SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Pubblicazioni

Bollettino SISSCO n.14, giugno 1995

INDICE

Lettera ai Soci di Claudio Pavone

1.Attività della Società:
1.1.Assemblea annuale
1.2.Seminario annuale

2.Storici ed Università:
2.1. Concorsi per ricercatori: Vale la pena parlarne

3.Convegni e seminari
3.1.Pedagogia nazionale in Italia.
3.2.How did they became voters?
3.3.Identità e Appartenenza. Donne e relazioni di genere dal mondo classico all’età contemporanea

4.Iniziative Future
4.1.Grande guerra e mutamento: una prospettiva comparata
4.2.Fondazione di Studi storici F. Turati
4.3.Centralismo e federalismo nel XIX e XX secolo. Germania e Italia a confronto
4.4.La storia delle istituzioni in Italia. Giornate di studio

5. Ricerca: Progetti di ricerca 40%

6. Associazioni corrispondenti : Australian Society for European History

7.Lettere aperte
7.1.Lettera aperta sulla Fondazione Basso
7.2.Appello per una federazione dei “Luoghi della memoria”

8. Rivista

Redazione del Bollettino della SISSCO presso: Dipartimento di Politica, Istituzioni, Storia; Università degli Studi di Bologna; Strada Maggiore 45; 40125 BOLOGNA; Fax 051 / 239548


A TUTTI I SOCI DEL SISSCO

Cari amici,

l’assemblea annuale della nostra associazione, riunitasi a San Miniato il 17 marzo u. s., ha provveduto, come disposto dallo statuto, al parziale rinnovo delle cariche sociali.

Al posto dei consiglieri uscenti Marco Meriggi e Mariuccia Salvati sono stati eletti Brunello Mantelli e Ilaria Porciani. Presidente è stato eletto Claudio Pavone. Il Consiglio direttivo risulta pertanto composto nel modo seguente: Pavone, presidente; Balzani, Banti, Dogliani, Mantelli, Pezzino, Porciani, consiglieri.

I nuovi eletti hanno ringraziato i soci per la fiducia loro accordata e hanno rivolto un grato saluto al presidente e ai consiglieri uscenti per l’opera da loro svolta a vantaggio del sodalizio. Nell’assumere la onorifica e impegnativa carica di presidente sento da parte mia il bisogno di rivolgere un particolare saluto a Paolo Pombeni che si è prodigato perchè la SISSCO facesse sentire la sua presenza nel campo della storiografia contemporaneistica italiana. Un ringraziamento speciale va anche a Mariuccia Salvati per l’opera svolta nella ingrata funzione di tesoriere, che viene ora assunta da Brunello Mantelli.

Il Consiglio direttivo è concorde sulla necessità di sviluppare l’azione della SISSCO nelle direzioni finora seguite, irrobustendola ulteriormente.

Innanzi tutto, chiediamo ai soci, sia a quelli attivi che a quelli dormienti, di riconfermare la loro adesione alla nostra Società, dandone un primo segnale con il pagamento della quota associativa per il 1995 (Lire centomila; per i dottorandi e i dottorati, Lire cinquantamila; ccp n. 21717400 intestato a SISSCO).

Ma il segnale che con maggiore fiducia attendiamo è quello di una più intensa e fattiva partecipazione alle iniziative della Società. Soltanto un più assiduo scambio con i soci potrà consentire al Consiglio Direttivo di individuare con la necessaria sicurezza i loro interessi, esigenze, aspettative e richieste.

Verrà contemporaneamente condotta una campagna per ottenere nuove adesioni e per reperire nuove fonti di finanziamento. Non dobbiamo nasconderci che la nostra Società è riuscita finora a raggiungere solo una piccola parte degli storici contemporaneisti italiani, con la conseguenza, tra l’altro, che i risultati positivi dei nostri seminari e delle altre nostre iniziative sono entrati nel circolo dei cultori della materia in misura minore di quanto avrebbero meritato.

Per favorire l’uscita da questo relativo isolamento, chiediamo che ogni socio si faccia promotore di nuove iscrizioni, e ci segnala altresì i nomi e gli indirizzi di persone interessate ad avere informazioni (statuto, Bollettino ecc.) sulla SISSCO.

L’assemblea di San Miniato ha deliberato che il seminario annuale del 1996 avrà come tema "Le periodizzazioni del secolo XX". Giunti alla fine del secolo, sembra infatti opportuno riesaminarne globalmente lo sviluppo, affrontando i molteplici problemi di metodo e di merito che i vari criteri di periodizzazione comportano. Sarà fra l’altro un’occasione per quel confronto con le scienze sociali tanto auspicato quanto difficile da praticare. Nello stesso tempo, sarà possibile allargare lo sguardo dei nostri seminari oltre i confini italiani, invitando anche studiosi stranieri.

Il Consiglio Direttivo prenderà inoltre in esame l’organizzazione dell’incontro che tradizionalmente è stato tenuto tra i due seminari annuali. I ricorrenti progetti di riorganizzatone degli studi universitari potrebbero anche questa volta costituire il tema dell’incontro, con aperture, più in generale, ai problemi della didattica della storia e degli sbocchi professionali dei suoi cultori.

Di queste e di altre iniziative i soci saranno tempestivamente informati, sia tramite il Bollettino che in altre forme.

Sono convinto che i soci siano consapevoli del momento non facile che attraversa la contemporaneistica italiana, in crescita sotto vari profili, ma anche alle prese con problemi di identità scientifica e di organizzazione degli studi. Favorire il confronto e il dibattito su questo terreno difficile, necessario e affascinante, è il compito precipuo della SISSCO. La collaborazione di tutti i soci è indispensabile per poterlo svolgere in modo adeguato.

Cordiali saluti a tutti

CLAUDIO PAVONE

l. ATTIVITA’DELLA SOCIETA’

1.1 Assemblea annuale SISSCO

L’assemblea si apre con la relazione del presidente uscente Paolo Pombeni il quale riassume le attività svolte dall’associazione nell’ultimo anno: incontri significativi, quali il dibattito a Roma con il ministro Podestà sulla prassi concorsuale e il seminario annuale in corso. Depreca però la scarsa partecipazione dei soci, chiedendosi se l’attuale momento non rappresenti una difficoltà della società ed anche riveli una crisi più ampia della categoria e del lavoro degli storici contemporaneisti.

Si apre la discussione con le proposte di candidature alla presidenza.

Raffaele Romanelli propone Claudio Pavone quale nuovo presidente della Sissco. Romanelli dichiara che l’importanza della Sissco è quella di essere l’unica associazione di contemporaneisti.

Richiama i soci ad un impegno più attivo nella vita dell’associazione.

Prende la parola Paolo Pezzino esprimendo la sua dichiarazione di voto a favore di Pavone.

Interviene Claudio Pavone che dichiara di accettare la carica come soluzione transitoria. Chiede aiuto e partecipazione al direttivo e ai soci. Sostiene che la posizione della Sissco è per sua natura difficile perchè quando la storia contemporanea non vuole essere legata a posizioni politiche o pubblicistiche a maggior ragione incontra difficoltà.

La parola ritorna a Pombeni che annuncia il suo impegno a rimanere attivo nella società, dando un segno a quei soci che, pur lamentandosi della carenza d’iniziative e di presenza della società nel contesto storiografico italiano, poi non partecipano quando le iniziative si realizzano.

Interviene Giovanni Sabbattucci avvertendo che, essendo la Sissco un’associazione professionale e non culturale, la carenza di adesioni è un dato critico. Non si può vivere per inerzia, occorre fare uno sforzo per aumentare le adesioni verificando tra due anni il numero raggiunto ed eventualmente ripensare allora all’esistenza della società stessa.

Mariuccia Salvati fa osservare che i nostri stessi seminari hanno dimostrato la frammentazione geografica del nostro paese e anche a livello di metodologia storica: la "microstoria" è una caratterizzazione specifica proprio della storiografia italiana. Essere un’associazione nazionale in questo contesto è una grande scommessa. Ricorda che l’incontro del 1994 sul tema nord-sud è stato di livello elevato, ma ha visto la partecipazione di pochi soci, quando una casa editrice ha ripreso in seguito il tema con successo con gli stessi relatori.

Fulvio Conti ricollegandosi al discorso della Salvati fa notare che occorre trovare uno sbocco editoriale per gli incontri Sissco ed imprimerli nella veste editoriale proprio con il marchi dell’associazione.

Patrizia Dogliani propone di creare dei quaderni della Sissco autonomi dalle grandi case editrici. Questo dovrà essere uno dei problemi più immediati che dovrà risolvere il prossimo direttivo.

Interviene poi Angelo Gaudio che propone di collegare la Sissco a Internet,

Sul premio Sissco Romanelli dissente dai criteri con il quale è organizzato, rifiuta la giuria di tre persone e sostiene che tutti i soci in quanto storici hanno i mezzi per esprimere una preferenza.

Propone quindi di abolire la giuria lasciando che il vincitore scaturisca dalla votazione dei soci. Occorre inoltre rinvigorire il premio, creare una tradizione pubblicizzando sempre in modo adeguato i vincitori nel bollettino.

La proposta di Romanelli viene messa ai voti e passa con 18 voti a favore e 4 contro.

Claudio Pavone formula una proposta di tema per il prossimo seminario legata ai possibili criteri di periodizzazione del XX’ secolo collegandosi però anche con altre discipline, in primo con luogo la storia della scienza.

Paolo Pombeni è favorevole a questa idea purchè non sia limitata al Novecento e fa osservare che in Inghilterra Contemporary History non designa quello che intendiamo noi con questo nome.

Mariuccia Salvati è favorevole a questa idea cercando però di puntare sull’individuazione delle rilevanze storiografiche del 900.

Anche Raffaele Romanelli si dichiara favorevole alla proposta di seminario avanzata da Pavone magari inserendo anche periodizzazioni e rilevanze non italiane. Romanelli chiude il suo intervento proponendo che in luogo di un seminario annuale chiuso si tenga un congresso aperto della Sissco con la partecipazione di studenti ed insegnanti, questo -aggiunge Romanelli- deve essere un obiettivo forte.

A questo punto ha luogo la votazione per sostituire i due consiglieri uscenti (Salvati e Meriggi) del direttivo.

L’assemblea elegge Ilaria Porciani e Brunello Mantelli rispettivamente con 14 e 13 voti. I due consiglieri rimarranno in carica per tre anni.

Si vota poi per il presidente. Claudio Pavone viene eletto presidente della Sissco quasi all’unanimità con 27 voti a favore e una scheda bianca.

1.2 Seminario annuale

L’annuale incontro seminariale della SISSCO si è svolto anche quest’anno a San Miniato il 17 ed il 18 marzo. Tema del seminario: Elezioni e leggi elettorali nell’Italia unita. Dei tanti approcci che era possibile scegliere si è optato per una divisione in 3 sessioni, ognuna delle quali evidenziasse una problematico diversa del vasto tema della storia elettorale.

La prima sessione di inquadramento generale, introdotta dalla coordinatrice dell’incontro, Maria Serena Piretti, ha affrontato, attraverso le relazioni di Raffaele Romanelli e Giovanni Sabbatucci, il problema delle trasformazioni del rapporto rappresentativo, rispettivamente nell’Otto e nel Novecento. La seconda ha messo a fuoco i caratteri della rappresentanza notabilare nell’Italia liberale attraverso la presentazione di tre casi di studio: quello veneto, affrontato da Renato Camurri, quello toscano analizzato da Fulvio Conti ed infine quello campano esaminato da Luigi Musella. La terza sessione ha cercato, invece, di porre sotto i riflettori le diverse caratteristiche di un elettorato in trasformazione, mettendo innanzitutto a fuoco le diverse coordinate generazionali e di genere attraverso gli interventi di Patrizia Dogliani sul voto giovanile e di Anna Rossi Doria sul voto delle donne; considerando successivamente, per l’ottocento, il rapporto tra rappresentanza ed intellettuali, attraverso l’intervento di Giovanni Orsina, e, per il Novecento, la funzione tutoria di rappresentanza svolta dai due grandi partiti di massa: la Democrazia Cristiana ed il Partito Comunista, attraverso le considerazioni intorno al cosiddetto voto di appartenenza svolte da Angelo Ventrone. In questa sessione era previsto anche un intervento di Serge Noiret, intorno alla ricaduta politica dell’introduzione del reale suffragio universale maschile, secondo il provvedimento orlandiano del 1918, che non è stato poi svolto essendo stato il relatore impossibilitato a partecipare.

Le suggestioni fornite dai diversi interventi sono state com’è ovvio molteplici, molti soprattutto gli interrogativi che si sono aperti.

Fin dalla prima giornata gli inputs lanciati da Romanelli e Sabbatucci hanno riproposto la complessità dell’evolversi del rapporto rappresentativo dal momento in cui le caratteristiche di questo vengono definendosi nell’Ottocento, fino al passaggio da una rappresentanza centrata sulla persona ad una invece che si vuole svolta attraverso il partito.

Romanelli, procedendo per flash, ha sottolineato l’importanza, nel dibattito dei dottrinari (che sono tuttavia totalmente calati nel conflitto politico in atto), del passaggio da una rappresentanza per corpi ad una individuale; ha messo in evidenza la permanenza di alcuni interrogativi intorno all’esserci/non esserci del partito della borghesia, come pure intorno ad alcune letture troppo semplificate che tendono a far coincidere il concetto di classe con quello di partito; ed ha infine messo a fuoco la tendenza della storiografia a privilegiare il taglio politico rispetto a quello sociale nello studio della storia elettorale.

