SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Pubblicazioni

Bollettino SISSCO n.1, luglio 1990

INDICE
1. Presentazione.
2. Lettera circolare del Comitato Direttivo Provvisorio ai soci.
3. Progetti. Progetto di seminario annuale sul tema: “La nazionalizzazione culturale degli italiani” (L. Cafagna).

4. Scheda. Che succede all’archivio della Camera dei Deputati? (R Romanelli)
5. Informazioni. Un disegno di legge.
6. Notiziario


Presentazione
La SISSCO nasce dal convergente impegno di studiosi di storia contemporanea per uno sforzo volto alla valorizzazione professionale di questa disciplina collocata su un delicato crinale sia sotto il profilo scientifico che su quello formativo. I promotori ritengono non solo che esista una larga base di interessi comuni fra gli studiosi di ogni orientamento, ma che sia possibile un dialogo senza intolleranze fra indirizzi e scuole diverse.
Questo bollettino vuole essere, da un lato, un canale di informazione per le attività e le iniziative della SISSCO, e, d’altro lato, un luogo nel quale raccogliere notizie di comune e generale interesse, segnalazione di problemi che riguardano la ricerca e le sue condizioni o l’ordinamento degli studi. 1 soci sono invitati a collaborare. Gli organi direttivi in carica si riservano la responsabilità della pubblicazione.
Tutta la corrispondenza va indirizzata alla SISSCO c/o Dipartimento di storia moderna e contemporanea, Piazza Torricelli 3a, 56126 PISA.
Lettera circolare del Comitato Direttivo Provvisorio ai soci
Benché tutti docenti universitari, non intendiamo costituirci in un gruppo accademico o per scopi accademici; benché ognuno di noi spesso si sia riconosciuto in una milizia politica e la sua biografia sempre appartenga ad una vicenda ideologica, tuttavia non ci tiene insieme alcuna appartenenza né ci sentiamo vincolati ad alcuna fedeltà; infine benché tutti interessati, per passione e professione, principalmente allo studio dei processi storici dell’età contemporanea, siamo però convinti che, per essere intesi davvero, quei processi non possono essere considerati con gli strumenti della sola storiografia.
Per sviluppare ed allargare queste scelte, e per fare uscire le discipline contemporaneistiche italiane dal loro stato attuale che a noi appare incline alla frammentazione e dispersione accademica, a una cangiante imprecisione concettuale, ad un’antica timidezza verso meccanismi ideologici e politici di partito, abbiamo deciso di dare vita ad una Società italiana per lo studio della storia contemporanea.
Attraverso le sue attività statutarie – incontri, convegni, corsi di studio, e principalmente attraverso un seminario annuale dedicato alla discussione di grandi temi – noi speriamo che essa divenga quella sede dove finalmente tutti gli storici e tutti coloro che sono interessati alle vicende delle società contemporanee possano mettere in comune convincimenti, passioni e domande al fine non già di costruire una impossibile comune verità, ma di raggiungere la consapevolezza del carattere fecondamente molteplice di ogni verità.
Noi invitiamo perciò tutti gli studiosi delle discipline storiche contemporaneistiche che si riconoscono in tale scopo a fare parte della società e, in vista di ciò, a prendere contatto con la sua segreteria a con uno qualunque dei soci fondatori qui appresso elencati.
Il comitato direttivo provvisorio
Luciano Cafagna (presidente), Ernesto Galli della Loggia,
Claudio Pavone (vicepresidente), Paolo Pezzino, Paolo
Pombeni, Raffaele Romanelli, Mariuccia Salvati
sono soci fondatori: Franco Andreucci, Angiolina Arru, Giuseppe Barone, Piero Bevilacqua, Luciano Cafagna, Paul Corner, Andreina De Clementi, Tommaso Detti, Ester Fano, Emilio Franzina, Nicola Gallerano, Ernesto Galli della Loggia, Mario Isnenghi, Silvio Lanaro, Adrian Lyttelton, Luisa Mangoni, Filippo Mazzonis, Luigi Masella, Luisa Passerini, Claudio Pavone, Paolo Pezzino, Paolo Pombeni, Giovanna Procacci, Gabriele Ranzato, Raffaele Romanelli, Anna Rossi Doria, Mariuccia Salvati, Biagio Salvemini, Giulio Sapelli, Alfio Signorelli, Simonetta Soldani, Nicola Tranfaglia, Gabriele Turi.
Appunti per un progetto di seminario su “La nazionalizzazione culturale dell’Italia contemporanea” (1)
1. Unificazione nazionale, nazionalizzazione culturale, identità nazionale.
Sulla storia dell’Italia contemporanea intesa come realtà politica, economica, e “letteraria” (cioè di “cultura colta”) esiste ormai, come ben si sa, una lunga tradizione di studi, di vario orientamento e ispirazione. Abbiamo forse conoscenze meno approfondite per ciò che concerne gli “italiani”, nonostante che la sensibilità di un Volpe avesse indicato, già tanto tempo fa, questo come uno degli scopi, distinti e congiunti, per la rappresentazione storica (“la storia dell’Italia e degli italiani”). E pare ineludibile ricordare a questo punto il classico monito originario di un alto esponente della élite risorgimentale, un tempo assai ricordato nei manuali: “Abbiamo fatto l’Italia, ora bisogna fare gli italiani”. Oggi si tende frequentemente a chiedersi se gli italiani siano poi stati davvero – o si siano – “fatti” oppure no.
L’autore di quella notissima frase, nel pronunciarla, aveva di sicuro in mente non solo una deontologia del cittadino di uno stato nazionale moderno, ma anche la percezione del resistente spessore dei particolarismi regionali, nonché di una diversità, sociale e territoriale, nelle condizioni “civili”, con larghe zone al di sotto di una soglia compatibile con un minimo di comune ed efficiente ordinamento normativo. Dove, evidentemente, l’efficienza di un ordinamento normativo veniva certamente postulata soprattutto in relazione a finalità determinate di ordine sociale interno, e di operante presenza internazionale, ma, anche, in una non trascurabile misura, in relazione ad obblighi “etico-politici”, per il nuovo Stato, di “innovazione” economica e sociale (si pensi all’imperativo delle ferrovie), assunti come dettati dai tempi – nozione, questa, che, in diverse formulazioni, stava spesso a sottolineare una accettata cogenza dell’esempio comparativo di altri paesi e altre culture – o imposti dalle sollecitazioni di questo o quel gruppo sociale o culturale.
La nozione di “patria” e quella di “nazione” (2) erano le più richiamate, allora, per esprimere, con varia accentuazione da parte degli “attori” culturali e sociali che le usavano, l’idea della formazione di una identità comune. Questa avrebbe dovuto far da “cemento morale” (avrebbe detto un Mosca) ed estrinsecarsi naturalmente in un consenso agli ordinamenti e alle leggi e in comportamenti civili atti al migliore funzionamento della società tutta intera, nelle sue gerarchie date per basilari, ancorché suscettibili di evoluzione e di perfezionamento. Tale identità vessillifera era implicitamente o esplicitamente pensata, da un lato, in contrapposizione alla indifferenza particolaristica tradizionale, per lo più sposata ad appaganti forme di appartenenza sociale locale di tipo reticolare, gerarchico-protettivo, e, dall’altro, in contrapposizione all’espresso ribellismo di qualsiasi forma, vecchia o nuova.
Caratteristico della situazione italiana, al tempo del “risorgimento” e del postrisorgimento, era una peculiare ambivalenza del richiamo coesivo (nazione, patria) che doveva, sì, rifarsi a valori tradizionali ma, anche, a valori di mutamento (che ovviamente si ponevano, in buona misura, in opposizione a valori tradizionali). Questa ambiguità è presente anche in altre situazioni nazionali – poiché “nazione” e “patria” esprimono più o meno sempre, al loro apparire, una idea di armonica relazione possibile, e da perseguirsi, fra valori tradizionali e un incombente mutamento che è sempre un po’ vissuto come esogeno – ma, in Italia, la precedente disarticolazione politica, l’idea letteraria di una decadenza subita e di un ritardo da recuperare, nonché l’opposizione clericale inducevano certamente a esaltare questo punto. La nozione di “progresso” circola, nella età “risorgimentale”, in frequente associazione con quelle di “patria” e di “nazione”. Se l’idea di nazione si connette in genere a una idea di “confine”, di difesa e contesa di questo confine, va ricordato che, nel caso italiano , la difesa e la contesa non sono solo etologica “delimitazione del territorio” o politica definizione di un “nemico”, ma emulazione-recupero nell’acquisire valori di progresso. Questo non è accaduto solo nel caso italiano, certamente. Ma qui, di sicuro, è accaduto con forti connotazioni nella cultura politica (Cavour, Cattaneo sono i soliti e più ovvi nomi) e, al tempo stesso, con forti tensioni nella società assoggettata a quello sforzo di emulazione-recupero. La nazione era chiamata alle armi contro un peculiare nemico, tutto interno, che era, per gran parte, a ben vedere, il suo non essere ancora nazione.
