SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Pubblicazioni

I libri di storia contemporanea in Italia, 2001-2002, editori, luoghi, temi

di Maria Pia Casalena
In questo intervento non mi propongo di tracciare bilanci della produzione storiografica più recente, né – tanto meno – di fornire indicazioni sicure e definitive sulla geografia editoriale o sulle preferenze cronologiche e tematiche dei contemporaneisti italiani. Un biennio rappresenta del resto un arco temporale decisamente inadeguato in questo senso.
Tuttavia un’analisi della produzione italiana di storia contemporanea apparsa nel 2001 e nel 2002, condotta attraverso un questionario tanto semplice quanto ampio [1 ], mette in luce caratteristiche e meccanismi su cui vale la pena di concentrare l’attenzione per riflettere sulle dinamiche e sugli standard, sugli attori e sulle tendenze di questo ambito disciplinare ed editoriale vastissimo eppure sfuggente in tutta la sua ampiezza e nel suo perimetro reale. La produzione di storia contemporanea nel nostro paese denuncia una singolare, forse anche sorprendente, coesistenza e commistione di livelli e soprattutto di luoghi. L’università e altre sedi istituzionali della ricerca storica convivono, non sempre in posizione dominante, con una grande varietà di diversi centri di iniziativa. Agiscono una serie di attori e fattori estranei alle dimensioni della produzione accademica – essa stessa, ovviamente, molto eterogenea – che possono far pensare ad alcune “specializzazioni geografiche” e che soprattutto portano alla luce una situazione di estrema frammentazione territoriale ed editoriale, e un’interessante contiguità tra piccola e grande editoria, tra illustri sedi accademiche e province con risorse differenti. A contraddire tale varietà si segnalano peraltro tendenze comuni, o perlomeno dominanti, in sede disciplinare, tematica e soprattutto cronologica: la storia contemporanea di cui si scrive in Italia è in larghissima parte storia italiana del XX secolo. Inoltre, si tratta di storia locale in più del 30% dei casi.
Sembra che le diverse componenti di cui si alimenta la produzione contemporaneistica italiana siano in proporzione significativa ignote le une alle altre. A chi decide del tasso di visibilità sulla base della reperibilità all’interno di librerie tradizionali e on line, non resta che affermare che la produzione in questione è impossibile da afferrare in tutta la sua ampiezza. Anche in questo caso le contraddizioni sono illuminanti. Le librerie on line, che hanno assicurato una buona visibilità a decine di piccoli editori altrimenti esclusi dalla diffusione nazionale, non informano se non in modo molto lacunoso su editori più familiari al mondo accademico, o su volumi concretamente esclusi dal commercio eppure nati da sedi di ricerca come gli istituti per la storia della Resistenza o le deputazioni di storia patria, le cui attività e la cui contiguità alla ricerca accademica costituirebbero da sole oggetto di riflessione.
Un’attività come quella portata avanti da questo Annale, che richiede ogni anno un censimento in progress dei titoli di storia contemporanea di autori italiani, ha imposto nel tempo di ripensare continuamente il perimetro della sua materia, di acquisire familiarità con contesti e attori finora ignoti e con modalità di ricerca sempre più vaste e diversificate. Inutile dire che la presunzione di completezza resta ancora molto lontana. Eppure ci sarebbe da chiedersi, alla luce di questa esperienza e della ricca messe di dati e acquisizioni che essa ha consentito e consente di avere, quanto sarebbe utile disporre di un servizio informativo comune su scala nazionale, continuamente aggiornato in tempo reale, e quali sarebbero le procedure più adatte a trasferire in questa impresa modalità di censimento più tradizionali ma chiaramente sempre meno esaustive.