Sabbatucci, dal canto suo, ha passato invece in rassegna le diverse fasi della trasformazione del rapporto rappresentativo a partire sia dal problema dell’estensione del suffragio (riforma del 1912 e del 1918), fino ad arrivare a quello delle tecniche di espressione del voto (organizzazione dell’elettorato su collegi uninominali o plurinominali), ed infine ai sistemi di traduzione dei voti in seggi (maggioritario, proporzionale, introduzione del premio), passando attraverso gli anni del fascismo con l’introduzione dei plebisciti e della rappresentanza ope legis del 1939. Ne è risultata una sintesi interessante che ha sottolineato la complessità del rapporto tra sistema politico e sistema rappresentativo.

La seconda sessione, affrontando le tematiche del piccolo e grande notabilato in contesti geografici diversi, pur evidenziando delle specificità regionali forti (Camurri ha sottolineato la rottura che il fascismo registra rispetto al sistema notabilare di matrice ottocentesca; Musella invece ha messo in evidenza la permanenza forte del reticolo politico come meccanismo privilegiato dell’interazione trai soggetti della rappresentanza), ha tuttavia evidenziato alcune caratteristiche tendenzialmente comuni: il problema del rapporto tra politica ed amministrazione che vede il notabile come perno dei sistema che fa, della carriera all’interno del governo locale, il tirocinio per la deputazione nazionale; quello del clientelismo come trend di lungo periodo che non conosce sostanzialmente soluzioni di continuità; quello infine dei collegi-feudo che mantengono la propria appartenenza notabilare anche nel passaggio tra Otto e Novecento.

Nella terza sessione Patrizia Dogliani ha fatto il punto su una carenza del dibattito politico intorno al voto giovanile visto, soprattutto all’inizio del secolo, come un potenziale voto di rottura ed ha quindi sottolineato la disomogeneità tra i meccanismi di coinvolgimento dei giovani nel mondo della politica e la tendenza a tenerli ai margini rispetto ad un elettorato attivo che possa in prima persona pesare sulle scelte della politica. Anna Rossi Doria ha evidenziato la forte attenzione che i partiti di massa, non ultimo il PNF, hanno dimostrato rispetto alla politicizzazione delle donne. Focalizzando l’attenzione sul secondo dopoguerra ha poi sottolineato il forte coinvolgimento delle donne nel ritorno ad un sistema democratico che non sempre è stato tuttavia in grado di dare a questa Parte dell’elettorato il giusto peso, all’interno di un universo della rappresentanza che ha tendenzialmente continuato a coniugarsi al maschile.

Giovanni Orsina, affrontando il problema del rapporto tra intellettuali e sistema rappresentativo, ha fatto il punto sulla matrice culturale del cosiddetto partito della cultura nell’età giolittiana: una classe politica di formazione positivista, tendenzialmente rappresentativa di un mondo democratico che trova all’inizio del Novecento una felice sintesi nel partito radicale. Da qui è partita la sua analisi del rapporto tra radicalismo e giolittismo negli anni che vedono la edizione di una nuova forma di liberalismo che prende le distanze dalla Destra e dalla Sinistra storica di formazione ottocentesca.

Angelo Ventrone ha, da ultimo, fatto il punto sui due modelli di partito che l’universo democristiano e quello comunista hanno espresso dopo la seconda guerra mondiale: partito segmentale il primo, partito totalizzante il secondo. Ne è emerso uno spaccato del noto mondo democristiano secondo le variabili di partito-policefalo, partito tendente a trovare fuori dai confini del partito stesso la sua ragione di essere e la sua matrice ideologica; per contro il mondo comunista secondo uno schema altrettanto conosciuto è stato disegnato in base alle caratteristiche del partito/chiesa che monopolizza, realizzando una sorta di continuità tra pubblico e privato, tutti gli ambiti della vita individuale. All’interno di questo quadro, che per certi aspetti richiama alcune variabili del modello di integrazione sperimentato durante il fascismo, è stata fatta emergere invece la forte valenza partecipativa dell’individuo che sia in ambito comunista che in ambito cattolico viene fatta giocare nel rapporto rappresentativo.

Il dibattito ha vivacizzato l’apporto dei diversi relatori, sottolineando l’importanza che la storia elettorale sta acquisendo nel dibattito storiografico contemporaneo e auspicando che la ricerca in questo campo continui proficua.

Maria Serena Pirettí

2. STORICI ED UNIVERSITA’

2.1 Concorsi per ricercatori: Vale la pena parlarne.

Forse perché in passato ho svolto qualche indagine sull’argomento, la SISSCO mi invita oggi a riaprire tra i soci il dibattito sui concorsi per ricercatori universitari. Va da sé che il tema è essenziale per l’intero sistema della docenza; attraverso il reclutamento dei ricercatori infatti, da un lato si misura l’efficacia dei processi di formazione accademica (e dunque importanti aspetti della struttura dell’insegnamento e della formazione dottorale, del finanziamento alla ricerca e della sua organizzazione, etc.), dall’altro si costituiscono i quadri accademici per un lungo tempo avvenire (dato anche il fondamento pubblico-garantista del nostro sistema, che non

prevede espulsioni in itinere). Perciò la necessità di garantire efficienza e moralità delle prove

concorsuali è perfino maggiore in questo caso che non negli altri livelli superiori dell’inquadramento ai quali da qualche tempo dichiarano di essere molti attenti i ministri dell’Università.

Ecco allora un primo dato da registrare: i recenti progetti di legge governativi sul riordino della docenza tacciono sull’argomento. Dei ricercatori non si occupano né le varie successive stesure del progetto Podestà, sempre più fantasiose e intese a imporre nuove filosofie all’intero sistema, né quelle del progetto Salvini, intese piuttosto a sciogliere con spirito più pragmatico alcuni nodi da tempo individuati nel meccanismo dei reclutamento. E nemmeno si è parlato di concorsi per ricercatori nelle polemiche seguite a certi spettacolari interventi moralizzatori dei ministro, che ha annullato per irregolarità alcuni concorsi di prima fascia. I concorsi per ricercatori sembrano cosa a parte, lontana dall’attenzione dell’opinione accademica, come non facessero parte della carriera universitaria.

Qui vorremmo ricollocarli nel loro contesto istituzionale e storico, che appunto ne fa il gradino iniziale (e a nostro giudizio fondamentale) della formazione degli organici universitari. Ma bisogna avvertire che in quest’ottica, il fatto che l’argomento sia o no inserito in un progetto di riforma diventa del tutto secondario, soprattutto se si guardi dal punto di vista di un giovane studioso che si candida ad una carriera accademica. A meno che egli non ne faccia oggetto delle sue ricerche storiche – ma questo è tutt’altro discorso – i suoi progetti e le sue prospettive rimangono abissalmente lontani dalla logica nascosta nel rituale succedersi dei progetti di legge di riforma. Un po’ come uno studente liceale che si prepari all’esame di maturità secondo il sistema "provvisorio" vigente da vent’anni: un giorno forse le cose cambieranno Tutta un tratto, ma nel frattempo cosa ha a che vedere con lui il fatto che da vent’anni tutti i ministri dichiarino a viva voce che il sistema va modificato?

Non si faccia dunque l’errore di assumere nel loro carattere testuale i progetti di riforma universitaria, e magari di aggiungervi le proprie proposte. Nel sistema politico italiano d’oggi alcuni disegni di legge non sono scelte che il governo sottopone al voto del Parlamento, ma messaggi politici cifrati, annunci pubblicitari, ballons d’essai, "tavoli" sui quali aprire trattative. Perciò, tra l’altro, i testi vengono continuamente mutati, anche radicalmente, come è successo al progetto Podestà. Perciò vengono spesso "concordati" con i sindacati (pratica di assai incerto valore costituzionale e di dubbio significato pratico). Perciò avesse una copia è difficile, ed è segno di buoni rapporti col mondo dei potere; chi ci riesce riceve dattiloscritti, bozze di atti parlamentari, fax sindacali, e non sa mai se si tratti dell’ultima edizione, di quella "vera", che peraltro raramente esiste. Perciò, tra l’altro, tali progetti svolazzano senza alcun riferimento ad un eventuale iter parlamentare. Il Podestà 3 – la vendetta? – uscì a ridosso delle dimissioni del governo (momento magico, in cui tutto è possibile promettere e far intravedere, tanto nulla ha seguito), mentre quello del ministro Salvini emana da un governo sotto tutela, libero di mettere in cantiere le più ardite e le più improbabili delle riforme.

Se siamo degli storici teniamo presente questo sfondo, e ricordiamo che i concorsi – e dunque in concreto la sorte del sistema universitario _nel suo complesso così come dei singoli che vi affidano il proprio destino – sono regolati da norme e da pratiche politiche la cui filosofia non è scritta apertamente nei testi di legge né incisa nelle dichiarazioni di questo o quel ministro o programma elettorale. Non perciò è impossibile mutarle, o è inutile discuterne, ovviamente. Ma si abbia un po’ più chiaro il nesso possibile tra innovazione formale e vincoli sociali e politici, e si imparino a leggere i messaggi contenuti in qualche norma secondaria, che può risultare determinante. Faccio un solo, modesto esempio. Il disegno di legge Salvini propone una innovazione che può avere un dirompente effetto risanatore: stabilisce che "nessuno può partecipare per più di tre volte ai concorsi nazionali relativi alla stessa fascia". La norma sembrerebbe andar contro una aurea regola della scienza (perché mai bandire il "provando e riprovando"?), e invece potrebbe spezzare alla radice quella pratica per la quale anche un candidato impresentabile e privo di titoli si fa avanti nell’ipotesi che la lotteria concorsuale mandi in commissione il suo capo, e dia l’occasione all’uno strappare la più fortuita delle vittorie, all’altro di mostrare tutta la sua potenza imponendo per l’appunto un asino, che è tra le massime manifestazioni di priapismo accademico. Orbene, si può immaginare che la proibizione di presentarsi più volte (così come l’idea che il candidato non debba mandare tutti i suoi titoli, ma solo quelli su cui intende essere giudicato), introduca un più severo autocontrollo, da parte dei singoli e della corporazione, in modo tale che si presenta ad un concorso solo chi si sente od è sentito preparato. Ma questa non è che una possibile lettura della norma, una previsione o un auspicio. Perché si può anche immaginare che una norma simile – qualora accadesse per caso o per fortuna che diventasse legge dello stato – venga di fatto aggirata, procrastinata, emendata, eccepita, interpretata e applicata in maniera tale da non dar mai vita alla situazione qui ipotizzata, ma da prefigurarne altre, più o meno aderenti al costume, agli orientamenti prevalenti…

Torniamo dunque ai concorsi per ricercatore cercando di rifarci non alle norme – sulle quali la SISSCO, che non è sindacato che fa all’amore con i politici, ma associazione di studiosi, non avrebbe alcuna voce in capitolo – bensì alla loro applicazione e al costume che le regge. Ricordiamo allora che stiamo parlando di formazione dei quadri e di primo ingresso. Ora è noto che oggi i candidati ai concorsi sono nella maggior parte studiosi non più giovanissimi, a volte culturalmente ben caratterizzati (anche per l’appartenenza a "scuole"), e che spesso hanno al loro attivo un certo numero di pubblicazioni. La cosa può non piacere, ma così è (ed è per la rilevanza della cosa che auspico che la SISSCO riprenda la politica di informazione dettagliata sui concorsi). Se così è, bisogna tenerne conto nel ragionare di come tali concorsi si svolgono o si dovrebbero svolgere. Così come sono regolate oggi, le prove d’esame sono palesemente dirette a neo dottori che fanno i loro primi passi nel mondo della ricerca avanzata; sono inoltre modellate da un lato sulle procedure formali del pubblico impiego (segretezza degli atti, anonimato degli elaborati, istantaneità delle prove, reclusione dei candidati, etc.), dall’altro su quelle proprie del campo scientifico (prova teorica, prova "di laboratorio"). Ai candidati si chiede una performance faticosa, a volte umiliante, per nulla funzionale alla selezione di umanisti già un poco sperimentati. Nel chiuso di una stanza, senza disporre di fonti e opere di riferimento, essi devono improvvisare testi scritti su argomenti generalissimi, oppure altamente specialistici affinché (nei casi almeno in cui i temi non sono modellati sulle competenze del vincitore atteso, cosa che ricade in altro ordine di fenomeni, quello della disonestà) mostrino competenze vaste e diffuse che nessuno studioso maturo possiede e che mai dimostrerebbe in quella forma.

E’ da domandarsi se valga la pensa di sacrificare a tal punto il buon senso al principio dell’uniformità del procedimento amministrativo e alla ratio garantisca delle procedure formali, che il caso concreto inevitabilmente vanifica, essendo l’anonimato di prove siffatte una finzione: quale studioso potrebbe essere così piatto ed anonimo da non lasciare la sua personale cifra nella scrittura di un testo critico? In queste condizioni, le prove concorsuali sono, ancora una volta, funzionali non alla selezione dei più capaci bensì alla manipolazione degli esiti. E allora tanto varrebbe dare per scontata la piena discrezionalità di cui godono i commissari nel guidare l’esito delle prove, e renderle più congrue al fine, facendole ad esempio consistere nell’esame dei curricula seguito da un colloquio diretto ed eventualmente pubblico. E ancora, si rinunci al principio dell’uniformità formale delle procedure, e si prenda atto che le medesime prove non possono regolare le selezioni in campo medico e in campo storico.