A distanza di quasi un secolo e mezzo dalla unità d’Italia, l’idea che ci siamo fatti relativamente ai processi di allargamento delle omogeneità culturali e sociali della età moderna e, soprattutto, della età contemporanea, si è venuta arricchendo di prospettive, sia di ottica (l’esperienza di un più lungo ciclo di eventi vissuti in una scala sempre più intercontinentale o planetaria), sia di tecniche (gli approfondimenti analitici ed empirici delle discipline specialistiche relative ai vari campi: le scienze sociali).
Sono oggi diventate correnti punti di riferimento di una rielaborazione in corso vecchie (si passi l’ossimoro) nozioni come quella di “modernità” o nuove come quella, molto discussa ma da qualche tempo molto invadente, di “modernizzazione” (3). Rispetto alla famiglia delle idee di “progresso”, con cui sono certamente in qualche modo, ma criticamente, imparentate, è peraltro caratteristica delle idee di “modernizzazione” (anche se non sempre) il tentar di rappresentare in termini non deontologici i processi considerati (che peraltro ciascuno può poi associare con proprie deontologie , ma in ulteriore e separata riflessione). Ciò riflette certamente anche un bisogno di riproporre in un ambito nuovamente impregiudicato (e quindi di nuovo verginalmente generico), nel quale ripensare nessi ed effetti reciproci, nonché lo studio di linee di mutamento che le originarie idee di progresso tendevano invece ad assumere come più o meno rigidamente disposte in modo unilineare e convergente, per morfologie, potrebbe dirsi, rigidamente associate, parallelismi evolutivi, relazioni più o meno deterministiche di dipendenza univoca, o di successione obbligata. Dalla visione di una conformità di successione e morfologia, si è passati a dover ammettere la possibilità di assai più intricate situazioni. Sono da tempo entrate in crisi, quanto meno entro circoscritte unità spaziali, non solo relazioni celebri come quella di struttura/sovrastruttura, e tutte le sue derivate, ma anche, ad esempio, quelle istruzione/tolleranza, modo di produzione/forme di consumo, benessere/felicità, e persino modernizzazione/progresso (si pensi alla formula, e al “caso”, della “modernizzazione reazionaria”) etc.
I1 viandante non può più fermarsi alla prima osteria. Il gusto per la ricerca delle combinazioni morfologiche talora è divenuto tentazione fine a sé stessa. La “modernizzazione” non .è dunque., riuscita ad essere un grande modello analitico, come taluni fra quelli che lo avevano preceduto in fortuna popolare, ed è rimasta piuttosto un gran fascio di frecce che può presentarsi in bouquins a varia composizione, con talune frecce anche capovolte, e tuttavia con una complessiva indicazione di direzione -qui si userà la metafora del “vento” disincantata quanto si vuole, ma intuitivamente non equivoca. Ciò che è stato definito come ottica “postmoderna” è forse soltanto la scoperta di un requisito essenziale della modernizzazione e cioè il funzionale, ancorché variegato, bisogno di elementi premoderni o protomoderni perché la modernizzazione emerga, sopravviva, si evolva (4).
Può darsi, invece, che l’accelerazione dei tempi, sovrapponendo aspettative ottiche di momenti successivi a situazioni antecedenti, e il tecnicismo culturale delle scienze sociali, con usi fuori campo della astrazione analitica (5), abbiano fatto perdere qualcosa nella dimensione storica. È forse accaduto, infatti, a seguito di ciò, che i processi di “modernizzazione” siano stati considerati, inconsapevolmente o consapevolmente, deliberatamente o distrattamente, come una sorta di vento universalistico che pub essere interinato culturalmente da élites nazionali o, comunque, di territorio, ma che appare però, e comunque, vento di astratta provenienza esterna. E che, quindi , quei processi siano stati considerati in qualche modo come indipendenti da una attiva componente nazionale, come se, insomma, la formazione delle nazioni non fosse – qui si parla dell’Occidente europeo intrinsecamente funzionale ad essi. In altre parole la dimensione nazionale è stata vista più come la forma del “no” del non accaduto che come la forma del “si” di un accaduto che proprio e so o in tal modo è riuscito ad essere tale (ovviamente con le sue peculiarità, a. volte drammatiche. Questa osservazione non vuole essere riduttiva nei confronti della opportunità e dei significati della comparazione, nemmeno di quella esplicitamente “esemplaristica”, ma tende a suggerirne usi più articolati. È, in generale, probabile, come si è appena accennato, che i processi di modernizzazione non abbiano in sé stessi tutte le micce culturali per prodursi, alimentarsi ed autosostenersi e debbano invece mutuarle in buona parte da ambienti predisposti ad ospitarli. Fra queste condizioni, nelle particolari circostanze della civiltà europea, è forse stata essenziale quella particolare forma di integrazione sociale che è data dalla coscienza nazionale.
Proporre (o riproporre) alla considerazione storica l’ampia tematica della “nazionalizzazione culturale” degli italiani può essere occasione di verifica dello stato degli studi in un campo assai ampio della storia politica e della storia sociale, di riflessione sulla importanza della dimensione nazionale nella storia della ‘età-deWa modernizzazione”, di recupero aggiornato di discorsi storiografici spesso interrotti o smarriti, di valutazione della utilizzabilità di strumentari concettuali e di ricerche fiorite in altri ambiti disciplinari. Non pare il caso, comunque, di stringere il discorso dentro la gabbia di ferro di un modello pre-costruito. Valgano solo poche generalità come linee di riferimento.
Cosa può intendersi per “nazionalizzazione culturale” ? Non si tratta propriamente di quello che si è per lo più chiamato “processo di unificazione”, inteso in termini legislativi, amministrativi, economici, che si pro ungano, come è ben noto, oltre la data della unità politica formale del paese. Ma non è neanche la stessa cosa che “formazione della identità nazionale”, in senso rigoroso (un senso, naturalmente, che può essere facile definire, ma ben più arduo, poi, riconoscere nelle cose). L’identità nazionale – a un dipresso quel che una volta si chiamava “sentimento nazionale”? – è una consapevolezza – la stessa cosa, quindi, che veniva detta”coscienza nazionale”? -, in questo caso riferita alla nazione. L’uso della espressione “identità” vuole qui marcare il fatto che, nel suo formarsi, l’identità nazionale si confronta di fatto con altre forme di identificazione, compatibili o incompatibili: locali e dialettali, di religione, di classe o ceto, di usanze e costumi, di gusto, di ideologia, di idolatria (verso l’idolo campione, divo o oggetto materiale), di cosmopolitismo culturale o – oggi antropologico (l’uomo-dei-consumi-autotélettronici, o, anche, l’uomo-dei-diritti-dell’uomo). (II problema delle identità in un aggregato sociale – ma qui lo si accenna solo come una questione di “sfondo” – appare centrale e delicatissimo ai fini della comprensione delle modalità stesse della convivenza in quell’aggregato, le coerenze e le incoerenze, le armonie e le tensioni, le compatibilità e incompatibilità fra comportamenti e comportamenti, fra comportamenti e valori, fra valori e valori).
La materia della “nazionalizzazione culturale” investe un’area che appare assai più ampia di questa, un’area di processi e .fenomeni sesso molto oggettivi, non implicanti di necessità una consapevolezza d’assieme nel senso della formazione, di, una identità. Pure, storicamente, sembra questa più ampia area culturale l’area da esplorare per meglio capire sia modi e limiti del “processo di unificazione”, sia limiti e turbamenti della formazione di una “identità nazionale”.
L’avvertimento preliminare che ci si deve autorivolgere, dunque, nel considerare questo argomento, è di tener d’occhio insieme, pur evitando di confonderli, ordini di fenomeni fortemente connessi e tuttavia diversi quali (a) processi di unificazione normativa e organizzativa; (b) ramificazione di relazioni e interdipendenze interne di ordine economico e sociale; (c) moltiplicazione di canali relazionali, precari o stabili, e di influenze culturali, formarsi di uniformità, convergenze, ma anche attriti, nei modi di vivere e di pensare; (d) stimolazioni, resistenze, alternative alla identificazione nazionale come fattore di “cultura civica”. L’intreccio è certamente stretto, poiché ciò che si verifica in uno degli ambiti indicati produce conseguenze, a volte deliberate, nell’altro o negli altri. La confusione può essere facile, in certa misura inevitabile, ma è forse un rischio da correre se si vuole fecondità conoscitiva.
2. Come esplorare il tema.
Si pone pertanto come necessario un inquadramento piuttosto ampio del tema, in modo da non escludere dalla visuale nessuno dei filoni ora indicati, poiché diversamente non si riuscirebbe a fare storia, cioè a cogliere connessioni e intrecci. Su questi si deve attirare l’attenzione da più punti di vista. Qui se ne indicano alcuni.
