente per raggiungere tale scopo, è un modo per cancellare la storia dai libri di storia, per convenire con quanti sostengono che “l’errore non è il come venga insegnata la storia, se da cani o da principi, ma la pretesa che sia insegnabile, incapsulabile, e che qualcosa di bello e di utile se ne ricavi” [39]. Alla fine, ciò che resta è l’immagine di una storia che può essere vista con pari dignità e con uguale e contrario cinico opportunismo culturale da destra e da sinistra, e che per raffreddare le passioni politiche dovrebbe rimanere il più lontano possibile dai nostri giorni [40]; con ciò confermando l’annullamento della storia come processo, come rielaborazione di complesse trame logico-dimostrative tra i fatti, e riducendola a dilettantistico e strumentale collage di giudizi etico-politici. Converrà allora concludere con Giuseppe Sergi che “fa riflettere l’assenza, nel dibattito, di un argomento fondamentale: il rapporto fra ricerca, divulgazione e scuola. La storia è trattata come fosse soltanto una palestra di opinioni, come se del passato si conoscesse già tutto e si trattasse solo di decidere che cosa e con che taglio debba arrivare agli studenti. […] La storia è ricerca, non è solo confronto di opinioni, non dimentichiamolo, e come tale non potrebbero giudicarla commissioni in cui è ventilata la presenza di pur valorosi divulgatori politicamente lottizzati” [41].
Questa fragile immagine della storia si accompagna infatti all’assenza degli insegnanti dal dibattito, sia come soggetti attivi che come oggetti di esso. Con pochissime eccezioni, e spesso solo con richiami convenzionali più che di sostanza [42], i problemi concreti del rapporto con il manuale e con il mutare del senso comune, della fissazione e del conseguimento degli obiettivi formativi sono rimasti ai margini. E pure le caratteristiche ed i modi di funzionamento dell’editoria scolastica sono stati toccati solo di sfuggita. Si sono cioè ignorati due aspetti invece fondamentali per valutare i criteri che guidano, prima, la redazione e, poi, l’uso e l’impatto dei manuali.
Che le direzioni editoriali esercitino sugli autori e sui libri di testo stessi un’influenza da non sottovalutare lo segnala implicitamente la lettera inviata al “Corriere della Sera” da Giacomo Pierini, che si attribuisce – poi smentito – la qualifica di “responsabile editoriale storia per Bompiani e Sansoni”, editori facenti capo alla stessa cordata (la Rcs) del giornale che pubblica la lettera. In essa Pierini, allievo di Ginsborg, afferma senza mezzi termini che “la maggioranza tanto di chi adotta il libro – gli insegnanti – come di chi lo scrive – gli storici – è di orientamento politico di sinistra”. Quindi, a suo dire, “ ciò di cui realmente le case editrici sentono la mancanza è una generazione di giovani storici che cominci a riflettere seriamente e a ripensare su processi, strutture e categorie della storia contemporanea”. Un modo dunque di porre da altra prospettiva il tema dell’egemonia culturale degli intellettuali di sinistra, della loro deficienza e della “deficienza stessa di un’università che impedisce l’emergere di nuove intellettualità, che ripropone, decennio dopo decennio, la stessa generazione di storici che culturalmente e politicamente non avverte l’esigenza di ripensare passaggi cruciali della nostra storia”: il Risorgimento alla luce del federalismo, ad esempio, ovvero gli anni Trenta in termini di scontro tra democrazie e totalitarismi, o ancora il ruolo della Dc in Italia e quello internazionale degli Usa “nell’imporre al mondo un modello liberale che tutti oggi, a destra e a sinistra, accettano” [43]. In tal modo fornendo un’idea – neanche tanto ardita – di come forse gli editori, che pure hanno lanciato grida di difesa della libertà [44], potrebbero adeguarsi al mutato clima politico-culturale: con un nuovo conformismo “federalista” o “bipolarista” cui ispirare i loro prodotti, di modo da non deludere troppo le nuove aspettative. Una sorta quasi di “autocensura”, comunque di “autoselezione” di autori ed approcci, che non corrisponde certo alle ventilate esigenze di commissioni di controllo, ma che sul medio-lungo periodo potrebbe dare risultati proprio nella direzione auspicata da tali proposte.
