SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Pubblicazioni

Gli istituti extrauniversitari e la storia contemporanea un sondaggio on-line

di Gianfranco Monina

La galassia dei “luoghi”, la selezione del campione e la rete Internet

Il mondo degli istituti extra universitari [1] che, in varie forme, agisce nell’ambito della storia contemporanea può contare in Italia su almeno 450 “luoghi” in qualche modo riconosciuti. Un dato puramente quantitativo che si scioglie a una prima analisi della qualità dei soggetti e delle loro attività. Ma restiamo su questo numero e tentiamo una prima ripartizione fondata sulla “personalità” e sull’appartenenza o meno a dei circuiti istituzionalizzati.
Quasi un quarto di questi “luoghi” (oltre 100) è rappresentato da enti privati che hanno o aspirano ad avere un carattere nazionale e internazionale e comprendono alcuni dei più noti e prestigiosi istituti culturali del paese. Non fanno parte di reti istituzionalizzate, anche se, specie in tempi recenti, alcuni di loro si sono associati sulla base di criteri politico-culturali. Tra questi enti ve ne sono alcuni di carattere locale ma la cui attività trascende i confini geografici; ve ne sono altri la cui esistenza è ancora poco più che nominale.
Un secondo gruppo è formato dai 67 enti associati o collegati alla rete degli istituti storici della Resistenza che fa capo all’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia.
Un terzo gruppo omogeneo è rappresentato dagli enti inseriti nel circuito della Giunta centrale degli studi storici alla quale sono collegati, sempre per ciò che riguarda la storia contemporanea, due istituti storici nazionali (l’Istituto per la storia del Risorgimento italiano e l’Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea) e più di 30 deputazioni e società di storia patria.
Un ultimo gruppo è composto dalle altre società di studi storici locali, di carattere privato. Di difficile enucleazione, ne abbiamo contate 34 di un certo rilievo.
In questo computo si possono comprendere anche i circa 70 comitati provinciali del Risorgimento, gli oltre 130 musei storici sull’Ottocento e il No­ve­cento, nonché una trentina di altri enti (ordini religiosi, istituti stranieri, accademie, ecc.), i quali operano, sia pure in modo molto sporadico, nell’ambito della storia contemporanea. Si superano così i 450 soggetti che, con uno sguardo ampiamente benevolo, in qualche modo si interessano alla disciplina [2].
Evidentemente non avremmo potuto raccogliere, né sarebbe stato utile, dati sufficienti per l’intero orizzonte, abbiamo dunque proceduto alla selezione di un ampio campione: escludendo in primo luogo i comitati provinciali del Risor­gimento per il carattere eccessivamente disomogeneo delle loro attività [3]; nonché gli oltre 130 musei storici sparsi per l’Italia che non estendono, salvo poche eccezioni considerate, la propria attività oltre le strette esigenze di conservazione e di gestione delle mostre permanenti [4]. Ristretto così l’orizzonte a circa 250 istituzioni, ci siamo posti il problema di raccogliere i dati analitici. In assenza di repertori e nell’assoluta frammentarietà delle fonti “tradizionali”, la nostra indagine si è orientata prevalentemente verso le fonti elettroniche, verso quel mondo della rete che sembra proporsi sempre più come la nuova sede degli scambi sociali e della permanenza della memoria. Da qui un’ulteriore e definitiva selezione del campione: sono infatti 120 gli enti che hanno un proprio sito elettronico o, almeno, delle pagine web dedicate [5].
È un criterio di selezione accettabile quello della presenza in rete? Non ci nascondiamo i limiti, tuttavia, abbiamo verificato, con l’ausilio di fonti “analogiche”, che i soggetti in grado di svolgere un intervento articolato nell’ambito della storia contemporanea sono quasi sempre presenti con un proprio sito web nella rete. Ciò ha in parte nobilitato, e reso più affidabile, una scelta indotta anche da ragioni di comodo. D’altra parte, non si può svolgere il ragionamento inverso, ovvero non tutti i soggetti presenti in rete sono in grado di rivendicare una significativa capacità di intervento.
Ciò introduce l’altra questione di metodo: sono affidabili i dati reperiti nella rete? Negli ultimi tempi la rete come strumento di produzione e di comunicazione è al vaglio di una riflessione critica che ha già prodotto contributi significativi [6]. Un ambito di discussione che ci riguarda però solo parzialmente, poiché le nostre “risorse” (generico nome che comprende l’eterogeneo e vastissimo patrimonio di informazioni on line), sono molto particolari. Si tratta, infatti, prevalentemente, di comunicazione di tipo “istituzionale”, prodotta dagli stessi enti oggetto della nostra attenzione. Nel nostro caso la “critica della rete” può dunque esercitarsi su aspetti relativamente marginali, evidenziando alcune dinamiche proprie, senza mettere sostanzialmente in discussione il valore della fonte. Non siamo cioè in presenza di una manifestazione significativa di quella “retorica senza prova” che sembra evidenziarsi come uno dei fenomeni dei linguaggi in rete.
Vale la pena comunque soffermarsi brevemente sulle caratteristiche di questi siti: sui linguaggi utilizzati, sulla loro architettura e sulle informazioni contenute. Un dato comune è, ad esempio, una certa tendenza a utilizzare l’“effetto annuncio”, ovvero a proporre progetti di ricerca e programmi di attività che non hanno ancora un effettivo riscontro nella realtà; in modo analogo si prospettano talvolta servizi e strumenti di informazione immancabilmente “in costruzione”. D’altra parte, a differenza di molti protocolli comunicativi in rete, in questi siti si propongono spesso informazioni molto complesse con un’abbondanza di testi di approfondimento.
L’interfaccia grafica, con la diversa collocazione dei comandi, è indice di una gerarchia organizzativa e di opzioni culturali che trova riscontro nelle effettive attività svolte: istituti più impegnati nella didattica e nella divulgazione hanno siti generalmente vivaci e più simili a quelli commerciali, dove è facile trovare le iniziative in agenda, ma meno le altre informazioni; istituti più impegnati nell’ambito della ricerca, o semplicemente più tradizionali, valorizzano invece le informazioni sulla propria storia e sulla propria struttura per lo più in contesti grafici austeri. Le notizie fornite rendono conto in modo piuttosto omogeneo dei dati relativi alla storia e alle cariche sociali; a diversi livelli sono presenti notizie sui programmi di ricerca, sulle attività, sulle pubblicazioni, sulle biblioteche, sugli archivi storici. Tuttavia non è raro trovare citati volumi senza l’anno di pubblicazione, biblioteche senza dati sulla consistenza e archivi storici senza descrizione, anche di primo livello, dei fondi. Non è sempre chiara la definizione della personalità giuridica. Sono invece assolutamente rare le informazioni relative ai finanziamenti. Altri dati non dichiarati, quali, ad esempio, l’orientamento politico, si possono in parte evincere.