Vi è, in primo luogo, il problema delle modalità – che in certa misura è quello stesso dei “vettori” – dell’innovazione. Esso si presenta sotto il profilo delle forme e sotto il profilo dei tempi della innovazione stessa. Forme e tempi possono presentare, sul territorio e/o nei diversi ambienti sociali, differenze e discronie che costituiscono larga parte del problema storiografico relativo. A parte le discronie territoriali o settoriali si deve tenere conto delle fasi di accelerazione o di ristagno e ritardo. nell’insieme dei processi (in relazione a sollecitazioni extranazionali o interne): discutere specificamente di alcune di queste fasi sarebbe un altro modo per verificare la natura del cambiamento (diretto o spontaneo, verticale, orizzontale o di mediazione, etc., effetto o parte di un vento universalistico oppure no) e per valutarne i nessi “strutturali” con altri fenomeni paralleli (6).
A seconda dei casi e della natura dei fenomeni in questione, e delle fonti operative implicate, si possono dare diversi modi di “nazionalizzazione”, di natura più o meno istituzionalizzata, autoritaria e centralizzata (e che più facilmente sono polarizzati attorno allo stato o che siano invece tendenzialmente autoregolati e più o meno “spontanei”, comunque policentrici e “liberi” (e che concettualmente si polarizzano piuttosto attorno al mercato e alla società civile). La varia incidenza degli uni o degli altri fenomeni, i tempi del loro svolgersi, i i ferente “dosaggio” configurano diversamente l’esito del processo. Così ad esempio nel caso italiano vi sono fenomeni di nazionalizzazione nei quali è esplicito il carattere pubblicistico/statuale (è il caso dell’unificazione istituzionale e dell’omologazione burocratica, scolastica, militare, etc., soprattutto nella fase costituente). Una riflessione su questo tema ben noto alla nostra storiografia dovrebbe sforzarsi di vederne, oltre ai principi ispiratori, anche l’impatto sociale, l’effettiva applicazione e diffusione, con i vari fenomeni che ne derivano: dalla creazione di stili di comportamento burocratico e di linguaggi e stereotipi culturali, fino alla diffusione di tipologie architettoniche e degli insediamenti, etc. Tutto ciò anche in relazione ai suggerimenti di una nuova “storia sociale delle istituzioni”.
Vi è poi una amplissima gamma di fenomeni che appartengono piuttosto al “mercato” (in cui i “vettori” di nazionalizzazione, per quel che qui interessa, sono settori particolari dell’universo di tutti coloro che vendono e comprano): sia il mercato dei beni e servizi che quello dei capitali, nonché, e in particolare, quello del lavoro. Occorrerebbe, al riguardo, riprendere il tema della “formazione del mercato nazionale” arricchendolo particolarmente con gli apporti della nuova sensibilità per la diversificata dimensione regionale di molti processi economico-sociali. Anche in questo ambito l’attenzione dovrebbe essere rivolta specialmente all’impatto sociale sotto il profilo delle tensioni fra omogeneità-specificità. Di particolare interesse è il rapporto produttore-consumatore e l’aggressività della proposta innovativa del primo nei confronti del secondo, con le modalità economiche e culturali del suo imporsi (o adattarsi). Coinvolto in questo processo è il settore delle strutture commerciali e delle connesse relazioni sociali in epoca a noi più vicina: si pensi al ruolo dei circuiti di vendita e del commercio al dettaglio. I1 ventaglio di implicazioni sociali può appena essere menzionato per memoria: la standardizzazione dei prodotti, l’influenza della diffusione dei prodotti di consumo durevole nelle abitudini familiari e collettive, il mutamento dei consumi alimentari: la perdita di abitudini locali, la diffusione di standard nazionali e la ricreazione di specialità regionali, etc. Qui, più che mai, è chiamato in causa il problema, accennato all’inizio, della giustapposizione di processi omologativi di origine extranazionale (si pensi al cal. “americanismo”) con quelli nazionali. E qui, più che mai, viene in questione la prescindibilità-imprescindibilità di interpretazioni unilineari e la legittimità di canoni di giudizio del tipo “ritardo-tempestività-anticipazione” ovvero “presenza-mancanza” (il “mancato”…qualcosa).
Si rifletta, in particolare, al tema della formazione dei circuiti monetari e finanziari, che sembra avere goduto di scarsa attenzione dopo la vecchia polemica meridionalistica relativa a un presunto “travaso” di risorse dal Sud verso :1 Nord nel periodo post-unitario. La questione merita di essere approfondita sia dal lato della formazione e dei modi di impiego del risparmio, sia da quello dei modi di reperimento dei capitali per l’investimento. Non ultimo il problema della formazione di una mentalità fiduciaria (si pensi alla diffusione dell’uso dell’assegno, al rapporto del risparmiatore con la borsa, all’utilizzo delle protezioni giuridiche offerte alle diverse forme associative, alla propensione stessa al rispetto delle pattuizioni, oltreché alla questione delle modalità, giuridiche o extra-giuridiche, di sanzione dei trasgredienti…). Si tratta di un ambito tematico che, trascurato dalla storia economica, è probabilmente sottovalutato dalla storia sociale.
Ma, di certo, il settore di “mercato” più influente dal punto di vista delle immediate conseguenze sociali è il mercato del lavoro. La questione, per un verso, si offre alle già esposte esigenze di ricognizione relative ai processi omologativi (la diffusione del lavoro extragricolo, industriale, e, più in generale, del lavoro dipendente) e, per altro verso, si intreccia con il più grande tema della varia mobilità sul territorio della popolazione o di settori di questa. La mobilità orizzontale, in tutte le sue forme, è stata una grande, e crescente, fonte di conoscenza reciproca e di reazioni di adattamento fra le popolazioni delle diverse parti d’Italia : oltre alle migrazioni lavorative permanenti, transitorie o stagionali e al pendolarismo, in relazione ai grandi processi economici, vanno considerati il servizio militare, i movimenti di personale della pubblica amministrazione e delle grandi amministrazioni private a carattere nazionale (banche, assicurazioni etc.), le migrazioni studentesche stanziali, universitarie e non, le stesse itineranze dei commessi viaggiatori e di altre professioni, per non parlare di tutte le forme di turismo interno, la cui più recente manifestazione esplosiva sembra essere quello scolastico. Ognuna di queste forme di mobilità ha probabilmente i suoi peculiari modi di influenza – nel senso della apertura o della diffidenza – sulla nazionalizzazione culturale.
Si dirà più avanti dei problemi interpretativi che tradizionalmente sorgono nella considerazione dei diversi livelli del movimento storico: l’economia, le istituzioni, la politica, la cultura. Si è già visto come la più sintetica panoramica di questioni ne richiami inevitabilmente le connessioni. In ogni caso, vi è però una specifica dimensione nel modo di porsi dei problemi lato sensu culturali, indipendentemente, cioè dalle presunzioni relative a gerarchie di causazione fra i diversi “livelli”. Questa specificità non è soltanto tecnica ma è anche, e forse soprattutto, dovuta al fatto che proprio qui, nell’ottica della impostazione adottata, si forma il senso (“nazionalizzazione culturale”) dei mutamenti di ogni tipo che si vogliono considerare, quale che sia poi il tipo di sequenza esplicativa che si prediliga nel porli in relazione fra loro.
In questo campo si devono probabilmente distinguere (a) i circuiti operativi (l’istruzione, il culto, l’editoria, la produzione di mass media…), (b) gli attori consapevoli che li gestiscono o tentano di gestirli (Stato, Chiesa, partiti, imprenditori culturali, professionisti…), (c) le fenomenologie culturali che sono investite dal mutamento, alla formazione delle quali possono concorrere diversi circuiti operativi e attori diversi, ma che conservano spesso una loro insopprimibile dimensione spontanea.
Si potrà forse mettere al primo posto, nel quadro di queste fenomenologie, in ordine logico, il problema delle pure immagini. L’evolversi della immagine nella vita quotidiana ha certamente, nel-corso dell’ultimo secolo, qualcosa di spettacolare. Ma il suo ruolo è probabilmente stato sempre assai grande. A prescindere dalle immagini nel mondo dell’arte figurativa, e non, del mondo colto, il ruolo dell’immagine nella vita popolare è sempre stato assai grande: immagine sacra, immagine (quali quelle architettoniche) di status sociale e di rispetto. Il pellegrinaggio stesso era un immagazzinamento di immagini significative. La bandiera è certamente un’immagine simbolo. 1 referenti visivi della unità d’Italia sono per lungo tempo quasi esclusivamente volti barbuti più o meno miticizzati. L’autorità del re (poi quella del “duce”, e, infine – ma non senza entropia – quella del presidente della Repubblica) entra per immagine negli spazi chiusi pubblici. Una funzione peculiare è affidata al monumento pubblico, che è un richiamo in loco dell’insieme “nazione” o “patria”, attraverso esponenti illustri di esso, oppure celebrazione dell’apporto locale alla “causa” comune: eroi o personalità locali, e, dopo la prima guerra mondiale, i monumenti ai caduti. Si assiste ad una grande standardizzazione nazionale dei simboli visivi? Poi verranno il manifesto e infine il documentario filmico.