Per non discutere poi di un tema che qui si può solo richiamare, ma su cui si spera di poter tornare: quello del manuale come tipico esempio di prodotto redazionale, piuttosto che di opera d’autore. Il livello sempre più sofisticato degli apparati (immagini, box informativi, supporti didattici, e via discorrendo) e la necessità di continui aggiornamenti (spesso affidati dalle case editrici a redattori interni o collaboratori occasionali, piuttosto che agli autori stessi) indica che il manuale è spesso il risultato del lavoro di un autore collettivo, controllato in molti casi più dai direttori editoriali che dalle firme di copertina (anche compiacenti in tal senso: possono infatti incassare diritti d’autore di nuove edizioni senza troppe fatiche). Riesce dunque difficile siglare giudizi netti sul nesso autori/contenuti, conseguenti solo ad un’attenta analisi comparata delle edizioni successive dello stesso volume, del riorientamento di volta in volta di asserzioni su fatti e processi, dell’arricchirsi ovvero del contrarsi del testo a favore degli apparati, del mutevole rapporto anche contenutistico tra di essi (dove spesso nei box o nelle didascalie compaiono affermazioni in contrasto con quanto si scrive nel testo d’autore). Solo un lavoro assai meticoloso potrebbe consentire riflessioni e pareri maggiormente ponderati e fondati.
Ma, anche nel caso si potesse realizzare una indagine del genere, le valutazioni circa le ricadute dei contenuti dei manuali rischierebbero comunque di apparire irrealistiche se disgiunte dal concreto percorso formativo, dove il peso dei manuali si deve verificare assai più cautamente. Troppe sono le variabili: insegnanti che “correggono” le interpretazioni o integrano i manuali con ricerche e percorsi bibliografici, e studenti che non recepiscono passivamente quanto letto, lo criticano e lo emendano, oppure, più semplicemente, non ne sono toccati perché la storia è comunque materia ostica ed ostile, compressa in orari e programmi che la rendono schematica e repulsiva, e perché nella società attuale – tutta calata in un presente immobile – la dimensione della storicità, degli “uomini nel tempo”, appare sempre più difficile da affrontare e restituire nella sua specificità. E comunque, l’insegnante resta sempre il mediatore tra il sapere cristallizzato in forma di manuale e lo studente: un mediatore per definizione – giustamente – insoddisfatto del libro di testo, schiacciato tra le pressioni interne ed esterne alla scuola, e che nella situazione concreta della “lezione” non può essere ridotto a semplice amplificatore e caricaturale ripetitore di quanto consegnato da storici ed autori alle pagine del tanto vituperato manuale [45].
Qualsiasi riconsiderazione della funzione del sapere manualistico – dei suoi pregi come dei suoi limiti – non può dunque prescindere dalla complicata e variamente connotata relazione tra ricerca e divulgazione, scuola e percorsi di formazione; né può eludere lo spinoso nodo di quali contenuti e rilevanze la narrazione pubblica del passato deve selezionare per contribuire alla formazione culturale e civile dei cittadini, di quale funzione assegnare alla storia – se ancora se ne vuole attribuire qualcuna – nella educazione dei giovani alla consapevolezza critica di sé e del proprio agire nella società, e, ultimo ma non ultimo, di quali strumenti gli insegnanti devono disporre per assolvere al loro ruolo pedagogico-culturale.

Università di Pisa

NOTE
[1] L’opuscoletto, dal titolo Quando la storia diventa una favola… sinistra!, è diffuso in quelle settimane da “Azione Studentesca” e reso disponibile anche sul sito internet dell’organizzazione. Si tratta di una collazione di citazioni prese da alcuni manuali, accostate senza alcun filo conduttore e decontestualizzate da capitoli e paragrafi in cui sono collocate. Il dossier è introdotto da un breve commento in cui si denuncia l’indottrinamento cui per oltre cinquant’anni sarebbero state sottoposte le giovani generazioni “attraverso l’omissione di intere pagine della nostra storia e la mistificazione di altre”, favorendo la “corsa al potere dell’ex Pci”. Esempio principe dell’auspicabile “lettura obbiettiva e serena” della storia patria è l’inserimento nei manuali della vicenda delle foibe, perché “non si può dare credito a quanti sostengono che determinate pagine di storia siano state omesse per permettere proprio la costruzione di una nuova identità nazionale sul mito – debole – della Resistenza”, e perché “se è vero che la storia la scrivono i vincitori, è vero anche che costoro hanno vinto più di cinquant’anni fa”. Ampi stralci e riferimenti sono ripresi da Francobaldo Chiocci, Così gli studenti imparano una storia manipolata, “il Giornale”, 11 novembre.