Le caratteristiche del campione selezionato

Sulla base dei dati disponibili, proviamo a presentare le caratteristiche generali del nostro campione di 120 istituti, mantenendo la distinzione nei quattro gruppi proposti (vedi elenco in appendice). Il primo gruppo comprende un campione di 76 soggetti, il più consistente. Con l’eccezione della Fondazione “Il Vittoriale degli italiani” e del­l’Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente, sono tutti enti privati per lo più dotati di personalità giuridica riconosciuta da decreto presidenziale, ministeriale, regionale e/o dall’erezione a ente morale (circa 60) [7]; in piccola parte sono invece associazioni libere prive di personalità giuridica (circa 15). Gli anni di costituzione si concentrano nel cinquantennio repubblicano: dai tre enti sorti alla fine degli anni Quaranta, ai nove degli anni Cinquanta, per proseguire con ritmi di quasi quindici istituzioni per ognuno dei successivi decenni fino agli anni Novanta compresi. Soltanto un ente, l’Istituto veneto di scienze lettere ed arti, ha origini preunitarie (1838), cinque sono sorti nel primo cinquantennio unitario e quattro in epoca fascista. La collocazione geografica vede prevalere l’Italia centrale (43 enti) in forza della presenza di Roma che ne conta ben ventinove e, a grande distanza, di Firenze e di Bologna, rispettivamente con cinque e quattro enti. Nel Nord contiamo ventotto istituti, in buona parte concentrati a Torino (10) e a Milano (9). Il Sud ne ha invece soltanto quattro, tre dei quali presenti a Napoli e uno a Palermo. Un solo ente in Sardegna.
Il secondo gruppo, quello della rete degli istituti storici della Resistenza è fondamentalmente caratterizzato dalla personalità giuridica dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia che, sorto nel 1949, fu riconosciuto ente pubblico con la legge 3/1967 costituendo, nel corso degli anni, una capillare federazione di istituti provinciali e regionali [8]. I 25 enti qui considerati hanno comunque statuto e gestione autonoma con diverse forme giuridiche associative: dall’associazione libera alla fondazione regionale, fino al consorzio di enti pubblici. I quattro istituti di Torino, Macerata, Genova e Modena sono nati tra il 1947 e il 1950, gli altri, a cadenza di sei per decennio, negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta e, infine, due nei primi anni Novanta. Unica eccezione è rappresentata dal Museo storico in Trento, ente sorto nel 1923 e collegatosi alla rete recentemente. La collocazione geografica è concentrata nel Nord del paese (18) a cui seguono il Centro (7) e il Sud con il solo Istituto calabrese, sempre tra quelli qui considerati [9].
Un discorso a parte per il terzo gruppo di istituti. Costituita nel 1934 dalla trasformazione dell’Istituto storico italiano del 1883, la Giunta centrale degli studi storici fu investita dal regime fascista del compito di coordinare gli istituti storici nazionali e le deputazioni e società di storia patria. Un ruolo attenuatosi nel dopoguerra con l’assunzione della piena autonomia delle deputazioni locali, ma che sembra oggi rinverdire, sia pure in forme e contesti diversi [10]. Il nostro campione comprende l’Istituto storico per l’età moderna e contemporanea, sorto anch’esso nel 1934; l’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, nato nel 1935 dall’unione di due società primo novecentesche; nove deputazioni e società di storia patria costituite tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta dell’Ottocento, con l’eccezione delle più antiche Deputazione subalpina (1833) e Società ligure (1857) e la più recente Società dalmata (1926). La loro collocazione geografica è più equilibrata, con quattro deputazioni nel Nord, tre nel Centro e due nel Sud. La Giunta centrale e i due istituti collegati hanno sede a Roma. Infine il quarto e scarno gruppo selezionato tra le altre istituzioni locali. Si tratta di cinque libere associazioni e di una fondazione riconosciuta con atto regionale, delle quali una al Centro e le altre al Nord. Le date di costituzione variano dal 1921 al 1990.
Definire la collocazione politica è un esercizio improbo. Fonte di numerose polemiche in sede giornalistica e parlamentare [11], si tratta ormai di collocazioni molto sfumate anche in relazione ai sostanziali mutamenti che ha vissuto nell’ultimo quindicennio il sistema politico italiano. Non è il caso di ricordare qui i fenomeni che hanno accompagnato la cosiddetta “rivoluzione politica”, con il presunto o vero processo di deideologizzazione; certo è che gli eventi (internazionali e nazionali) hanno prodotto un salto che ha creato una distanza enorme rispetto al passato sul piano delle culture e delle stesse antropologie politiche. Accanto a questi cambiamenti si è assistito anche a un processo che potremmo chiamare di istituzionalizzazione o, se si vuole, di “neutralizzazione” dell’attività di ricerca e di produzione culturale che ha coinvolto in pieno gli istituti extra universitari. Un processo determinato da un insieme di ragioni tra loro intrecciate, che vanno da consapevoli scelte di carattere scientifico ed etico politico, a una crisi delle “vecchie” categorie interpretative, fino a dei calcoli contabili (accesso ai finanziamenti). Da un altro punto di vista, sembra prevalere una tendenza alla razionalizzazione che avvicina le modalità di organizzazione, di gestione e di produzione di questi istituti a quelle aziendali, sia pure nella particolare forma delle imprese culturali. È il segnale evidente di un nuovo approccio culturale e di mentalità, ma anche il risultato dell’ampliarsi e del diversificarsi delle attività di ricerca, editoriali e dei servizi offerti.
Ma c’è un altro aspetto che rende ancor più difficile, e talvolta fuorviante, una classificazione politica: molti di questi istituti, nonostante si richiamino sin dalla loro denominazione a personalità della storia politica italiana, hanno costruito la propria identità intorno a un patrimonio, per lo più costituito da fondi bibliografici. Intorno, cioè, a un progetto culturale che ne ha orientato gli interessi scientifici, la scelta dei temi, la collocazione nei circuiti intellettuali nazionale e internazionale. Istituti come la Fondazione Basso, la Fondazione Murri, la Fondazione Feltrinelli o la Fondazione Einaudi di Torino – per fare alcuni esempi – sfuggono a ogni classificazione politica che non sia molto generica [1]2.
Qual è dunque il parametro su cui fondare una classificazione politica? Può essere utile uno sguardo agli archivi: la conservazione di un insieme di fondi – coerente e sistematico – relativo a un partito, a un movimento politico o a un’organizzazione sindacale è senza dubbio il segnale di una consonanza identitaria e di un rapporto fiduciario. Altresì, ma con molta prudenza, si può assumere il dato della tradizione politica di origine. In ogni caso dobbiamo limitarci a considerazioni di carattere generale. Oltre la metà degli istituti del primo gruppo si richiama a personalità della storia politica italiana e/o conserva fondi archivistici dei partiti, dei movimenti o delle organizzazioni sindacali. Tra questi, con le inevitabili forzature e con le debite eccezioni, una decina sono di area cattolica, in gran parte ispirati alla dottrina sociale; otto si richiamano alla tradizione comunista; sette a quella socialista; altre sette si possono collocare nell’area laico-democratica, tre dei quali con una chiara impronta repubblicana; almeno quattro nel solco della tradizione liberale moderata; due in quella ben più recente della “nuova sinistra”; una sola fondazione di un certo rilievo si richiama alla destra nazionalista. La collocazione politica della rete degli istituti della Resistenza riflette l’originaria vocazione a rappresentare tutte le forze antifasciste, anche se la particolare storia che ha contraddistinto la memoria della Resistenza nell’Italia repubblicana, nonché i percorsi imboccati da singoli istituti, l’ha prevalentemente orientata a sinistra. Ciò è in parte confermato dalla consistenza dei materiali archivistici relativi ai partiti e ai movimenti della sinistra, in particolare del Partito comunista.
Nel circuito della Giunta centrale degli studi storici prevale invece il carattere il carattere istituzionale e, per molte deputazioni, la tentazione di rinchiudersi in una torre d’avorio.

Il tesoro degli istituti: biblioteche e archivi

Il complesso delle attività dei nostri istituti ruota quasi sempre intorno all’esistenza di una biblioteca e di un archivio. Il più delle volte sono i patrimoni librari e quelli archivistici a garantire, almeno potenzialmente, la qualità di intervento nei settori della ricerca, della socializzazione e della promozione culturale.
L’84% degli istituti considerati è dotato di una biblioteca accessibile agli studiosi e, generalmente, al pubblico. Dalle consistenze di poche migliaia di volumi, il cui valore spesso risiede nella caratterizzazione tematica del fondo, si passa agli oltre trecentomila di istituti quali la Fondazione per le scienze religiose o la Società napoletana di storia patria. Nel complesso si tratta di un imponente patrimonio bibliografico che supera i quattro milioni di volumi con moltissimi fondi di pregio. Evidentemente soltanto una parte di questo patrimonio, comunque consistente, riguarda l’età contemporanea o gli studi storici contemporaneisti. Sono da segnalare i numerosi fondi librari di personalità della politica e della cultura, così come le raccolte di periodici spenti e di opuscoli rari o unici otto-novecenteschi.

Tab. 1. Biblioteche e consistenza in volumi

 

i

ii

iii

iv

totali

no

13

1

2

3

19

63

25

10

3

101

fino a 3.000

3

1

 

 

4

fino a 5.000

4

2

 

1

7

fino a 10.000

2

3

 

 

5

fino a 15.000

8

2

2

 

12

fino a 20.000

5

3

 

 

8

fino a 30.000

5

3

2

1

11

fino a 50.000

3

2

1

 

6

fino a 100.000

12

2

 

 

14

oltre 100.000

2

 

 

 

2

otre 200.00

4

 

2

 

6

non dichiarata

15

7

3

1

26

Di poco inferiore la percentuale di istituti che possiede un archivio: oltre il 78%. L’assenza di dati sulla consistenza e il carattere disomogeneo dei parametri di misurazione, non ci consentono una quantificazione. Siamo comunque anche qui in presenza di un imponente patrimonio Otto-Novecentesco composto da varie migliaia di fondi di personalità e di organizzazioni – in particolare dei partiti politici, dei sindacati, dei movimenti politici, sociali e religiosi, delle imprese [13]. Da segnalare la tendenza a costituire o a riqualificare, in linea con una sin troppo recente presa di coscienza metodologica e storiografica, gli archivi fotografici, attualmente esistenti nel 33% degli istituti, ma in realtà potenzialmente più numerosi per la presenza non segnalata di molte migliaia di fotografie all’interno dei fondi cartacei. Alcuni di questi archivi hanno consistenze eccezionali: è il caso della Fondazione archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, con oltre duecentomila immagini fisse, ma anche dell’Istituto nazionale di studi romani, della Società geografica o dell’Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno italiano, i quali conservano decine di migliaia tra positivi e negativi. Dalla stessa recente consapevolezza di una “rivoluzione documentaria” traggono origine gli archivi sonori (testimonianze, prese dirette, ecc), presenti in circa il 15% degli istituti; dei manifesti e dei film (di repertorio, documentari e fiction), nel 7%. Un discorso a parte si deve fare per le videoteche (20%) che si propongono per lo più come strumento didattico e di divulgazione, uno dei fattori di trasformazione, insieme ai supporti informatici, delle biblioteche in mediateche.

