SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Dossier

Comunicato stampa ANAI

Venerdì 21 ottobre 2005, alle ore 9,30 presso la sede della Camera di Commercio di Roma, V. de’ Burro’, 147, si terrà un incontro-conferenza stampa organizzato dall’Associazione nazionale archivistica italiana sul tema:

Inizio o fine degli archivi?
La creazione dell’archivio storico separato della Presidenza del consiglio e il degrado degli archivi statali italiani.

Introdurranno: Ferruccio Ferruzzi, vicepresidente dell’Associazione nazionale archivistica italiana; Tommaso Detti, presidente della Società italiana per lo studio della storia contemporanea; Interverranno: Paola Carucci, professore di archivistica, già soprintendente dell’Archivio centrale dello Stato; Luigi Compagna, senatore della Repubblica; Linda Giuva, Conferenza dei docenti universitari di archivistica; Claudio Pavone, professore di storia contemporanea; Isabella Zanni Rosiello, storica, già direttore dell’archivio di Stato di Bologna.

Alla vigilia della chiusura estiva del Parlamento, è inopinatamente passato, senza alcuna discussione, un anodino emendamento al decreto legge 115 che ha istituito un archivio storico separato della Presidenza del Consiglio dei ministri, analogo a quelli degli organi costituzionali (Camera, Senato, Presidenza della Repubblica), nel quale, essa conserverà i propri atti senza più versarli all’Archivio centrale dello Stato, come prescriveva la legge.
Il provvedimento ha destato sconcerto e viva preoccupazione nelle comunità degli archivisti e degli storici contemporanei, non solo per il modo, da colpo di mano, ma ancor più per il contenuto, che opera un duplice “strappo” istituzionale: anzitutto la Presidenza del consiglio non è un organo costituzionale distinto, separabile dal Governo nel suo insieme (compresi i ministeri), che ha già il suo archivio storico nell’Archivio centrale dello Stato, al quale versa per legge i propri atti.
Il fatto poi che la norma preveda che le modalità di selezione e accesso agli atti siano determinate con decreto presidenziale consente una discrezionalità che può derogare al Codice dei beni culturali e prestarsi ad una gestione “politica” non oggettiva e trasparente dell’archivio da parte dei singoli presidenti. Il nuovo archivio, improvvisato per impropri motivi di prestigio, se non per più concreti motivi interni, segna un ritorno alla concezione dell’archivio come instrumentum regni del principe (Galli della Loggia ha parlato di “feudalesimo” in proposito), dato che sembra che la Presidenza intenda anche avocare dall’Archivio centrale alcuni importanti fondi colà conservati.
Sorge quindi il legittimo sospetto che essa, più che impegnarsi a mettere presto e integralmente a disposizione del pubblico i fondi che effettivamente possiede e dovrebbero essere versati all’Archivio centrale, che rimarrebbero invece a lungo “riservati” in attesa di ordinamento e inventariazione, conti di formare il primo nucleo consultabile dell’archivio storico con alcuni fondi importanti dell’Archivio centrale, aumentando la frammentazione di ciò che oggi è conservato organicamente, senza alcun incremento complessivo immediato dei fondi disponibili al pubblico. Presso l’Archivio centrale, grande istituto dotato dei più moderni servizi, la documentazione della Presidenza del consiglio già versata è infatti conservata contestualmente a quelle dei ministeri e degli altri organi governativi e centrali dello Stato, come in tutti gli archivi nazionali consimili degli altri Paesi, con gli evidenti vantaggi della ricerca storica presso un’unica istituzione, che non sono solo logistici, ma soprattutto scientifici, dati dall’unitarietà degli strumenti di ricerca anche mediante un avanzato sistema informativo e dall’assistenza di numerosi archivisti specializzati nei diversi settori documentari, che hanno conferito con i loro studi e pubblicazioni all’istituto una tradizione scientifica e professionale di alto livello generalmente apprezzata dagli studiosi anche stranieri, tutti vantaggi che la frammentazione dei fondi fra archivi diversi sottoposti a regimi diversi evidentemente trasformerebbe in seri disagi.
Tutto ciò non inciderebbe negativamente non solo sull’esercizio dei diritti di accesso dei cittadini e degli studiosi, ma anche sull’immagine di moderno Paese civile e democratico dell’Italia. Mancano dunque garanzie certe di obiettiva terzietà, trasparenza e correttezza tecnica di gestione del nuovo archivio, che è del tutto ingiustificato e controproducente sia sul piano istituzionale – la Presidenza darebbe un pessimo esempio ai ministeri dipendenti, che sarebbero indotti a costituire di fatto ciascuno un proprio archivio separato- che su quello dell’efficienza complessiva dei servizi archivistici governativi.
Questo provvedimento privilegiato interviene ad accentuare per contrasto, in un modo che agli archivisti e agli storici è apparso a prima vista a prima vista iniquo, un quadro generale di grave degrado e abbandono degli archivi statali da parte del Governo, costituito da una serie di tagli cumulativi di bilancio che ha superato la soglia minima di efficienza, dalla mancanza perdurante di ricambio del personale tecnico, dalla mancanza di un’adeguata politica edilizia per ampliare le sedi che devono ricevere masse crescenti di documentazione storica, dalla riduzione degli organici dirigenziali a favore della burocrazia centrale del Ministero, dalla mancanza dell’apprestamento di efficaci strumenti normativi e organizzativi di intervento per la conservazione della documentazione informatica delle amministrazioni pubbliche e in ultimo dalla derubricazione a ufficio dirigenziale non generale dello stesso Archivio Centrale da parte del recente regolamento del Ministero, che può considerarsi la premessa logica dell’ulteriore svuotamento di ruolo che la nuova norma gli infliggerebbe. Tutto ciò deve essere denunciato con forza all’opinione pubblica affinché sappia che in questo giro di anni si sta mettendo seriamente a repentaglio la futura conservazione della memoria storica del recente passato e del nostro stesso presente.

Chiediamo pertanto alla Presidenza stessa del consiglio e alle forze politiche di sopprimere la disposizione istitutiva del nuovo archivio, per es. in sede di legge finanziaria – in quanto certamente si eviterebbe una spesa inutile – o del d.d.l. sul cinema in discussione al Parlamento, e di mantenere invece, con adeguate risorse di mezzi e personale, all’Archivio centrale e a tutto il settore archivistico statale quel ruolo generale, imparziale e competente, al servizio della memoria della nazione e dei diritti dei cittadini e della ricerca che può e deve continuare a svolgere.