Tutto ciò, come si diceva, tanto più è vero in quanto raramente tra i candidati sono sconosciuti neo dottori; tra loro ci sono studiosi a volte giovani, ma già noti per le loro pubblicazioni e/o per affiliazione di scuola. Questa situazione può essere accettata come fisiologico dato di fatto oppure no. Se si ritenesse di no, e che la prima selezione dovrebbe dirigersi a neo-dottori più giovani, vi sarebbero forse allora motivi per conservare qualcosa delle procedure attuali. più vicine alla selezione concorsuale della pubblica amministrazione. Ma allora andrebbero affrontati due ordine di problemi di natura assai diversa, e che riguardano da un lato la attuale condizione del mercato del lavoro intellettuale, dall’altro l’effettiva equità delle prove.

Circa il primo punto, volendo riaprire i ruoli a elementi più giovani non vedo altre soluzioni che quelle di: 1. stabilire un limite di età (anagrafica o di carriera) all’ammissione (come in effetti accade nei concorsi pubblici); 2. allargare in modo consistente gli organici; 3. liberare dei posti sfoltendo i quadri esistenti degli elementi improduttivi e incapaci. Ognuno vede quali e quanti gravi problemi ciascuna di queste soluzioni aprirebbe. La prima espellerebbe una (o più) generazioni, quelle attualmente più titolate e preparate, scardinerebbe l’intero sistema delle attese e penalizzerebbe il merito. La seconda richiederebbe di dilatare gli organici in misura finanziariamente insostenibile, nonfunzionale e in ultima analisi inefficace, dato che occorrerebbe pur sempre pensare ad una dilatazione ulteriore e progressiva anche negli anni futuri. La terza è forse l’unica che risponderebbe a delle esigenze di corretto funzionamento del sistema e reintrodurrebbe una competitività oggi perduta. Proposte frammentarie e improbabili di valutazione periodica erano del resto previste nelle ultime stesure del progetto Podestà. Ma qui non si tratterebbe tanto di immaginare per il futuro un diverso costume accademico, quanto di arrivare concretamente aduna espulsione di centinaia di ricercatori e docenti. Si tratterebbe di una rivoluzione culturale profonda, che non dovrebbe rimanere per decenni un "discorso", ma tradursi in fatti. Avrebbe costi sociali e politici assai elevati, penalizzerebbe in modo giuridicamente forse inaccettabile le politiche di assunzione indiscriminata e clientelare del passato, e naturalmente andrebbe estesa a tutti i livelli della docenza. Si dovrebbe chiedere in sostanza che una corporazione decimasse se stessa in maniera virtuosa: quale supremo potere sarebbe capace di tanto?

L’altro tema, quello della effettiva equità delle prove, è assai sfuggente. In passato mi sono proposto di dare ampia e dettagliata informazione sullo svolgimento di tutti i singoli concorsi, nella convinzione che solo la pubblicità dei fatti, attivando il controllo dell’opinione, potesse costituire un argine alla manipolazione partigiana delle prove. Rimango di questa idea: non sono vincoli formali vecchi o nuovi che possano impedire le manipolazioni, e ciò perché la selva delle norme è essa stessa il terreno che alimenta l’iniquità. Di qualche aiuto potrebbero semmai essere non la moltiplicazione delle astratte norme garantiste, ma alcune risposte mirate a colpire le pratiche più ricorrenti. Anche in questo caso, farò solo un esempio minore. E’ noto che oggi la formazione delle commissioni da parte del CUN – procedura di per sé formalmente impeccabile – è manipolata all’origine. Se tuttavia accade che una commissione risulti sgradita a chi ne vuole pilotare i risultati, non è difficile – soprattutto a chi la presiede – impedire lo svolgimento del concorso con rinvii a volte di anni. La pratica è ricorrente, ed è facilmente documentabile. Una nonna già in vigore (al solito: solo per i concorsi a cattedra) impone tempi brevi e definiti per lo svolgimento delle prove, e il progetto Salvini prevede in caso di trasgressione, la decadenza della commissione. Ottima soluzione, all’apparenza, se non che proprio la cancellazione di una commissione sgradita può costituire la mossa strategica di chi non accetta risultati equi. A leggere le cronache di alcuni concorsi da tempo banditi sorge il forte sospetto che in alcuni casi si voglia che il concorso non si svolga affatto. Ecco che la legge dovrà studiare nuove risposte, in una rincorsa continua tra legislazione e adattamento delle pratiche (mentre i candidati, umiliati, invecchiano).

Non è qui il caso di addentrarsi ancora nella disamina di questi giochi procedurali. Può essere semmai utile riflettere sugli elementi che ne sono all’origine. Il fatto che i concorsi per ricercatore siano spesso oggetto di manipolazioni più serrate che ad esempio nei concorsi di dottorato, deriva infatti non solo dall’altezza della posta in gioco (l’ingresso stabile e definitivo negli organici in regime di risorse scarsissime), ma anche da quanto dicevamo sull’età e la condizione dei candidati, che genera attese più intense e giustificate. Non consideriamo lo stereotipo del barone che vuole dare un posto all’amante; pensiamo, più seriamente, a giovani studiosi già formati, da tempo inseriti in un gruppo di lavoro, affiliati ad una "scuola". E’ logico che per loro si mobilitino energie locali e si mettano in moto lunghi e complessi meccanismi di "costruzione di un concorso". Il problema, in questi casi, non è più quello di invocare l’equità formale delle prove, che andrebbe sempre garantita, bensì di gridare forte che le ragioni di scuola – che appaiono tanto più forti, come si diceva, quanto più lento e tardivo è il reclutamento – possono essere sostenute con piena legittimità soltanto sulla scena di una competizione culturale aperta nell’ambito proprio della scienza, che non tollera gerarchie territoriali e corporative di sorta.

Quali potrebbero essere i meccanismi da introdurre per garantire questo obiettivo rimane questione aperta. Si potrebbe ad esempio dare maggior respiro e visibilità alla competizione sottraendo i singoli concorsi al chiuso delle sedi locali e mettendo a concorso più posti contemporaneamente. 0 tornare al meccanismo delle terne. In questo modo, in sostanza si prenderebbe atto del più alto livello della competizione avvicinando le procedure a quelle previste per i concorsi a cattedra. Ma ogni formula può risultare valida, purché la si intenda non come risolutiva, ma come sfida alla vischiosità provinciale delle pratiche clientelari. Perché questo in conclusione mi pare il pericolo più grave da segnalare: che le disfunzioni che affliggono gli attuali concorsi per ricercatore si saldino con una tendenza al provincialismo che già trova alimento nel nuovo statuto autonomo degli atenei e che può finire per sottrarre ad ogni controllo le politiche locali, con la creazione conseguente di una forte gerarchia di valore tra le singole sedi che sarebbe accettabile solo in regime privatistico, e dopo l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Lo stesso pericolo mi sembra di intravedere (ma non è questo l’oggetto delle mie note) nell’innovazione presente in tutti i recenti disegni di legge che prevede "liste di idonei" nei concorsi nazionali a cattedra alle quali gli atenei in sede locale "attingerebbero" a loro discrezione, o ancora nelle valutazioni dei titoli di dottorato su base regionale che alcuni mi dicono già avviata in sede burocratica. Qui davvero c’è il rischio che sotto lo slogan imperante del "federalismo" si alimentino le peggiori manifestazioni storiche del localismo.

Raffaele Romanelli

Istituto Universitario Europeo, Firenze

3. CONVEGNI E SEMINARI

3.1.Pedagogia nazionale in Italia dall’unità alla prima guerra mondiale.

Esempi e percorsi.

Convegno, Ecole française de Rome e Dipartimento di studi storici dal medio evo all’età contemporanea dell’Università degli studi di Roma «La Sapienza», Roma, 10 - 11 marzo 1995.

Il tema della costruzione dell’identità nazionale costituisce uno dei temi centrali del dibattito storiografico. Numerose sono state le iniziative recenti, tra le quali vale la pena di ricordare i lavori di Bruno Tobia (Una patria per gli italiani, Bari, Laterza, 1992) e di Umberto Levra (Fare gli italiani. Memoria e celebrazione del Risorgimento, Torino, Comitato di Torino dell’istituto per la storia del Risorgimento, 1992), oltre ai due volumi collettanei curati da Simonetta Soldani e Gabriele Turi ( ancora Fare gli italiani. Scuola e cultura nell’Italia contemporanea, Bologna, Il Mulino, 1993). A queste opere si sono affiancati altri momenti di riflessione, talvolta organici, talvolta più molecolari e diffusi: si pensi ad alcuni dei contributi pubblicati nel volume curato da Meriggi e Schiera (Dalla città alla nazione, Bologna, Il Mulino, 1994), al recente seminario romano tenutosi dell’Istituto Gramsci e introdotto da Franco De Felice con una relazione sulla Crisi della nazione italiana, o ancora all’ampio progetto – giunto quasi alla fase conclusiva – dei Luoghi della memoria, coordinato da Mario Isnenghi per Laterza.

In questo contesto si inserisce il convegno organizzato da Catherine Brice e Bruno Tobia, che ha consentito di fare il punto sullo stato degli studi in un settore che sembra essere in rapida crescita, ed ha avuto anche avuto il merito di indicare nuove e fertili prospettive di ricerca.

Centrale è apparso – in più di una comunicazione – il problema di Roma capitale, che, come è noto, aveva già costituito l’oggetto di magistrali ed ancora attualissime pagine di Federico Chabod: una " capitale debole", nonostante il paradosso rappresentato dal fatto che la città eterna avesse già il ruolo di capitale dello Stato pontificio prima di diventarlo per lo Stato nazionale e nonostante il fatto che essa continuasse a rappresentare anche dopo l’annessione il centro del mondo cattolico. Sul problema di Roma capitale, ha ricordato Vittorio Vidotto, vale ancora la pena di riflettere ripensandone il versante antico, oltre che i termini della politicizzazione e della trasformazione urbanistica della città. Riallacciandosi alla lettura proposta da Caracciolo – ma esprimendo qualche dissenso sulla periodizzazione – Vidotto si è soffermato anche sul problema della visibilità della nuova Roma laica e sulla lentezza con la quale si raggiunse in modo definitivo un nuovo assetto urbanistico: a suo parere non prima, comunque, delle celebrazioni del cinquantenario.

Sempre da Roma capitale – ha ricordato Ilaria Porciani – si deve partire per ricostruire la centralità della proposta di una scienza nazionale, intesa – anche in Italia, secondo il modello suggerito da Schiera per la Germania – come un fattore costituzionale. Il sintagma scienza nazionale - ricorrente in molti scritti dei contemporanei – può essere analizzato nelle concrete scelte politiche (l’istruzione superiore avocata allo Stato; la rifondazione – ad opera di Sella -

dell’Accademia dei Lincei) e nella costruzione di un discorso retorico e fortemente autopoietico, ma può essere declinato anche al plurale per individuare un carattere nazionale nelle singole discipline: dal diritto all’economia, per non parlare della letteratura e della questione della lingua. A proposito vale la pena di ricordare alcuni momenti importanti nell’organizzazione della cultura, quali l’impresa dell’Enciclopedia giuridica italiana (cfr. in particolare il saggio di Cristina Vano nel volume Enciclopedia e sapere scientifico a cura di Aldo Mazzacane e Pierangelo Schiera, Bologna, Il Mulino, 1990) ma anche la Biblioteca matematica italiana sulla quale sappiamo assai meno.

Ancora il progetto di rappresentazione simbolica dello Stato nella capitale è stato al centro dell’intervento di uno dei pochi storici dell’arte che abbiano avuto la curiosità di misurarsi con i grandi monumenti pubblici dell’Italia umbertina lasciandosi tentare da ricerche che vadano oltre gli aspetti puramente artistici. In questo caso, merito di Terry Rossi Kirk è stato quello di insistere sul ruolo di Zanardelli nel mettere a fuoco e nel seguire il progetto e la realizzazione del "palazzaccio" in tutte le sue fasi, oltre che quello di segnalare il significato di spazio " teatrale" del palazzo di giustizia: un tema sul quale oggi – in condizione tanto mutate dell’articolazione della sfera pubblica e in tempi in cui i riflettori sono puntati su giudici e aule giudiziarie vale forse la pena di riflettere ulteriormente.

La relazione di Bruno Tobia sui monumenti a Dante ha permesso di ricostruire non soltanto una delle tappe essenziali della costruzione di un’immagine simbolica unitaria ed unificante – oltre che maschile – dell’Italia, ma anche di porre un problema poi più volte riemerso nel corso della discussione: quello della geografia della monumentomania ottocentesca. Come Tobia rilevava – e come Patrizia Dogliani ha più volte sottolineato – la presenza di monumenti e di segni visibili della costruzione di una pedagogia nazionale in età liberale pare concentrarsi nell’Italia centro settentrionale, analogamente a quanto è accaduto, più di recente, per i monumenti alla resistenza. Un’indicazione fatta propria anche da Marco Meriggi che – nell’analizzare la costruzione di una galleria degli illustri ad opera di Leone Carpi con i fascicoli mensili del Risorgimento nazionale editi da Vallardi – ha messo in evidenza la forte preminenza dell’Italia settentrionale e centrale. Anche in questo caso il Sud è apparso in qualche modo, assente, oppure presente in modo meno persuasivo.

L’assenza delle relazioni previste su un momento istituzionale importante come quello della scuola ha purtroppo privato il convegno di un momento di riflessione importante, e che avrebbe costituito una sponda necessaria anche per valorizzare meglio il discorso avviato da Patrizia Dogliani – non senza un robusto impianto comparativo che ha più volte richiamato l’esperienza del repubblicanesimo socialisteggiante nella Francia della Terza Repubblica – sulla costruzione della pedagogia nazionale alternativa del socialismo, evidente soprattutto nei comuni bloccardi.