[2] Corrado Ruggeri, La Regione Lazio: “Controlliamo i libri di testo”, “Corriere della Sera”; Simona Casalini, Lazio, An censura i libri di testo. “Troppa storiografia marxista”, “la Repubblica”; La censura di Storace sulla storia, “il manifesto”; “Il Tempo” scrive invece – a firma di Antonio Angeli – La Regione boccia i libri di testo.
[3] M. Sta., Storace: Violante m’indigna, lui sì che teme i libri di storia, “Il Messaggero”, 11 novembre; C. Ruggeri, Storace: sono troppe le ricostruzioni faziose. Per gli studenti vogliamo una storia pulita, “Corriere della Sera”, 11 novembre. In queste interviste il Presidente fa qualche nome dei possibili commissari da preporre alla verifica della correttezza dei manuali: Furio Colombo, Indro Montanelli, Roberto Vivarelli, Giano Accame, dove è evidente il tentativo di soddisfare esigenze di par condicio (Colombo e Montanelli), di registrare “eventi” editoriali di contiguità politico-culturale (la pubblicazione del volume di Accame, Una storia della repubblica, Rizzoli, Milano 2000), nonché di amplificare supposti obiettivi di “pacificazione” e riconsiderazione dell’esperienza salotina (la contestuale uscita per i tipi del Mulino delle memorie di Vivarelli, La fine di una stagione. Memoria 1943-45, su cui si era acceso un aspro dibattito non ancora sopito). Montanelli respingerà l’ipotesi in una intervista concessa a Dario Fertilio, Autori faziosi però il rimedio è sbagliato, “Corriere della Sera”, 12 novembre, ed in una al direttore del settimanale “Oggi”, Manuali faziosi? Eccome, però la censura non serve, 20 novembre. Si veda anche l’intervista di Cosimo Rossi a Marco Revelli, tra i principali “inquisiti” – insieme a Augusto Camera e Renato Fabietti – da “Azione Studentesca” per il manuale scritto insieme a Peppino Ortoleva, Censura totalitaria, “il manifesto”, 11 novembre. La posizione del governo è affidata alle parole di una prima intervista del ministro della P.I. Tullio De Mauro a Marina Cavallieri, De Mauro ai censori di An: “Minate la democrazia”, “la Repubblica”, 11 novembre. Una seconda intervista a C. Rossi appare su “il manifesto” del 14 novembre, “Meglio Almirante”.
[4] Dino Cofrancesco, Ma non può esistere una Storia Assoluta, “Il Secolo XIX”, 11 novembre.
[5] Così esordisce Ugo Ruffolo, La Storia la fanno gli editori, “Il Giorno” (“Il Resto del Carlino” e “La Nazione”), 11 novembre, prima pagina; in quinta invece Arrigo Petacco ricorda che Per fare i manuali di storia bisogna anzitutto conoscerla.
[6] Marcello Veneziani, La lotta di classe ricomincia sui libri di Storia, “il Giornale”, 11 novembre. Contro l’egemonia culturale della sinistra questo quotidiano tornerà insistentemente nei giorni successivi con articoli di Mario Cervi, La storia faziosa (12 novembre); Ruggero Guarini, Un antidoto per la storia (14 novembre); Livio Caputo, Con questa sinistra non c’è storia (15 novembre); Federico Novella, Liberi di insegnare solo la solita storia (20 novembre).
