SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Dossier

Articolo di Giovanni Belardelli sulla funzione degli Istituti storici nazionali

Da “Il Corriere della Sera”, 24 gennaio 2000
(Pubblicato su gentile concessione del “Corriere della Sera”)

L’Ecole française di Roma organizza da tempo convegni su temi importanti della storia contemporanea, in particolare italiana. Alla fine di questo mese darý vita, in collaborazione con l’Universitý di Trieste, a un convegno sulle radici cristiane dell’antisemitismo politico degli ultimi due secoli.Negli scorsi mesi di novembre e dicembre, ha organizzato analoghe iniziative sui Segretari di Stato della Santa Sede nei secoli XIX e XX, sull’eloquenza politica in Italia e Francia dopo il 1870, sul liberalismo europeo. Moltissime istituzioni, a cominciare dalle universitý, organizzano nel nostro Paese convegni del genere. Tuttavia, dovrebbe far riflettere che, tra gli organismi non universitari, non esista probabilmente nulla di simile all’Šcole franÁaise nel campo della promozione degli studi sulla storia contemporanea.

L’Italia repubblicana, Ë vero, ha ereditato dal fascismo vari istituti storici tuttora esistenti; ma essi, se svolgevano una funzione di rilievo negli anni del regime, sembrano da tempo condannati a sopravvivere a se stessi.

L’Istituto per la storia moderna e contemporanea, diretto allora da Gioacchino Volpe (fascista, accademico d’Italia, ma anche uno dei maggiori storici italiani del secolo), ebbe tra i suoi ´borsistiª studiosi della statura di Federico Chabod, e perfino antifascisti come Nello Rosselli e Giorgio Candeloro. Tuttavia ben pochi storici italiani, credo, hanno ormai occasione di incontrare il nome di questa istituzione nello svolgimento della loro attivitý.

Considerazioni analoghe potrebbero farsi per l’Istituto per la storia del Risorgimento: durante il regime aveva un compito fin troppo chiaro, quello di studiare i rapporti tra il Risorgimento e la ´Rivoluzione fascistaª. Cessato di fatto e di diritto quel compito, l’Istituto ha operato nell’Italia repubblicana in modo non particolarmente significativo. Non perchÈ non abbia organizzato congressi, mostre, pubblicazioni degni di nota, ma perchÈ ha continuato a esistere soprattutto per forza inerziale, grazie all’istinto di conservazione che caratterizza spesso enti e istituzioni della pi˜ diversa natura. Nessuno Ë mai parso interessato a domandarsi se l’Italia debba avere ancora un istituto del genere; e perchÈ mai, se deve averlo, esso debba intitolarsi proprio alla storia del Risorgimento piuttosto che a quella del XX secolo o ad altro ancora.

Considerazioni analoghe si potrebbero fare per la Giunta centrale degli studi storici: come tradisce giý il nome, venne creata negli anni Trenta dal ´quadrumviroª De Vecchi, allora ministro dell’Educazione nazionale, con l’obiettivo di centralizzare e controllare il lavoro degli storici. Un tale compito decade con il ritorno della democrazia; ma non credo siano in molti a conoscere quale sia oggi la funzione della Giunta.

Sarebbe del tutto fuori luogo, ovviamente, anche la pi˜ piccola nostalgia per il tentativo di irregimentazione degli studi storici messo in atto dal fascismo e per lo statalismo autoritario che ne caratterizzava l’azione. Quel che perÚ colpisce Ë che, in questo campo, il Paese abbia ereditato in modo sostanzialmente passivo istituzioni nate durante il regime. Nell’Italia democratica sono anche sorte e hanno prosperato varie istituzioni Culturali dedite attivamente alla promozione degli studi storici, ma si Ë sempre trattato di istituzioni dal carattere pi˜ o meno partitico e comunque politicamente o ideologicamente schierate. Si pensi all’Istituto Gramsci e all’Istituto Sturzo, ma anche all’Istituto nazionale per la storia della Resistenza, che hanno dato vita a pubblicazioni importanti, a un gran numero di convegni e iniziative. Nessuno di questi o di altri simili organismi, perÚ, Ë riuscito finora ad avere un’immagine separata dalla politica e dalle sue logiche di schieramento, com’Ë appunto il caso (anche per l’ovvia ragione della natura non italiana) dell’Šcole franÁaise. Si tratta di una circostanza che consegue non tanto da ´colpeª di individui o di gruppi quanto da una peculiaritý della storia repubblicana, la partitizzazione dell’idea di nazione: dal fatto cioË che quest’idea divenne presto oggetto di contesa tra opposti schieramenti che vedevano nell’interpretazione del passato una risorsa fondamentale per la propria legittimazione politica, e contemporaneamente per la delegittimazione dell’avversario relegato ad ´antinazioneª al servizio di Mosca (secondo gli uni) o di Washington (secondo gli altri).

Per decenni, Ë stato attraverso l’appartenenza politica che la maggioranza degli italiani ha conosciuto la storia nazionale ed Ë riuscita in qualche modo a identificarsi con essa, anche se cosÏ facendo si identificava soprattutto con una ´propriaª storia d’Italia contrapposta a quella degli avversari. Tutto questo ce lo siamo lasciato alle spalle? Forse non ancora, o non interamente, a giudicare dall’incandescenza che in Italia tuttora raggiungono le discussioni sul nostro passato.
Giovanni Belardelli