Ancora la Francia dei Batailions scolaires ha costituito un riferimento ovvio nella relazione di Stefano Pivato sulla "nazione sportiva': un tema quanto mai attuale che riconferma l’opportunità di analizzare i fenomeni di costruzione delle identità e del consenso andando oltre i limiti di un Ottocento "lungo" per arrivare fino ai nostri giorni. A partire dal discorso di Pivato, provocatoriamente aperto citando interventi ufficiali – e nella sede del parlamento – dell’ex presidente del consiglio, non si può fare a meno di chiedersi quali siano le radici del fenomeno nuovo che ha utilizzato in modo massiccio strutture e forme dei clubs di tifosi per l’organizzazione del consenso politico.

Se la pedagogia dell’esercito ha costituito l’oggetto della comunicazione di Giuseppe

Conti, le "sconfitte gloriose" – da Dogali a Giarabub a El Alamein – hanno ispirato la raffínata relazione di Mario Isnenghi, che ha ripercorso le stazioni di una ideale via crucis risorgimentale e le tappe della costruzione di un martirologio nazionale che proprio nelle sconfitte ‘cariche di gloria’ e nel loro potenziale riscatto ha cercato le proprie ragioni.

La struttura degli elogi funebri di Vittorio Emanuele II. – a partire dalla ricca messe di opuscoli messa in luce e presentata agli studiosi nelle Effemeridi patriottiche curate proprio quest’anno da Fabrizio Dolci per la Biblioteca di storia moderna e contemporanea – ha costituito il teina delle riflessioni di Catherine Brice che ha analizzato soprattutto la struttura retorica del discorso ed ha posto il problema della precoce e omogenea costruzione di un preciso modello al quale le centinaia di opuscoli esaminati sembrano uniformarsi in modo

quanto meno singolare.

L’organizzazione della ricerca storica, e in particolare la struttura delle Deputazioni e delle società di storia patria e il loro rapporto con le nuove cattedre universitarie hanno consentito a Mauro Moretti di introdurre una riflessione articolata ed attenta alle sfumature sulle peculiarità dell’apporto della scienza storica ad una pedagogia nazionale che a lungo emargina l’oggetto " Risorgimento", non foss’altro perché esso appare eterogeneo rispetto ai canoni classici della storia come scienza, per l’eccessiva modernità delle fonti e per la difficoltà ad esercitare su di esse le tecniche della paleografia e della diplomatica, nonché la filologia e

l’indagine archivistica.

Giorgio Fiocca infine non ha soltanto presentato una relazione dal titolo assai accattivante (Alla tavola dei re: i ceti produttivi tra la leggerezza dell’economia e la pesantezza della politica ), ma ha introdotto anche le provocatorie ragioni dell’economia – e della speculazione, evidenti soprattutto nelle scelte urbanistiche che presiedevano alla definizione delle aree destinate alle esposizioni, accanto e forse contro quelle delle pedagogia e della nazione. Così l’ "altra capitale", Milano, e le élites economiche che ne furono espressione non riuscirono ad ottenere riconoscimenti simbolici adeguati, complici le ragioni del cerimoniale e dell’etichetta che ribadivano gerarchie simboliche nelle quali la politica continuava a prevalere sul potere economico dell’industria nascente, della finanza o delle camere di commercio.

Molti sono i problemi aperti scaturiti nel corso delle ricche discussioni: la verifica della importanza del rapporto centro – periferia anche nella diffusione di immagini simboliche; le modalità dell’articolarsi di un discorso divulgativo in rapporto alle acquisizioni dell’alta cultura e della scienza; l’esigenza di approfondire un discorso comparativo in modo più pertinente ed esaustivo. Tra tanti temi uno sembra però richiedere maggiori approfondimenti. Penso al profilarsi di una sorta di "questione meridionale" anche nella costruzione simbolica, monumentale, pedagogica dell’Italia unita, la cui penetrazione nel Sud – dal quale peraltro a partire dall’età della Sinistra proviene tanta parte della nuova classe politica e della burocrazia che si concentra a Roma – appare fragile come fragile sembra rimanere quella rete associativa (a cominciare da quella costituita dalle varie società di reduci delle patrie battaglie ) che tanta parte ebbe nel sorreggere la costruzione di una dimensione nazionale.

Ilaria Porciani

Università di Bologna

3.2.How did they became voters? The History of Franchise in Modern European Representional Systems. Conferenza Internazionale – Istituto Universitario Europeo di Fiesole, 22-24 aprile 1995.

La Conferenza, alla quale hanno partecipato storici provenienti da diverse nazioni europee, è stata introdotta da una relazione di Raffaele Romanelli, che ha posto l’accento sulla necessità di dare una migliore definizione del concetto di rappresentanza politica nell’Europa contemporanea, abbandonando l’accettazione acritica dello schema secondo cui il sistema elettorale rifletterebbe la struttura sociale. Uno schema che conduce quindi a trascurare alcuni aspetti fondamentali dei sistemi di rappresentanza, che costituiscono invece un processo sociale che include l’elaborazione della dottrina della rappresentanza politica, la costruzione delle regole elettorali nei diversi paesi e in diverse fasi storiche, l’intero processo attraverso il quale queste regole trovano pratica applicazione e la risposta che a questi input – elaborati dalle classi dirigenti – viene data dalla struttura sociale.

Su questa base, l’indagine della struttura delle molteplici configurazioni che assunsero i sistemi di rappresentanza elettorale nei vari paesi conduce ad abbandonare l’approccio

‘evoluzionista’ incentrato sull’ideal-tipo della graduale evoluzione verso il risultato finale, che generalmente si accompagna all’indifferenza nei confronti di quei casi che non si rifanno a questo modello e che ha portato a ridurre l’intero processo a pochi momenti: la graduale standardizzazione delle regole di accesso al voto, l’allargamento del suffragio, l’allargamento dei diritti di cittadinanza e la rappresentanza proporzionale. L’interpretazione progressiva, inoltre, non dà modo di spiegare alcuni aspetti di grande importanza come la crisi conosciuta da molti regimi liberali nel corso del XX. secolo e quindi il tentativo di elaborare sistemi alternativi, l’emergere della proposta della rappresentanza degli interessi, la questione del fenomeno della ‘corruzione’. Questi presupposti, come vedremo, hanno trovato ampio riscontro nelle relazioni presentate, che hanno offerto un’analisi, relativa a diversi paesi non soltanto europei, dei momenti essenziali del processo elettorale e della relazione tra questo e le strutture sociali.

La prima delle quattro sessione della Conferenza è stata aperta dall’intervento degli spagnoli C. Dardé e M. Estrada, che hanno presentato un’analisi dei sistemi elettorali spagnoli tra il 1808 ed il 1874; il periodo, cioè, che vide l’affermazione del sistema elettorale parlamentale nella riunione delle Cortes del 18 10, l’emanazione della Costituzione di Cadice (1812), il Regno di Isabella Il (1834-1868), che segnò l’affermazione definitiva del sistema parlamentare e, successivamente alla caduta di Isabella Il e all’allontanamento dei Borboni, il succedersi di diversi sistemi rappresentativi democratici. La peculiarità dei sistemi elettorali di questo periodo è individuatile nella identificazione dell’unità territoriale della rappresentanza nella provincia, stabilita dalla Costituzione di Cadice. Dardé e Estrada hanno ripercorso il dibattito intorno al diritto di voto e alle circoscrizioni elettorali che vide confrontarsi il partito dei moderati e quello dei progressisti. Schierati in favore della rappresentanza degli interessi, i moderati poterono usare le elezioni, grazie al suffragio ristretto e alle piccole circoscrizioni uninominali, per trasformare la loro influenza sociale in potere politico. L’analisi di Dardé e Estrada ha illustrato con chiarezza come la prevalenza dell’influenza sociale nei confronti dell’opinione pubblica nelle elezioni spagnole di questo periodo, a differenza di quanto è stato sostenuto in seguito, non costituì un tratto patologico del sistema, ma un fine manifesto dei legislatore.

Vote et décalage de la citoyenneté dans le pays andins et mésoamericains è il titolo della relazione presentata da A. Annino, che ha evidenziato l’interesse rivestito dall’esperienza elettorale di questi paesi caratterizzata da un possibile paradosso della rappresentanza politica moderna e da un rovesciamento dei suoi postulati originari: il voto non consolida lo ‘spazio nazionale’, ma rinforza piuttosto la periferia in quanto riconosce nel quadro istituzionale degli attori collettivi – i ‘cittadini’ – che, in quanto tali, vengono ad essere legittimati da un’investitura proveniente dalle diverse comunità locali invece che dallo stato. Il paradosso della rappresentanza deve essere ricondotto alla ‘breccia’ aperta dall’applicazione della Costituzione di Cadice (1812-14 in Perù e Nuova Spagna; 1820-24 in Yucatan e Guatemala), che Normalizza nella costituzione liberale la vecchia categoria di vecinos. Questa breccia andò via via allargandosi, soprattutto a seguito dell’introduzione delle nuove municipalità elettive la cui base territoriale venne individuata nelle comunità di villaggio, che diventarono così soggetti costituzionali e pertanto legittimi, in grado cioè di affermare la loro sovranità di fronte allo stato, al quale sottrassero il controllo sulla costruzione della cittadinanza.

La costruzione dell’elettorato è stata al centro della seconda sezione. How did they became non voters? è la domanda alla quale ha dato una risposta A. Testi, che ha ripercorso la storia dell’accesso al voto negli Stati Uniti dal 1830 al 1920 ponendo l’accento sui conflitti che videro la politica di esclusione dal voto interagire con quella di inclusione e che determinarono il processo che modellò l’elettorato americano. La storia di questi conflitti risulta necessaria per comprendere i processi sociali, culturali, istituzionali e politici che condussero alla costruzione dell’elettorato e successivamente alla sua riduzione e modificazione qualitativa. Testi ha proposto una interessante analisi degli avvenimenti che determinarono un sistema politico che cambiò il significato ed il valore del voto ed i fondamenti della politica, il cui risultato ultimo fa la ‘decostruzione’ dell’elettorato americano, ridotto drasticamente di numero e caratterizzato dall’esclusione dal voto di precisi strati sociali della popolazione.

Lacostruzionedell’elettoratoèstataalcentroanchedeghintervenúdil.G.C. Hutchinson, sul caso scozzese, e di L. Bicalho-Canedo, che si è soffermata sulla produzione delle liste elettorali e la nazionalizzazione della cittadinanza in Brasile.

Hutchinson ha analizzato il diritto di voto in Scozia nel periodo compreso tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XX, che fu caratterizzato fino al 1918 da una base ristretta, e lo ha comparato con l’Inghilterra, dove la base elettorale si presentava invece più ampia. Una differenza riconducibile a fattori socio-economici, ma che rifletteva altresì diversi assetti legali e amministrativi. La legge sulla proprietà che in Scozia manteneva elementi feudali diede luogo ad una supremazia dei proprietari terrieri, che sopravvisse anche di fronte all’emergere della realtà dei centri industriali, i quali non trovarono riconoscimento nella rappresentanza, con la conseguente presenza sottodimensionata in parlamento. Hutchinson ha infatti evidenziato come il diritto di voto, la registrazione degli elettori nonchè la definizione delle circoscrizioni elettorali abbiano operato in direzione del mantenimento del potere dei proprietari terrieri fino al 1918.

L. Bicalho-Canedo è intervenuta sulla formazione delle liste elettorali e sulla nazionalizzazione della cittadinanza in Brasile (1 822-1945), due processi che in questo caso risultano strettamente connessi poichè sin dall’inizio del processo di costruzione dello stato nazionale gli elettori erano reclutati e qualificati attraverso le liste elettorali. L’analisi dei meccanismi necessari alla costruzione di tali liste consentono di chiarire alcune ambiguità del sistema

rappresentativo in Brasile poichè ci mettono di fronte alle tensioni tra potere privato ed autonomo diffuso e potere politico centralizzato e al funzionamento contraddittorio delle misure ufficiali finalizzate a rompere i legami familiari e regionali e a dar quindi luogo all’assunzione della cittadinanza. Questo obiettivo ha generato, infatti, una effettiva restrizione della cittadinanza che, giustificata dalla necessità di eliminare le frodi e le pressioni, ha progressivamente ridotto il numero degli elettori.

Y. Déloye e M. Offerlé hanno presentato due aspetti della costruzione della cittadinanza: il ‘rito’ elettorale e il processo di acquisizione della cittadinanza. Il primo ha analizzato l’atto del voto, prodotto del processo di acculturazione civica, del quale ha proposto un approccio antropologico finalizzato ad analizzamela dimensione simbolica e la ritualizzazione. Ha quindi ricostruito le condizioni pratiche di elaborazione del rituale elettorale: la natura e gli usi simbolici che vengono impiegati da questo rituale e le normative che influiscono sul comportamento elettorale in quella fondamentale congiuntura politica che vide ‘i contadini diventare francesi’.