L’importante è trovarli

Il censimento che propongo è stato svolto in gran parte su quelle che sono ormai le direttive principali della filosofia di questo Annale. Rispetto alla lista attraverso cui abbiamo scelto le opere da segnalare sono però stati eliminati i titoli pubblicati presso editori non italiani e tutte le opere firmate solo da autori stranieri. La produzione degli autori italiani, a sua volta, non è completa. I dati che presento si basano su un elenco di soli saggi in volume, autonomi da qualsivoglia rimando e legame con pubblicazioni periodiche, o con un particolare e ben individuabile tipo di committenza e mercato. Mancano dunque i numeri monografici delle riviste, sui quali peraltro non sarebbe inopportuno appuntare in seguito un’attenzione specifica, data la crescente importanza numerica e qualitativa; e i manuali scolastici e/o universitari, che avrebbero implicato un discorso a parte e soprattutto avrebbero in qualche misura falsato un’indagine come questa, mirante ad individuare di che cosa si interessano maggiormente gli storici e gli editori – e i lettori? – italiani. Ciò che rimane – 1.040 record per il 2001, 1.120 per il 2002 – è costituito dunque da saggi in volume o raccolte di saggi di autori italiani, pubblicati presso editori italiani e concernenti la storia contemporanea a partire dagli inizi dell’Ottocento.
è opportuno anche definire che cosa si è inteso per “storia contemporanea”. Data la grande quantità di titoli che rimandano a volumi difficilmente reperibili e direttamente valutabili, è stato necessario – soprattutto di fronte a titoli ambigui e ad opere al confine tra storia e altre discipline – impostare una griglia di valori sulla base dei quali decidere o meno l’inclusione. Sono stati esclusi, infine, i libri che privilegiavano approcci e metodi non propriamente storiografici (appartenenti piuttosto al campo della sociologia, dell’economia, della politologia, della letteratura, della storia dell’arte ecc.) – individuati come tali anche attraverso un rapido esame della produzione precedente degli autori; e, su un altro versante, le opere che denunciavano chiaramente la mancanza di ogni indagine o supporto documentario, quelle che trattavano fenomeni e tematiche eccessivamente recenti e quelle più vicine al genere dell’inchiesta giornalistica.
Per chi si accinga a fare un censimento dei libri di storia contemporanea pubblicati in Italia le fonti sono davvero tante, eppure – come si diceva – ciascuna risulta di per sé insufficiente o lacunosa. Alcune tra queste, le più generali, vanno inoltre consultate con una certa regolarità, in quanto si arricchiscono e correggono continuamente; i dati che presentano necessitano di frequenti riscontri.
Le fonti più generali sono rappresentate da alcune librerie on line: Casalini – http://www.casalini.it – e l’Internetbookshop Italia o Ibs – http://www.internetbookshop.it. La prima permette diverse modalità di ricerca, alcune delle quali anche piuttosto sofisticate e precise; la seconda consente di procedere esclusivamente attraverso i campi più generali (autore, titolo, editore, soggetto). Ambedue forniscono un’ampia selezione di editori e titoli; peraltro, sembrano seguire politiche di inclusione ed esclusione molto differenti, ciò che obbliga a prendere entrambe in considerazione.
Casalini registra tra l’altro un’ampia scelta di titoli e di case editrici collocabili in settori altrimenti poco visibili come quelli revisionisti e negazionisti di destra: un numero significativo di editori sparsi un po’ in tutta Italia ma con alcune aree privilegiate, che pubblicano ogni anno almeno due o tre titoli su temi di storia italiana che vanno dal Risorgimento (Controcorrente) al Ventennio e a Salò (Biga Alata, Ritter, Settimo Sigillo), senza trascurare l’imperialismo, la Seconda guerra mondiale o l’età repubblicana. La stessa libreria è nondimeno una delle fonti generali più affidabili per chi voglia cercare libri ed editori “eterodossi” di sinistra, dagli anarchici (Odradek, Samisazdt, o la più visibile Bfs) ai marxisti-leninisti e altri. Accanto a queste peculiarità, Casalini fornisce ovviamente una larga – ma non completa – offerta e informazione sulla produzione degli editori maggiori e una selezione di medi e piccoli editori più o meno specializzati in materia storiografica (tra i principali: Rubbettino, Lacaita, Bruno Mondadori). Tra i “piccoli” sembra prevalere una certa vocazione meridionalista (sono presenti tutti gli editori calabresi o sardi riuniti nei rispettivi consorzi, molti pugliesi, diversi delle province campane), ma nel complesso la selezione arriva a coprire tutte le regioni.
Ben diverso il discorso sull’Ibs. Questo ignora completamente i settori di destra e di sinistra di cui abbiamo detto, presenta alcune assenze o lacune anche rilevanti in ambito storiografico (Lacaita), ma dispone tuttavia di informazioni piuttosto complete sull’offerta degli editori presenti, oltre ad ospitare anch’esso un numero imponente di medie e piccole voci. La sua cifra distintiva è peraltro rappresentata dalla buona copertura degli editori cattolici grandi, medi e piccoli. Case editrici come Vita e Pensiero o l’Editrice Vaticana, Studium o l’Ancora del Mediterraneo, San Paolo o Piemme o Las, meno presenti finora su Casalini libri, sono rappresentate dall’Ibs nella totalità della propria – numericamente significativa – offerta storiografica. Lo stesso vale per alcuni piccoli editori delle regioni centrali che ospitano le collane di dipartimenti delle università o di altri istituti di ricerca locali (Affinità elettive di Ancona, Quodlibet di Macerata, Sciascia di Caltanissetta ecc.), molti dei quali non dispongono di un proprio sito internet.
Sterminato è poi il numero dei siti dei singoli editori della più diversa levatura, del quale esiste un dettagliato elenco nelle pagine di www.alice.it. Va comunque detto che sono molti tra questi i siti non aggiornati o che non permettono interrogazioni tematiche o cronologiche. Tra gli altri, almeno un centinaio sono quelli che andrebbero periodicamente consultati per disporre di un aggiornamento in tempo reale. Qui emerge un’altra (apparente) contraddizione: molti dei siti più ricchi di informazioni e più efficacemente utilizzabili appartengono a case editrici spesso poco visibili in altri circuiti, che affidano alla vendita on line gran parte della distribuzione.
Neanche dopo questo stadio della ricerca si può disporre di un elenco soddisfacente. L’informazione on line finalizzata alla vendita, infatti, esclude naturalmente una serie di pubblicazioni non destinate se non formalmente al commercio. è la sorte di molti atti di convegni, di storie locali in più volumi o di altre pubblicazioni – spesso decisamente importanti in una ricognizione come questa, soprattutto sul versante qualitativo – edite da accademie, società e deputazioni di storia patria, dagli istituti per la storia della Resistenza, da fondazioni o anche da enti pubblici e privati, che obbligano a rivedere la geografia dei luoghi e dei finanziamenti della storia contemporanea italiana.
Questa miriade di attori, istituzionali e non, defilati su scala nazionale e nelle vendite on line è difficilmente recuperabile in tutta la sua pienezza. Chi scrive ha provato a rintracciarli in modo affatto empirico, attraverso le maschere più raffinate dell’opac dell’indice sbn nazionale, ma non sempre con successo. In altre parole, è più semplice venire a conoscenza di questa produzione solo allorché essa sia stata acquisita da qualche biblioteca.
Le ultime sorprese, a questo punto, possono provenire da qualche ricognizione tra gli scaffali delle grandi librerie, tra i volumi più nascosti o più isolati in mezzo alle serie complete dei maggiori editori. Di solito si tratta di una pesca piuttosto deludente, ma che comunque contribuisce al generale quanto vano sforzo di completezza.
Questa introduzione metodologica è necessaria dal momento che, prima di avviare ogni altro discorso, occorre a mio parere porre l’accento sul numero di editori coinvolti – a diverso titolo, con importanza e regolarità diverse – nella produzione italiana di storia contemporanea. Un numero imponente, credo anche sorprendente: circa 450 editori nel 2001, circa 430 nel 2002, più di 650 diversi editori complessivamente nel biennio 2001-2002. Un numero a partire dal quale dovrebbero aprirsi molti interrogativi sulle tante dimensioni reali della produzione, sugli innumerevoli spazi e luoghi e finanziamenti attorno ai quali vive la storiografia contemporanestica italiana, ma anche sui nessi di lungo e breve periodo che esistono tra una tale varietà di attori e la significativa vocazione localistica della produzione.
In altri termini – ma si aprirebbe un discorso che è impossibile esaurire sulla sola base di un censimento come questo –, occorrerebbe chiedersi in quale misura e con quali conseguenze la frammentazione di individui, sedi e fondi sia all’origine delle stesse scelte tematiche (anche a livello accademico), e quanto questa situazione e la mancanza di punti di riferimento centrali condizionino l’esito di ricerche di respiro più ampio o di lavori più faticosi e costosi come l’edizione di fonti, soprattutto per il periodo ottocentesco.

Una geografia in progress. O no?