[7] Domenico Mennitti, Sì, la storia va riscritta, “Il Mattino”, 12 novembre (il corsivo è mio). L’articolo è ripubblicato pressoché integralmente in prima pagina da “L’opinione” del 16 novembre, sotto il titolo Libera storia in libero Stato. Che si tratti di una vera e propria campagna politica promossa da An lo si può evincere dal moltiplicarsi di iniziative simili a quella sviluppata nel consiglio regionale del Lazio: lo stesso 10 novembre, alle ore 16.15, il giornale telematico “il Nuovo.it” annuncia: Libri al setaccio anche in Lombardia, riferendo di una mozione simile a quella laziale presentata dall’esponente di An – e presidente della commissione cultura e giovani della Regione Lombardia – Silvia Ferretto (e firmata anche da consiglieri di Lega Nord e Forza Italia). Altre mozioni si annunciano alla Provincia di Roma (bloccata però dall’ostruzionismo dei consiglieri di centrosinistra), e alle Regioni Sicilia (Alcide Sturzo, Ora anche la Sicilia vuole squarciare il velo di menzogne, “La Padania”, 12 novembre), Piemonte, Puglia, Sardegna (Fabrizio Meloni, Libri di testo, in Sardegna la cura Storace, “L’Unione sarda”, 13 novembre); discussioni anche in consiglio provinciale a Piacenza (Scintille sui libri di storia, “Libertà”, 13 dicembre; I libri scolastici di storia dividono ancora, ibidem, 24 gennaio 2001). Sul complessivo orizzonte politico-culturale di An si veda Gennaro Malgieri, Quando la storia è un pretesto…, “Secolo d’Italia”, 14 novembre, prima pagina.
[8] Veltroni è, tra i dirigenti di partito, uno dei più attivi nella polemica: si veda il suo ampio articolo apparso su “La Stampa” di domenica 12 novembre, La Storia non si cancella. Per osservazioni critiche “da sinistra” su questo approccio si veda Ida Dominijanni, Il fascio dei libri, “il manifesto”, 12 novembre, e prima ancora Gianpasquale Santomassimo, Giri di Walter, “la rivista del manifesto”, gennaio 2000, n. 2.
[9] Roberto Zuccolini, Libri di testo, la Lombardia con il Lazio, “Corriere della Sera”, 11 novembre; A.L.M., Libri di testo, è scontro sulla proposta di An, “La Stampa”, 11 novembre; C. Rossi, Libro e moschetto, “il manifesto”, 11 novembre; Anubi D’Avossa Lussurgiu, Tirano diritto contro la storia, “Liberazione”, 12 novembre.
[10] Tra gli interventi del vescovo Maggiolini si veda Anche i cattolici travisano la storia, “Libero”, 23 novembre, che tuona contro il “filo-comunismo fosse pure subliminale” espresso in un passato recente da molti cattolici.
[11] Nicola Tranfaglia, Se la Storia torna sotto tutela, articolo comparso sui quotidiani locali del Gruppo Espresso, 11 novembre; Mario Baudino, “Tornare alla censura? Follia”, “La Stampa”, 11 novembre (che riporta i sintetici pareri di numerosi storici di diversa appartenenza politica); Giorgio Bocca, La storia imposta, “la Repubblica”, prima pagina dell’11 novembre; Alberto Arbasino, Quando torna la storia peggiore, “la Repubblica”, 12 novembre; Giorgio Battistini, “Il pensiero unico è inaccettabile”. Lo storico Mack Smith: la gente rifiuta chi è troppo fazioso, ibidem.
[12] Un’eccezione è rappresentata da Giuseppe Consolo, che, attraverso una disamina giuridica dello Statuto della regione Lazio (approvato nel 1971) e del dpr. 616/1977, si sforza di dimostrare la legittimità formale dell’intervento del Presidente Storace in risposta all’inerzia degli organismi statali: Libri di storia, ma Storace ha fatto ciò che non fa De Mauro, “Il Messaggero”, 13 novembre; Consolo: la regione Lazio ha fatto ciò che de Mauro non ha saputo fare, “Secolo d’Italia”, 14 novembre.
[13] Federico Guiglia, Non c’è una storia da non raccontare, “il Tempo”, 11 novembre (che fa ampi riferimenti anche al dibattito sollecitato dalla pubblicazione delle memorie di Vivarelli); Massimo Fini, Lo studio della storia si fermi al 1918, “Il Giorno” (“Il Resto del Carlino” e “La Nazione”), 12 novembre; Bruno Iorio, Quando la storia è la “terra dell’Occidente”, “Roma”, 16 novembre, in prima pagina.
[14] Dal canto suo, Pierferdinando Casini dichiara che “la verità storica non può essere una verità geografica; è difficile che le regioni possano stabilire le commissioni che accertino ognuna la propria verità. Certamente in questa vicenda le regioni hanno messo il dito nella piaga: chi ha dei figli a scuola e legge i libri di testo vede che la storia italiana è stata ricostruita secondo i luoghi comuni della sinistra: questo è inaccettabile, ma se la sinistra sbaglia non è un buon motivo per imitarla” (da Scontro politico sui libri di testo, “L’Osservatore romano”, 12 novembre).