M.Offerlé, nel quadro dei numerosi lavori che hanno permesso di ridefinire il campo di studi della storia del suffragio universale e che ricorrono all’uso della storia istituzionale, della storia sociale e di quella intellettuale nonché della sociologia storica della politica, ha proposto una riflessione sul processo attraverso il quale è stata definita e quindi realizzata la categoria della ‘cittadinanza’, investita di forme materiali, giuridiche e simboliche, frutto di un processo che avviene progressivamente nel corso del NIX secolo. La cittadinanza, generalmente considerata dal punto di vista della sua conquista o da quello del diritto, è stata analizzata da Offerlé a partire da una riflessione intorno a tre figure: il cittadino ‘di carta’, costituito attraverso la formazione delle liste elettorali; il cittadino ‘elettore’, prodotto della ‘invenzione’ di una sfera propria della politica sganciata da quella sociale ma capace di reinvestire le relazioni sociali istituite con diverse regole e che presuppone la creazione di agenti disposti ad accordare un interesse alla competizione elettorale; gli ‘elettorati’, né entità indivisibili (i corpi elettorali), né individuo biologico (l’elettore), ma raggruppamenti di carta, che permettono a coloro i quali parlano in nome del popolo cittadino di esprimersi attraverso voci, scelte e opinioni diverse, prodotte individualmente ma leggibili collettivamente.

La terza sessione è stata dedicata alle ‘irregolarità’ elettorali, che costituiscono un aspetto essenziale del processo di elaborazione di un codice e di una morale del gesto elettorale. Questa sessione è stata aperta da una relazione di 0. Ihl che, abbandonata la definizione secondo la quale la frode viene considerata una violazione della legislazione elettorale, una definizione riduttiva poiché limita la portata di questi fatti a questioni morali, ne ha invece analizzato, attraverso l’esempio del caso francese, le valenze prettamente politiche. Valenze politiche per individuare le quali è necessario rifiutare l’idealismo giuridico del codice elettorale che considera la frode come una netta rottura tra norma e devianza, come se nonna e devianza costituissero due universi rigorosamente indipendenti. Al contrario, la regola elettorale non si è formata contro la frode né fuori di questa, bensì al cuore stesso della frode, la quale si costruisce e si giustifica attraverso l’utilizzo degli elementi della regola. Ne consegue, quindi, che la devianza partecipa alla codificazione giuridica del voto. La storia della frode, perciò, risulta essere parte integrante della storia della fabbricazione delle conformità politiche, la più importante delle quali è quella che ha condotto al segreto e alla sincerità del voto. La norma elettorale non può sostanziarsi semplicemente della definizione di un comportamento prescritto, ma deve essere compresa come un limite apportato ad uno spazio

di trasgressione autorizzata, un limite continuamente rimodellato dai rapporti di forza e dalla giurisprudenza.

Le ‘irregolarità’ elettorali sono state al centro dell’intervento di K.T. Hoppen che ha analizzato, in una cornice comparativa, il ruolo delle pratiche elettorali illecite in Inghilterra e Irlanda nel corso del XIX. secolo e in particolare nel periodo fra il primo Reform Act del 1832 ed il terzo Reform Act del 1884-85. Questo caso riveste particolare interesse poichè ci pone di fronte a due paesi che condividono lo stesso sistema costituzionale, ma nei quali la legislazione ed i comportamenti elettorali risultano molto diversi poiché condizionati da contesti economici e sociali che evolvono in direzioni sempre più divergenti. Dall’analisi di Hoppen scaturisce che il contesto nel quale la legislazione opera può risultare più importante della legislazione stessa e che la non considerazione di questo condusse i legislatori ad ottenere risultati spesso molto diversi da ciò che essi si sarebbero aspettati.

Il dibattito scaturito dalla necessità di porre un freno alla corruzione nel campo delle elezioni, affrontato da tutti i paesi europei nel corso dei secoli = e XX, è stato analizzato, nello specifico del caso italiano, da M. S. Piretti. Repressione del delitto o prevenzione? E’ questa la domanda che si pone ai parlamentari nel corso del dibattito intorno alla prima legge elettorale italiana e negli anni ’80 dell’Ottocento in occasione della discussione sull’allargamento del suffragio. La questione delle frodi elettorali sembra farsi più pressante all’inizio del XX secolo, è emblematica a questo proposito la presentazione da parte del governo Giolitti, subito dopo le elezioni del 1909, di un progetto di legge finalizzato a garantire l’autenticità delle elezioni. Piretti ha evidenziato come questa proposizione finì con l’investire i meccanismi stessi della formazione del suffragio e si tradusse nel progetto di legge che avrebbe condotto al suffragio universale maschile. Dopo la legge del 1912, però, la corruzione continuò ad essere tema di discussione, anche perchè non erano state introdotte le schede elettorali, distribuite agli elettori dai candidati, e l’unica garanzia di segretezza del voto era data dall’uso delle buste.

I comportamenti e la cultura del voto in Germania durante il MX secolo sono stati al centro della comunicazione di H. Brandt, che ha localizzato il suo intervento sul significato ed i risultati di un parlamentarismo nato in seno a un principato burocratico paternalista e a una società culturalmente e politicamente organica. Brandt ha evidenziato come, soprattutto nel Baden-Wurttemberg, vi fosse una base elettorale ‘larga’ che non usava il voto per rappresentare i propri interessi di classe o di arca, ma per promuovere l’affermazione di una cultura di valori tradizionale. Questo dominio politico culturale risulta da altri due elementi: la mancanza di una reale opposizione (anch’essa dominata da una cultura politica organicista) e la diffusa presenza di azioni politico amministrative tese a determinare un risultato elettorale favorevole o che non ostacolasse la élite al governo.

Oggetto della relazione di J. Talsma è stato il processo elettorale olandese, caratterizzato dalle cinque riforme subite dalla Costituzione fra il 1795 ed il 1917 i cui elementi innovativi, peraltro di grande peso, sono stati enfatizzati dalla storiografia, che ha trascurato così di valutare nella giusta misura l’importanza delle attitudini e dei comportamenti politici tradizionali che permanevano adattandosi gradualmente al nuovo assetto istituzionale. Talsma ha posto al centro della sua relazione la dialettica tra novità e conservazione scaturita dalla applicazione della legge elettorale del 1850, la quale introduceva formalmente nella lotta politica e nello scontro elettorale un surplus di conflittualità. Questo era causato dal meccanismo elettorale della camera bassa che prevedeva, nell’ipotesi in cui nessun candidato avesse

raggiunto la maggioranza assoluta nella prima sessione elettorale, che tutti accedessero ad un secondo turno. Talsma ha evidenziato come lo spirito consociativo tipico della cultura politica olandese del XVII e XVIII secolo abbia determinato comportamenti di voto e atteggiamenti politici non conflittuali, relativamente alle elezioni della camera bassa, che si svolgevano quasi esclusivamente in collegi elettorali uninominali. Invece, la lotta politica che si manifestava nelle elezioni locali e provinciali palesava un tasso di conflittualità molto più alto, determinato dalla presenza di molti candidati in collegi elettorali plurinominali. Ma, ha sottolineato Talsma, questa apparente dicotomia non è una contraddizione, bensì la dimostrazione che anche in un ambiente politicamente consociativo lo scontro elettorale può essere accettato e può essere coerente con la continuità di quella cultura politica tutta tesa alla definizione dei conflitti attraverso ‘accomodations’.

Le relazioni presentate durante la quarta sessione, alle quali possiamo fare soltanto un breve riferimento, hanno esaminato la messa a punto ed il funzionamento dell’ingegneria elettorale in diversi paesi. A. Garrido ha ripercorso la storia dei sistemi elettorali spagnoli dal periodo della Restaurazione (1874-1923) alla dittatura di Primo de Rivera (1923-193 1) fino alla democrazia liberale della Seconda Repubblica (1 93 1-1936).

B. Bader-Zaar ha analizzato il passaggio dalla rappresentanza su base corporativa a quella individuale nel sistema elettorale austriaco tra il 1861 ed il 19 18 ed ha sottolineato il peso esercitato in questo processo dalle divisioni di classe, etniche e di genere nonché il ruolo giocato dalla definizione delle circoscrizioni elettorali e dalla costruzione delle liste elettorali.

D. Lancien si è invece soffermato sul ‘valore’ del voto nel sistema elettorale britannico nel periodo segnato dalle leggi elettorali del 1918 e 1948. Egli ha messo l’accento sulle questioni lasciate aperte dal Representation of the People Act del 1918 (il suffragio femminile ristretto, il voto plurimo e una definizione delle circoscrizioni elettorali tutt’altro che equa) che, lontane dal costituire semplici anomalie o sopravvivenza senza significato né importanza, si configurano come meccanismi finalizzati a garantire maggior ‘valore’ al voto di alcuni.

L’ingegneria elettorale del sistema rappresentativo liberale svedese è stato oggetto dell’intervento di L. Andersson, che ne ha seguito il percorso dagli anni ’60 dell’800, quando il governo svedese approntò la prima riforma elettorale liberale, al 1910. Andersson ha tratteggiato i cambiamenti socio-economici del paese ed ha analizzato le ‘regole’ elettorali elaborate in seguito a tali cambiamenti.

L’esperienza elettorale del Portogallo salazarista, apparentemente soltanto anacronistica, è stata oggetto della relazione di M. Loff, che ha messo in evidenza gli elementi che determinarono una struttura paradigmatica di formalismo politico e legale. Loff ha analizzato l’uso che in questo contesto venne fatto di requisiti come l’alfabetizzazione, la capacità economica, il ruolo nella famiglia e il genere, che regolano l’accesso al voto e che risultano essere condivisi dai regimi politici più diversi.

La ricchezza delle relazioni presentate nel corso della Conferenza e della discussione che ne è scaturita hanno confermato la validità di uno studio dei sistemi elettorali che, attraverso l’uso di fonti e di metodologie di indagine diversificate, metta in campo diversi e molteplici punti di vista. Ormai lontana dall’interpretazione progressiva, la storia dei sistemi elettorali si è delineata in tutta la sua complessità, sintetizzata con efficacia dalle parole di K.T. Oppen: "le strade che hanno condotto alla democrazia non sono mai state autostrade, raramente superstrade, più spesso sono state serpeggianti strade secondarie, sulle quali

viaggiatori confusi e preoccupati trovavano difficile mantenere l’orientamento e perfino vedere chiaramente il paesaggio attraverso il quale passavano".

Teresa Bertilotti

Istituto Universitario Europeo

Firenze

3.3.Identità e Appartenenza. Donne e relazioni di genere dal mondo classico all’età contemporanea

Primo Congresso delle Storiche Italiane, Aula Magna della facoltà di Economia, Rimini, 81 0 giugno 1995

Promosso dalla Società Italiana delle Storiche, dall’8 al 10 giugno 1995 si è tenuto, a Rimini, il Primo Congresso delle Storiche Italiane. Organizzato con la collaborazione del Dipartimento di Discipline Storiche dell’Università di Bologna e con il contributo di altri enti (Comune di Rimini, Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Bologna, Uni.Tu.Rim., Sicme Torino), esso è stato dedicato al tema Identità e appartenenza. Donne e relazioni di genere dal mondo classico all’età contemporanea. L’incontro ha visto impegnate come relatrici, presentatrici di comunicazioni e/o discussants una settantina di studiose, cui si sono aggiunte coloro che, pur non avendo presentato un parer, hanno contribuito al dibattito con domande e osservazioni.

Proprio la vivacità e la ricchezza del dibattito, stimolate anche dalla partecipazione di persone appartenenti a generazioni diverse, sono state il tratto caratterizzante dell’incontro: se da un lato tale vivacità e tale ricchezza rispecchiano la maturità raggiunta dalla ricerca delle donne, dall’altro forniscono numerosi elementi utili allo sviluppo della riflessione. E questo non solo rispetto a tenti su cui già si è appuntata, a datare da tempi più o meno recenti, l’attenzione delle storiche, ma anche in vista di una maggiore apertura all’analisi di campi finora relativamente poco esplorati, quali la storia del teatro e la storia dell’arte, e di un più stretto confronto con gli studiosi e le studiose di tali discipline. Come è ovvio, in questa sede di tanta vivacità e ricchezza non sarà tuttavia possibile render conto se non in modo estremamente sommario e parziale: si potrà accennare solo ad alcuni dei numerosissimi temi trattati e per di più semplificandoli (con il rischio di banalizzarli) ed «estrapolandoli», per così dire, dal contesto dialettico in cui erano collocati.

A favorire l’instaurarsi di un clima di scambio e confronto ha senza dubbio contribuito la stessa struttura organizzativa dell’incontro: ciascuna delle tre sezioni in cui esso si articolava prevedeva una relazione generale cui faceva seguito il dibattito – introdotto da discussants sulle comunicazioni presentate nelle singole sottosezioni (le comunicazioni erano disponibili in sala per consultazione e acquistabili in dischetto).

La prima sezione - Famiglie (relazione generale: Ida Fazio) – si è così strutturata attorno a tre poli, Patrimoni, Tutele, Matrimoni-Separazioni, rispetto ai quali hanno svolto il ruolo di discussants Isabelle Chabot, Giulia Calvi e Margherita Pelaja; la seconda – Vita pubblica - prevedeva sottosezioni dedicate a Istituzioni, Politiche, Lavori (discussants, rispettivamente, Angiolina Arru, Simonetta Soldani, Maura Palazzi), mentre la terza, intitolata Linguaggi (relazione generale: Gabriella Bonacchi) comprendeva quattro gruppi di comunicazioni sui temi del Corpo (discussant: Anna Scattigno), delle Biografie (discussant: Andreina De Clementi), del Teatro (discussant: Anna Rossi-Doria) e della Pittura (discussant: Renata Ago).