In un ambito disciplinare come la storia contemporanea sembra abbastanza inutile sottolineare che una tale pluralità di editori rinvia in buona sostanza ad una pluralità indefinita di autori e programmi molto spesso segnati da una forte ipoteca ideologica. Il livello politico, in ogni caso, non è certamente estraneo ad alcuni editori piuttosto visibili e familiari, né la funzione dei piccoli editori si può ridurre al coinvolgimento di attori di primo piano della storiografia “di tendenza” come politici e giornalisti. Certamente emerge una linea di demarcazione tra editori-autori di ambito accademico e scientifico ed editori-autori afferenti al solo versante politico se non partitico. è il caso degli editori eterodossi di cui ho già parlato, e soprattutto di quelli di destra, organizzati del resto attorno ad un circuito di diffusione piuttosto specifico e ristretto. Ma la maggior parte dei piccoli editori sembra piuttosto allineata su strategie e funzioni completamente diverse.
La produzione storica, soprattutto quella contemporaneistica, si rivela tuttora un ambito privilegiato per mettere in luce le diverse specializzazioni culturali della nostra penisola, la permanenza di tradizioni e patrimoni locali, le varie modalità di selezione e riproposizione della memoria storica a cui non da adesso fanno riferimento tante pratiche discorsive e di uso pubblico della storia. Dietro tanti piccoli editori e autori più o meno conosciuti alla comunità nazionale degli storici, si celano infatti altrettanti programmi di conservazione e rafforzamento di una memoria estremamente selezionata, o anche di fedeltà assoluta a talune figure e a certi temi spesso estranei agli interessi prevalenti del momento.
Negli ultimi due anni, inoltre – ma forse si tratta di un dato ben più risalente –, la storia locale sembra disporre di tante occasioni di ospitalità e finanziamento che si vanno ad aggiungere alle sedi più note e istituzionali e agli editori già affermati in ciascun contesto. Dietro la storia locale sembra agitarsi una quantità di microfinanziamenti che possono imprimere una curvatura particolare, se consideriamo la produzione in tutta la sua ampiezza, agli indirizzi generali della storiografia italiana. Piccoli editori nati o fioriti negli ultimissimi anni e riuniti in consorzi; committenti privati alla ricerca della propria storia; ma anche enti e istituzioni locali sollecitati dall’assillante quantità di anniversari e ricorrenze, e dalla necessità di trasferire sulla carta stampata quanto è stato detto in convegni e conferenze; istituti di credito che fanno della celebrazione della memoria locale un’attività sempre più organica e regolare; associazioni private o semiprivate agevolate a vario titolo in ambito editoriale. Questi sono i piccoli e a quanto pare ignoti “soci di maggioranza”, se considerati indistintamente nel loro insieme, della più recente produzione contemporaneistica italiana. Accanto a questa presenza che si indovina sempre più significativa se non decisiva, stanno i più alti costi delle pubblicazioni di origine accademica prive di significativi legami con i finanziatori di cui si è detto. Buona parte della produzione accademica degli ultimi due anni è rappresentata da atti di convegni o da pubblicazioni a più mani in cui confluiscono i finanziamenti derivanti dalle ricerche nazionali ex-40% o ex-60%, vari finanziamenti d’ateneo o dipartimentali, accordi privilegiati con certi editori di riferimento pagati con parte dei fondi destinati alla ricerca, e così via. Gli atti di convegni, nella maggior parte di ambito universitario o comunque frequentati da accademici e professionisti della ricerca, sono stati circa 70 nel 2001 e circa 80 nel 2002: è dunque all’interno di tali dimensioni che si concentra – con un abbondante 7% di incidenza sul totale – una buona parte della visibilità della produzione di ambito universitario. A questo tipo di offerta si aggiungono le tesi di laurea o di dottorato, anch’esse per lo più concentrate attorno a pochi editori particolarmente familiari.
Ci troviamo così di fronte ad un panorama a due dimensioni: da una parte, l’estrema frammentazione delle iniziative private e locali; dall’altra la relativa concentrazione delle strategie editoriali riguardanti la produzione accademica, che prevedibilmente premia editori medi e grandi insediati in pochi e distintivi capoluoghi universitari. Va peraltro detto che in qualche caso i due binari, almeno a livello editoriale, si incrociano: alcuni editori dividono la loro offerta storiografica tra pubblicazioni accademiche e autori e pubblicazioni affatto estranei agli stessi ambienti e circuiti. La geografia editoriale che cerchiamo di definire risulta, dunque, il prodotto di una strana sintesi tra leadership nazionali consolidate e imprevedibile protagonismo locale; e soprattutto il rispecchiamento della massiccia coincidenza fra coordinate territoriali, tipo di finanziamento e struttura editoriale e persistenza di particolarismi tematici. Come dire che esistono un Nord e un Sud della storia contemporanea italiana, e che all’interno di entrambi sembrano rivivere tante situazioni che rimandano senza troppe forzature ad un panorama ben più remoto in cui pochi e grandi centri dalle imponenti strutture istituzionali subivano la temibile concorrenza di tante periferie gelose delle proprie vocazioni e tradizioni storiografiche e ruotanti attorno a pochi ma tenaci finanziatori e operatori pubblici e privati.
A questo panorama tanto composito è dedicata la tabella che segue, dalla quale – per evidenti ragioni di spazio ma anche di leggibilità – è stata esclusa la lista nominale degli editori che hanno pubblicato tra 2001 e 2002 un solo titolo di storia contemporanea. Tutti gli altri editori presenti hanno pubblicato almeno due titoli nel biennio: ciò può essere assunto come un indizio sufficiente di un’attenzione non troppo occasionale ri­spetto alla storia contemporanea. Dall’analisi dei dati relativi a ciascun anno risulta che la gran parte dei titoli (300 nel 2001; 250 nel 2002) sono apparsi proprio presso editori non particolarmente specializzati nella storia contemporanea; ma anche che diversi editori pure vicini all’ambito universitario non pubblicano più di un’opera di storia contemporanea all’anno (Cuecm, Cuem, Quodlibet) o non ne pubblicano almeno una ogni anno (Cuen).

Tabella 1 – Distribuzione editoriale dei libri di storia contemporanea di autori italiani 2001-2002