Secondo problema, è certamente la lingua, come mezzo basilare di comunicazione e come luogo elementare di riconoscimento nazionale. Vi è la sua sovrapposizione ai dialetti, per usi dapprima circoscritti. Vi sono situazioni sociali e culturali a lungo radicalmente riluttanti. Talune situazioni sociali e culturali conservano in modo duraturo il dualismo mentre in altre situazioni si operano più radicali nazionalizzazioni. È evidente come esista un fitto intreccio di relazioni fra questa evoluzione linguistica e il crescere della presenza amministrativa centrale, nonché dei rapporti di mercato, ma non di tipo deterministico. Avremo poi, addirittura, come fenomeno che qualitativamente si sarebbe tentati di definire folklorismo del post-moderno…, la nazionalizzazione parziale, in sede di spettacolo per lo più, di taluni dialetti.
In stretta connessione con il problema linguistico si trova quello dell’alfabetismo, indubbio veicolo di nazionalizzazione linguistica. Ma l’alfabetismo è altresì presupposto di altre e più complesse forme di comunicazione. E qui si viene alla stampa e alla editoria, prima di tutto. A seconda dei periodi interessati si pensi alla storia degli editori e del loro mercato, oppure, per la stampa periodica, al passaggio dall’organo di stampa locale e regionale a quello nazionale (e viceversa), ma anche ai testi scolastici, ai magazines, ai fotoromanzi, ai periodici sportivi, etc. È chiaro che uno spartiacque è segnato dall’emergere di nuovi mezzi di comunicazione di massa: la radio e poi la televisione, che consentono una nazionalizzazione linguistica senza un necessario presupposto di alfabetizzazione…
E qui si viene a un terzo grande problema: la fenomenologia degli orizzonti informativi e dei messaggi orientativi (due aree connesse che sarà il caso di distinguere, ma non separare). Come si evolve, ai diversi livelli sociali, il rapporto fra le componenti locali, nazionali, esterne dell’insieme informativo abituale? E il rapporto fra informazione regolare e informazione periodica o saltuaria (legata o no a circostanze di contatto)? Il problema si intreccia, qui, con quello delle preesistenti forme di ritualità religiosa e di sociabilità (la messa, la veglia, il giorno di mercato; l’osteria, il ritrovo associativo religioso e non, la sede di partito; il transito serale nella agorà, il “circolo”, il salotto) e del modificarsi di queste (nuovi obblighi di attività in comune nel campo della scuola e del lavoro, nuove sedi di sociabilità, nuove occasioni di adunanza). Quale dinamica subisce la trasmissione di “messaggi” (influenti sulle convinzioni generali e sulle abitudini radicate) attraverso lo sviluppo dei mezzi informativi?
Sotto questo profilo, in primo luogo è certamente da porre il mondo delle convinzioni religiose e .politiche. Pressioni specifiche sono esercitate, attraverso particolari canali informativi, per far passare messaggi che tendono esplicitamente a modificare (o difendere e rafforzare) lo standard delle convinzioni tradizionali e tramandate. Nasce certamente, con l’unificazione, una nuova dimensione della politica, di cui si tende oggi a non sopravvalutare la rapidità dell’impatto é la modernità delle sue prime, e non solo prime, manifestazioni: ma nasce , in ogni caso, e tende ad operare crescentemente e con prepotenza (forse più che in altri paesi?) nella occupazione degli spazi informativi di ogni tipo. È ben noto, altresì, anche se non si tratta di fenomeno studiato in coordinazione con l’ottica qui richiamata, che avviene al tempo stesso un’ampia riorganizzazione e un rilancio dei modi di dialogo del mondo della Chiesa cattolica con il proprio universo di fedeli. Possono essere registrati in questo ambito mutamenti che operino di fatto nel senso di una nazionalizzazione culturale, sia di tipo specifico che con fenomeni di “fall out” più generali? Ma in che relazione con il formarsi o no di una identità nazionale?
Vi è poi l’ampio campo culturale che potremmo chiamare della “nazionalizzazione delle passioni comuni”. 1 suoi campi maggiori sono, grosso modo, la melofilia popolare, l’agonismo sportivo, il divismo dello spettacolo: manifestazioni antichissime, a base originariamente locale, ma che, in età contemporanea, prendono sviluppo travolgente e divengono un luogo tra i più appariscenti di nazionalizzazione culturale. Certamente, la “nazionalizzazione delle passioni comuni” ha un grosso spartiacque nell’avvento della radio e del cinema, tipici mezzi di fruizione simultanea su un intero territorio. Questo vale per la musica dei giovani che si diparte dalla “canzonetta” degli anni trenta e si affranca dall’organetto di Barberia giungendo alla miriade delle radio locali FM e alla discoteca; per la vicenda dei miti sportivi, col sovrapporsi di diverse identificazioni nazionali e locali (la Juventus più la squadra locale) o da luogo a differenti opposizioni, locali/nazionali/internazionali o trasversali (Binda/Guerra; Bartali/Coppi).
Qui la nazionalizzazione culturale si intreccia, ma non si confonde, con ventate cosmopolitistiche o universalistiche: si viene formando un’ampia tipologia di coesistenze compatibili fra il nazionale e l’extra-nazionale e, viceversa, di agonismi nazionalistici. La tradizione locale è accantonata, riemerge, in qualche caso si cosmopolitizza, ma in stereotipi (la canzone napoletana). Peculiare è la vicenda dell’opera lirica che ha una doppia dimensione: quella popolare resta prevalentemente regionale, in un ambito geografico determinato.
Fin qui si è parlato, per così dire, della fenomenologia della nazionalizzazione culturale. Un problema a parte è certamente quello degli attori centrali che operano nel produrre taluni di questi fenomeni e per volgerli in genere, dove e quando possibile, a fini politici Non pare siano state condotte fin qui indagini volte a analizzare il modificarsi formale in senso nazionale della organizzazione e della propaganda politica. “In principio era’ piuttosto il Parlamento che non i partiti, e il parlamento formava i partiti piuttosto che il contrario. La prima vera innovazione politica di collegamento nazionale, dopo l’azione mazziniana e il lavorio della “Società nazionale”, fu probabilmente la rete dei prefetti, attraverso la quale il capo della maggioranza, scelto dal Re, lavorava a consolidare o rafforzare la maggioranza trovata in Parlamento. Sappiamo che il dialogo elettorale, nella età liberale e fino ai socialisti, si svolgeva a un dipresso su tre piani: enunciazioni generali di principio, prese di posizione su temi di politica estera e di legislazione, mediazione con gli interessi locali. Ma se sappiamo parecchio su questo o quell’uomo politico di spicco, abbiamo solo impressioni sulla importanza mediamente assegnata a questioni nazionalmente rilevanti . A testimonianza della formazione di una opinione pubblica nazionale – della circolazione effettiva di interessi e passioni di dimensione nazionale – abbiamo alcuni pochi pregevoli studi sulla stampa politica, sui suoi motivi ricorrenti e sulla sua diffusione. Cominciamo ad avere solo ora studi su associazioni politiche e non, che permettano di registrare indici o testimonianze relative al grado di nazionalità e alla diversa densità dell’area di copertura delle reti organizzative.
Ripercorrendo con sensibilità nuova temi classici della storia del paese, sarebbe bene discutere di ciò che sappiamo o vogliamo sapere in tema di funzionamento del sistema parlamentare, di “trasformismo” e di sistema di partiti nelle varie fasi di storia costituzionale incentrando l’attenzione soprattutto su alcuni punti critici del rapporto di rappresentanza e di relazione tra centro e periferia, tra i quali, a seconda dei periodi: la formazione delle candidature, le procedure elettorali e i rapporti dei deputati col collegio da un lato e con il partito dall’altro, i meccanismi di scambio tra favori e voto parlamentare, tra autorità periferiche dello stato e autonomie, etc.
Con il partito socialista il quadro comincia a cambiare. Ma fino a che punto? Un tema di particolare interesse sarebbe in questo settore quello della configurazione assunta in sede locale dai conflitti “politici”, con i casi, da un lato, di “ideologizzazione” del conflitto locale e dall’altro di “localizzazione” del conflitto ideologico: cosa significa – in momenti diversi essere giolittiani, o comunisti, o democristiani, in un piccolo paese rurale? È l’ideologia “nazionale” che presta le parole a conflitti tra gruppi locali (si ricordi il modo in cui in tante località si formarono i “sei” partiti del CLN o il modo in cui ancora oggi si occupano gli spazi di “corrente” di un partito), o può avvenire invece che uno scontro “moderno” (di classe, ad esempio) sia nascosto dalle tensioni tra gruppi tradizionali locali? In questo caso la storiografia dovrebbe dialogare con gli studi antropologici e micropolitici di comunità.
3. I problemi
Quali problemi incoraggiano a proprorre o riproporre l’ordine di questioni che si è accennato? Oggi, come si è detto in principio, noi vediamo con una maggiore esperienza storica planetaria, che processi di mutamento che chiamiamo modernizzanti tendono ad investire pressoché ogni angolo del mondo . Abbiamo però visto e capito che questi processi possono combinarsi con ingredienti culturali diversi, addirittura riattivandone qualcuno da contesti tradizionali che un tempo potevano apparire totalmente incompatibili. Stiamo persino percependo che questa riattivazione del “tradizionale” può investire in contropiede le culture occidentali originarie del mutamento modernizzante, modificandone forse anche profondamente aspetti importanti e sottoponendole a difficili prove (o, anche, può darsi, offrendo ad esse imprevedibili linfe). La cultura del “progresso” che aveva accompagnato il grande mutamento nell’arco di un paio di secoli, e che aveva già subìto i suoi traumi, ne è stata, comunque, ulteriormente disorientata.