[15] Una storia bipolarista, intervista di Andrea Colombo a D’Onofrio, “il manifesto”, 12 novembre.
[16] “Basta con l’arco costituzionale”. Casini: una storiografia da Prima Repubblica, intervista di Guido Tiberga a Casini, “La Stampa”, 13 novembre.
[17] In quei giorni su molti giornali compaiono peraltro simili tentativi di collazione: per tutti vedi Paolo Conti, Equilibrati e faziosi, libri di storia a confronto, “Corriere della Sera”, 15 novembre, che “testa” sei manuali (Fossati, Luppi, Zanette per Bruno Mondadori; Giardina, Sabbatucci, Vidotto per Laterza; Camera e Fabietti per Zanichelli; De Luna, Meriggi, Tarpino per Paravia; Brancati per la Nuova Italia; De Bernardi e Guarracino ancora per Bruno Mondadori) in riferimento a temi la cui selezione è certo indicativa: il re e l’avvento del fascismo; i partigiani e la Resistenza; la Rsi; l’Urss di Stalin; il sistema dei partiti; le elezioni del 1994 e la “discesa in campo” di Berlusconi. Si veda anche Michele Brambilla, A squola. Sotto esame i manuali dei licei, “Sette”, supplemento al “Corriere della Sera”, 23 novembre.
[18] Manuali per salvare la Repubblica. Prof e storici di sinistra riflettano sulla crisi di legittimità del loro lavoro, “Il Foglio”, 14 novembre. Sulla revisione del giudizio storico sulla fondazione della Repubblica si veda anche Piero Ostellino, Pagine di storia senza retorica, “Corriere della Sera”, 29 novembre. La dimensione politica della polemica è enfatizzata ed amplificata dalla puntata della trasmissione televisiva “Porta a Porta” del 15 novembre, condotta da Bruno Vespa con la partecipazione di Storace e Diliberto, che si limitano a scambiarsi reciproche accuse, tanto aspre quanto inconsistenti nel merito. Tra gli invitati, Mario Pirani, in studio, e Giuliano Ferrara, in collegamento, e, seduti tra il pubblico, Roberto Vivarelli, Alessandro Laterza e Giuseppe Bertagna, direttore della rivista cattolica “Nuova secondaria”. Sul carattere e l’organizzazione della trasmissione si veda la polemica lettera di Laterza, “Grazie Vespa e Porta a Porta per lo spettacolo mortificante”, “la Repubblica”, 17 novembre.
[19] Lo annuncia “La Stampa” del 15 novembre nel resoconto di Mario Tortello, Libri di testo faziosi? Berlusconi frena. Ma a Milano i giovani di An mettono all’indice i prof. Nell’articolo si precisa che il coordinatore lombardo di An, La Russa, avrebbe smentito in parte – “per il momento” – l’iniziativa (una analoga è annunciata da An del Trentino; per un commento rassicurante si veda l’intervento di Massimo L. Salvadori su “La Stampa” del 19 novembre). Al momento della stesura di queste pagine (luglio 2001) sul sito dell’organizzazione milanese risulta effettivamente aperta una pagina web (www.scuola-libera.it) per “raccogliere segnalazioni degli studenti su brani di testo palesemente faziosi e su episodi di propaganda politica da parte dei docenti”. Un esposto della Cgil-Scuola alla magistratura per “l’istigazione organizzata da An contro la libertà di insegnamento, mediante la costruzione di vere e proprie liste di denuncia dei docenti democratici” è annunciato all’inizio di dicembre dal segretario generale Enrico Panini.
[20] Si veda la partigiana ricostruzione-commento di Arturo Gismondi, Il polverone sui libri di testo, “Giornale di Sicilia”, 16 novembre, in prima pagina. In Lombardia Forza Italia e Lega Nord ritirano le firme alla mozione presentata dai consiglieri di An, e in Veneto il Presidente Giancarlo Galan annuncia che non sottoscriverà il documento che chiede una commissione interregionale.
[21] Che l’obiettivo della polemica sollevata da An – un disegno organico – sia la libertà dei docenti lo sostiene Roberto Barbieri, A proposito di storia & storielle, “Il Popolo”, 15 novembre. Si veda anche Angelo Flores, Libri di testo, intoccabile la libera scelta dei docenti, “Italia Oggi”, 17 novembre”.