Nel 2001 e nel 2002 il rapporto titoli/editori si è assestato attorno ad una media di 2,5 che, per quanto inconsistente sia per ora questo calcolo, farebbe pensare ad una miriade di case comunque non occasionalmente interessate alla pubblicazione di volumi di storia contemporanea. Invece, gli squilibri reali sono molto più numerosi e rilevanti degli equilibri meramente ipotetici.
Le pubblicazioni di storia contemporanea italiane si disperdono tra una quantità imponente di editori, quattro dei quali si assicurano però regolarmente un peso specifico complessivo mai inferiore al 15-20%. Si tratta di noti editori di grandi “capitali”. Angeli (Milano) ha pubblicato da solo, sia nel 2001 che nel 2002, più del 5% della produzione complessiva nazionale; il Mulino (Bologna) si aggira su un’incidenza tra il 3,5 e il 5%; Laterza e Carocci (Roma) tra l’1 e il 4%. Come dire che, negli ultimi due anni, un libro di storia contemporanea su venti è apparso per i tipi di Angeli, uno su venticinque dal Mulino, uno o due su trenta da Carocci o Laterza. Questi rappresentano tra 2001 e 2002, e soprattutto nel 2002, i veri giganti editoriali della storia contemporanea italiana. Il dato è tanto più significativo se si ricorda che dal computo sono esclusi i manuali, che farebbero incrementare il peso specifico di alcuni di loro. Giganti anche per quanto riguarda la produzione accademica, sovrarappresentata presso di loro rispetto a quella extra-accademica grazie anche alle tesi di laurea e dottorato e agli atti di convegni.
Ci si imbatte poi in un gruppo di editori che hanno presentato sia nel 2001 sia nel 2002 almeno 10 opere. Il panorama comincia a farsi più complesso benché dominino ancora figure familiari all’ambito accademico: Olschki (Firenze), Giuffrè (Milano), Marsilio (Venezia); e si ritrovino vicini a questa fascia editori come Esi e Liguori (Napoli), o Donzelli (Roma), o Le Monnier (Firenze) o Bruno Mondadori (Milano) o Einaudi, Giappichelli, Bollati Boringhieri (Torino). Al vertice di questo gruppo domina comunque Rubbettino, la presenza indubbiamente più imponente tra quelle delle regioni centromeridionali, che da solo ha coperto nel 2001 e 2002 il 2% dell’offerta complessiva.
Altri editori vicini al mondo universitario li ritroviamo nelle fasce inferiori, nelle quali non sarà difficile imbattersi in qualche nome illustre: La Nuova Italia, Giunti, Ets, Centro Editoriale Toscano, Vita e Pensiero, che peraltro fanno registrare frequenze diseguali e discontinue da un anno all’altro, mentre una presenza importante è quella di editori forse meno visibili, come Cierre (Sommacampagna) e Gaspari (Udine), che però si ritagliano una buona quota di produzione nell’ambito di tematiche specifiche come la Grande Guerra o l’emigrazione. Tra le altre case universitarie si rivela di qualche importanza la regolarità di due cooperative editrici come Cleup (Padova) e Clueb (Bolo­gna), che – a differenza delle loro omologhe sparse nelle varie sedi universitarie – si sono mantenute su standard di circa 5 titoli all’anno. Con altri editori – Lint (Trieste), Il Poligrafo (Padova), Storia e Letteratura (Roma), Giannini ed Editoriale Scientifica (Napoli) – gli standard si abbassano sui 2-3 titoli annui o sui non più di 5-6 titoli nel biennio. Altri editori, come Maimone di Catania, hanno pubblicato un solo volume di ambito universitario sia nel 2001 che nel 2002. Troppo discontinui, infine, per essere giudicati sul breve periodo, i dati riguardanti editori come Affinità elettive (1 titolo di storia contemporanea nel 2001, 8 nel 2002) o Longo (2 titoli nel 2001, 9 nel 2002).
La nostra geografia editoriale prevede dunque, accanto ad una serie di attori di primissimo piano, una schiera di presenze ormai consolidate, ciascuna delle quali ogni anno si presenta sul mercato con almeno 3-4 titoli. Nei livelli inferiori convivono accademici e non professionisti, editori legati all’università o del tutto estranei ad essa, che sfornano 1 o 2 titoli per anno. Le cifre sono imponenti: si parla di almeno 200 diversi editori. Ciò che sorprenderà – o che forse è già un dato consolidato – è la densità della concentrazione di questa produzione, come di quella dei grandi editori della storia contemporanea italiana, attorno ad un numero estremamente ristretto di aree geografiche. Soprattutto, considerato nel complesso, il divario Nord-Sud si ripropone con grande evidenza in ambito quantitativo. Ma anche nelle regioni settentrionali esistono punti deboli della diffusione della storia contemporanea.
La capitale della storia contemporanea scritta da autori italiani è, non c’è dubbio, Milano, che da sola si aggiudica il 19% (2001) e il 22% (2002) dell’offerta totale. La seconda capitale è Roma (16% in entrambi gli anni). Dietro queste due realtà, le posizioni sono molto più oscillanti. Ad ogni modo le successive posizioni, dalla terza alla sesta, competono sia nel 2001 sia nel 2002 a Bologna, Torino, Napoli e Firenze. Segue, assestata in settima posizione, Venezia (attorno al 2%).
Si sarà già notato lo squilibrio tra capoluoghi del Centro-Nord e capoluoghi del Sud, finora rappresentati dalla sola Napoli, forte di editori come Esi, Liguori, Guida, L’ancora del Mediterraneo, Giannini, Jovene, Vivarium. In effetti, sia nel 2001 sia nel 2002, gli ultimi posti (1 o nessun titolo in un anno) sono occupati da città come Potenza, Catanzaro, Campobasso, Aquila. Tuttavia, Palermo, Cagliari e Bari si assestano a ridosso di Venezia: sono quindi più rappresentativi di capoluoghi centro-settentrionali come Trento, Trieste, Aosta, Ancona e Perugia.
Se però dalle città passiamo a mappare la distribuzione regionale, alcuni rapporti di forza mutano anche sensibilmente. Infatti, in alcune regioni la storia contemporanea sembra vivere soprattutto di istituzioni ed editori di provincia. I campioni di questa editoria periferica sono indubbiamente Rubbettino (Soveria Mannelli) e Lacaita (Manduria), ma sono molti i centri editoriali di medie e piccole dimensioni dislocati ad una certa distanza dai capoluoghi. In alcuni casi, come quello toscano o siciliano, o ancora quello abruzzese o calabrese, la geografia universitaria contribuisce molto alla visibilità di province come Pisa, Catania, Pescara e Cosenza; ma sono anche altre le istituzioni pubbliche e private, nonché i retaggi culturali, che sostengono il protagonismo di certe periferie.
Editori come Galzerano (Casalvelino Scalo), Congedo (Galatina), Coscile (Castrovillari) sembrano piuttosto i depositari di certe tradizioni imprenditoriali e culturali attraverso le quali l’editoria meridionale riesce a mantenere una posizione nel complesso non irrilevante nel panorama storiografico nazionale. Ovviamente, per avere informazioni su questi editori occorrerà ricorrere alla rete; per acquistare un loro volume si dovrà passare attraverso la selezione di una libreria on line come Casalini libri. Senza la rete, e senza la vendita on line, queste presenze vivaci ma periferiche sarebbero condannate ad un’esistenza ancor più fantasmatica al di fuori dei confini del loro raggio d’azione.
La perifericità, intesa nello stesso senso, è la caratteristica saliente di alcune regioni meridionali: Puglia, Calabria, Basilicata. Per altre regioni sarà meglio parlare di policentrismo, e queste si distribuiscono equamente tra Nord e Sud: Friuli Venezia-Giulia, Veneto, Toscana, Trentino Alto Adige, Umbria, Abruzzo, Sicilia, Sardegna e, in minor misura, Emilia Romagna e Piemonte. Sembra chiaro che in questi casi la geografia editoriale risente molto della presenza di diverse sedi universitarie ma anche di istituzioni come gli istituti della Resistenza e gli istituti di storia contemporanea locale (nel Centro-Nord) e come le società di storia patria (piuttosto attive soprattutto in Sicilia). Sono infine importanti anche in questo ambito tradizioni culturali come quelle che determinano il bipolarismo Trento-Bolzano o Udine-Trieste. Il primato dell’accentramento nei capoluoghi di regione va invece al Lazio (Roma è praticamente l’unica sede editoriale), alla Campania (Napoli si ag­giudica il 90% della produzione regionale), alla Liguria (Genova si assicura l’83.34%), alla Lombardia (Milano produce da sola l’81% della produzione regionale). Peraltro, nel caso lombardo, data la grande quantità di volumi che consideriamo, non va sottovalutata l’importanza di altre città e dei loro editori: Bergamo (Filo di Arianna, Edizioni dell’Ateneo, Fondazione Storia di Bergamo), Brescia (Morcelliana, La Scuola), Mantova (Sometti) o Varese (Macchione).
In conclusione, gli editori piccoli e/o periferici per il Centro-Sud, e gli editori (o le istituzioni) provinciali per alcune regioni del Centro-Nord, rappresentano un dato saliente della nostra geografia editoriale, che peraltro è dominata da una ristretta serie di giganti dislocati tra Milano, Bologna e Roma.