Una impostazione problematica che ha avuto larga fortuna, relativamente a questi processi, è stata quella che potremmo chiamare nazional-comparatistica. La comparazione tende ad oscillare fra le forme d’insieme, relative alle sorti comuni di una nazione-stato, e morfologie specifiche, relative a fenomeni particolari di interesse tecnico o, comunque, disciplinare (istituzioni, economia, tipi di culture). Nel primo caso, quello che più da vicino ha interessato la storiografia, la comparazione ha spesso avuto, come punto di riferimento, un trauma storico (aggressività esterna, violenza e lacerazione interna, sconfitta, senso di arretratezza etc.), inducendo l’assunzione di modelli esemplaristici, giudicati tali perché più o meno immuni dalle cause di quel trauma, e quindi un paradigma, espresso o sottinteso, di esemplarità/devianza. L’esemplarismo è oggi considerato forma di ingenuità metodologica, ma il movente etico-politico che generava questo tipo di comparazione non deve essere sottovalutato, né, d’altronde, può ritenersi spento. Quel movente può stimolare percorsi di analisi e di ricerca più articolati e complessi. La comparazione, d’altra parte, conserva rilevanza anche al di là di quelle forme “ingenue”, nella ricchezza dei suggerimenti euristici che possono venirne sulla linea di ciò di cui parlava già Marc Bloch, e il cui campo, per l età contemporanea, si arricchisce degli interrogativi provenienti dalla cultura delle scienze sociali (il ricercare anche qui – salvo trovarlo, ovviamente – quel che è noto per un altrove, l’ipotizzare una spiegazione possibile – da verificare – sulla base di un caso analogo).
Forse oggi si esiterebbe a prospettare una peculiarietà italiana in termini di “arretratezza”, come è pur accaduto in passato. E ciò non tanto perché si sia dissolto il significato di quella nozione, quanto perché l’economia, spesso fissata in passato a base dell’universo sociale, non pare far registrare oggi l’Italia in posizione particolarmente sfavorita; e perché – come è stato ricordato più sopra – si è abbandonata, per esperienza e per teoria, l’idea della compattezza dei requisiti nei diversi settori di una società e di una gerarchia, o comunque di modalità fisse, nelle relazioni interne fra questi requisiti (economici, sociali, giuridici, culturali…). Ci si porrà, eventualmente, il problema di una arretratezza “rispetto a che cosa”, esprimendo, certo, una inevitabile preferenza per questo o quel “che cosa”, e facendo riserva di determinare poi in linea di indagine, se sarà possibile, quali relazioni concretamente siano passate fra i diversi aspetti della peculiare storia del paese. E’ abbastanza frequente, comunque, che, in questi diversi termini, il problema di una peculiarietà italiana nel processo di modernizzazione sia ancora frequentemente evocato con inquietudine critica e dia luogo a riflessioni e dissensi che sono tuttora stimolo alla ricerca storica, vuoi come revisione di schemi diffusi in passato che come esplorazione di nuove vie.
Oltre alle impostazioni problematiche che si prospettano in forma comparativa, abbiamo avuto in passato quelle che si prospettano in forme che potremmo chiamare diffusive: la ricerca, cioè, relativa ai concreti percorsi di influenza del mutamento, specialmente dall’esterno verso l’interno. Come si sa, anche questo terreno problematico ha avuto in passato sollecitazioni valutative: ci si è posto, per istituzioni o indirizzi di azione dipendenti dalla scelta di attori politici, economici, culturali, il problema dei modelli scelti e della preferibilità di questo o quel “modello” (qui nel senso di “prototipo” tecnico), ma soprattutto il problema della adeguatezza di queste “applicazioni” alla concretezza delle condizioni italiane, o, comunque, delle conseguenze, prevedibili o imprevedibili, della diffusione/imitazione. Si può dire che questo ordine di problemi tende a presentarsi, nella storia più recente, in termini affatto nuovi? I percorsi degli impulsi al mutamento dall’esterno verso l’interno, in altre parole, sembrano, via via che si viene verso di noi, indifferenziati e senza filtro, ma soprattutto enormemente dilatati e affollati. La dimensione nazionale sembra diventare sempre più soltanto il recipiente linguistico di una “omologazione” transnazionale dai -iriillé rivoli e sempre meno il luogo di formazione di una cittadinanza intesa, per esprimerci secondo la nostra tradizione “risorgimentale”, come una qualche ragionevole sintesi di diritti e di doveri. È probabile che i tempi non consentano più l’assolvimento, da parte di chicchessia, di una funzione costruttiva al riguardo. Resterebbe però da domandarsi, allora, se le peculiarità del nostro itinerario storico passato non abbiamo lasciata aperta qualche falla. C’è da chiedersi, insomma, come i ritmi e i modi della “nazionalizzazione culturale”, nelle forme qui sopra panoramicamente richiamate, possano avere avuto influenza sul processo di formazione della identità nazionale, in quel che esso è stato o non è stato. II nazionalismo può indurre conseguenze drammatiche, nei rapporti con gli altri o nei valori che gerarchizzano una società. Ma anche la carenza di coesione nazionale può indurne.
Una ipotesi sulla quale discutere potrebbe essere formulata partendo da una distinzione, a grandi linee, di cinque idealtipi di atteggiamento civico di fronte ai fenomeni omologativi:
(a) il primo è l’idealtipo passivo che subisce l’imposizione disciplinatrice e non fruisce sostanzialmente di vantaggi materiali o di eccitazioni emotive gratificanti. Si riscontra su larghissima scala nella nostra costruzione amministrativa post-unitaria. IL soggetto della omologazione è chiamato a contribuire in misura assai maggiore di quanto non sia chiamato a fruire o partecipare di qualcosa e subisce per lo più le manifestazioni di questo tipo prevalentemente come coercizione cui cerca, con alta frequenza, di sfuggire (tradizione poi radicatasi nella storia italiana). È raggiunto scarsamente dal messaggio patriottico, poi civico, che si cerca di associare alla domanda di contribuzione che non lo coinvolge negli interessi né lo mobilita nelle passioni. Questo idealtipo prevale agli inizi della storia unitaria, ma si radica e tende a perdurare nel mutamento delle circostanze.
Qui la nazionalizzazione comincia come percezione di una nuova autorità di polizia, come servizio militare, come obbligo di pagare tasse e simili.
(b) il secondo è l’idealtipo che possiamo chiamare consensuale-tradizionalista. Si sostiene l’ordine costituito per motivi cultura] i-religiosipe si finisce con l’accettare senza reazioni forti la modernizzazione che esso comporta. Diffuso nell’Ottocento in altri paesi, questo idealtipo è carente (non assente) e anomalo in Italia, a causa del cleavage politicoreligioso del Risorgimento, fino all’entrata in scena di un partito cattolico, ma elementi di quella anomalia probabilmente si prolungano nel tempo.
Anche qui la nazionalizzazione comincia in negativo. Ma per questo idealtipo, nella sua incarnazione italiana, vi sono probabilmente canali particolari, interni, dì nazionalizzazione culturale.
(c) il terzo è l’idealtipo partecipativo-individualistico, che coinvolge soggetti selezionati: è lo spazio degli affari e delle carriere, in senso lato, post-risorgimentali e della cultura risorgimentale. Questo coinvolgimento può verificarsi in una certa armonia fra il livello degli interessi e quello della cultura o delle passioni, o con brutale prevalenza del livello degli interessi e scarso interesse per la cittadinanza. Nella storia italiana sono indubbiamente presenti sia il sub-tipo armonico che quello disarmonico.
Questo idealtipo è poco diffuso alle origini, concentrato in poche aree, e si rende più frequente, aumenta di spessore, col trascorrere del tempo, con accelerazione negli anni del fascismo e poi negli anni della democrazia postfascista. È probabile che le accelerazioni improvvise abbiano accresciuto il peso del tipo disarmonico.
(d) il quarto è l’idealtipo mobilitativo-partecipativo di massa. È un coinvolgimento di interessi e passioni collettive che si manifesta in forme tendenzialmente consapevoli della essenzialità del carattere nazionale del teatro in cui si realizza. La prima diffusione se ne ha probabilmente con il movimento socialista, ma in forma fortemente conflittualistica, e con tratti di vera e propria frattura, in cui l’elemento nazionale è assunto come livello di fatto ma idealmente negato.
La prima guerra mondiale diede luogo a forme di partecipazione emotiva con risvolto gratificante. Ma è di nuovo in forma conflittualistica che questo idealtipo si diffonde con il primo dopoguerra e il fascismo, quando la frattura esplode. II fascismo tentò poi di sviluppare la mobilitazione emotiva e di rimarginare la frattura volgendone, ma senza successo, l’aggressività contro un “nemico” esterno. Nel secondo dopoguerra se ne ha una importante crescita ulteriore, in un clima che potrebbe forse dirsi di “frattura controllata”.