Le famiglie, nelle ricerche presentate, sono state assunte a priori, secondo Margherita Pelaja, come elemento fluido: e se a lungo la storia della famiglia è stata «terreno d’elezione per analisi di tipo normativo o classificatorio», la possibilità di vederla, oggi – proprio grazie ad «una speciale applicazione alla lettura dei ruoli femminili» – come «campo flessibile dei poteri, dei conflitti, delle strategie messi in scena dai generi, dalle generazioni, dalle istituzioni e dalla politica, insomma come luogo aperto per il conseguimento e lo scambio di risorse materiali e immateriali», secondo Ida Fazio non può che essere motivo di soddisfazione e di incoraggiamento a proseguire le ricerche.

Questa impostazione rende più labili e permeabili i confini tra «dentro» e «fuori». 1 percorsi delle donne appaiono così dipanarsi tra sfruttamento di risorse istituzionali (ad esempio l’assistenza), economia monetaria, economia di sussistenza, mercato: la stessa nozione di strategia economica familiare appare più frammentata nella misura in cui si presta attenzione al fatto che i diversi soggetti che compongono una famiglia non compiono, necessariamente, un «gioco di squadra» (Fazio, Renata Ago). In parte, ciò si deve alla tensione che scaturisce dalla compresenza nell’istituto familiare, per tutta l’età moderna (ma anche in età contemporanea, suggeriscono alcune delle partecipanti, come Silvia Salvatici), di due principi antagonistici (Ago): quello della «famiglia-corpo» e quello del contratto e della libera volontà tanto degli uomini quanto delle donne nella scelta del vincolo matrimoniale (come accennato, al matrimonio, alle sue caratteristiche e trasformazioni è stata dedicata un’intera sottosezione di Famiglie alla quale hanno contribuito con un paper Angiolina Arru, Anna Benvenuti Papi, Cesarina Casanova, Andreina De Clementi, Lucia Ferrante, Maria Fubini Leuzzi, Daniela Lombardi).

Lo sfumarsi dei confini tra «dentro» e «fuori» porta anche a sottolineare come leggi ed istituzioni concorrano a plasmare l’identità dei soggetti fín nella dimensione più intima dell’affettività ( Pelaja): grazie soprattutto all’attribuzione alle vedove della tutela sui figli (Laura Guidi, Monica Parola, Manuela Martini), proprio le istituzioni, dal Cinquecento in poi, sembrano farsi promotrici, secondo Giulia Calvi, di un’«etica materna» e di una valorizzazione della famiglia nucleare e della parentela matrilaterale. In età contemporanea, d’altra parte, lo Stato renderà oggetto di precise politiche il ruolo e i compiti materni (Simonetta Soldani, Ilaria Porciani, ecc.) arrivando, per così dire, a sollecitare le donne ad essere affettive (Sandra Pescarolo). E se in epoca moderna la valorizzazione etica della maternità – dal Cinquecento si comincia ad enfatizzare il ruolo educativo della madre (Ottavia Niccoli) – rappresenta, sempre secondo Calvi, una sorta di compensazione rispetto alla marginalizzazione patrimoniale delle donne, nell’Otto-Novecento le politiche relative ad una maternità sociale forte si collocano in un contesto caratterizzato da un’individualità femminile debole (Anna Rossi-Doria).

Ai Patrimoni femminili è stata dedicata una delle tre sottosezioni di Famiglie nell’ambito della quale hanno presentato contributi Renata Ago, Giovanna Benadusi, Annunziata Berrino, Sandra Cavallo, Silvia Evangelisti, Manuela Martini, Maura Palazzi, Paola Paterni e Mirella Scardozzi. Molti di essi sono stati dedicati alla dote, alle sue caratteristiche di «proprietà connotata in base al genere» (Fazio) sulla quale, peraltro, anche il marito poteva vantare diritti come, ad esempio, il lucro dotale (Martini, Chabot), al suo ruolo nei sistemi di trasmissione e devoluzione, alla sua importanza rispetto agli equilibri stessi dei rapporto coniugale: se Martini ha sottolineato il fatto che la sua entità condizionava la capacità contrattuale della moglie nei confronti del marito, Palazzi si è chiesta quali mutamenti dei rapporti di forza nell’ambito della famiglia si siano verificati al diffondersi dell’uso, da parte delle donne, di costituirsi la dote da sé, con il proprio lavoro o con il proprio patrimonio, invece che ottenerla dalla famiglia. Certo in questo caso il lavoro va visto anche in funzione della costruzione dell’identità soggettiva e della rottura con la «famiglia-corpo» che essa sembra implicare. D’altra parte, nota Ida Fazio, «l’individualismo proprietario» dei codici post-napoleonici «appare fortemente messo in discussione da un peso tuttora notevole delle parentele intese come entità economico-giuridiche solidali proprio nei confronti di un elemento visto come potenzialmente eversivo e dirompente, e cioè di fronte al problema del diritto femminile nei confronti della proprietà»: il fatto che solo nell’919,grazie all’abolizione dell’autorizzazione maritale, le donne sposate conseguissero il diritto di proprietà, in modo integro, non può che confermare «la natura problematico dell’universalità dei diritti di fronte alla differenza di genere», tema, quest’ultimo, su cui si sono soffermate molte delle intervenute, soprattutto nell’ambito delle sottosezioni dedicate a Politiche e Lavori (hanno presentato un parer nella prima di esse Raffaella Baritono, Vinzia Fiorino, Dianella Gagliani – Elda Guerra – Laura Mariani, Ilaria Porciani, Anna Rossi Doria, Maria G. Rossilli, Fiorenza Tarozzi, Sandra Scagliotti e Elisabetta Vezzosi; nella seconda, Tiziana Cainplone, Simona Laudani, Paola Nava, Silvia Salvatici, Raffaella Sarti, Laura Savelli e Simonetta Soldani). E se a lungo tanto il patrimonio quanto il lavoro non garantiscono autonomia alle donne, la crucialità del nodo relativo al rapporto tra lavoro/diritti/cittadinanza trova espressione nella scelta di trattare le attività occupazionali femminili nell’ambito della sezione dedicata alla Vita pubblica, a fianco degli spazi relativi alle Politiche e alle Istituzioni (Palazzi).

Per quanto riguarda la presenza femminile nella sfera pubblica, molte delle intervenute hanno sottolineato la difficoltà delle donne a «rappresentare», ad assurgere al livello della rappresentanza (Soldani, Roberta Gandolfí ecc.). Anna Rossi-Doria ha ricondotto tale difficoltà alla lunga storia della loro esclusione dalla trasmissione. L’esclusione, tuttavia, non appare totale: le donne possiedono patrimoni – non riducibili alla sola dote (Chabot, Ago, Cavallo, Evangelisti ecc.) – che trasmettono. Secondo Calvi i testamenti sono uno dei mezzi che le donne usano per cercare di «costruire se stesse nel tempo». Si tratta di un mezzo che ha una grande capacità derogatoria (Chabot), e non solo perché in molti casi le donne cercano, attraverso di esso, di «restaurare», per così dire, i diritti successori delle figlie in contesti in cui gli statuti li hanno loro tolti, ma anche perché esso può essere usato per far sopravvivere antiche tradizioni in fasi di trasformazione legislativa: in questo senso all’indomani dell’introduzione del Codice Pisancili (1865), che equipara figli maschi e femmine nel diritto alla successione, i contadini studiati da Maura Palazzi cominciano a fare testamento allo scopo di limitare la quota femminile alla sola legittima (sulle difficoltà di recepire l’idea della partecipazione paritaria delle donne al patrimonio si è soffermata, analizzando il caso della Toscana preunitaria, anche Mirella Scardozzi).

Tra le novità introdotte dal Codice Pisanelli va d’altra parte annoverata anche l’abolizione dell’obbligo della dote. Il nuovo Codice interveniva su un istituto che per secoli aveva caratterizzato le modalità di creazione della famiglia (presente nell’antichità esso era stato infatti reintrodotto, peraltro con caratteristiche diverse da quelle previste dal diritto romano, nel sec. XII): la sua stessa continuità plurisecolare non può non far riflettere, secondo Chabot, sulla durata, talvolta davvero lunghissima, del diritto.

Proprio l’attenzione per il diritto rappresenta una sorta di filo rosso che lega molti dei contributi presentati al Congresso: la sua stessa pervasività costituisce uno stimolo alla riflessione sul cammino percorso dalle studiose che si occupano di storia delle donne. Partite, secondo Margherita Pelaja, da un rifiuto della storia giuridica, oltre che di quella delle idee e delle impostazioni foucaultiane troppo rigide, esse si sono dedicate inizialmente all’analisi dei comportamenti sociali. Nel corso delle loro ricerche si sono tuttavia «scontrate», per così dire, tanto con le istituzioni quanto con le norme e il diritto: riconosciuta l’impossibilità di trascurarne il ruolo sono dunque «tornate» ad occuparsene. Ma qual è, chiede Pelaja, il nuovo spessore teorico della ricerca? L’interrogativo suscita un vivace dibattito che senza dubbio costituisce uno dei momenti più stimolanti del Congresso. Vari interventi sottolineano il nuovo modo di guardare ai sistemi normativi che caratterizza le indagini più recenti: essi non sono visti come strutture che plasmano l’identità degli individui calando, per così dire, su di loro dall’alto (Fazio, Pescarolo ecc.), ma piuttosto come elementi che scaturiscono da un continuo processo di contrattazione e di manipolazione (Fazio, Benadusi, Arru, Laudani, ecc.), come orizzonti all’interno dei quali i singoli soggetti si muovono, modificandone la configurazione (Sarti). Tale impostazione porta a riflettere anche sui mutamenti di tali sistemi nel tempo, sul ruolo attivo dei diversi attori sociali nel trasformarli: Angiolina Arru nell’introdurre la sottosezione dedicata a Istituzioni, nell’ambito della quale hanno presentato un contributo Adanella Bianchi, Daniela Luigia Caglioti, Sabina Crippa, Marina d’Amelia, Carmen Salvo, Deanna, Sardi, Laura Turchi, insiste sul ruolo delle donne mentre Ago sottolinea quello del ceto di professionisti preposti all’applicazione delle leggi ricordando l’intreccio di interessi pratici che ne condizionava il comportamento. Nel corso del dibattito ci si sofferma poi sui diversi significati che la nozione di norma assume nei differenti contesti storici – tema, quest’ultimo, su cui ci si interroga soprattutto alla luce del pluralismo giuridico delle società d’ancien régime (Ago, Sara Cabibbo, Maria Fubini Leuzzi ecc.). E se le ricerche delle storiche si rivelano attente al doppio movimento che lega la costruzione sociale della norma giuridica alla costruzione giuridica della nonna sociale (Pescarolo), molte delle intervenute si soffermano sulla pluralità delle norme (giuridiche, culturali, religiose, ecc.); sul loro diverso grado di manipolabilità; sulla varietà dei modi di rapportarsi ad esse, non riducibile al binomio accettazione/rifiuto ma comprensiva di un ampio ventaglio di possibilità (interiorizzazione, accettazione strumentale, più o meno accentuata manipolazione ecc.); sulla differente capacità di contrattazione dei vari attori sociali (Fazio, Giovanna Fiume, Sarti, Pescarolo ecc.). In quest’ottica lo stesso problema del rapporto tra norme e pratiche e della possibile sfasatura tra i due livelli tende a sfumare: l’attenzione si sposta sui modi in cui gli individui si rapportano alle norme, le vivono e per così dire le «usano» (Daniela Lombardi). I sistemi normativi divengono così elementi in rapporto ai quali l’identità dei singoli si costruisce: se Sarti riconduce il rinnovato interesse verso di essi al passaggio da una storia impegnata a «ritrovare» la presenza femminile nel passato ad una storia attenta alle modalità di costruzione dell’identità di genere, Fazio sostiene che proprio la riflessione sull’identità sposta la storia dei legami matrimoniali e familiari dall’ambito del «destino» a quello delle «risorse». Ciò non significa, naturalmente, prescindere dal tema del potere – inteso, appunto, come capacità di controllo di risorse più o meno appetibili e numerose (Pescarolo) -, delle fratture che esso crea e delle trasformazioni della sua configurazione che da tali fratture scaturiscono (Fazio). In questo senso, se da un lato si sottolinea l’importanza di tenere presenti connessioni e lunga durata (Arru, Palazzi, Laudani, Rossi-Doria ecc.), dall’altro proprio attraverso il richiamo alle fratture – tanto sociali quanto cronologiche – ci si impegna ad evitare il rischio di enfatizzare la «riducibilità» dei fenomeni (Gabriella Gribaudi) e di perdere di vista il senso del cambiamento (Rossi-Doria).