Ottocento, addio

La storiografia italiana è entrata nel nuovo secolo decidendo, a quanto pare, di concentrarsi sul Novecento. Mentre questo viene recuperato per intero all’attenzione degli studiosi, l’Ottocento sembra sempre più destinato ad un ruolo di minoranza, ad un interesse piuttosto limitato e riservato a pochi cultori.
L’età repubblicana è ormai, fino a Tangentopoli e oltre, un dominio acquisito per intero dalla storiografia accademica. D’altra parte, non si deve pensare che il più “elitario” Ottocento sia stato, negli ultimi due anni, un affare di pochi specialisti. Al contrario, una buona fetta della produzione sul XIX secolo proviene da centri, da editori e autori estranei alle sedi istituzionali della ricerca, e soprattutto legati a particolari tradizioni locali. Si pensi al tema del brigantaggio, in buona parte curato da case editrici “revisioniste” come Controcorrente; o al ruolo che la piccola editoria di provincia gioca anche in questo settore, sollecitata dai tanti anniversari e dalle tante occasioni di ricordo. Per molte province la memoria storica, evidentemente, si affida maggiormente alle date del Risorgimento.
Appartengono al versante ottocentesco anche gli sforzi più considerevoli degli ultimi due anni in materia di edizioni di fonti. Il 2001 ha salutato l’edizione del carteggio di Cattaneo, mentre nel biennio 2001-2002 sono comparsi ulteriori frutti (il diario di Capponi, il carteggio di Vieusseux) dell’operosità di istituzioni come la Fondazione Spadolini. Anche la storiografia sul XX secolo sta arricchendosi di strumenti di questo tipo. Se fino ad ora la gran parte delle fonti apparteneva al genere della diaristica e memorialistica concernente più spesso le due guerre o l’Olo­causto, ora i lavori procedono con maggiore alacrità – dai diari agli epistolari, dai documenti ai discorsi parlamentari – soprattutto nell’ambito del fascismo e della prima età repubblicana.
Quindi, la storiografia italiana nel suo complesso – da un massimo ad un minimo di appartenenza professionale e istituzionale – ha mostrato di preferire il Novecento o perlomeno di trascurare il XIX secolo come “secolo del Risorgimento”. La storia del Risorgimento più strettamente considerata, ovvero la storia delle guerre d’indipendenza e dei patrioti, sembra sempre più di pertinenza della piccola editoria di provincia o delle deputazioni di storia patria: cioè degli operatori della memoria locale. Mentre aumentano, in sede accademica, gli studi riguardanti piuttosto la storia delle istituzioni, del diritto e dei rapporti tra società e politica, considerati il più delle volte su archi temporali che sono quello dell’età liberale oppure quello ormai consolidato del “lungo Ottocento”.
Dunque, se sono relativamente pochi gli studi sull’Ottocento del Risor­gimento, sono molti di più i volumi concentrati su periodi di diversa e maggior durata, che vanno oltre le vicende dell’unificazione per arrestarsi su terminus ad quem pienamente novecenteschi.
Per un bilancio complessivo, si veda la tabella seguente.

Tab. 2. Gli orientamenti degli ultimi due anni rispetto ai grandi periodi della storia
2001 % 2002 %
OTTOCENTO 16.73 18.36
- Primo Ottocento 7.40 9.10
- Secondo Ottocento 3.46 2.85
NOVECENTO 57.02 60.45
- Primo Novecento 25.00 26.52
- Secondo Novecento 13.56 17.68
OTTO/NOVECENTO 23.17 20.77