Tab. 2. Archivi

 

i

ii

iii

iv

totali

no

18

-

4

4

26

58

26

8

2

94

 

archivio fotografico

 

20

 

16

 

3

 

1

 

40

archivio sonoro

8

10

 

 

18

cineteca

2

6

 

 

8

manifesti

4

5

 

 

9

 

videoteca

 

7

 

16

 

 

2

 

25

Abbiamo già detto che questi patrimoni librari e archivistici rappresentano le fondamenta di gran parte delle attività degli istituti extra universitari: in quanto fonti della ricerca storica, ma anche come strumenti per la formazione, la divulgazione e la promozione culturale. Patrimoni in gran parte privati che gli istituti mettono a disposizione degli studiosi e del pubblico assolvendo una funzione integrativa e spesso sostitutiva delle biblioteche e degli archivi statali o degli enti locali, sia sul piano della fruibilità, sia su quello dell’interazione con la produzione scientifica. Fra i numerosi fronti della storia contemporanea in cui questi patrimoni risultano indispensabili, emerge, ad esempio, quello della storia politica italiana del secondo Novecento. Ci riferiamo in particolare agli archivi storici dei partiti e dei movimenti politici che, con la crisi delle forme tradizionali della partecipazione politica, rischiavano di perdersi o di disperdersi: l’opera di recupero, di tutela e di valorizzazione – specie sul piano locale – messa in campo negli ultimi anni dagli istituti permetterà di salvaguardare questo patrimonio fondamentale per la storia e per la memoria dell’Italia repubblicana [14].
Le biblioteche e gli archivi degli istituti hanno inoltre rinnovato il loro ruolo attraverso la massiccia adozione delle nuove tecnologie, in primo luo­go quelle informatiche, che favoriscono l’accesso alle informazioni in termini di spazio e di tempo. Non è questa la sede per esaminare tale aspetto, ci basti ricordare che la maggior parte degli istituti considerati inserisce i propri dati bibliografici nella rete telematica del Sistema bibliotecario nazionale (Sbn) e che un numero significativo fa altrettanto per i dati archivistici in banche dati e reti telematiche regionali, nazionali o internazionali. Non si tratta soltanto di adottare metodologie standard, di salvaguardare le fonti e di facilitare l’accesso ai cataloghi, agli inventari e, in taluni casi, direttamente ai documenti; alcuni di questi network sono anche un’occasione per mettere gli istituti – non solo nazionali – in relazione tra loro, far circolare idee, promuovere iniziative comuni e, fatto di particolare rilevanza, avviare forme di collaborazione più stretta tra i “tecnici” e i “ricercatori”.
È il caso di Archivi del ’900, una rete di basi dati integrate degli archivi privati di cui fanno parte ventiquattro degli istituti qui considerati e che si propone come un progetto dotato di una propria identità culturale e scientifica; di Archivi della Repubblica, un’importante e recentissima iniziativa che coinvolge gli archivi del Senato e della Camera dei deputati e sette istituti che conservano fondi archivistici sulle alle attività parlamentari dei partiti politici; della rete telematica degli archivi degli istituti della Resistenza. La progressiva disponibilità nelle banche dati dei fondi archivistici permette di moltiplicare i percorsi di lettura, di analisi e di conoscenza della storia contemporanea. È inutile infine ricordare che i cataloghi e gli inventari, così come il dibattito intorno ai patrimoni librari e archivistici, nonché i documenti stessi, rappresentano una percentuale consistente delle pubblicazioni, su carta o su supporti digitali, degli istituti extra universitari.

L’attività di ricerca scientifica e la produzione editoriale

La nostra indagine evidenzia che il 48% di questi istituti svolge o promuove attività di ricerca scientifica. È senza dubbio un dato da assumere con prudenza, lo abbiamo infatti ricavato sulla base di criteri prevalentemente quantitativi: la partecipazione ai programmi di ricerca locali, nazionali e internazionali; il numero e il carattere delle pubblicazioni; i rapporti istituiti con le università; le modalità di trattamento delle fonti; le borse di ricerca; una certa tipologia di attività seminariale e convegnistica. Più in generale, si è tentato di verificare l’esistenza di linee di programmazione scientifica tendenzialmente coerenti e non effimere. Le informazioni a nostra disposizione non hanno permesso di compiere un ulteriore passo verso la valutazione della qualità.
Segnaliamo che le attività di ricerca svolte e promosse nella rete degli istituti storici della Resistenza sono in parte fondate e orientate sui programmi varati dall’Istituto nazionale, anche se non mancano importanti iniziative autonome sulla storia locale [15]. Il contributo del circuito della Giunta centrale è invece basato quasi esclusivamente sulla raccolta e la pubblicazione delle collezioni di fonti.
La tabella 3 contiene alcuni indicatori connessi all’attività di ricerca. Il numero delle borse di ricerca è riferito agli istituti che indicono bandi (16%), non tiene conto, cioè, che alcuni di essi ne propongono ogni anno più di una: è a tutti nota l’opera svolta in questo senso dalla Fondazione Luigi Einaudi di Torino e dall’Istituto italiano per gli studi storici di Napoli. Le borse riguardano anche l’attività di formazione, ma le abbiamo inserite in questo ambito perché rappresentano uno dei veicoli più efficaci della ricerca storica in Italia e i cui risultati sono quasi sempre proposti attraverso le pubblicazioni monografiche o miscellanee (in particolare negli Annali) degli stessi istituti. Discorso analogo, ma in misura molto più ridotta, per i premi per le tesi di laurea e di dottorato, troppo spesso chiamati “borse di ricerca”, banditi dal 18% degli istituti. È necessario spiegare il dato relativo alle attività di convegni e seminari: se, infatti, ben il 75% degli istituti è attivo in questo settore, il dato si ridimensiona notevolmente quando si svolga una valutazione del merito scientifico basata sulla qualità dei relatori, sulla coerenza dei temi in rapporto alla programmazione, sul rilievo nazionale o internazionale [16]. Infine, i seminari permanenti (14%), dedicati prevalentemente ai temi di grande attualità politica e sociale (istituzioni, lavoro, impresa, ambiente, comunicazione di massa, integrazione europea), rappresentano anche un importante laboratorio di ricerca storica. Altri dati che avrebbero contribuito a proporre un quadro più elaborato delle attività di ricerca non sono stati riportati per il loro carattere eccessivamente disomogeneo.

Tab. 3. Attività di ricerca e seminariale

 

i

ii

iii

iv

totali

ricerca scientifica

36

15

6

1

58

borse di ricerca

15

4

1

 

20

premi per tesi

13

7

2

 

22

convegni, seminari, conferenze

57

20

10

3

90

seminari permanenti

10

7

 

 

17

Torneremo nelle conclusioni a parlare della ricerca, è ora il caso di presentare l’attività editoriale, anch’essa connessa alla ricerca in quanto momento fondamentale della socializzazione dei risultati o come importante fattore di promozione, con le edizioni di fonti e di documenti. I dati che seguono riguardano, però, l’intero campione considerato, in coerenza con la scelta di proporre uno sguardo complessivo sulla presenza dei temi storico contemporaneisti negli istituti extra universitari.
I primi indicatori riportati nella tabella 4 possono dare un’idea delle dimensioni complessive del fenomeno: il 95% degli istituti ha un’attività editoriale, e nel nostro sondaggio on line abbiamo contato ben 92 collane editoriali e 57 edizioni fuori collana. I dati disponibili non consentono di ricavare il numero esatto dei volumi, si può tuttavia valutare in modo approssimativo, ma crediamo largamente indicativo, in circa 150 la media annua di volumi pubblicati nel periodo 1997-2002. Notevoli le difformità tra i singoli istituti, che vanno dalle medie diffuse di un volume ogni due anni a quelle di quattro-sei volumi l’anno per istituti come la Fondazione Turati, l’Istituto Sturzo, l’Istituto per la storia della Resistenza di Alessandria, il Museo storico in Trento, l’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, per citarne alcuni.
Indichiamo anche i diversi contesti editoriali: il 48% degli istituti che svolgono attività di pubblicazione si rivolge a editori di rilievo nazionale; circa il 38% edita in proprio; il 31% si affida a editori locali. Evidentemente alcuni istituti adottano più di una opzione. I dati scorporati permettono di evidenziare come nel primo gruppo la presenza degli editori nazionali salga al 63%; diversamente, negli istituti della Resistenza a salire è principalmente il dato degli editori locali (56%); mentre nel circuito della Giunta centrale prevale l’edizione in proprio (67%).