Non è solo nell’ambito della storia della famiglia e del matrimonio, tuttavia, che la ricerca dalle donne ha introdotto un ribaltamento di prospettiva (Fazio): secondo Gabriella Bonacchiessa «ha preso le mosse da una radicale ridefinizione della mappa della pensabilità», «di ciò che è degno di essere interpretato o, nel senso più pieno della parola, "compreso"». A suo avviso infatti, «per cancellare l’umiliazione – la radicale devalorizzazione delle donne – si è dovuto procedere alla decostruzione di ciò di cui essa costituisce il rovescio». In questo senso «lo sguardo si è abbassato a scrutare (… ) i segni della corporeità umana, della vita concreta». Lo sguardo «ad occhi bassi» si configura come sguardo consapevole della propria parzialità, situato, incarnato: esso implica il superamento di una concezione dei rapporto tra mente e corpo come entità contrapposte. In questo senso non può che implicare un riconoscimento della storicità del corpo, del suo essere un’entità costruita. Di tale storicità non mancano le prove nelle comunicazioni presentate nell’ambito della sottosezione che al Corpo è stata, appunto, dedicata (Nadia Maria Filippini, Elena Giannarelli, Giovanna Grignaffini, Nerina Milletti, Silvana Raffaele, Ileana Tozzi): nel mondo antico la conversione e il martirio sembrano talvolta implicare, per le donne, l’assunzione di un aspetto maschile (Giannarelli); nel Medioevo il cammino della perfezione cristiana porta mistiche come Colomba da Rieti ad esprimere attraverso il corpo la propria unione con il Cristo (Tozzi); al giorno d’oggi il processo tecnologico sembra sottrarre al corpo il suo ruolo di luogo capace di costituire identità rendendolo un non-luogo, qualcosa di espanso ed espandibile: un apparecchio di uso quotidiano come il telefono lo trasforma in una pura voce disancorata da uno spazio preciso (Grignaffini). La «storia culturale del corpo» o «somatica storica» di Barbara Duden – ricorda d’altraparte Bonacchi – mostra il trionfo dello sguardo su tatto, udito e olfatto: «la futura madre può oggi vedere il proprio "bambino" nella muta ecografia dei nascituro». E se questo è, nell’ottica della Duden, un abuso del concetto di vita, le comunicazioni di Filippini e Raffaele mostrano bene il cambiamento di clima culturale che portò a riconoscere crescenti diritti al feto anche a scapito della madre e che si tradusse nella diffusione del taglio cesareo in vita. Sempre a proposito della storicità del corpo, Milletti, ricorda Scattigno, sostiene che non solo i generi ma- anche i sessi sono costruiti socialmente a partire dal combinarsi di tre elementi, sessuale, socio-erotico e di genere: esso può dar origine agli ideali di uomo e di donna culturalmente accettati in un sistema bisessuale come il nostro oppure a figure, come quella della lesbica, che mal si adattano alle categorie binarie cui siamo abituati.

In quest’ottica non stupisce che le attrici francesi d’inizio secolo impegnate nella ricerca di un protagonismo femminile che non fosse mera imitazione dei modello maschile studiate da Laura Mariani nell’ambito della sezione dedicata al Teatro (alla quale hanno contribuito anche Graziella Bonansea, Roberta Gandolfi e Paola Pallavicini), nel tentativo di sfuggire alla «trappola mortale» dell’alternativa tra il totale ribaltamento e l’esaltazione della complementarità tra i sessi (Rossi-Doria), sperimentassero anche forme di lesbismo.

Luogo della rappresentazione e dell’autorappresentazione dell’identità di genere, il palcoscenico può divenire uno spazio di sperimentazione e promozione di nuove immagini della femminilità, come nel caso del teatro suffragista inglese analizzato da Roberta Gandolfi. E che il teatro e più in generale la letteratura possano condizionare la stessa percezione di sé e le immagini della femminilità e della mascolinità lo dimostra la realtà napoletana analizzata da Gribaudi e De Mase.

A fianco del teatro, anche la Pittura è una forma di rappresentazione e autorappresentazione dell’identità di genere (ovviamente attraverso la mediazione di precisi codici culturali), come indicano gli interventi presentati nell’ambito della sottosezione ad essa dedicata, attenti comunque soprattutto al problema della formazione delle pittrici Lavinia Fontana, Sofonisba Anguissola ed Elisabetta Sirani e ai motivi del loro successo (Vera Fortunati – Irene Graziani, Angela Ghirardi, Adelina Modesti, Rossana Sacchi). Se da un lato infatti una pittrice come la Sirani deve la sua popolarità anche alla proposta di un’immagine delle donne e della bellezza femminile coerente con quella elaborata dai trattatisti (Actelina Modesti), dall’altro, in un contesto in cui, sull’onda di Vasari, il disegno è considerato l’attività più alta, Lavinia Fontana in un proprio autoritratto riafferma la sua identità di abile pittrice presentandosi proprio nell’atto di disegnare (lrene Graziani).

Il problema del rapporto tra colui (colei) che rappresenta e colui (colei) che viene rappresentato/a nel caso della Biografia si pone in modo particolarmente pregnante e può strutturarsi secondo modalità piuttosto diverse, come ricorda Andreina De Clementi nell’introdurre le comunicazioni dedicate a tale tema (Lucia Bonini, Diana Carminati, Lucia De Mase, Francesca Decimo, Marcella Filippa, Sara Follacchio, Gabriella Gribaudi, Roberta Fossati, Sabina Loriga, Gloria Nemec – Anna Di Gianantonio, Genoveffa Palumbo, Bruna Peyrot, Renate Siebert). 1 confini tra le due soggettività possono essere infatti più o meno sfumati o esaltati. E se nel caso della storia orale dal rapporto tra di esse scaturisce la fonte stessa su cui si basa la narrazione (fatto, quest’ultimo che rende particolarmente evidente un elemento che in realtà caratterizza tutte le fonti, cioè il loro essere costruite da precisi soggetti storici, nota Peyrot), la riflessione sul problema della relazione del soggetto con l’oggetto trattato ha nella storiografia delle donne una centralità che non è limitata alla sola storia orale. Da questo punto di vista, secondo Bonacchi, può essere utile una nuova prossemica che renda possibile un distacco tanto dall’idea (ingenua) di una veridicità garantita dalla riduzione del ruolo del biografo a mero trascrittore di testi «veri», quanto da quella di una veridicità assicurata dall’immedesimazione del narratore con l’oggetto narrato.

Dalla storia del matrimonio e della famiglia ai problemi sollevati dalla narrazione di una vita femminile e dal rapporto tra biografa e biografata, il Congresso ha insomma toccato molti dei temi cari alle storiche facendone una sorta di censimento critico (sebbene alcuni problemi, trattati in modo ampio in precedenti occasioni, siano stati relativamente «sottorappresentati»). Le giornate riminesi si sono tuttavia rivelate qualcosa di ben più ricco rispetto ad una ricognizione dello stato dell’arte. Le opportunità di informazione, scambio e confronto che esse hanno offerto, hanno infatti messo in evidenza (grazie anche alle modalità in base alle quali le organizzatrici hanno scelto di raggruppare gli interventi) connessioni e legami inaspettati sui quali nel prossimo futuro la ricerca non potrà non soffermarsi.

E se l’indagine relativa almeno ad una parte dei tenti trattati risultava già avviata ai tempi del Convegno di Modena del 1982 su Percorsi del femminismo e storia delle donne, il Congresso riminese – come ha notato Annarita Buttafuoco concludendo i lavori – ha reso evidente, per così dire, quanta acqua sia da allora passata sotto i ponti della ricerca storica delle donne. Alla maturazione di tali ricerche – rispetto alle quali un’altra tappa importante era stata rappresentata dal Convegno tenutosi a Bologna nel 1986 dal titolo Ragnatele di rapporti. Patronage e reti di relazione nella storia delle donne - ha certo contribuito la nascita, nel 1989, della Società Italiana delle Storiche. Promotrice del Congresso, l’associazione, che oggi conta oltre trecento socie, ha infatti accompagnato e favorito lo sviluppo e la legittimazione della storia delle donne impegnandosi attivamente a stimolare tanto la ricerca quanto la trasmissione attraverso l’organizzazione di incontri, di seminari, di una Scuola estiva di storia delle donne che tiene annualmente i suoi corsi a Pontignano (Siena) e attraverso la pubblicazione di libri e di un bollettino di informazione e discussione («Agenda»). Alla luce della riuscita del Congresso riminese non si può allora che sperare che essa prosegua sulla strada con tale iniziativa inaugurata impegnandosi, come programmato, nell’organizzazione di analoghi incontri a regolari scadenze.

Raffaella Sarti

Università di Firenze

4. INIZIATIVE FUTURE

4.1.Grande guerra e mutamento: una prospettiva comparata

Dal 28 Settembre (pomeriggio) al I’ ottobre 1995 si terrà a Trieste un convegno dal titolo: GRANDE GUERRA E MUTAMENTO: UNA PROSPETTIVA COMPARATA,

organizzato dal Comitato di studi storici di Trieste, in collaborazione con l’Historial de la Grande Guerre, Peronne, e con i Dipartimenti di Economia politica dell’Università di Modena e di Scienze storiche dell’Università di Siena.

IL convegno si propone di sollecitare una riflessione sui mutamenti che la guerra produsse nei vari paesi belligeranti, partendo dall’ipotesi che una differenza fondamentale intercorra tra i paesi di più antica formazione nazionale e dalle strutture sociali più integrate ed i paesi più arretrati. Sembra infatti che i primi abbiano vissuto il trauma bellico più a livello di una crisi di valori e di certezze culturali che non di modifiche dell’ordine politico-sociale e degli equilibri istituzionali, mentre i paesi a sviluppo più tardivo videro esasperate ed acuite dalla guerra tutte le contraddizioni precedenti, con la conseguenza di sconvolgimento permanenti tanto a livello sociale che politico-istituzionale. Per mettere a fuoco tali mutamenti – nella loro specificità nazionale e nella loro connessione con il quadro dei rapporti internazionali determinato dalla guerra – il convegno si propone di analizzare in un’ottica comparata tutta una serie di aspetti della sfera politica, economica e sociale. A tale scopo è stato chiesto agli oratori di svolgere relazioni a carattere generale. 1 temi più specifici sono stati inseriti nelle sezioni interventi.

E’ prevista la traduzione simultanea.

Il convegno sarà così articolato:

28 settembre 1995 (pomeriggio):

GUERRA E MUTAMENTO

Oratori: J.J. Becker, W. Mommsen, S. Mattl, R.J. Evans, M. Isnenghi, C. Magris.

29 settembre 1995 (mattina):

POTERE POLITICO, POTERE MILITARE E CLASSI DOMINANTI

Oratori: G. Feldman, J.W. Borejsza, J, Home, P. Comer, A. Mitrovich, T. Widrich, P. Hertner.

29 settembre 1995 (pomeriggio)

STRUTTURE SOCIALI E POLARIZZAZIONI DI CLASSE

Oratori: J. Winter, T. Hajdu, S. Ortaggi, L. Tomassini, A. Fava, G. Hirschfeld, S. Rouette.

30 settembre 1995 (mattina):

COMPORTAMENTI E MENTALITA’

Oratori: G. Procacci, A. Becker, G. Rochat, G. Krumeich, B. Bianchi, E. Ginzburg.

30 settembre 1995 (pomeriggio)

NAZIONALITA’E STATI

Oratori:M. Waldenberg, A. Gibelli, N. Vrkic-Tromp, G. Corni – R. Zilch, L. Fabi, D. Leoni,

M. Rossi, P. Dogliani.

1 ottobre 1995

8.30-10.45: – Tavola rotonda

i 1.00 Visita a luoghi e musei della grande guerra fra Trieste e Gorizia.

Per ulteriori informazioni: Prof. Simonetta Ortaggi, Comitato di studi storici di Trieste, Dipartimento di Storia, Via Economo, 4 – Università di Trieste – Trieste fax 0401310304

4.2.Fondazione di Studi storici F. Turati

Nell’ambito delle celebrazioni della Resistenza patrocinate dal Comitato nazionale per le celebrazioni del Cinquantennale della Resistenza ai sensi della L. 249193 la Fondazione ha avviato tre iniziative:

1 .Catalogazione Biblioteca Sandro Pertini, dove esiste un cospicuo fondo di titoli sulla Resistenza (spesso non commerciali e quindi di difficile reperibilità) incrementato con le donazioni di privati, associazioni partigiane ed infine numerosi istituti di storia della Resistenza. Si esaminerà in seguito la possibilità di pubblicarne il catalogo.

2.La Resistenza e i socialisti. La ricerca si articola su diversi piani:

a.si sta redigendo una guida ai fondi archivistici pubblici e privati, interessanti il tema in oggetto, in collaborazione con enti ed istituti vari. La guida che sarà pubblicata nell’autunno p.v., è curata dal dr. Giuseppe Muzzi.

il dr. Neri Semeri attende ad un ampio saggio sulla Resistenza, che sarà pubblicato anch’esso nell’autunno p.v.

Sono in fase avviata di restauro e di inventariazione i fondi Corrado Bonfantini e Eugenio Dugoni, posseduti dalla Fondazione. Nel complesso, costituiscono una massa documentaria di circa 4.500 carte.

3.E’ in fase avviata la ricerca internazionale su La Resistenza nella didattica, alla quale partecipano studiosi tedeschi, francesi, polacchi, israeliani oltre che, beninteso, italiani. Essa è indirizzata tra l’altro all’esame, in un quadro comparativo, del libro scolastico, del quadro normativo, delle iniziative di sostegno e collaterali di enti e associazioni varie, degli orientamenti del corpo docente.

Si è tenuto a Cesena un convegno storico su Una società violenta. Briganti, banditi, ribelli nella Romagna pontificia e unitaria, patrocinato dall’Istituto Romagnolo di Studi Storici "A. Costa" di Forlì, insieme alla nostra Fondazione. Ai lavori hanno preso parte: M. Degl’lnnocenti, F. Della Perata, R. Balzani, P. Giannotti, A. D’Altri, A. Varni, S. Pivato, D. Mengozzi, G. Borghi, N. Santarelli. Gli atti saranno pubblicati.

L’Istituto "G. Salvemini" di Messina, in collaborazione con la Fondazione, promuoverà a Messina nell’ultima settimana di settembre p.v. due giornate di studi sulla figura e sull’opera del compianto Gaetano Cingari.