[22] Sul circuito virtuoso che dovrebbe innescarsi tra la libertà degli autori, quella degli studenti e quella degli insegnanti si incentra il breve ma efficace editoriale di prima pagina di Paolo Franchi, La storia infinita. Testi faziosi, perché il caso non è chiuso, “Corriere della Sera”, 16 novembre.
[23] Su cui si continua ad insistere: ad esempio, Salvatore Sechi, La storia non è a senso unico, è ora di aggiornarsi, “Il Giorno” (“Il Resto del Carlino” e “La Nazione”), 15 novembre.
[24] Umberto Eco, L’egemonia fantasma nella scuola italiana, “la Repubblica”, 15 novembre. Sulla stessa linea Enzo Siciliano, La libertà si nasconde sui banchi di scuola, ibidem, 16 novembre. Contra, Franco Cardini, I pàmpini bugiardi del mio amico Eco. L’egemonia comunista c’è stata, ma la sinistra non ne è l’unica responsabile, “La Stampa”, 6 dicembre.
[25] Stefano Marroni, Fini critica la Regione Lazio: “La mozione è un errore”, “la Repubblica”, 16 novembre.
[26] Amedeo La Mattina, Selva contro il governatore. “Dilettante allo sbaraglio”, “La Stampa”, 16 novembre. Notevoli le polemiche scoppiate in An a seguito di queste dichiarazioni: il giorno successivo alla pubblicazione dell’intervista, Selva scrive al direttore de “La Stampa” per smentire, ma non negare, le sue affermazioni, confermate invece dall’intervistatore.
[27] Analogo ordine del giorno è votato a maggioranza dal consiglio provinciale di Roma, con l’astensione dell’unico consigliere del Ccd.
[28] Eduardo De Filippis, Libri, Storace non si pente. “La Storia va scritta tutta”, “Il Mattino”, 20 novembre. In quegli stessi giorni, rinfocolando le polemiche, il Presidente della Regione Lazio avrebbe poi resa nota una sua aspra risposta ad una lettera del Presidente del Senato – che aveva di nuovo respinto l’ipotesi di un qualsiasi intervento istituzionale sui libri di testo – accusandolo di censurare le critiche espresse sui manuali e avvertendolo che “per fortuna tra pochi mesi Ella non sarà più al suo posto e comprenderà quanto le peserà la solitudine, non istituzionale, ma popolare”: C. Rossi, Carteggio balilla. Libri di testo, Storace epura per lettera Mancino, “il manifesto”, 25 novembre; M. Tortello, Ma Storace non si ferma: la mia è solo legittima difesa, “La Stampa”, 26 novembre.
[29] Intervista di Silvia Mastrantonio a Rocco Buttiglione, “Le famiglie sceglieranno istituti e insegnanti”, “Il Giorno” (“Il Resto del Carlino” e “La Nazione”), 18 maggio 2001.
[30] Il direttore di “Nuova secondaria” nella sua breve apparizione televisiva aveva inequivocabilmente saldato la critica ai manuali alla possibilità (e al “diritto”) per le famiglie di scegliere gli istituti ove si ritenga che il contenuto dell’insegnamento più si accosti ad aspettative e orientamenti condivisi. Nel frattempo, Giuseppe Bertagna, docente all’università di Bologna, è divenuto presidente di un gruppo di lavoro sui “cicli” insediato dal neoministro Letizia Moratti con il compito di esaminare “tutti i nodi più urgenti da sciogliere”, in vista dell’organizzazione di “Stati generali dell’Istruzione, composti da rappresentanti delle famiglie, degli studenti, dei docenti e da tecnici che sulla base dei rapporti di sintesi, mi forniranno i concreti riscontri per un nuovo piano di attuazione della riforma degli ordinamenti e per le eventuali modifiche da apportare alla legge” (dal Programma politico del Ministro della P.I. e dell’Università). Il gruppo di lavoro, presieduto da Bertagna, è composto da Giorgio Chiosso, Michele Colasanto, Prorettore dell’Università Cattolica ed ex Presidente dell’ISFOL, Silvano Tagliagambe, Norberto Bottani, Direttore del Dipartimento Innovazione Educativa del Cantone di Ginevra, e da Ferdinando Montuschi, presidente della Formazione primaria della III Università di Roma.
[31] S. Sechi, La storia non è a senso unico, cit.