Tab. 4. Attività editoriale. Volumi

 

i

ii

iii

iv

totali

No

5

1

 

 

6

71

25

12

6

114

 

 

 

 

 

 

collane*

51

16

21

4

92

fuori collana

36

18

1

2

57

 

 

 

 

 

 

editori nazionali*

45

8

2

 

55

edizioni in proprio*

20

12

8

3

43

editori locali*

19

14

 

3

36

* è riportato il numero complessivo delle occorrenze Il 35% degli istituti è dotato di una propria rivista dedicata, esclusivamente o in parte, alla storia contemporanea. Anche in questo caso prevale la difformità e poco più della metà di esse può vantare un sostanziale e riconosciuto valore scientifico. Un dato diffuso è la discontinuità di pubblicazione e, ancor più, i ritardi nelle uscite. Gli annali di storia contemporanea, pubblicati dal 14% degli istituti, se talvolta condividono con le riviste discontinuità e ritardi nelle uscite, sono invece quasi tutti di alta qualità scientifica. I bollettini e le news presenti in misura molto ridotta (9%) svolgono per lo più una funzione di servizio. In crescita la produzione di opere audiovisive e di Cd-Rom, ora proposti rispettivamente dal 13% e dal 12% degli istituti.
In un sondaggio compiuto sulla rete non può mancare almeno un riferimento alle risorse on line. A fronte del diffuso uso dei siti elettronici di carattere “istituzionale”, sono pochi gli istituti che ne sfruttano in modo significativo le potenzialità comunicative. Soltanto il 20% considera infatti i siti uno strumento di pubblicazione e di diffusione editoriale. Si tratta ancora di timidi tentativi che vedono la predisposizione di pagine dedicate, in primo luogo, ad approfondimenti tematici con testi, documenti, bibliografie e, in pochissimi casi, forum di discussione. Non è raro trovare in formato digitale articoli delle riviste e sono in aumento gli accesi diretti ai cataloghi e agli inventari informatizzati delle biblioteche e degli archivi. Merita una segnalazione il ricco sito intitolato Storie contemporanee. Didattica in cantiere, una rivista on line rivolta agli insegnanti di storia allestita dalla commissione didattica dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia con l’ausilio della rete degli associati.

Tab. 5. Attività editoriale. Periodici e altro

 

i

ii

iii

iv

totali

Riviste

20

13

7

3

43

Annali

11

3

3

 

17

bollettini e news

9

1

 

1

11

 

 

 

 

 

 

film e video

8

8

 

 

16

cd-rom

9

6

 

 

15

 

risorse on line

 

15

 

9

 

 

 

24

Ma quali sono i contenuti di questa consistente produzione editoriale? Non sorprenderà che il nostro sondaggio non ne prevedesse la lettura e, per quanto chi scrive si consideri immodestamente un discreto osservatore della produzione editoriale in ambito di storia contemporanea, ne ignoravamo in buona parte l’esistenza. Ancora una volta si può procedere soltanto per approssimazione, ricavando dall’analisi dei titoli, dei contesti e, solo in parte, degli autori alcune tendenze di carattere quantitativo. Per quanto riguarda i volumi, complessivamente prevalgono le monografie, ma è particolarmente forte l’incidenza dei volumi collettanei, per lo più atti di convegni e di giornate di studio, quella delle edizioni di fonti e di documenti e quella dei cataloghi e degli inventari. Distinguendo i quattro gruppi si può evidenziare come i volumi collettanei, i cataloghi e gli inventari ricorrano percentualmente più spesso nelle pubblicazioni degli istituti del primo gruppo; le monografie nella rete degli istituti storici della Resistenza, le edizioni di fonti e di documenti nel circuito della Giunta centrale [17].
È impossibile proporre in questa sede una seria e larga valutazione della qualità scientifica di queste pubblicazioni. Il nostro livello di analisi ha permesso soltanto di orientarci, con l’ausilio di altri criteri, nel tentativo già esposto di distinguere gli istituti che svolgono attività di ricerca. Le osservazioni di carattere specifico vanno poco al di là delle impressioni e rasentano l’ovvio. In ogni caso è possibile rilevare: l’evidente difformità tra queste pubblicazioni; che la minore qualità scientifica si concentra ancora prevalentemente nell’ambito della storia locale, degli studi biografici e nella memorialistica; che la produzione storiografica migliore proviene in buona parte dagli istituti del primo gruppo.
È senz’altro più utile proporre un quadro generale degli ambiti tematici nei quali si muove l’attività editoriale. La totalità degli istituti si occupa di storia nazionale, oltre la metà anche di storia locale (52%) e una percentuale più ridotta, ma in crescita, anche di storia internazionale (18%). Scorporando i dati è possibile notare come l’incidenza in percentuale della storia locale diminuisca nettamente nel primo gruppo (30%) e aumenti enormemente tra gli istituti della Resistenza (96%), nel circuito della Giunta (75%) ed evidentemente tra gli altri istituti locali (100%). Meno scontato ci sembra il dato relativo alla storia internazionale che si attesta sul 13% nel primo gruppo, aumenta invece al 30% nel secondo e al 25% nel terzo, per scomparire nel quarto. Lo spazio dedicato alla storia internazionale si ritaglia in buona parte con i lavori di carattere comparativo e, in particolare, con gli studi sull’integrazione europea.
Da mettere in rilievo è l’attenzione rivolta alle dimensioni biografica e memorialistica da ben il 60% degli istituti, un dato che si spiega facilmente se si pensa che moltissimi enti del primo gruppo sono dedicati alla memoria di una personalità e/o devono la propria esistenza all’iniziativa di una personalità. Non è raro che lo studio biografico sia indicato tra gli scopi statutari. Questo genere di studi trova poi ampi spazi nella storia locale; è il caso in particolare degli istituti della Resistenza che producono numerose monografie a carattere memorialistico.
Il dibattito sulla disciplina è più attento alla dimensione pubblica: la memoria collettiva, l’uso politico e culturale, in particolare per quanto riguarda i manuali scolastici e i mezzi di comunicazione di massa; ma questo impegno è assunto prevalentemente dagli istituti della Resistenza. Gli istituti del primo gruppo e quelli del terzo dedicano una maggiore attenzione, ma comunque limitata, agli aspetti storiografici. Sempre nell’ambito della riflessione sulla disciplina sono ancora gli istituti della Resistenza a proporre la più ampia produzione sulla didattica della storia, sulla storia orale e sull’uso delle nuove fonti, quella cinematografica in particolare.
Passando ai veri e propri temi, nella tabella 6 abbiamo riportato, in ordine di frequenza, gli aggregati tematici, senza distinguere i diversi livelli di specializzazione. Il criterio di identificazione è il prodotto dell’analisi della descrizione di tutta la produzione editoriale degli istituti nel periodo 1997-2002, nonché di altre attività come i programmi di ricerca, i convegni e i seminari. Evidentemente non sono riportati tutti i possibili temi, ma quelli che a noi appaiono come principali ed emergenti. Non è il caso di commentarli singolarmente, ci limitiamo soltanto a qualche considerazione di carattere generale e a chiarire alcune definizioni che potrebbero apparire più o­scu­re. A partire proprio dalla “storia del territorio” che sembra occupare ol­tre il 36% della produzione degli istituti. Strettamente connessa alla storia locale, non la identifichiamo con essa: ci riferiamo infatti agli studi storici di maggiore respiro scientifico che affrontano i temi della sedimentazione delle culture materiali e immateriali, dell’ambiente, dei beni culturali, ecc. Le altre aree tematiche più frequentate trovano spiegazioni logiche nelle particolare vocazioni dei singoli gruppi: i temi della Resistenza e del movimento antifascista, così come la Shoah e l’antisemitismo, si collocano ai primi posti o in posizione di rilievo in forza dell’impegno degli istituti della Resistenza; le culture e i partiti politici, invece, per la particolare attenzione che viene dai numerosi istituti di origine politica che compongono il primo gruppo. Forse meno scontato è lo spazio dedicato alla storia dell’economia e delle imprese, ciò è dovuto in parte al fatto che nel nostro campione sono compresi vari istituti di studi economici, oltre che storici, e che altri istituti di origine politica e sindacale hanno esteso gli orizzonti della ricerca a questo settore. In ciò facilitati dalla recente e sempre più numerosa acquisizione di archivi delle imprese. Per il resto, segnaliamo come alcuni temi quali l’emigrazione, il movimento contadino, la famiglia traggano molto alimento dagli studi di storia locale. Infine abbiamo riportato, per il loro particolare e originale carattere, il tema tanatologico e quello del gioco, patrimoni per ora esclusivi, rispettivamente, della Fondazione Ariodante Fabretti di Torino e della Fondazione Benetton studi e ricerche di Treviso.