Se l’Ottocento degli storici italiani appare sempre più assunto come parte di vicende e fenomeni di lunga durata e soprattutto a cavallo tra secoli e governi, il Novecento continua ad interessare soprattutto fino al 1945. Sia nel 2001 sia nel 2002 più o meno un libro su cinque tra quelli apparsi in Italia è stato dedicato ad un novero abbastanza ristretto di grandi tematiche: il fascismo, la Prima o la Seconda guerra mondiale. Anche in questo caso va considerato il peso specifico e relativo di una serie di situazioni editoriali che possono aver condizionato questo panorama più degli orientamenti interni alla comunità dei contemporaneisti.
Più dell’Ottocento, il primo Novecento conta infatti nel nostro paese una quantità di editori e istituzioni specializzati, talvolta anche di dimensioni medio-grandi. In questo discorso rientrano una serie di fattori che contribuiscono a rendere estremamente varia, per qualità e tipologia, la produzione in esame e, soprattutto, a rilanciare ancora una volta l’importanza di operatori e strutture “invisibili” che determinano non solo in sede geografica l’andamento della produzione storiografica italiana.
Sono diversi gli editori che riservano la totalità o una buona parte della loro attenzione storiografica alle tematiche in questione. Sono molti, soprattutto ma non solo nel Nord-Est, gli editori che ogni anno offrono diversi volumi sulla Prima guerra mondiale. L’offerta è al suo interno, peraltro, abbastanza diversificata. Si va dalle case piccole e medie specializzate in storia militare (Rossato, Vittorelli, Editrice Goriziana, Gaspari, De Bastiani, Panorama) a quelle più o meno consolidate che affrontano la Grande Guerra come parte di una storia locale più ampia che comprende anche l’emigrazione (Cierre, Minelliana). Ci sono anche istituzioni specializzate come la Società storica della Grande Guerra di Bolzano, o semi-specializzate come il Centro di documentazione isontina (Gorizia) e il Museo storico o la Società di storia patria di Trento. A questi temi rimangono fedeli anche altri editori che in gran parte si segnalano per la pubblicazione di fonti memorialistiche più o meno interessanti: è il caso, in particolar modo, di Mursia. Nel complesso, il 2,70% della produzione editoriale totale (corrispondente a circa 30 volumi) che pertiene nel 2001 alla Grande Guerra deve molto a questo tipo di offerta; così come il 2% circa del 2002.
Anche la Seconda guerra mondiale si avvale di una serie di spazi privilegiati, anche in questo caso più presenti e radicati al Centro-Nord. Ogni anno sono diversi gli istituti di storia della Resistenza che pubblicano almeno un volume. Più della Grande Guerra, tuttavia, la Seconda guerra mondiale si nutre di interessi notevolmente diversificati e, comprensibilmente, meglio distribuiti su scala nazionale. L’aspetto militare, tra l’altro privilegiato da certi editori statunitensi anche riguardo all’Italia, mostra negli ultimi anni una retrocessione a favore di tematiche più specifiche come le stragi. Questo sembra il tema dominante della riflessione accademica sulla Seconda guerra mondiale negli ultimi due anni. Ma non sono mancati interventi sulla partecipazione delle donne, sugli aspetti diplomatici, sulle ricadute dell’evento nella storia della cultura e dei massmedia oltre che, naturalmente, sulla Resistenza.
Per quanto nazionale, anche la Seconda guerra mondiale è un tema che nel nostro paese si avvale notevolmente dell’intervento e dell’influenza di particolari retaggi locali, di specifiche esigenze commemorative, di tradizioni editoriali fortemente campanilistiche. Così come anche su questo versante è determinante, in termini quantitativi, l’apporto dato dalla memorialistica, che sembra davvero una tentazione condivisa da moltissimi editori di dimensioni medio-piccole.
Le memorie sulla Seconda guerra mondiale sono edite da Mursia e da Gaspari, e da tanti editori di provincia e non. Questo genere non manca comunque neppure nei cataloghi di Angeli o di altri editori di prima fascia. Ed è a questa produzione che si deve in buona proporzione il successo della Seconda guerra mondiale: un successo testimoniato dai circa 70 titoli (corrispondenti grosso modo al 6,35% del totale) che le sono stati dedicati tanto nel 2001 quanto nel 2002. Tematica nazionale per eccellenza, il fascismo – il terzo dei temi dominanti, con un’incidenza attorno al 7% – è anzi uno dei pochi oggetti di interesse davvero condivisi. Condivisi, ma in modi diversi. è proprio attorno a questa tematica che la varietà delle strutture editoriali italiane si fa sentire con particolare efficacia. è in questo ambito che risalta il ruolo, nel complesso tutt’altro che secondario, di editori medio-piccoli, assenti dalla grande distribuzione e dai principali circuiti di informazione libraria, dalle forti vocazioni e specializzazioni.
Da parte sua l’editoria revisionista conta su una diffusione regionale sempre più capillare. Se la sua capitale è Roma, e la sua capofila è la Libreria editrice Settimo Sigillo (10 volumi editi nel biennio), essa è però presente anche a Milano (Ritter), a Reggio Emilia (La Biga Alata), a Genova (Effepi), a Parma (All’insegna del Veltro), solo per citare i nomi più appariscenti. Nel complesso, questo gruppo di editori fa sentire la sua presenza con più dell’1%, cioè con circa 15 volumi editi ogni anno.
Un altro gruppo forte, in questo ambito, è quello degli editori che si sono ritagliati un ruolo specifico grazie alla pubblicazione di fonti e monografie a prevalente carattere locale. Si tratta di un ambiente editoriale particolarmente vivace a Sud, dove del resto l’attenzione costante verso l’età fascista rientra il più delle volte nell’ambito della prevalente specializzazione in storia locale o regionale. Ma il fascismo, dicevamo, è “patrimonio nazionale”, come oggetto di studio particolare e come parte fondamentale della storia locale. Ad esso dedicano ogni anno qualche volume gli editori maggiori, la maggior parte di quelli medi e una gran parte dei 3-400 piccoli editori della storia contemporanea italiana. Insomma, tanto nel 2001 quanto nel 2002 al Ventennio sono stati dedicati non meno di 65-70 titoli. Stabilirne una rigorosa caratterizzazione tipologica sarebbe abbastanza faticoso e soprattutto, considerato il brevissimo periodo a cui si riferiscono i dati, abbastanza inutile. Qualcosa però, come anche per le due guerre mondiali, si può dire con buona sicurezza.
Nella produzione storiografica italiana l’attenzione sull’età fascista denuncia abbastanza chiaramente due tendenze: quella biografica e quella, più recente, all’edizione di fonti. Anche la centralità della storia locale è un dato alquanto saliente, e coinvolge – come dimostrano in particolare gli atti di convegni – anche gli storici accademici, seppur la maggior parte delle volte con un taglio e un’attenzione piuttosto specifici (si pensi di nuovo alle stragi). Resta forte, soprattutto in sede accademica e di tesi di dottorato, l’interesse per l’aspetto economico o istituzionale del Ventennio. Pur rappresentando tre tematiche relativamente dominanti, né le due guerre mondiali né il fascismo esauriscono, naturalmente, l’interesse largamente prevalente sulla prima metà del XX secolo. In totale su questo periodo sono comparsi circa 260 titoli nel 2001 e circa 290 nel 2002. Sono anche altre le materie che hanno attirato gli studiosi di questo cinquantennio. Altri temi molto frequentati sono stati: l’emigrazione, la storia degli ebrei e dell’Olocausto, la storia della Chiesa, il nazismo, l’analisi comparata dei totalitarismi, e la vicenda primonovecentesca dei partiti e movimenti politici italiani.
Tra questi, ha dominato il mondo cattolico, in buona parte grazie alla recente attenzione suscitata attorno alla figura di Sturzo da alcune ricorrenze. Ma anche perché – non sembra superfluo segnalarlo – l’editoria cattolica è decisamente ben rappresentata nel nostro panorama. Seguono l’anarchismo, che specialmente nel 2001 ha potuto contare sulla vivacità di una serie di editori specializzati, più o meno periferici: dalla Bfs di Pisa a Odradek di Roma a Samiszadt di Pescara; e il Partito socialista, la cui memoria storica ha uno dei punti di riferimento nell’editore Lacaita. Se si proiettano i dati relativi ai partiti e movimenti politici oltre i limiti dei saggi riguardanti solo la prima metà del Novecento, risulta che resta stabile il primato dei cattolici, ma anche che il secondo attore principale è il Partito comunista (con il 3,15% del totale), seguito da socialismo, anarchismo e, a maggior distanza, liberalsocialismo, radicalismo e repubblicanesimo.
è altresì da segnalare lo spazio specifico e “protetto” che si sono assicurate materie relative alla seconda metà del XX secolo, come la storia dell’unificazione europea, il Sessantotto e la Guerra fredda. Anche gli studi sulla mafia privilegiano l’epoca repubblicana.
D’altra parte nel panorama generale risaltano diverse tematiche e discipline relativamente poco costrette nei limiti temporali finora adottati: la storia economica, la storia delle donne, la storia delle dottrine politiche, la storia del giornalismo e dei massmedia. Insomma, se sono ancora minoritari gli interessi concentrati sull’ultimo cinquantennio rispetto a quelli riguardanti la prima metà del secolo, non si può d’altra parte ignorare che i primi sono più frequentati degli studi risorgimentali e che sfiorano da soli l’incidenza che si assicura l’intero campo degli studi esclusivamente ottocenteschi (tabella 2).
Il computo delle discipline tende, per forza di cose, a mescolarsi con quello delle tematiche. Emerge chiaramente il primato della storia politica ed economica [2 ], e all’interno di questi due grandi settori sono più numerosi i titoli concernenti questioni che abbracciano tutto il XX secolo, o che si distribuiscono tra Ottocento e Novecento, o che riguardano la cosiddetta Prima Repubblica, senza peraltro riferirsi a un evento o a un momento particolarmente periodizzante in sé. Ancora una volta, occorre tornare alla geografia editoriale che abbiamo abbozzato all’inizio per cercare di spiegare, almeno in parte, questo dato.
è infatti indubbio che, come la rete delle strutture editoriali esercita una certa pressione a favore delle due guerre o del fascismo o di altri temi rivisitati in chiave soprattutto locale, allo stesso modo essa può agire a favore di periodizzazioni lunghe, inerenti di nuovo alla storia locale. A prescindere dallo status degli autori, questa si snoda molto spesso attorno a cronologie che possono premiare di volta in volta brevi fasi oppure lunghe campate che scavalcano alcuni spartiacque tradizionali della storia nazionale. Di molte città e province si scrive la storia di un cinquantennio o di un secolo, o anche di entrambi gli ultimi due secoli; oppure si scrive di personaggi, istituzioni e attività economiche che hanno attraversato archi temporali poco caratterizzati – almeno nella scelta dei titoli e nelle intenzioni degli autori – da grosse fratture epocali riferibili al più vasto panorama nazionale. In conclusione, la storia locale – e le strutture e strategie editoriali che la sostengono – pare in grado di dettare le sue regole, assieme ad altri fattori, anche sul versante delle scelte tematiche e disciplinari.