(e) il quinto è l’idealtipo gratificativo di massa. Esso si manifesta come soddisfazione per l’accesso su larga scala -(cosa assai diversa dal tipo indicato in (b)) alla distribuzione di benefici che derivano dal mutamento. In sintesi questo idealtipo ha come centro la rottura della barriera dei consumi popolari, la formazione dell’uomo consumatore del nostro tempo con una sfera autonoma di mitologie che non sono né religiose né politiche e non sono, di per sé, produttive di coesioni sociali se non utilitaristico-razionali, salvo che la soddisfazione che questo accesso al consumo reca non venga associata a fattori politici, favorendo per questo un qualche aumento del tasso di obbligazione civica.
L’osservazione principale che pub farsi al riguardo, ai fini del discorso qui svolto, è che questo idealtipo, nullo agli inizi della storia unitaria, compare brevemente nella età del fascismo. Può essere formulata l’ipotesi che il periodo fascista abbia visto un breve momento di associazione di quella gratificazione a un fattore politico. Nel secondo dopoguerra italiano questa “associazione”, in altri paesi manifestatasi nella forma che è stata chiamata “compromesso socialdemocratico”, sembra largamente frustrata dalla situazione di perdurante cleavage, sia pure “controllato”. II cleavage fa prevalere una rappresentazione individualistica del tipo indicato in (c), e di versione selvaggia, per i processi in corso. Nessuna obbligazione “civica” è dovuta per il benessere.
Questa tipologia vuole suggerire spunti di riflessione, anche di senso opposto, e di organizzazione di dati e idee. Non vuole in alcun modo suggerire né imporre, in ogni caso, una gabbia per la discussione, né tanto meno un linguaggio.
(Luciano Cafagna)
Note
1 li testo è stato redatto da Luciano Cafagna, che ne porta l’intera responsabilità. Stesure precedenti sono state discusse con Ernesto Galli della Loggia, Claudio Pavone, Paolo Pezzino, Paolo Pombeni, Raffaele Romanelli, Mariuccia Salvati, dei cui contributi si è tenuto ampiamente conto. Si tratta ancora, tuttavia, di stesura provvisoria, che si fa circolare per i lavori preparatori del seminario. Per distinguerla dalle precedenti e da quelle che probabilmente seguiranno essa viene contrassegnata con il numero WP 3.
2 Per “patria” deve intendersi una “nazione” che ha trovato il suo “Stato”? Comunque si voglia procedere nelle definizioni, vi è una indubbia stratificazione di livelli possibili di convergenza, di consapevolezza, di partecipazione, di solidarietà, di civismo. Di queste diversità si vorrebbe qui suggerire un uso per una migliore comprensione della nostra storia recente.
3 Di “modernità” si parla, oggi, non solo nel quadro della familiare dicotomia tradizionale-moderno, in cui il moderno è sinonimo di civiltà del razionale d la Weber (capitalismo, stato moderno, società e cultura pervase da scienza e tecnologia), ma anche nel quadro di una “nuova dicotomia” moderno-postmoderno, nella quale il termine “postmoderno” starebbe a indicare più recenti tendenze, implicanti un sempre più frequente convivere, e anche prosperare, di forme culturali e sociali che la modernità pareva porre in necessaria successione storica e reciprocamente escludere. Come spesso accade, e non di rado beneficamente, per una nuova ottica suggerita da decorsi nuovi delle cose, ciò ha provocato maggiore attenzione per i fenomeni di convivenza nel passato di forme diverse, che l’ottica del progresso induceva invece a considerare per lo più in termini di inevitabile tensione reciproca. Non è questo il luogo ove discutere se le tendenze cosiddette “post-moderne” siano o no svolgimenti di quelle “modernizzanti”, nel senso di “rese possibili” proprio da esse e se siano, e fino a che punto, con esse compatibili . E non è neanche il luogo per discutere su opportunità e limiti dell’uso dell’ottica del “postmoderno” comespecchietto retrovisore. Ma è evidente che qui, come in altri casi, la storiografia deve sapersela sbrigare con i “modelli”, usandoli senza restarne vittima.
4 Si tratta di un correttivo necessario alla “inumanità” (che potrebbe anche essere troppo poca naturalità o animalità) dell’ipertecnico e dell’iper-razionale? Possiamo chiamarlo modello dei vampiro”? Un modo opposto di considerali le cose, rispetto à quanto si è appena accennato, potrebbe essere quello di ritenere che la modernizzazione sia un insieme di abitudini che riesce ad adattarsi a sistemi di valori che parevano incompatibili, salvo a macinarli lentamente in un secondo stomaco (possiamo chiamarlo modello del “cammello”?). Può darsi che il primo modello (quello del “vampiro”) aiuti un po’ a capire come certi processi veramente decollati -quelli che poi inducono mutazioni genetiche che poi si trasmettono anche altrove – abbiano potuto riuscire nel loro originario e difficile decollo, mentre il secondo aiuti a capire come un seme selezionato, un nuovo gene ormai robusto, possa attecchire anche in terreno inospitale, salvo a trasformarlo lentamente. E non è affatto detto che i due modelli non possano essere combinati.
5 Con ciò si vuol dire qui che l’astrazione analitica delle scienze sociali arricchisce certamente la problematica dello storico, ma che talora può verificarsi qualche incidente linguistico. Connotazioni o derivate che si danno per scontate nel prevalente usoin un contesto storico attuale possono non essere scontate nell’uso relativo ad altri contesti storici.
6 Ci si dovrebbe soffermare, al riguardo, su alcuni momenti ora di crisi ora di accelerazione del processo di nazionalizzazione: sicuramente l’unificazione politica del 1860, ma anche la crisi agraria, la prima guerra mondiale, il regimefascista e la seconda guerra: in che modo la specificità nazionale degli eventi influisce nel dare configurazione particolare – e quale? – al processo di nazionalizzazione? In questa sede si potrebbe utilmente tornare su un quesito importante del recente dibattito storiografico sul fascismo: se cioè e in che senso, il regime fu elemento di accelerazione o di ristagno rispetto ai processi di modernizzazione.
Scheda
Che succede all’archivio della Camera dei deputati?
(Nota di Raffaele Romanelli)
Stato della ricerca, stato delle fonti, stato degli archivi: un percorso che la SISSCO dovrebbe battere. Si sa che la storiografia contemporaneistica è da noi molto vicina alla politica: così vicina anzi da non vederla affatto, cioè da non saperne fare oggetto di analisi critica con distacco e mestiere, come allo storico di altre epoche e settori è naturalmente richiesto fin dagli anni della formazione. Già, perché se gli articoli di fondo dei quotidiani, o le dichiarazioni di parlamentari, o i deliberati dei congressi di partito sono assunti direttamente in vena, come fossero il modo di essere naturale e spontaneo della politica (se non del paese e della sua storia), diventa incongruo parlare di conoscenza scientifica dell’oggetto e dei metodi, di critica delle fonti e delle tecniche per la loro conservazione. Che sia così, lo dimostra il trattamento riservato alla documentazione corrente dell’amministrazione, alle collezioni di giornali, agli archivi privati o pubblici, siano di una industria, di un partito o di un ministero.
O del Parlamento. A pensarci c’è da non crederci. Il Parlamento italiano ha 142 anni, è indicato come il fulcro irrinunciabile dell’ordine costituzionale, il centro attorno al quale ruota la vita politica del paese; i suoi archivi dovrebbero essere – e in gran parte sono – il terminale d’arrivo di tutte le istanze, le indagini, i documenti che salgono dal paese per essere conosciuti, ascoltati e fatti oggetto di normativa. Ciononostante il Parlamento non ha mai fatto nulla per conservare – non dirò coltivare – la sua storia, il suo patrimonio documentario.
Salvo qualche affrettato volume-strenna, il Parlamento italiano non ha mai pubblicato una sua storia. E non offre nemmeno i dati per scriverla. Al di là dei profili scarni e spesso inesatti di vecchie e nuove “navicelle”, il Parlamento italiano non ha la storia dei suoi deputati e senatori. Se si fa eccezione d’un vecchio e prezioso volume che si ferma al… 1898, non ha un regesto a stampa dei progetti di legge presentati e discussi, né dei collegi elettorali, e dei risultati delle elezioni. Né ha un inventario del materiale conservato nei suoi archivi, che del resto non sono mai stati ordinati.
A pensarci la questione è così grossa che chiama in causa il ruolo delle istituzioni rappresentative nella costituzione materiale del paese, il rapporto della cultura storica con la politica e le istituzioni e quello della cultura politica italiana con la sua memoria storica. Data la situazione, un visitatore ignaro stupirebbe nel sapere che uno dei rami – quello su cui si sa meno – è addirittura presieduto da una storico di professione.
Speriamo che i soci della SISSCO ne vogliano discutere. Per ora, limitiamoci a sollevare qualche domanda sullo stato di quegli archivi, in un momento tra l’altro in cui dopo sonno secolare sembrano svegliarsi a nuova vita, senza peraltro che l’ambiente accademico o il mondo della ricerca siano stati chiamati a dire la loro.
