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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Bernardi-Spagnolo

Emanuele Bernardi, La riforma agraria in Italia e gli Stati Uniti. Guerra fredda, Piano Marshall e interventi per il Mezzogiorno negli anni del centrismo degasperiano, Prefazione di Paul Ginsborg, Bologna, il Mulino, 397 pp., € 28,00

La generale rivalutazione della politica degasperiana non si era ancora estesa alla riforma agraria. Bernardi sostiene che la proposta di Segni aveva un carattere progressista, che sarebbe stato colpevolmente trascurato dalla storiografia. Il saggio, frutto di una tesi dottorale, ha il merito di inquadrare la valenza anticomunista della riforma dall’angolo originale del Piano Marshall. Le carte di Segni costituiscono la fonte principale, ben integrata da archivi statunitensi e italiani e da interviste a esponenti della DC e a due funzionari americani. L’autore traccia uno scontro fra tre «modelli»: quello di Segni, favorevole a una media e piccola proprietà produttiva e all’esproprio del latifondo; quello di Serpieri e dei suoi allievi, che vedeva nel coinvolgimento dei proprietari la leva per le bonifiche e rifiutava l’esproprio; e quello «californiano » di Zellerbach, responsabile a Roma della missione dell’ECA. Si conferma anche in questo settore l’importanza degli Stati Uniti nella formulazione della politica italiana e si colma così una lacuna storiografica sul negoziato bilaterale per gli anni 1948-50. Condotti con perizia sono l’analisi delle divergenze tra Segni, Sturzo e De Gasperi in tema di latifondo e bonifiche, la rivalutazione della legge sui contratti agrari come parte integrale della riforma e lo studio della sua prima attuazione in Puglia e Calabria. Alla fine emerge una riforma ibrida, che non corrisponde a nessuna delle visioni iniziali. Circoscrivere la ricerca alla riforma della proprietà fondiaria è stata una scelta condivisibile e fruttuosa; meno è ricavarne una generale rivalutazione della politica agraria democristiana. Il limite è nell’isolamento della riforma agraria, quasi essa fosse separata dalla politica generale del governo degasperiano e dalla strategia internazionale del Piano Marshall. Così il confronto con la storiografia finisce per essere parziale. Della Coldiretti e della Federconsorzi, dei prezzi agricoli, dei sussidi e delle differenti idee di sviluppo tra un Rossi Doria e un Fanfani poco si parla, quasi la proposta di Segni dovesse combattere solo contro il PCI. Si perdono di vista così le ragioni per cui la riforma agraria generale venne accantonata non nel 1949 ma già dall’estate del 1948, per la scelta italiana di privilegiare lo sviluppo industriale e rinunciare ad un’agricoltura intensiva ed esportatrice, che era il vero presupposto della proposta di Segni. I decisivi negoziati a Parigi in sede OECE e il Piano a lungo termine non vengono menzionati. Anche l’avvio della riforma e la nascita della Cassa per il Mezzogiorno nel 1950 vengono attribuiti esclusivamente alla reazione della DC all’eccidio di Melissa dell’ottobre 1949, mentre si sorvola sull’accelerazione imposta dalla «politica della produttività» statunitense. Si auspica che l’autore prosegua la meritevole ricerca su un tema essenziale per la storia della grande trasformazione italiana, contribuendo ad affrancarci da precostituite difese «di partito».
Carlo Spagnolo