Scatole cinesi: dal globale al locale, alla biografia

Ma qual è realmente il peso della storia locale nel complesso? E quali sono gli altri elementi che determinano, a meno di frantumazioni davvero complesse, l’impossibilità di tracciare una sintesi netta e completa degli interessi prevalenti nella storiografia italiana degli ultimi due anni, al di là di certe tematiche salienti? Il nostro, si sa, è il secolo della globalizzazione. Il rapporto tra storia e globalizzazione non ha mancato di attirare l’attenzione di parte della storiografia accademica, spingendo anche a ripensare l’architettura dei manuali destinati a scuole e nuovi corsi di laurea. Eppure, se ci allontaniamo da questi momenti di anche intensa riflessione metodologica e didattica, la tendenza dominante della storiografia italiana appare molto diversa. Né, a quanto sembra dai dati in esame, l’approccio comparativo è riuscito ad estendere in modo decisivo la sua influenza oltre certi ambiti già piuttosto frequentati (come l’analisi dei fascismi e dei totalitarismi). Anzi, un buon numero dei lavori che hanno considerato vari aspetti della storia recente italiana in prospettiva comparata sono venuti in questi due anni dall’estero [3 ].
Ci si può soffermare, ad esempio, sulle caratteristiche istituzionali che concorrono al successo relativamente scarso della storia comparata. L’Italia non dispone di un istituto di ricerca specializzato come il celebre Zentrum für vergleichende Geschichte Europas di Berlino diretto, tra gli altri, da Jürgen Kocka. Inoltre una ricerca di storia comparata, soprattutto se affrontata da un singolo o da pochi studiosi, comporta investimenti notevoli in termini di tempo, spostamenti, denaro, e richiede la conoscenza ottimale di più lingue straniere. Ci si potrebbe chiedere in che misura sarebbe possibile disporre, presso l’università o gli altri centri della ricerca in Italia, del tempo e dei finanziamenti necessari a supportare una ricerca di questo tipo; o anche quanto risulti semplice procurarsi presso le biblioteche universitarie i testi stranieri di riferimento.
Questa pur brevissima e superficiale riflessione sui problemi che può comportare la ricerca all’estero risulta tanto più opportuna se, tornando al nostro panorama librario, ci concentriamo sul dato più macroscopico: la storiografia di argomento contemporaneo prodotta nell’ultimo biennio da autori italiani è in prevalenza, per l’appunto, storia italiana. Le proporzioni sono impressionanti. Nel 2001, su 1.040 titoli censiti, la storia italiana ne concerne ben 796 (il 76,54%). Seguono a grande distanza la storia di altri paesi europei o dell’unificazione europea (9,52%, corrispondente a 99 titoli); la storia americana (1,54% in totale, ma la storia degli Stati Uniti domina con 10 titoli su 16); la storia africana (0,87%, corrispondente a 9 volumi), la storia asiatica (0,58%, corrispondente a 6 volumi). Nel 2002, su un totale di 1.120 titoli, la storia italiana ne interessa 867 (il 77,41%); la storia di altri paesi europei o europea in generale 112 (il 10%); la storia americana l’1,96% (17 dei 25 titoli riguardano gli Stati Uniti); la storia asiatica 19 (l’1,7%); la storia africana 14 (l’1,25%); la storia australiana 1 solo (corrispondente, per la cronaca, allo 0,09% del totale). Dunque, tre libri su quattro tra quelli di storia contemporanea che si pubblicano in Italia riguardano, regolarmente, l’Italia. A volte la storia italiana si intreccia con quella di altre realtà e nazioni (si pensi alle opere sulle due guerre mondiali, sul colonialismo, sull’emigrazione, sui viaggi, e su alcuni intellettuali). Ma questo induce a correggere solo in piccola misura il bilancio generale dell’“italocentrismo” che pare caratterizzare la nostra storiografia più recente.
Dopo l’Italia, sono gli Stati Uniti d’America il paese maggiormente studiato dagli italiani (10 titoli nel 2001, 17 nel 2002). Seguono poi la Germania (16 titoli nel 2001, 11 nel 2002), la Francia (8 titoli nel 2001, 11 nel 2002), la Russia-Urss (8 titoli sia nel 2001 che nel 2002), la Gran Bretagna (4 titoli nel 2001, 3 nel 2002), la Jugoslavia e i Balcani (10 titoli complessivamente nel 2001, 11 nel 2002). Molto più defilati, tra i paesi europei, la Svizzera, la Spagna e l’Austria (1 o 2 titoli per anno), che in pratica hanno attirato la stessa attenzione destinata a realtà extraeuropee come il Messico e l’Argentina, la Cina e il Giappone.
C’è da dire che esistono alcune case editrici specializzate in storia dei paesi extraeuropei alle quali si deve gran parte dell’offerta di storia africana o asiatica. Si pensi a editori particolarmente concentrati su tematiche terzomondiste, coloniali e post-coloniali, come Harmattan Italia e Marco Valerio (Torino), o come DeriveApprodi (Roma). La visibilità della storiografia sulla ex-Jugoslavia e sui Balcani, invece, conta molto su alcune collane di editori come Longo e Rubbettino; e la storiografia sull’Unione Sovietica, più condivisa e meglio distribuita su scala nazionale, si avvale comunque dell’importante contributo dato da Editori Riuniti di Roma.
Ad ogni modo, più del 75% dei titoli comparsi negli ultimi due anni concerne la nostra storia nazionale e, come abbiamo già visto, soprattutto la nostra storia novecentesca. Evidentemente, questa permette un maggior contributo da parte di autori ed editori estranei alle sedi universitarie ed istituzionali della ricerca, pur essendo impossibile – e fuorviante – affermare che la storia extraeuropea sia invece un dominio degli accademici. Certo è che un dato a cui abbiamo già accennato più volte trova proprio in questo ambito il suo massimo risalto.
Quasi un terzo dei libri di storia contemporanea pubblicati nel corso dell’ultimo biennio appartiene al genere della storia locale (rispettivamente il 31,06% nel 2001 e il 30,71% nel 2002). è indubbio a questo punto che esiste un legame causale abbastanza forte – se non determinante – tra le peculiarità salienti della geografia editoriale e il relativo trionfo della storia locale. Abbiamo già detto degli editori di provincia o anche di quelli di qualche rilevanza nazionale che riservano in buona parte o completamente la loro offerta alla storia locale. Ma la storia locale non è certo un loro monopolio. Senza tentare in questa sede bilanci critici sulla qualità di questa abbondante produzione, senza cioè tentare di distinguere tra microstoria scientifica e lavori di minori pretese, si può comunque sottolineare il fatto che al contesto locale sono destinati anche molti convegni e lavori di ambiente universitario.
Queste percentuali rimandano rispettivamente ad una realtà di più di 320 volumi per il 2001, e più di 340 volumi per il 2002. Una realtà tutt’altro che invisibile o trascurabile.
Risulterebbe quindi molto utile, in futuro, una ricerca che voglia mappare con esattezza l’origine dei finanziamenti, così da mettere in piena luce il ruolo giocato sempre più dagli enti locali sul piano della produzione storiografica italiana. Non solo delle amministrazioni pubbliche, ma anche di banche e casse di risparmio, di organizzazioni sindacali, di aziende e fondazioni grazie alle quali si alimenta in buona parte la storia locale.
Non si tratta però, probabilmente, della sola questione dei finanziamenti. Il “gusto del piccolo” ha caratterizzato anche in altri modi la produzione storiografica più recente. In particolare, nella scelta del genere. I primi anni del XXI secolo fanno segnalare un recupero piuttosto massiccio – e condiviso tra più ambiti di studio e scrittura di storia contemporanea – del genere biografico. Anche in questo caso, come in quello della storia locale, sarebbe inutile tentare di individuare due domini separati e autonomi, uno scientifico e uno dilettantesco-divulgativo. Ciò che sembra più importante, e che meriterebbe un’analisi specifica, è proprio il grande ritorno della biografia negli ultimi anni, dentro e fuori gli ambienti universitari, presso editori grandi medi e piccoli, al Nord come al Sud. Questa recente fortuna della biografia è stata rilevata in termini quantitativi. Si tratta di circa 220 volumi nel 2001 (21,54%) e di circa 230 per lo scorso anno (20,70%). Non occorrerà soffermarsi troppo a precisare che il taglio biografico è desunto la maggior parte delle volte dal titolo e da sommarie notizie relative al volume, e che quindi si stanno accomunando nello stesso censimento lavori più squisitamente e strettamente biografici e opere riguardanti in realtà contesti più ampi.
Al dato globale sulla produzione biografica concorrono in modo non irrilevante anche le decine di diari e memorie, che è sembrato opportuno aggregare sotto questa voce in quanto si tratta – in ultima analisi – di opere a carattere autobiografico. Per concludere, e rafforzare questo breve rilievo sul revival biografico (e autobiografico), basterà accennare ad un confronto con altri generi di scrittura e pubblicazioni storiografiche. A fronte delle oltre 400 biografie apparse in Italia negli ultimi due anni, constatiamo che le edizioni di epistolari e carteggi sono state 43 e le edizioni di discorsi 6 (si tratta ancora di lavori estremamente vicini al genere biografico), i cataloghi di mostre storiche 30, le storie fotografiche 38, l’edizione di scritti vari di protagonisti della storia contemporanea 31. Strumenti come le bibliografie sembrano al momento solo scarsamente praticate nella storia contemporanea italiana, dato che nel corso del biennio ne sono apparse 9.