Il 3 febbraio del 1971, con il n. 147 fu varata una legge d’un solo articolo che regolava gli archivi storici parlamentari nel senso di sottrarli alla legislazione di tutela e di conservazione degli archivi di Stato: “la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica conservano i loro atti presso il proprio Archivio Storico, secondo le determinazioni dei rispettivi Uffici di Presidenza”. Forse la storia finisce qui, col dire che gli Uffici di presidenza non hanno mai avviato una qualche politica di conservazione e acquisizione del materiale. In base alla stessa legge del ’71 l’archivio aveva l’obbligo di aprire i propri fondi alla consultazione degli studiosi, cosa che ha sempre fatto con i modi e la misura di una istituzione paesana, alla quale si accede per la cortesia e il favore di qualche solitario e disarmato responsabile e il cui materiale, elencato dalle vecchie rubriche correnti, è in gran parte irrintracciabile. Anch’io ho il mio tributo di riconoscenza in quelle sale, e almeno ch’io sappia a nessuno è mai stato negato di fare qualche sondaggio (almeno presso la Camera, che è sempre stata la più accessibile e la più ricca di documenti: del Senato non si sa nulla). A suo tempo è stata inoltre costituita una commissione per la pubblicazione dell’archivio storico della Camera presieduta dall’on. Zaccagnini e poi dall’on. Mariotti. Sono state quindi promosse alcune corpose pubblicazioni che hanno utilizzato anche o prevalentemente materiale dell’archivio storico, come i volumi di Eligio Vitale – allora responsabile dell’archivio stesso - su La riforma degli istituti di emissione e gli «scandali bancari» in Italia, 1892-1896 (1972), di Edoardo Del Vecchio su La via italiana al protezionismo (1979-1980) e di Hartmut Ullrich su La classe politica nella crisi di partecipazione nell’Italia giolittiana (1979).
Il 14 aprile del 1983 l’ufficio di presidenza della Camera ha intanto approvato un regolamento che dà “autonomia organizzativa” all’archivio storico, il quale oltre a conservare, inventariare e acquisire materiali “in funzione delle esigenze della istituzione parlamentare, della conoscenza storica e della ricerca”, può anche curare “le pubblicazioni dei suoi fondi inediti e di interesse storico, servendosi, ove necessario, di collaborazioni esterne specialistiche” e “collabora con altri servizi di documentazione della Camera dei Deputati per studi e pubblicazioni”. Esso deve operare secondo direttive formulate dal comitato permanente di vigilanza sull’attività di documentazione e dal segretario generale della Camera. Solo il 21 dicembre del 1988, in sede di discussione del bilancio interno, la Camera ha approvato un ordine del giorno presentato dai deputati Piro, Usellini, Vesce, Portatadino, Zangheri, Poli Bortone, Bassanini e Zevi e per il quale, “premesso che la Camera dei deputati ha un patrimonio culturale unico e originale che raccoglie quanto il Parlamento italiano dal 1848 ad oggi ha legiferato, indagato e richiesto” e ricordando la legge del ’71 che sottraeva la gestione alla normativa sugli archivi, la Camera impegnava l’ufficio di presidenza e il collegio dei deputati questori ad alcune misure che riguardavano: 1. la sistemazione dell’archivio nei nuovi locali a ciò destinati nel palazzo di piazza San Macuto e la predisposizione di un magazzino di deposito; 2. la creazione di un ruolo (“con un organico di almeno cinque posti”) di archivisti storico-parlamentari, laureati e specializzati, “da coprire con concorso da bandire al più presto”; 3. la creazione “di un adeguato fondo di dotazione che metta in grado l’Archivio storico di esercitare le sue funzioni di Istituto culturale autonomo, cioè di curare le proprie pubblicazioni e ricerche, di valorizzare il proprio patrimonio, di essere centro nazionale di studi storico-parlamentari, cercando anche di reperire fondi archivistici di singoli parlamentari altrimenti destinati a disperdersi”.
Sembrerebbe dunque che la Camera, mentre fnalmente si accorge di custodire del materiale altamente significativo per l’identità politica del paese, e dunque si dispone a conservarlo e a renderlo utilizzabile, intende però anche “valorizzarlo” costituendo essa stessa un “centro nazionale di studi storico-parlamentari” che dovrebbero essere condotti, si supppone, sempre sotto la guida delle supreme autorità politiche del paese. La cosa non può che suscitare perplessità. In realtà la situazione è quanto mai aperta, perché da un lato l’ufficio di presidenza non ha adempiuto ai compiti ai quali l’impegnava l’ordine del giorno del 1988 – cosicché mentre i locali stanno per essere consegnati il concorso per gli archivisti non è stato bandito e i fondi non sono stati stanziati -, dall’altro l’attivismo dell’attuale responsabile dell’archivio, la dottoressa Giuliana Limiti, il cui mandato scade in questi mesi, ha fatto si che molte delle iniziative previste avessero un solido inizio di attuazione. Accanto ai due documentaristi -uno dei quali impegnato nelle commissioni di inchiesta – e ai quattro collaboratori di cui è fatto l’organico dell’ufficio, la reggente ha così ottenuto che dal giugno del 1989 19 archivisti di stato fossero distaccati presso la Camera per il lavoro straordinario di inventariazione, che dunque è iniziato e i cui risultati saranno pubblicati sugli appositi “Quaderni dell’Archivio Storico”. In collaborazione con la Discoteca di stato e poi con la televisione è stata inoltre creata una “sezione orale”, che ha fin’ora provveduto a registrare delle interviste a Giancarlo Pajetta, Giovanni Leone, Randolfo Pacciardi, Pietro Amendola, Filomena Nitti. Non solo, una “sezione fotografica” ha iniziato a raccogliere fotografie di parlamentari anche da alcuni ministeri; sono stati creati “comitati di raccordo” con gli archivi dei vari movimenti e partiti politici, acquisiti materiali regalati da deputati ed ex-deputati, mentre sono in corso le trattative per la creazione di un Museo del Parlamento al Vittoriano.
Tutto ciò, come si diceva, senza che l’ambiente della ricerca sia stato formalmente coinvolto e senza che la presidenza desse di fatto esecuzione agli impegni votati nel 1988. Alla fine del 1989, di nuovo in sede di bilancio interno, sono stati presentati alcuni ordini del giorno sparsi ma di eguale contenuto che sollecitavano la Camera a bandire entro l’anno stesso il concorso per archivisti storico-parlamentari e a stanziare un miliardo per mettere in grado l’archivio di funzionare. Tra i firmatari di nuovo gli ori. Piro, Usellini, Zangheri, ai quali si aggiungevano questa volta Carlo D’Amato, Caria, Columbu, Vincenzo Scotti, Pazzaglia, Quercini, Cordati Rosaia, Faschin Schiavi, Soave, Sangiorgio, Bernocco Garzanti e Fagni. Il 23 novembre il presidente della Camera ha risposto contestando l’ammissibilità delle misure proposte: il ruolo di archivista parlamentare non esiste, diceva l’ori. Jotti, e dunque non si può bandire un concorso per coprirlo; quanto al finanziamento, ricordava che l’archivio gode di autonomia soltanto organizzativa, e per dargli una autonomia funzionale occorrerebbe una legge apposita. “Il problema dell’archivio storico esiste – concludeva il presidente – anche se non nei termini posti negli ordini del giorno”; entro tre mesi sarebbe stata avanzata una serie di proposte più adeguate.
1 tre mesi per la verità sono passati senza che nulla sia successo. Entro l’estate peraltro i nuovi locali dovrebbero essere consegnati, ed è dunque probabile che qualcosa succeda. Che cosa? Come hanno rilevato in aula gli ori. Piro e Cordati Rosaia, se è vero che il ruolo di archivista parlamentare non esiste, è anche vero che la Camera aveva impegnato la presidenza a istituirlo, e che, quale che sia la qualifica da attribuire loro, l’archivio della Camera non può funzionare… senza archivisti. Più delicato è forse la questione dell’autonomia di cui può godere l’archivio storico, giacché se è discutibile che ai sensi della legge istitutiva esso non goda anche di autonomia funzionale, resta però il problema di quale siano gli organi più idonei a garantirla, soprattutto nel momento in cui si pensa di farne una sorta di istituto storico con un museo, proprie collane di pubblicazioni, etc.
II sostanziale disinteresse da sempre manifestato dalla classe politica nei confronti della documentazione storica ha, come si diceva, riflessi e significati che vanno ben al di là della questione sul tappeto. Qui ne esce soltanto confermato. Oggi come ieri l’archivio storico della Camera resta affidato alle iniziative personali di un singolo sovrintendente a cui vengono distrattamente delegati poteri di maggiore o minore ampiezza a seconda delle sue personali doti d’iniziativa. Anche oggi, l’ampio ventaglio delle iniziative già prese o in progetto nasce dall’attivismo della sovrintendente in carica, sulla quale i nostri distratti interpellanti fanno pieno affidamento tanto da chiedere tra le altre cose anche la modifica del regolamento del ’72 “al fine di consentire all’attuale soprintendente di esercitare pleno iure i suoi poteri, anche se in quiescenza, per consentire che la rinascita dell’Archivio storico e la sua sistemazione definitiva siano guidate dalla persona che ha portato i problemi dell’Archivio storico in evidenza per la soluzione coinvolgendo tutte le parti politiche ed iniziandone la rinascita”.