[32] Intervista di Aldo Cazzullo a Rocco Buttiglione, Buttiglione: così rivisiterò la storia. “Bisogna liberarla dalle incrostazioni marxiste, “La Stampa”, 16 maggio 2001. Nell’intervista si ipotizza ancora una volta la rivisitazione della storia del fascismo e della Resistenza. Per le polemiche seguite all’intervista vedi: Bruno Bongiovanni, La storia (s)corretta da Buttiglione, “L’Unità”, 20 maggio; Cornelio Valetto, Le mistificazioni dello “storico” Buttiglione, “Il Popolo”, 24 maggio.
[33] Per il caso spagnolo si veda quanto riporta “Il Foglio” del 14 novembre; sugli Usa invece Alexander Stille, La storia su misura, “la Repubblica”, 16 novembre. Anche Paolo Filo della Torre, Ma in Inghilterra sono le autorità locali a indicare ai docenti i libri di storia, “Il Giorno”, 15 novembre. Sull’argomento vedi anche Cesare Segre, Storia, la ragione non le regioni, “Corriere della Sera”, 12 novembre, e Giuliano Procacci, Storici e oscurantisti, “La Stampa”, 15 dicembre.
[34] Angelo D’Orsi, Storia al supermercato, “La Stampa”, 17 novembre.
[35] Oltre al citato D’Orsi, vedi l’intervista a Carlo Ginzburg di Antonio Gnoli, La mia difesa della storia, “la Repubblica”, 26 novembre, dove si afferma che “se il discorso storico espelle la prova è molto facile arrivare alla tentazione di utilizzare la retorica come un elemento di rimozione del passato. Ho l’impressione che quest’ultimo aspetto sia destinato a una immensa fortuna”.
[36] C. Segre, Storia, la ragione non le regioni, cit.
[37] Guido D’Agostino, Povera Storia, ridotta a quiz non serve più, “Il Mattino”, 14 novembre.
[38] Una parziale eccezione è rappresentata da Gian Enrico Rusconi, Foibe e lager, distinguiamo, “La Stampa”, 16 novembre.
[39] Guido Ceronetti, Cancelliamo la Storia dai libri di storia, “la Repubblica”, 22 novembre.
[40] Mario Pirani, Scuola, la Storia vista da sinistra e da destra, “la Repubblica”, 20 novembre, che propone di arrestare l’insegnamento della storia d’Italia all’approvazione della Costituzione, all’entrata nella Nato e alla Comunità europea, e quello della storia internazionale al crollo del colonialismo e dell’Urss. Si ricorderà che Massimo Fini proponeva addirittura il discrimine cronologico del 1918 (ritornando a prima del 1960, quando reiterate richieste e proteste connesse al dibattito sul neofascismo ottennero di avanzare i programmi dove ora vorrebbe arretrarli Pirani) e Galli della Loggia quello degli anni Settanta.
[41] Giuseppe Sergi, Il senso comune. Storia non è confronto di opinioni, “La Stampa”, 14 novembre.
[42] Raffaele Simone, Storia: tocca ai professori correggere le forzature, “Il Messaggero”, 12 novembre.
[43] Giacomo Pierini, Storici quasi tutti di sinistra, ci vuole un ricambio, “Corriere della Sera”, 13 novembre. Il suo ruolo di responsabile – piuttosto che di consulente – viene negato dalla Rcs sulle pagine de “Il Foglio” del giorno successivo, che riprende e amplifica le sue dichiarazioni, precisando anche che Pierini parlava a “titolo personale”: Dietro le rovine del Muro c’è un’altra storia tutta da scrivere, “Il Foglio”, 14 novembre, in cui sono riportati diversi pareri di editors delle principali case editrici, tesi a stemperare le polemiche e a ricordare come siano i meccanismi del “libero mercato” delle adozioni a garantire la pluralità delle opinioni.
[44] Federico Motta (presidente dell’Associazione italiana degli editori), Libri di testo, l’allarme degli editori, “Il Sole 24 ore”, 19 novembre.
[45] Pacate ed appropriate osservazioni in tal senso nell’intervento – più che isolato – di un’insegnante “di sinistra”, Alessandra Peretti, in una lettera al direttore de “Il Foglio”, pubblicata con ampio risalto ma con un titolo in parte fuorviante: “Manuali? Si sceglie il male minore. Il problema sono i professori”, “Il Foglio”, 14 novembre.

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