Conclusioni provvisorie

Al termine di questa breve panoramica si può affermare che la storiografia italiana degli ultimi due anni ha mostrato chiaramente alcune tendenze. Da una parte, l’analisi delle strutture editoriali ha fatto emergere una pluralità di attori che, pur piccoli se considerati individualmente, contribuiscono nel loro complesso a definire quelli che sono addirittura i caratteri salienti, a livello statistico, in ambito di scelte tematiche e di orientamenti relativi al genere di pubblicazione. D’altra parte, la storiografia di più chiara provenienza accademica continua a privilegiare un numero relativamente ristretto di editori concentrati nelle sedi universitarie e/o nei capoluoghi delle regioni centrosettentrionali: da Angeli a Laterza, dal Mulino a Carocci, da Einaudi a Olschki a Bulzoni e così via; con l’importante eccezione di Rubbettino, esi e Liguori, e con altre eccezioni dal minor peso specifico diffuse ad esempio tra Calabria e Sicilia.
Gli orientamenti editoriali renderebbero possibile una distinzione abbastanza chiara tra storiografia professionale e accademica e altri tipi di produzione storica. Le cose peraltro, non appena si passi dal novero dei più grandi e conosciuti editori alle fasce intermedie o basse del nostro censimento, non risultano così semplici nella realtà. Quella (in parte o del tutto) extra-accademica è di fatto un’editoria in grado di incidere parecchio sul piano della produzione generale e, soprattutto, di garantire il protagonismo di alcune aree (se non di intere regioni) altrimenti escluse dal panorama nazionale che ci interessa. Inoltre, di recente essa condivide con la storiografia alta certi orientamenti e certe scelte che qualche anno fa costituivano invece i suoi caratteri distintivi. In primo luogo, agli autori italiani la storia italiana continua ad interessare molto più di quella di altri paesi e di quella europea o mondiale. Le distanze, abbiamo visto, sono abissali. Peraltro è spesso al di fuori dei circuiti editoriali più prestigiosi e familiari agli accademici che si sono venute a creare alcune dimensioni specialistiche della storia extra-europea.
La fortuna della storia locale e quella del genere biografico, che insieme rappresentano la metà dell’offerta degli ultimi due anni, non sono certo appannaggio di una delle due parti in gioco, né servono più in alcun modo a distinguere sul piano tematico l’offerta dei grandi da quella dei piccoli editori, le ricerche degli storici professionisti e i lavori condotti da autori estranei a questa categoria.
Si potrebbe continuare il discorso sulla geografia dei finanziamenti, sulla persistente importanza di particolari vocazioni intellettuali e culturali, nonché sull’azione in qualche modo propulsiva anche per la storiografia accademica di eventi particolari, di anniversari e ricorrenze che condizionano per diversi mesi la produzione nazionale. Si pensi a quanto sono debitori molti lavori recenti sugli Stati Uniti, sul Medio Oriente o sui paesi islamici ai più importanti avvenimenti di cronaca internazionale. Si può indovinare da qualche accenno una certa ricaduta anche per gli avvenimenti riguardanti l’Italia, come il rientro dei Savoia o come le discussioni attorno all’americanismo, alla Nato e all’Unione europea. D’altra parte anniversari particolari sono stati in buona misura all’origine di un certo investimento, in termini di lavori biografici ed edizioni di fonti, che di recente ha premiato soprattutto Cattaneo, Croce e Sturzo.
Nemmeno l’arretramento sensibile delle tematiche ottocentesche è un affare esclusivo dei professionisti o dei dilettanti, o tanto meno un fenomeno prodotto in qualche modo dall’accresciuta visibilità di piccole e medie realtà editoriali piuttosto orientate su tematiche novecentesche. Anzi, forse è proprio in ambiente universitario che la storia ottocentesca risente di una riduzione dei suoi ranghi anche in seguito alla contrazione nei programmi di storia per i nuovi corsi di laurea. D’altra parte non mancano affatto opere, anche di provenienza accademica, in molti ambiti e in molte discipline, che collegano in buona parte l’Ottocento piuttosto strettamente al Settecento, cioè alla storia moderna. E se da un lato al XIX secolo appartengono diversi tra i più faticosi ed eruditi lavori degli ultimi anni, come edizioni di epistolari e bibliografie, dall’altro sono decisive, sul piano numerico, le tante manifestazioni di fedeltà alla storia risorgimentale offerte proprio da piccoli editori di provincia o da alcune società di storia patria.

NOTE

[1]I titoli censiti per ciascuno dei due anni sono stati sottoposti ad analisi statistiche concernenti nell’ordine: la provenienza editoriale e geografica, la tipologia, il periodo studiato, il/i tema/i principale/i della trattazione.
[2]Risulta abbastanza netta, nel settore della storia economica, la prevalenza della storia dell’industria su quella dell’agricoltura e su quella delle banche e della finanza. Questo dato emerge chiaramente dal computo dei titoli dedicati specificamente ad ognuna delle tre discipline: nel 2001 sono apparsi 36 volumi di storia dell’industria, 12 di storia agraria e 12 di storia delle banche; nel 2002 i volumi di storia dell’industria sono stati 32, quelli di storia dell’agricoltura 15 e quelli di storia delle banche 6. Gli studi sulla storia dell’agricoltura hanno dunque avuto, nel biennio, un’incidenza oscillante tra un terzo e la metà rispetto a quella che si è assicurata la storia dell’industria.
[3]Si ricordano qui alcuni tra i titoli stranieri del 2002: D.H. Doyle, Nations divided: America, Italy and the Southern Question, Athens, University of Georgia Press. W. Eder, Das italienische Tribunale Speciale per la difesa dello Stato und der deutsche Volksgerichtshof: ein Vergleich zwischen zwei politischen Gerichtshofen, Frankfurt. A. M., Lang; F. Garcia Sanz (a cura di), Espana Y Italia en la Europa contemporanea. Desde finales del siglo XIX a las dictaturas, Madrid, CSIC. I.M. Pasqual Sastre, La “Italia del Risorgimento” Y la Espana del sexenio democratico, Madrid, CSIC. G. Sørensen-R. Mallet (a cura di), International Fascism, 1919-1945, London, Frank Cass.