Tab. 6. Aree tematiche

 

i

ii

iii

iv

totali

storia nazionale

76

26

12

6

120

storia locale

23

25

9

6

63

storia internazionale

10

8

3

 

22

 

 

 

 

 

 

biografie e memorialistica

40

20

10

2

72

 

 

 

 

 

 

memoria e uso pubblico della storia

8

18

2

 

28

Storiografia

14

6

6

 

26

didattica della storia

5

15

1

 

21

storia orale

5

9

 

 

14

nuove fonti (cinema, fotografia)

3

7

 

 

10

 

 

 

 

 

 

storia del territorio

18

12

8

6

44

storia del movimento antifascista

15

26

 

 

41

storia delle culture politiche

27

5

4

 

36

storia della Resistenza

10

26

 

 

36

storia dell’economia e delle imprese

22

7

2

 

31

storia dei partiti politici

22

6

1

 

29

storia del movimento operaio

17

12

 

 

29

storia delle istituzioni

12

8

6

 

26

storia del lavoro

9

10

 

 

19

storia della Shoah e dell’antisemitismo

3

16

 

 

19

storia dell’emigrazione

7

8

2

 

17

storia del movimento cattolico

10

6

 

 

16

storia del movimento contadino

4

12

 

 

16

storia del sindacato

10

6

 

 

16

storia dell’integrazione europea

9

6

1

 

16

storia delle donne

5

10

 

 

15

storia militare

 

12

2

 

14

storia della Chiesa

8

1

4

 

13

storia dell’editoria

2

5

4

 

11

storia religiosa

7

2

2

 

11

storia delle tecnologie

6

5

 

 

11

storia dei movimenti antagonisti

5

3

 

 

8

storia dei movimenti studenteschi

4

4

 

 

8

storia della famiglia

2

6

 

 

8

storia del colonialismo

4

3

2

 

9

storia del Meridione e del meridionalismo

4

1

2

 

7

storia tanatologica

1

 

 

 

1

storia del gioco

1

 

 

 

1

Le altre attività

Un brevissimo excursus sulle “altre attività” in ambito di storia contemporanea i cui dati sono riportati nella tabella 7. Si tratta in primo luogo delle attività di formazione che coinvolgono complessivamente il 40% degli istituti e, in particolare, la quasi totalità degli istituti del secondo gruppo18. Corsi di specializzazione per docenti delle scuole secondarie, attività seminariali e di assistenza per gli studenti, stage per i laureandi, formazione a distanza, fino alle scuole di eccellenza. Sotto quest’ultima dizione rientrano in realtà esperienze diverse, nelle quali gli studi storici dell’età contemporanea non sono sempre protagonisti: dall’Alta scuola europea di formazione alla ricerca storico-religiosa della Fondazione Giovanni xxiii, alla Scuola di liberalismo della Fondazione Einaudi di Roma, fino alla Scuola superiore di storia organizzata dall’imes.
Per il loro carattere effimero, abbiamo inserito tra le “altre attività” anche le presentazioni di libri, organizzate con diversa ma sempre assidua frequenza dal 70% degli istituti. Il più delle volte non lasciano tracce che non siano estemporanee anche se possono rappresentare occasioni preziose per la circolazione delle idee. Una maggiore attenzione meriterebbe invece quel complesso di attività che noi qui liquidiamo con il termine “eventi”: esposizioni temporanee, rassegne di film, concerti, escursioni, ecc., che coinvolgono più del 40% degli istituti. Accanto a eventi di pura socialità, organizzati in modo più assiduo dagli enti dei piccoli centri, ci sono anche iniziative, si pensi appunto alle esposizioni, sulle quali si investe molto in termini di ricerca. Infine il dato relativo alle consulenze che riguarda solo il 10% degli istituti. Per il primo gruppo si tratta di consulenze offerte alle produzioni televisive e cinematografiche, ad esempio quelle svolte dal Centro di documentazione ebraica contemporanea, o alle organizzazioni sindacali; nel caso delle deputazioni di storia patria le consulenze riguardano per lo più questioni toponomastiche per gli enti locali.

Tab. 7. Altre attività

 

i

ii

iii

iv

totali

attività di formazione

20

25

2

2

49

formazione insegnanti

15

20

1

 

36

didattica per la scuola

10

23

2

1

33

scuole di eccellenza

9

 

 

1

10

 

 

 

 

 

 

presentazione libri

60

16

5

4

85

eventi

27

15

5

3

50

consulenze

8

 

4

 

12

Considerazioni sulla ricerca (sulla rete delle relazioni e sui finanziamenti)