Osservazioni di Emanuele Bernardi sulla recensione di Carlo Spagnolo

Caro Spagnolo,
individui una logica e coerenza nell’estate 1948 tra la riforma agraria, il piano quadriennale e la politica economica delineata da Saraceno, ma la riforma fu una legge in continua evoluzione, i cui limiti furono discussi nella Dc e individuati solo nelle ultime battute del dibattito parlamentare. La documentazione ci dice che la riforma non fu pensata come organica al piano quadriennale, che essa era una variabile indefinita che doveva esservi ricondotta ma nessuno sapeva con quali limiti. Affermi, inoltre, che si rinunciò alle esportazioni come volano. Le esportazioni degli ortofrutticoli furono in verità in linea con gli elevati obiettivi del piano quadriennale, e dalle statistiche risulta che negli anni ‘50 il legame tra riforma ed esportazioni sembra funzionare. Ciò non significa recuperare la politica agraria della Dc, ma solo evidenziare come nelle aree di riforma la situazione economico-sociale, grazie anche ai lavori di bonifica, cambiò radicalmente. Sostieni che non menziono i negoziati OECE e il Piano a lungo termine, e che la Cassa per il Mezzogiorno sia stata secondo la mia ricostruzione “esclusivamente” una risposta a Melissa. La prima osservazione coglie una mia sottovalutazione (anche se accenno all’attività dell’OECE ad es. a p. 236). Per quanto riguarda il piano a lungo termine, invece, tale osservazione è imprecisa (vedi pp. 129-34). Per la Cassa, in realtà sostengo che Melissa fu uno dei motivi alla base del provvedimento, che nasceva per l’attività di Menichella nei confronti della Birs, con gli obiettivi del rafforzamento della lira e della velocizzazione dell’uso dei fondi ERP, in competizione con il “vecchio” meridionalismo e con il ministero dell’Agricoltura per intercettare gli aiuti internazionali. L’ultimo punto è la questione dell’accelerazione imposta dalla politica della produttività alla fine del 1949. Premettendo che affermo che l’Eca e il Nac, più o meno dall’estate di quell’anno, non difendono più la politica Pella, spingono per accelerare gli investimenti, e subordinano la concessione degli aiuti alle riforme (pp. 286-7), dalle fonti che ho consultato mi sono convinto che la riforma ricevette una spinta decisiva dagli ambienti politico-diplomatici dell’amministrazione Truman e non da quelli economici dell’Eca, che continuavano a preferire un intervento non generale ma “morbido” e selettivo, in grado di coinvolgere i proprietari terrieri e orientato alla formazione di medie grandi aziende agricole. Alla fine del 1949 è l’anticomunismo riformista dell’amministrazione Truman che gioca un ruolo maggiore del produttivismo riformista, almeno per quanto riguarda la riforma agraria, ed è per questo che alla fine si ha un ibrido.
Emanuele Bernardi

Risposta di Carlo Spagnolo

Caro Bernardi,
la tua ricerca è la più accurata, da molti anni, sulla riforma agraria. Il tema è troppo importante per non ribadirne la rilevanza nella storia dell’Italia repubblicana. Parte dell’originalità sta nell’allargamento dell’ottica nazionale, in cui si era studiata sin qui la riforma, ai rapporti con gli Stati Uniti. Il dubbio è se gli esiti dell’indagine bastino a spostare l’ottica della precedente storiografia e il giudizio genericamente negativo che ha sin qui accompagnato la riforma di Segni. Accogli per economicamente razionali gli argomenti dei protagonisti, segnati però spesso dalla lotta al comunismo e non da mere esigenze produttive. Non è tanto l’effetto di un’ingenuità, quanto della difficoltà dello storico a porsi in una posizione neutrale quando si ritiene “esterna” la dimensione economica. Un punto centrale di divergenza rispetto a vari contributi precedenti riguarda l’abbandono della riforma agraria generale. Postuli una continuità tra riforma generale e legge stralcio. Non basta a risolvere il problema della dis/continuità l’osservazione che la riforma stralcio ebbe effetti positivi: perché questi ultimi potrebbero essere stati frutto di un’interazione con forze e progetti del tutto estranei od opposti all’ispirazione originaria (Rossi Doria, ecc.). Una classica astuzia della storia. Dovresti, a mio avviso, tracciare un secondo cerchio più ampio, integrando ciò che in partenza hai escluso dal tuo lavoro, ossia il rapporto tra riforma agraria e politica agricola, e quindi le politiche economiche e sociali dei governi De Gasperi e il ruolo di Bonomi. L’agricoltura era pur sempre la principale attività del paese, in termini occupazionali. Se Segni, come sostieni, non pensò al mercato internazionale, il dubbio sull’adeguatezza della riforma cresce. E pare allora insufficiente anche l’esclusiva attenzione qui dedicata al rapporto bilaterale con gli Stati Uniti, perché l’agricoltura italiana fu costretta a orientarsi verso i paesi europeo-occidentali, penalizzando lo sviluppo di un’agricoltura più specializzata, per tutelare invece la cerealicoltura. Fu per coincidenza che la riforma generale venne abbandonata nei fatti dopo che l’OECE approvò il Piano a lungo termine e l’ECA redasse il noto Country Study? L’invito è a ripensare i costi sociali dell’adozione di quel modello dualista e a capire se esistessero alternative concrete all’ abbandono accelerato delle campagne (avrebbe la riforma generale frenato quel processo o lo avrebbe accelerato?), superando steccati datati, segnati da divisioni metafisiche attorno alla “giusta” forma di proprietà, a prescindere dall’uso.
Carlo Spagnolo