Quali che siano gli indubbi meriti del funzionario oggi in carica, o di quei deputati che ogni tanto si assumono l’onere di sollevare la questione – e tra di essi anche degli studiosi, come Piro o Zangheri, che vorremmo invitare per primi a discutere il problema – non è certo questo il modo di affrontarlo.
Raffaele Romanelli Dipartimento di Storia Moderna e Contemporanea,
Università di Pisa
Informazioni
Un disegno di legge
Riteniamo di fare cosa utile pubblicando il testo di un disegno di legge, presentato da senatori appartenenti a vari gruppi parlamentari, relativo alla consultabilità delle carte del Tribunale speciale per la difesa dello Stato.
La SISSCO plaude all’iniziativa, e si impegna a sostenerla nelle sedi opportune.
DISEGNO DI LEGGE d’iniziativa dei senatori FIORI, ARFÈ, BOLDRINI, BOBBIO BOFFA, DE ROSA, ELIA, FOA, FONTANA Sandro, CEROSA GIOLITTI, ULIANICH, VALIANI e VOLPONI
COMUNICATO ALLA PRESIDENZA IL 18 GIUGNO 1990
Norme per la conservazione e la consultabilità degli atti del Tribunale speciale per la difesa dello Stato
ONOREVOLI SENATORI – A quarantacinque anni dalla Liberazione, la consultazione delle carte processuali del tribunale speciale fascista è ancora vietata agli studiosi. Senza un intervento legislativo, dovremo aspettare il 1998 per la ricognizione degli atti del «processone» contro Gramsci-Terracini-Scoccimarro (peraltro già avuti in lettura, per fortuita opportunità, da Domenico Zucaro e parzialmente pubblicati nel 1961 ), il 2001 per il processo contro Ernesto Rossi e Riccardo Bauer, il 2004 per i processi contro Leone Ginzburg e Giancarlo Pajetta, il 2006 per il processo contro Massimo Mila, Augusto Monti, Michele Giua, Vittorio Foa e altri. Si deve alla solitaria operosità di un magistrato militare colto, il generale Floro Roselli, se oggi disponiamo, se non degli atti, almeno delle sentenze (sino al 1935), pubblicate dall’ufficio storico dell’Esercito.
Attualmente le carte del tribunale speciale fascista sono conservate nella procura generale militare. C’è qui una sezione archivistica detta dei «tribunali soppressi». I «tribunali soppressi» sono i tribunali di guerra e – inspiegabilmente omologato a questi – il «Tribunale speciale per la difesa dello Stato». Gli studiosi non vi hanno accesso.
Tutti gli archivi italiani, tranne quelli ecclesiastici, fanno capo, direttamente e indirettamente, all’Amministrazione archivistica.
La materia è disciplinata dal decreto del Presidente della Repubblica 30 settembre 1963 n. 1409.
L’articolo 23 del decreto del Presidente della Repubblica n. 1409 esclude dall’obbligo del versamento agli Archivi di Stato un solo dicastero, il Ministero degli esteri, che ha dunque un «Archivio storico» autonomo. Un’altra esclusione riguarda il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati, in virtù della legge 3 febbraio 1971 n. 147.
Del tutto anomala, in questo quadro, è la condizione degli uffici storici dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica. Mentre norme specifiche stabiliscono l’autonomia degli Affari esteri, del Senato e della Camera, nessuna traccia vi è nella legislazione repubblicana di provvedimenti sull’ordinamento degli uffici storici militari. All’interno di questa anomalia, va segnalata un’ulteriore particolarità. L’ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Aeronautica fu istituito con decreto ministeriale del 14 maggio 1927. L’ufficio storico dello Stato Maggiore della Marina con Regio decreto del 29 agosto 1913 n. 1123. Invece l’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito è nient’altro che la più recente denominazione dell’Ufficio militare del Corpo Reale dello Stato Maggiore, istituito dal generale Enrico Morozzo della Rocca con un semplice ordine del giomo addirittura in epoca preunitaria, il 16 luglio 1853.
In sostanza – senza che alcuna legge abbia autorizzato ciò – gli atti d’un tribunale di regime (atti di persecuzione politica, non d’amministrazione della giustizia penale ordinaria) sono trattenuti – e vietati agli studiosi – in un archivio istituito con semplice ordine del giorno in evo preunitario!
L’articolo 21 del decreto del Presidente della Repubblica 1409 prescrive: «I documenti conservati negli Archivi di Stato sono liberamente consultabili, ad eccezione di quelli di carattere riservato relativi alla politica estera o interna dello Stato, che diventano consultabili 50 anni dopo la loro data, e di quelli riservati relativi a situazioni puramente private di persone, che lo diventano dopo 70 anni. I documenti dei processi penali sono consultabili 70 anni dopo la data della conclusione del procedimento».
Può porsi il problema se gli atti del Tribunale speciale fascista siano «documenti di carattere riservato relativi alla politica interna dello Stato». In tal caso – il termine dei cinquant’anni essendo largamente scaduto – sarebbero già «liberamente consultabili». Oppure se Gramsci, Terracini, Rossi, Mila, Ginzburg eccetera furono imputati in processi omologabili a quelli contro assassini, ladri, bancarottieri, stupratori: ipotesi alla quale è riferito il vincolo dei settant’anni.
Ma proseguiamo la lettura dell’articolo 21 del decreto del Presidente della Repubblica n. 1409. Il comma immediatamente successivo al primo già citato stabilisce: «Il Ministro per l’interno, previo parere del direttore dell’archivio di Stato competente e udita la Giunta del Consiglio superiore degli archivi, può permettere, per motivi di studio, la consultazione di documenti di carattere riservato anche prima della scadenza dei termini indicati nel comma precedente».
Anche dopo il passaggio degli Archivi di Stato al ministero per i beni culturali, l’autorizzazione alla consultazione è rimasta di competenza del ministro dell’interno. Abolito il parere obbligatorio della soppressa Giunta del Consiglio superiore degli archivi, è rimasta per il Ministero dell’interno la «facoltà di avvalersi del parere del comitato di settore per i beni archivistici, istituito presso il Ministero per i beni culturali ed ambientali, in relazione al valore storico-culturale dei documenti riservati di cui sia stata richiesta la consultazione» (articolo 6 del decreto del Presidente della Repubblica 30 dicembre 1975, n. 854).
Tutte le leggi, nei cent’anni dal 1875 al 1975, hanno sempre ribadito la facoltà di permettere la consultazione, per motivi di studio, anche prima della scadenza dei cinquanta o settant’anni, dei documenti di carattere riservato. Ha osservato a proposito dei documenti riservati uno studioso (Elio Lodolini, Organizzazione e legislazione archivistica italiana, prefazione di Giovanni Spadolini, Bologna, 1980) che «la libera e immediata consultabilità è la norma e la non-consultabilità per 50 anni un’eccezione».
Il fine di questa proposta di legge è di permettere deroghe al vincolo dei settant’anni anche per i processi politici contro gli Italiani che si opposero al fascismo.
DISEGNO DI LEGGE
Art. 1
1. Le disposizioni di cui all’articolo 23 del decreto del Presidente della Repubblica 30 settembre 1963 n. 1409 si applicano anche per il versamento degli atti del Tribunale speciale per la difesa dello Stato.
Art. 2
1. I criteri per la consultabilità dei documenti di cui all’articolo 21 del decreto del Presidente della Repubblica 30 settembre 1963 n. 1409 valgono anche per gli atti del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, in quanto documenti di carattere riservato relativi alla politica interna dello Stato.
Notiziario
* Un gruppo di promotori, in data 10 marzo, ha deciso di fondare formalmente la SISSCO, Società Italiana per lo Studio della Storia contemporanea, eleggendo un Comitato direttivo provvisorio della Società nelle persone di Luciano Cafagna, Ernesto Galli della Loggia, Claudio Pavone, Paolo Pezzino, Paolo Pombeni, Raffaele Romanelli, Mariuccia Salvati. II Comitato direttivo provvisorio, successivamente riunitosi, ha eletto come Presidente Luciano Cafagna e come Vice-Presidente Claudio Pavone.
* In data 26 marzo il Comitato Direttivo Provvisorio ha costituito legalmente la società davanti al notaio Ignazio Gandolfo di Roma.
* Il Comitato Direttivo Provvisorio, in successive riunioni, ha definito il tema del prossimo seminario annuale da tenersi in concomitanza con l’Assemblea dei Soci. Il tema scelto è “La nazionalizzazione culturale degli italiani”. Un workshop per discutere con i soci intorno alla organizzazione del seminario annuale è stato convocato per il 21 settembre 1990 a Bologna, alle ore 10,30, presso il Dipartimento di Studi Storici, Aula dei Seminari, II piano, via Zamboni 38.