Tra le numerose attività degli istituti extra universitari quella di ricerca meriterebbe un’analisi più specifica e approfondita che solo un supplemento di indagine potrebbe permettere, tuttavia alcune considerazioni di carattere generale si possono fare.
In primo luogo emerge con chiarezza una duplice tendenza, a direttrici inverse, che vede orientare le attività di ricerca, da una parte, verso la dimensione territoriale e locale; dall’altra, verso le dimensioni nazionale e internazionale. Enti finora impegnati in ambito prevalentemente locale estendono i propri orizzonti, mentre enti tradizionalmente attivi nelle dimensioni nazionale e internazionale “scoprono” il territorio di appartenenza [19]. L’inter­nazionalizzazione e la territorializzazione della ricerca sono il riflesso di un fenomeno di grande portata, quello delle nuove dinamiche tra dimensione globale e dimensione locale e, dal punto di vista politico e amministrativo, della dialettica centralismo/decentramento di cui sono manifestazioni la nascita e lo sviluppo di organismi internazionali o sopranazionali e i processi di decentramento. Più nello specifico intervengono, ancora una volta, l’esigenza di adottare metodologie standard nelle procedure, le nuove dimensioni delle fonti di finanziamento, oltre alla creazione o alla valorizzazione di sfere pubbliche locali e internazionali. Tra le tante implicazioni nella qualità delle ricerche ci sembrano rilevanti una certa “nobilitazione” della storia locale, meno appannaggio di “storici scalzi”, e la progressiva, ma lenta, applicazione del metodo comparativo di respiro internazionale, specie sul tema dell’integrazione europea.
Un’altra tendenza riscontrabile è la notevole estensione dell’orizzonte dei temi oggetto di studio e di ricerca, che risulta evidente nel raffronto con i titoli della produzione editoriale precedente il 1997. I terreni più fertili di questa diversificazione appaiono, come abbiamo visto, quelli della storia del territorio, con ampi spazi alla storia delle culture materiali; la storia dell’economia e in particolare quella delle imprese; la storia dell’emigrazione, la storia della tecnologia e dei mezzi di comunicazione di massa. La riflessione sulla disciplina vede aumentare notevolmente l’interesse per la sua dimensione pubblica. Tutti segnali di una propensione degli istituti a “emanciparsi” dalle specifiche vocazioni originarie e, insieme, il riflesso di una trasformazione epistemologica della disciplina, soggetta ai tanti stimoli della nuova epoca, e alle contaminazioni pluridisciplinari.
Evidente anche la progressiva tendenza a inserire i percorsi di ricerca in una logica di rete: sono cioè aumentati negli ultimi anni i programmi scientifici che vedono, al di là dei circuiti istituzionali, la partecipazione congiunta di vari istituti. Tra i fattori che producono questa tendenza si possono annoverare i nuovi spazi di confronto aperti dalle trasformazioni delle culture politiche, con la scomparsa o la mitigazione di molte preclusioni ideologiche che ostacolavano, se non negavano, il lavoro comune (ciò vale per gli istituti più caratterizzati politicamente). Hanno inciso poi, più in generale, l’imperativo che impone sistemi integrati delle fonti, a cui abbiamo già ac­cen­nato e, non ultimo, le modalità di erogazione dei finanziamenti ai progetti che prevedono sempre più requisiti di rete. Un fenomeno, quello della creazione di reti per la ricerca, che supera i confini nazionali per coinvolgere istituzioni omologhe specie a livello europeo.
Finora abbiamo fatto riferimento a reti “occasionali” che si determinano su singoli programmi di ricerca e sulla partecipazione comune ai bandi per l’erogazione di finanziamenti ai progetti. Vi sono poi reti consolidate, come quella degli istituti della Resistenza, e altre più recenti fondate sulla condivisione di tematiche e/o di approccio politico-culturale, solo parzialmente impegnate sul fronte della ricerca, tra le quali: l’Associazione per la valorizzazione storica della democrazia italiana, che raccoglie 15 istituti di tradizione cattolica in parte compresi nel nostro primo gruppo; l’Associazione nazionale Antonio Gramsci, che coinvolge gli enti che si richiamano all’intellettuale comunista; l’Associazione per la storia e le memorie della Re­pubblica, alla quale partecipano anche numerose amministrazioni locali; il Consorzio baicr-sistema cultura, nato per iniziativa di cinque istituti romani e prevalentemente impegnato nella promozione e nella valorizzazione dei patrimoni archivistici e librari, nonché nell’attività di formazione. Non sono inoltre estranei all’ambito della ricerca, attraverso la promozione di convegni, seminari, spazi di discussione, pubblicazioni, ecc. le associazioni di “categoria”: in primo luogo la sissco, ma anche la Società italiana delle storiche, la Società per gli studi di storia delle istituzioni, la Società italiana di scienza politica, la Società italiana degli storici dell’economia [20]. Su un piano diverso e più trasversale possiamo ancora ricordare l’Associazione degli istituti culturali italiani (aici) [21]. Questi e altri network qui non citati, sia pure con le loro differenti funzioni, rappresentano una forte sollecitazione alla circolazione delle idee, alla socializzazione dei risultati, alla promozione di iniziative e alla costruzione di comunità intellettuali capaci di confrontarsi – anche al di là delle convenzioni accademiche – con le più stringenti questioni dell’attualità.
Tra le “reti di relazione” ha un ruolo importante, anche per le attività di ricerca, quella istituita con i dipartimenti di studi storici delle università, che accomuna, a diversi livelli di sistematicità, la gran parte degli istituti considerati. Relazioni non sempre formalizzate e che si fondano spesso sulla condivisione degli stessi studiosi: è infatti frequente la presenza di ricercatori e di docenti universitari negli organismi scientifici, e non solo, degli enti. Il rapporto con i dipartimenti si concretizza nella promozione in comune di convegni e seminari e, più raramente, nella realizzazione di programmi di ricerca. Negli ultimi due anni, però, il terreno di questo rapporto sembra spostarsi sensibilmente dall’ambito della ricerca a quello della formazione: i cambiamenti intervenuti nell’Università, con la modularizzazione dei percorsi formativi, l’introduzione dei crediti e, specialmente, quella dei tirocini di orientamento alla professione, nonché l’istituzione e la recente regolamentazione dei master, propongono un nuovo ruolo agli istituti di ricerca e di promozione culturale rendendoli uno dei principali interlocutori esterni dell’istituzione universitaria. Sempre più numerose sono le convenzioni che prevedono l’accoglienza di studenti tirocinanti nelle strutture degli istituti o la realizzazione di corsi e seminari che permettono l’acquisizione di crediti formativi. Altresì sempre più frequenti le partnership nei master universitari di primo e di secondo livello. I nuovi percorsi formativi riguardano gli studenti di tutte le aree disciplinari, ma in particolare le scienze umanistiche e gli studi storici dove emerge un problema di inserimento nel mercato del lavoro.
La ricerca scientifica rischia di restare ai margini? È troppo presto per dirlo, certo è forte l’impressione che si stia assistendo a un trasferimento di risorse – intellettuali, organizzative e finanziarie [22]. D’altra parte, l’oggettiva moltiplicazione dei rapporti con le università potrebbe incentivare la circolazione di idee e di progetti anche nell’ambito della ricerca.
Un discorso analogo si può svolgere per le fonti di finanziamento, una questione cruciale che va al di là dell’evidenza: con pochi soldi si fanno poche attività. Uno sguardo attento e critico alle fonti di finanziamento e, specialmente, alle modalità di erogazione (requisiti, azioni da perseguire, criteri di valutazione, ecc.) può far comprendere anche alcune trasformazioni intervenute negli istituti: nell’organizzazione, nelle attività, nei temi affrontati, negli strumenti utilizzati. Abbiamo già accennato come, ad esempio, l’applicazione delle innovazioni tecnologiche – a loro volta fattori vincolanti di un discorso storico – sia promossa e alimentata da apposite, e relativamente numerose, linee di finanziamento; abbiamo ancora notato come le logiche che sottendono ai finanziamenti abbiano contribuito a sollecitare le tendenze a costruire percorsi di ricerca in reti o a volgere lo sguardo verso la duplice dimensione locale/internazionale. Ma vediamo quali sono i principali finanziamenti. In modo piuttosto riduttivo, possiamo distinguere tra finanziamenti ordinari e quelli su progetti [23].
Tra quelli ordinari si può considerare, in primis, il finanziamento erogato dal Ministero per i beni e per le attività culturali (Direzione generale per i beni librari e gli istituti culturali), attraverso la Tabella triennale, ai sensi della legge 534/199624. Questi fondi (circa 10 milioni di euro annui, salvo tagli delle leggi finanziarie, suddivisi tra circa 160 istituti di varia vocazione) riguardano un numero importante del nostro campione: 43 istituti li ricevono direttamente e molti altri ne usufruiscono indirettamente. I contributi variano dai 25.000 ai 440.000 euro annui, con una media di 100.000 euro a istituto; questi sono quasi tutti concentrati nel primo gruppo (38); nel secondo li ricevono l’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione, che li utilizza anche per la rete, e, in misura ridotta, la Fondazione Micheletti di Brescia; nel terzo gruppo, ricevono questi fondi la Giunta centrale degli studi storici, che li trasferisce in parte alle deputazioni e alle società di storia patria, e i due principali istituti collegati. L’aspetto interessante della legge 534/1996 è che prevede criteri di ammissibilità alla tabella abbastanza rigorosi (compresa l’attività di ricerca) e, almeno sulla carta, appone una sorta di garanzia di qualità. Tra gli altri fondi “ordinari” si possono annoverare i finanziamenti di carattere regionale, con apposite leggi e, talvolta, con delle tabelle analoghe a quella del ministero e, più sporadici, quelli dei comuni e delle province. Non ne conosciamo la consistenza complessiva, anche se è senz’altro ridotta, e riguarda in primo luogo gli istituti più legati al territorio e/o quelli che, non a caso, il territorio lo “riscoprono”. Ancora tra i fondi “ordinari”, ma solo in casi particolari, si possono comprendere finanziamenti derivanti da quote associative, fondazioni bancarie, imprese, camere di commercio, patrimoni in gestione: risorse strettamente legate alle particolari storie di alcuni enti, i quali appunto prevedono soci paganti, nascono per iniziativa di banche, imprese, camere di commercio o hanno ricevuto nel corso del tempo importanti donazioni su cui maturare interessi.
Complessivamente, i fondi “ordinari” riescono a mala pena a coprire le spese di funzionamento delle strutture e della gestione corrente, spese che si aggirano, secondo una valutazione affidabile, intorno al 40% delle risorse finanziarie di cui gli istituti dispongono [25].
I finanziamenti su progetti possono riguardare anche le attività di ricerca. Hanno fonti molto diverse e sono, ancora una volta, prevalentemente di carattere pubblico. Evitando un’ulteriore enucleazione, ci preme sottolineare la tendenza a finanziare in modo sempre più prevalente azioni riguardanti interventi sul patrimonio immobiliare, sulle biblioteche e sugli archivi (Presidenza del consiglio dei ministri e regioni), le descrizioni archivistiche (Ministero per i beni e per le attività culturali), l’informatizzazione dei patrimoni e le attività di formazione (Unione europea e regioni). Le risorse destinate direttamente alla ricerca sono invece sempre più esigue. Una situazione aggravata negli ultimi tempi dal venir meno dei fondi erogati dal Consiglio nazionale delle ricerche, il quale, in fase di profonda ristrutturazione, ha sostanzialmente chiuso la cassa, e le prospettive future non sembrano incoraggianti. La ricerca ritaglia qualche piccolo finanziamento dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, attraverso il decreto 623/1996 relativo alla “diffusione della cultura scientifica”; ancora dal Ministero per i beni e per le attività culturali, ad esempio attraverso la Consulta nazionale per le celebrazioni, che finanzia anche ricerche dedicate, appunto, alle celebrazioni di personalità della cultura e della politica o di particolari ricorrenze (legge 420/1997) [26] e i contributi ai convegni e alle pubblicazioni di rilevante interesse culturale (circolare 17/2002). Rari, ma presenti, i progetti di ricerca finanziati dalle regioni. Ad attenuare, ma solo in minima parte, la tendenza verso il basso si segnalano i finanziamenti erogati dalle fondazioni bancarie.
Con tutti i limiti che abbiamo più volte sottolineato, confidiamo che questa nostra indagine abbia proposto un utile sguardo di insieme su una realtà complessa e poco conosciuta. Emerge un quadro estremamente ricco che ci sembra confermare le considerazioni esposte qualche anno fa da Gaetano Arfè: “Negli anni e nei decenni è stato recuperato, raccolto e messo in circolo un patrimonio documentario e bibliografico imponente per qualità e per mole, e il lavoro collettivo si è articolato e organizzato in istituzioni con una produzione di alto livello scientifico […] La storia della migliore storiografia italiana dell’ultimo mezzo secolo è collegata per mille fili a queste istituzioni” [27]. Attraverso le loro attività questi istituti contribuiscono in modo significativo a disegnare la presenza della storia e delle memorie nel nostro fragile sistema culturale, tentando, tra molte contraddizioni, di riempire i vuoti prodotti dalla fine delle grandi metafisiche politiche e dalla profonda crisi di contenuti e di forme che investe oggi le istituzioni educative e di ricerca pubbliche.
Una realtà che continua a crescere e i cui orientamenti – le scelte tecniche, scientifiche, politiche e culturali – influiscono sull’evoluzione della disciplina e sui caratteri della società in cui viviamo.

Appendice

Riportiamo di seguito l’elenco dei 120 istituti analizzati nel nostro sondaggio, divisi per gruppi e con l’indicazione della sede e dell’anno di costituzione.

Gruppo i (Enti privati non associati in network)

- Archivio storico della nuova sinistra Marco Pezzi (Bologna, 1987)
- Associazione Don Giuseppe De Luca (Roma, 1966)
- Associazione istituto Gramsci Emilia Romagna (Bologna, 1978)
- Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia (Roma, 1910)
- Centro di documentazione sindacale e biblioteca camera del lavoro di Biella (Biella)
- Centro italiano di ricerche e di informazione sull’economia pubblica, sociale e cooperativa (Milano, 1956)
- Centro ligure di storia sociale (Genova, 1955)
- Centro per la cultura d’impresa (Milano, 1991)
- Centro ricerche e studi Mario Pannunzio (Torino, 1968)
- Centro studi emigrazione (Roma, 1963)
- Centro studi per la storia del lavoro e delle comunità territoriali (Imola, 1995)
- Centro studi Piero Gobetti (Torino, 1961)
- Fondazione “Il Vittoriale degli italiani” (Gardone Riviera, 1937)
- Fondazione Adriano Olivetti (Roma, 1962)
- Fondazione Alcide De Gasperi per la democrazia, la pace e la cooperazione internazionale (Roma, 1982)
- Fondazione archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico (Roma, 1979)
- Fondazione Ariodante Faretti (Torino, 1999)
- Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori (Milano, 1979)
- Fondazione Benetton studi e ricerche (Treviso, 1990)
- Fondazione Bettino Craxi (Milano, 2000)
- Fondazione biblioteca Benedetto Croce (Napoli, 1955)
- Fondazione Carlo Donat Cattin (Torino, 1992)
- Fondazione centro di documentazione ebraica contemporanea (Milano, 1955)
- Fondazione critica liberale (Roma, 1994)
- Fondazione di ricerca istituto Carlo Cattaneo (Bologna, 1965)
- Fondazione di studi storici Filippo Turati (Firenze 1976)
- Fondazione ente Casa Oriani (Ravenna, 1927)
- Fondazione Ezio Franceschini (Firenze, 1987)
- Fondazione Giacomo Brodolini (Roma-Milano, 1971)
- Fondazione Giacomo Matteotti (Roma, 1973)
- Fondazione Giangiacomo Feltrinelli (Milano, 1949)
- Fondazione Giovanni Agnelli (Torino, 1966)
- Fondazione Giulio Pastore (Roma, 1971)
- Fondazione Giuseppe Di Vittorio (Roma, 1992)
- Fondazione Giuseppe Emanuele e Vera Modigliani (Roma, 1949)
- Fondazione Giuseppe Lazzati (Milano, 1998)
- Fondazione Guido e Roberto Cortese (Napoli, 1990)
- Fondazione istituto Gramsci-Onlus (Roma, 1950)
- Fondazione istituto piemontese Antonio Gramsci (Torino, 1974)
- Fondazione istituto storico sardo Giuseppe Siotto (Cagliari, 1991)
- Fondazione Lelio e Lisli Basso – issoco (Roma, 1969)
- Fondazione liberal (Roma, 1995)
- Fondazione Luigi Einaudi (Torino, 1964)
- Fondazione Luigi Einaudi per studi di politica e di economia (Roma, 1962)
- Fondazione Marco Besso (Roma, 1918)
- Fondazione opera Giuseppe Toniolo (Verona, 1976)
- Fondazione per le scienze religiose Giovanni xxiii (Bologna, 1953)
- Fondazione Piaggio (Pontedera, 1994)
- Fondazione Pietro Nenni (Roma, 1985)
- Fondazione Romolo Murri (Urbino, 1972)
- Fondazione Rosselli (Torino, 1968)
- Fondazione Spadolini Nuova Antologia (Firenze, 1980)
- Fondazione Ugo La Malfa (Roma, 1980)
- Fondazione Ugo Spirito (Roma, 1981)
- Fondazione Vera Nocentini (Torino, 1978)
- Fondazione Vittorino Colombo (Milano, 1996)
- Istituto Achille Grandi – biblioteca e archivio storico nazionale delle acli (Roma)
- Istituto Alcide Cervi (Reggio Emilia – Roma, 1972)
- Istituto dell’Enciclopedia italiana (Roma, 1925)
- Istituto di studi e ricerche storiche e sociali Bonaventura Gidoni (Rovigo)
- Istituto di studi storici Gaetano Salvemini (Torino, 1979)
- Istituto Domus Mazziniana (Pisa, 1952)
- Istituto Ernesto De Martino (Firenze, 1966)
- Istituto Gramsci siciliano (Palermo, 1979)
- Istituto Gramsci toscano (Firenze, 1973)
- Istituto italiano per gli studi storici (Napoli, 1946)
- Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente (Roma, 1995 – ma 1906 e 1933)
- Istituto Luigi Sturzo (Roma, 1951)
- Istituto meridionale di storia e scienze sociali (Roma, 1986)
- Istituto nazionale studi romani (Roma, 1925)
- Istituto per la scienza dell’amministrazione pubblica (Milano, 1964)
- Istituto per la storia dell’Azione Cattolica e del movimento cattolico in Italia Paolo vi (Roma, 1978)
- Istituto per le ricerche di storia sociale e religiosa (Vicenza, 1975)
- Istituto veneto di scienze lettere e arti (Venezia, 1838)
- Società di studi valdesi (Valle Pellice, 1882)
- Società geografica italiana (Roma, 1867)

Gruppo ii (Rete degli istituti storici della Resistenza)

- Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia (Milano, 1949)
- Archivio nazionale cinematografico della Resistenza (Torino, 1966)
- cidra, Centro imolese documentazione Resistenza antifascista (Imola, 1983)
- Fondazione biblioteca archivio Luigi Micheletti (Brescia, 1981)
- Istituto bergamasco per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea (Bergamo, 1968)
- Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea (Cosenza, 1983)
- Istituto di storia contemporanea “Amato Peretta” (Como, 1977)
- Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione (Udine, 1970)
- Istituto milanese per la storia dell’età contemporanea, della Resistenza e del movimento operaio (Sesto S. Giovanni, 1973)
- Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea provincia di Alessandria (Alessandria, 1980)
- Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli “Cino Moscatelli” (Borgosesia, 1974)
- Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Reggio Emilia (Reggio Emilia, 1965)
- Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nella provincia di Asti (Asti, 1984)
- Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea della Marca Trevigiana (Treviso, 1992)
- Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea (Torino, 1947)
- Istituto regionale “F. Parri” per la storia del movimento di liberazione e dell’età contempo- ranea in Emilia Romagna (Bologna, 1963)
- Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nelle Marche (Ancona, 1970)
- Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza (Roma, 1964)
- Istituto sondriese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea (Sondrio, 1984)
- Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea “Mario Morbiducci” (Macerata, 1949)
- Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea (Imperia, 1970)
- Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Savona (Savona, 1993)
- Istituto storico della Resistenza e di storia contemporanea (Modena, 1950)
- Istituto storico della Resistenza in Cuneo e provincia (Cuneo, 1964)
- Istituto storico della Resistenza in Liguria (Genova, 1948)
- Museo storico in Trento (Trento, 1923)

Gruppo iii (Circuito della Giunta centrale degli studi storici)

- Giunta centrale degli studi storici (Roma)
- Istituto per la storia del Risorgimento italiano (Roma, 1935)
- Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea (Roma, 1934)
- Deputazione subalpina di storia patria (Torino, 1833)
- Società dalmata di storia patria (Roma, 1926)
- Società ligure di storia patria (Genova, 1857)
- Società napoletana di storia patria (Napoli, 1875)
- Società savonese di storia patria (Savona, 1885)
- Società siciliana di storia patria (Palermo, 1872)
- Società storica della Valdelsa (Castelfiorentino, 1892)
- Società storica lombarda (Milano, 1872)
- Società storica pisana (Pisa, 1930)

Gruppo iv (Altri istituti locali)

- Centro studi storici di Mestre (Mestre, 1961)
- Fondazione civiltà bresciana (Brescia, 1990)
- Istituto bellunese di ricerche sociali e culturali (Belluno, 1976)
- Società pesarese di studi storici (Pesaro, 1990)
- Società storica valtellinese (Sondrio, 1921)
- Società storica vercellese (Vercelli, 1972)

NOTE

[1] Con questo contributo non intendiamo proporre un repertorio completo, ma individuare linee di tendenza e problematiche generali. Ci scusiamo dunque per le possibili omissioni. Come è ormai consueto sono debitore a Lucia Zannino, segretaria generale della Fondazione Lelio e Lisli Basso e dell’Associazione degli istituti culturali italiani (Aici), per le indicazioni e i suggerimenti.
[2] In realtà ci sarebbero altri istituti che, da diversi approcci “disciplinari”, si occupano di storia dell’età contemporanea, ma in questa sede abbiamo necessariamente privilegiato il carattere “istituzionale”, ovvero l’individuazione di uno scopo statutario orientato agli studi storico contemporaneisti o l’effettiva attività relativa agli ambiti di studio compresi nel settore disciplinare M-STO/04 e affini.
[3] Molti di questi Comitati, espressioni locali dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, rappresentano soltanto dei riferimenti nominali, tuttavia in alcune aree del paese – in particolare nel Centro-Nord – ce ne sono di piuttosto attivi: basti pensare, tra gli altri, ai Comitati di Torino, Milano, Venezia, Firenze. La loro esclusione dal sondaggio dipende anche, come vedremo, dalla difficoltà di recuperare dati per l’assenza di siti elettronici.
[4] Di carattere pubblico e privato, sparsi in tutta Italia, sono in grandissima parte dedicati ai fatti d’armi della storia patria, su base locale o nazionale. In particolare: 15 espongono cimeli di tutte le guerre; 36 sono dedicati esclusivamente al Risorgimento; 7 alla prima guerra mondiale; altri 7 alla seconda guerra mondiale; circa 20 alla Resistenza e altrettanti alla storia dei corpi militari. 25 sono infine dedicati alla storia locale.
[5] Del primo gruppo, 63 hanno un proprio sito, 13 delle pagine web dedicate e circa 30 sono “virtualmente” inesistenti, ovvero non si trovano dati significativi attraverso i motori di ricerca. Dei 67 soggetti della rete degli istituti storici della Resistenza, 26 hanno un proprio dominio o delle pagine web dedicate. Del circuito della Giunta centrale degli studi storici hanno un proprio sito, oltre la stessa Giunta, l’Istituto italiano per la storia del Risorgimento e 12 deputazioni, di cui tre, però, non si occupano di storia contemporanea. Infine, delle altre istituzioni a carattere locale, la nostra navigazione è approdata soltanto a 6 “porti” elettronici. Ricordiamo, a titolo informativo, che ci risulta un solo sito tra i comitati provinciali del Risorgimento (quello di Torino), mentre dei 130 musei storici circa 30 sono dotati di un collegamento elettronico, per lo più mediante pagine web nelle reti civiche di comuni e province. Nella nostra indagine abbiamo utilizzato i principali motori di ricerca, i collegamenti segnalati nei vari siti degli istituti (linkopedie) e altri siti dedicati alle istituzioni culturali.
[6] Tra i contributi più recenti in campo storico segnaliamo: R. Minuti, Internet e il mestiere di storico. Riflessioni sulle incertezze di una mutazione, in “Cromohs”, 6 (2001), pp. 1-75 (www.cromohs.unifi.it/6_2001/rminuti.html) e F. Ciocchetti, Storia e Internet: una rassegna di guide e repertori di risorse storiche online, in “Storia della storiografia”, 41 (2002), pp. 123-155.
[7] Con il riconoscimento della personalità giuridica gli enti vengono sottoposti al controllo di un soggetto pubblico (autorità tutoria) che, a seconda del tipo di riconoscimento, può corrispondere al Ministero competente per materia – nel nostro caso prevalentemente quello per i beni e per le attività culturali – o alla Regione competente per territorio.
[8] Dei 67 enti che compongono attualmente la rete, 59 sono istituti provinciali o regionali, 3 non hanno carattere territoriale e 5 sono soltanto “collegati”. L’Istituto nazionale ha recentemente concluso il processo di trasformazione in ente privato scegliendo una delle opzioni previste dal Decreto legislativo 419/1999 sul “riordinamento del sistema degli enti pubblici nazionali”.
[9] Ricordiamo che ci riferiamo sempre agli istituti dotati di sito internet, i quali, con poche eccezioni, sono anche i più attivi. Guardando alla collocazione geografica di tutti i 67 istituti associati o collegati alla rete, la proporzione favorisce notevolmente il Centro (29) e il Sud (6), mentre il Nord, pur mantenendo il primato, è ridimensionato (32). Per uno sguardo di sintesi sull’attività della rete degli istituti della Resistenza nell’ultimo decennio, vedi C. Silingardi, L’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia negli anni Novanta, in “Il Mestiere di storico”, Annale sissco I/2000 (www.sissco.it/pubblicazioni/annali/annale1/indice.htm).
[10] La Giunta centrale degli studi storici, in fase di trasformazione ai sensi del già citato DL 419/1999, ha optato per l’“unificazione strutturale di enti appartenenti allo stesso settore di attività” formando un’unica rete con gli istituti storici nazionali e con le deputazioni e società di storia patria.
[11] Per una parziale ma ricca ricostruzione delle polemiche intorno alla collocazione politica di molti istituti culturali, specie in rapporto ai finanziamenti pubblici, vedi I. Dominijanni, Gli istituti culturali nell’Italia repubblicana, in aici, Gli istituti culturali tra passato e futuro, a cura di G. Monina, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1998, pp. 13-43.
[12] Ricaviamo queste osservazioni da un proficuo scambio di opinioni con David Bidussa, direttore della Biblioteca della Fondazione Feltrinelli.
[13] La quasi totalità di questo patrimonio archivistico è riconosciuto “di notevole interesse storico” da parte delle soprintendenze ai sensi del DPR 1049/1963.
[14] Tra i vari contributi su questo tema, segnaliamo gli atti del convegno Le fonti archivistiche per la storia locale dei partiti di massa nella prima Repubblica, svoltosi a Torino il 17 e 18 ottobre 2002 per iniziativa degli istituti Gramsci del Piemonte, dell’Emilia Romagna e della Toscana, di imminente pubblicazione. Ringraziamo Lucia Zannino che ha messo a disposizione il dattiloscritto del suo intervento.
[15] Con il “Programma scientifico generale” approvato nell’ottobre 1988 dall’Istituto nazionale, l’attività di ricerca della rete si è andata progressivamente estendendo dalla storia della Resistenza a quella di tutta l’età contemporanea. Da qui i cambiamenti di denominazione di molti istituti avvenuta nel corso degli anni Novanta; da qui l’attenzione rivolta, tra l’altro, agli anni Venti e Trenta, alle “nuove fonti” della ricerca, nonché il proseguimento del programma di ricerca a largo spettro sulle classi dirigenti locali. Un altro elemento che ha contribuito a orientare la ricerca della rete degli istituti della Resistenza, ma non solo, è l’istituzione dei Comitati per le celebrazioni del cinquantennale della Resistenza, della Repubblica e della Costituzione. Per uno sguardo più dettagliato rinviamo a C. Silingardi, L’Istituto nazionale, cit., che affronta anche il dibattito interno svoltosi nella metà degli anni Novanta sul ruolo e le finalità della rete.
[16] Nelle attività convegnistiche e seminariali sono compresi anche i congressi svolti dalle Deputazioni di storia patria. Ricordiamo inoltre che la Giunta centrale degli studi storici, membro del Comité International des Sciences Historiques, ha il compito di organizzare la partecipazione italiana ai quinquennali congressi storici internazionali, un aspetto che è stato oggetto di dibattito anche in sede sissco, vedi il dossier di Sisscoweb Associazioni e istituti di ricerca in Italia, a cura di A. Bitti e S. Noiret (www.sissco.it/dossiers/istituti/indice-istituti.html ).
[17] È il caso di ricordare che la Giunta centrale degli studi storici pubblica annualmente la Bibliografia storica nazionale.
[18] L’ambito della formazione ha un eccezionale rilievo tra le attività della rete degli istituti della Resistenza: è del febbraio 1996 la stipula di una convenzione tra il Ministero della Pubblica istruzione e l’Istituto nazionale – rinnovata per altri tre anni nel 1999 – che riconosce l’attività didattica della rete, istituisce un comitato paritetico e individua la rete stessa come referente del Ministero e dei provveditorati agli studi.
[19] Una duplice tendenza rilevata anche nell’indagine conoscitiva realizzata nel marzo 2003 da Lucia Zannino, con la collaborazione di Sabina Addamiano, per conto dell’aici: Continuità e innovazione negli istituti culturali, dattiloscritto.
[20] Per uno sguardo sul ruolo e le finalità delle associazioni di “rappresentanza” delle storiche e degli storici contemporaneisti rinviamo al forum Le associazioni degli storici italiani apparso su “Contemporanea”, 2 (2002), con interventi di E. Di Nolfo, A. De Clementi, S. Zaninelli, A.M. Lazzarino Del Grosso, G. Melis, R. Romanelli e riportato anche nel dossier di Sisscoweb Associazioni e Istituti di ricerca in Italia, cit.
[21] Per l’Associazione degli istituti culturali italiani rinviamo a aici, Gli istituti culturali, cit.
[22] In questo senso è significativo il fatto che numerosi enti chiedono, e ricevono, il riconoscimento formale di “agenzie formative” dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca. Si è inoltre aperta, negli ultimi tempi, la questione della certificazione di qualità delle attività, nel quadro di un approccio culturale – su cui molto ci sarebbe da discutere – fortemente orientato alle forme e largamente disattento ai contenuti.
[23] Non consideriamo qui i finanziamenti straordinari, per lo più erogati con leggi speciali. Sono generalmente un frutto raro di campagne culturali, politiche e parlamentari indotte da situazioni di particolare difficoltà. Ricordiamo, ad esempio, i fondi erogati a favore dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia nel 1992 e nel 1997 per sanare i deficit di bilancio.
[24] Il lungo e difficile iter di approvazione e di attuazione di questa legge è raccontato in I. Dominijanni, Gli istituti culturali, cit. Il ministro Urbani, con la circolare 16/2002, ha disciplinato le nuove norme per l’ammissione ai contributi.
[25] Vedi l’indagine conoscitiva Continuità e innovazione negli istituti culturali, cit., da cui abbiamo ricavato anche parte delle informazioni sui finanziamenti.
[26] Cfr. P. Scoppola, Un nuovo spazio per le iniziative culturali: la “Consulta dei comitati nazionali e delle edizioni nazionali” in “Il Mestiere di storico”, Annale SISSCO I/2000 (www.sissco.it/pubblicazioni/annali/annale1/indice.htm ).
[27] G. Arfè, Una storia a rischio, “il Manifesto” del 14 ottobre 1997, scritto in occasione degli appelli a favore della Fondazione Micheletti e dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia e riportato in I. Dominijanni, Gli istituti culturali, cit., p. 19.