Lo stesso Istituto comunica che intende organizzare una serie di incontri seminariali, condotti da studiosi qualificati, su "Aspetti del primo decennio repubblicano 1946-56" e un ciclo di conferenze su "La transizione dal feudalesimo al capitalismo nelle aree depresse del nostro continente (Europa Centro-orientale e Mediterranea, secc. XVIII-XLX).

In occasione della donazione, da parte della famiglia, dell’archivio di Carlo Pucci, veterinario di prestigio e deputato socialista agli inizi del secolo, la Fondazione Turati organizzerà nell’autunno p.v. in una sede universitaria a Firenze una giornata di studio sulla cultura positivista e socialista a Firenze e in Italia tra ‘800 e ‘900.

La Fondazione di studi storici "Filippo Turati" è lieta di comunicare di avere acquisito la Biblioteca di Giuseppe Saragat, di circa 3.000 volumi, di cui molti autografati, che andrà a costituire un fondo speciale della Biblioteca della Fondazione, accanto a quello costituito dalla biblioteca di un ex-presidente della Repubblica Italiana, Sandro Pertini.

Maurizio Degl’Innocenti

Fondazione di Studi storici "Filippo Turati"

Via Ricasoli, 49

50122 Firenze

Tel. 055/213147

Fax 055/218042

4.3."Centralismo e federalismo nel XIX e XX secolo. Germania e Italia a confronto" (Berlino, 7-9.12.1995)

Centralismo e federalismo sono oggi, in Italia forse più che in Germania, oggetto di serrato dibattito in sede scientifica e politica, come pure nell’opinione pubblica. Uno sguardo alla storia mostra però che questi due principi costituzionali e amministrativi hanno segnato profondamente anche in Germania il processo d’integrazione politica, sociale, economica e culturale. L’ambito problematico che li racchiude è della più grande importanza per la storia sociale e costituzionale di entrambi i paesi, i quali inoltre si presentano come ottimi casi di comparazione per le loro analogie come nazioni "in ritardo", per la contemporaneità dei rispettivi processi di Unificazione nazionale, per la comune o parallela esperienza fascista e nazionalsocialista e per il nuovo ordinamento democratico postbellico.

Al di là di alcune somiglianza, tuttavia, il rapporto fra centro e periferia ha assunto nei due paesi forme molto diverse e si è sviluppato secondo dinamiche specifiche. Il convegno intende verificare in quale misura la questione della tensione fra principi organizzativi e forze centralistiche e federalistiche, nazionali e regionali può valere, pur nella sua complessità, contraddittorietà e reciprocità, come prospettiva strutturale per una storia comparata della società italiana e tedesca degli ultimi 150 anni.

Centralismo e federalismo rappresentano un aspetto centrale della storia della società borghese, del suo decollo, delle sue crisi e delle sue prospettive. Essi costituiscono modalità alternative di partecipazione, di potere, d’influsso e di distribuzione nel complesso sistema delle diseguaglianze sociali. Essi rimandano a differenti meccanismi di contrattazione, decisione e legittimazione e a modi diversi d’integrazione istituzionale e simbolica dei gruppi

d’interesse sociali e degli ambiti socio-culturali coinvolti. La prospettiva di storia costituzionale e di storia amministrativa dev’essere perciò combinata con quella di storia della società. Al centro dell’indagine deve porsi la prassi costituzionale, nei suoi molteplici contesti storicosociali, a cui non è stata finora apprestata sufficiente attenzione. Ci si deve interrogare non solo sugli strati portanti dell’intero processo e sui rispettivi gruppi d’interesse, ma anche sulle dimensioni di storia della mentalità che centralismo e federalismo hanno avuto e sulla loro

importanza per la cultura politica dei due paesi, oltre che per il quadro complessivo di tensione

e di interscambio fra la capacità di "auto-organizzazione borghese" e l’azione dello Stato. Nella loro concreta realizzazione e traduzione in pratica in termini di compensazione e di complementarità, sia il federalismo tedesco che il centralismo italiano hanno prodotto processi sostitutivi assai problematici dal punto di vista costituzionale, dando un contributo notevole alle rispettive specificità della storia tedesca ed italiana più recente. Così, il federalismo ha rafforzato, nel Kaiserreich, il principio monarchico, contribuendo in modo decisivo ad impedire la piena parlamentarizzazione dell’Impero. Il federalismo ha inoltre assunto in Germania sempre più il carattere di un’ideologia utile a coprire la centralizzazione e già in atto in molti settori. E’ possibile documentare ciò anche attraverso l’iconografia politica e la simbolica nazionale, nella rappresentazione e nella celebrazione dell’elemento federale in ambito pubblico? Nell’Italia unita invece il marcato centralismo, dovuto alla necessità di affrontare i problemi della costruzione nazionale interna, ha piuttosto impedito che favorito, sotto molti aspetti, la coesione sociale ed economica del paese, agendo anch’esso fin dall’inizio da surrogato. Bisognerebbe stabilire anche in che modo il rispettivo sviluppo dei due paesi fosse legato alla politicizzazione e depoliticizzazione della borghesia ai diversi livelli locali, regionali e nazionali.

Il convegno cercherà di seguire il tema del centralismo e del federalismo nello Stato e nella società attraverso le seguenti fasi principali della storia recente d’Italia e Germania: la preparazione e la fondazione dello Stato nazionale, l’Italia liberale e il Kaiserreich tedesco, la Grande guerra e la crisi conseguente, l’esperienza di Weimar, il fascismo e il nazionalsocialismo, l’Italia repubblicana, la Bundesrepublik e la DDR. Per ciascuna delle fasi cronologiche indicate sono previsti due contributi, rispettivamente sull’Italia e sulla Germania. Essi saranno integrata, su punti precisamente individuati, da sintetici contributi di approfondimento in chiave comparativa. Questi ultimi riguarderanno la simbologia e l’iconografia nazionale nel XIX secolo, l’amministrazione comunale nella tensione fra Stato centrale e federalismo prima del 1914, le tendenze di nazionalizzazione e centralizzazione nella Prima guerra mondiale e i problemi d’integrazione sociale nel fascismo e nel nazionalsocialismo, sull’esempio del corporativismo sia industrial-cittadino che agrario. I contributi riguarderanno, accanto ai due campi della costituzione e dell’amministrazione, uno spettro ampio di ambiti politici e sociali: dai partiti e associazioni, al pubblico impiego e all’apparato militare, all’istruzione, alla scienza e alle chiese, come pure alla rappresentazione simbolica dello Stato centrale e del federalismo. Particolare attenzione sarà posta al reciproco scambio e trasferimento di idee, modelli ed esperienze fra i due paesi e, non da ultimo, alla reciproca percezione e reazione delle soluzioni tecnico-politiche che il problema del centralismo e del federalismo ha trovato nei due paesi.

Istituto storico italo-germanico

Trento

e

Arbeitsstelle für vergleichende

Gesellschaftsgeschichte

Berlin

con la collaborazione

dell’Istituto Italiano di Cultura – Berlino

e del Verein üir italienisch-deutsche

Geschichtsforschung – München

Centralismo e federalismo nel XIX e XX secolo.

Italia e Germania a confronto

(Berlino, 7-9 dicembre 1995)

Programma del Convegno

(titoli di lavoro provvisori)

Giovedì, 7 dicembre 1995

ore 18:Apertura dei lavori:

S. E. Umberto Vattani, Ambasciatore d’Italia,

Prof. Dr. Johann Wilhelm Gerlach, Presidente della Freie Universität Berlino

Prof. Dr. Dr. h.c. Jiirgen Kocka, Freie Universität Berlino

Discorso d’apertura:

Prof. Dr. Pierangelo Schiera (Berlino/Trento)

Venerdì, 8 dicembre 1995


mattina:Pierangelo Schiera (Berlino/Trento) / Hannes Siegrist (Berlino): benvenuto e introduzione ai lavori

Moderatore: Carlo Ghisalberti (Roma)

Marco Meriggi (Trieste): La via verso lo Stato nazionale: l’Italia

Otto Dann (Colonia): La via verso lo Stato nazionale: la Germania

Raffaele Romanelli (Firenze): L’Italia liberale

Dieter Langewiesche (Tubinga): Il Kaiserreich

Pomeriggio:

Moderatore: Hannes Siegrist (Berlino)

Ilaria Porciani (Bologna) Coscienza e simbologia nazionale nell’Italia liberale

Susanne von Falkenhausen (Berlino): Iconologia nazionale in Germania nell’Ottocento

Arpád von Klimó (Berlino): Fra Stato centrale e periferia: alti funzionari in Italia e Germania fra Otto- e Novecento

Fabio Rugge (Pavia): Amministrazioni comunali italiane e tedesche fra Stato

accentrato e federalismo prima del 1914

Oliver Janz (Berlino): Nazionalizzazione e centralizzazione durante la prima guerra mondiale. Italia e Germania a confronto

Sabato, 9 dicembre 1995

mattina:

Moderatore: Wolfgang Schieder (Colonia)

Hagen Schulze (Berlino): La Repubblica di Weimar

Emilio Gentile (Roma): Centralismo e fascismo

Norbert Frei (Monaco/Berlino): Centralismo e federalismo nel sistema di potere del nazionalsocialismo

Gustavo Corni (Trieste) Centralismo e localismo nelle campagne tedesche tra Prima e Seconda guerra mondiale

Jens Petersen (Roma): 11 corporativismo come principio di organizzazione sociale nel fascismo italiano e nel nazionalsocialismo

pomeriggio:

Moderatore: Gian Enrico Rusconi (Torino/Berlino)

Umberto Allegretti (Firenze) Centralismo e federalismo nell’Italia repubblicana Christoph Kleßmann (Potsdam) Centralismo e federalismo nella storia tedesca del dopoguerra. BRD e DDR a confronto

Discussione finale introdotta da Jiirgen Kocka (Berlin) e Paolo Prodi (Bologna/Trento)

Sede dei lavori (se non altrimenti indicato):

Arbeitsstelle fiir vergleichende Gesellschaftsgeschichte

Hechtgraben 6-8, 14195 Berlin

* In occasione del Convegno avrà luogo presso la stessa sede, il 7 dicembre 1995 alle ore 15, l’assemblea ordinaria dei Soci del "Verein für italienisch-deutsche Geschichtsforschung’.

4.4.La storia delle istituzioni in Italia. Giornate di studio Napoli, 23-24 giugno 1995.

Istituto Suor Orsola Benincasa

Società per gli studi di storia delle istituzioni

Venerdì 23 giugno, ore 17 00

Saluti-introduzione

(prof. G. De Sanctis e prof. G. Melis)

ore 17.30

L’esempio dei medievisti. In margine agli studi recenti delle istituzioni medievali prof. Mario Ascheri, Università di Siena prof. Mano Caravale, Università di Roma "La Sapienza" prof. Giorgio Chittolini, Università di Milano prof. Ennio Cortese, Università di Roma "La Sapienza" prof. Aldo Mazzacane, Università di Napoli "Federico 11"

Dibattito

Sabato 24 giugno, ore 9.30

La storiografia sulle istituzioni dell’Italia contemporanea. I rapporti Parlamento-Governo prof. Piero Craveri, Università di Napoli "Federico Il" prof. Fulco Lanchester, Università di Roma "La Sapienza" prof. Giorgio Rebuffa, Università di Genova

prof. Pietro Scoppola, Università di Roma "La Sapienza!

Dibattito

5.RICERCA

PROGETTI DI RICERCA 40% – 1993/1994

Agricoltura e società rurale in Italia nel contesto dell’Europa mediterranea (secolo XIX) - P. Villani (Napoli), A. Massafra (Bari), G. Biagioli (Pisa), F. Cazzola (Bologna), P. Bevilacqua (Roma I), G. Barone (Catania) – 1993: 30 m. / 1994: 34 m.

«Ceti»: il concetto e la realtà sociale nell’Italia contemporanea (secoli XIX-XX)A. Lyttelton (Pisa), M. Meriggi (Trieste), M. Marmo (Napoli) – 1993: 20 m.

Ceti dirigenti in Italia dal fascismo alla repubblica – G. D Agostino (Camerino), G. Bertuzzi (Trieste), M. Legnani (Bologna), A. Recupero (Catania), C. Della Valle (Torino) – 1993: 27 m.

Chiese, nazioni e Stati nell’età contemporanea -A. Giovagnoli (Milano C.), A. Riccardi (Roma III), G.B. Varnier (Urbino), M. Brigaglia (Sassari), V. Robles (Bari), D. Zardin (Genova) – 1994: 31 m.

Costi della modernizzazione nella storia d’Italia: ricerche ambientali – A. Caracciolo (Roma I), R. Morelli (Roma Il), G. Pedrocco (Bologna) – 1993: 18 m. / 1994: 18 m.

Culture popolari e culture sportive in Italia e in Europafra’800 e 1900 - C. Brezzi (Siena), S. Pivato (Urbino), L. Russi (Chieti), G. Panico (Salerno) – 1993: 26 m. / 1994: 20 m.

Democrazia e uguaglianza tra i generi in Europa nell’età moderna e contemporanea -A. Conti Odorisio (Cassino), Ferrari Occhionero (Roma 1), NL Saba Addis (Sassari), M.C. Leuzzi (Roma 111) – 1994: 21 m.

Democrazia, socialismo e nuovo ordine internazionale nell’esperienza delle sinistre, 1930-1956 - Giu. Procacci ( Roma I), A. Agosti (Torino), C. Natoli (Cagliari) – 1993: 20 m.

Estraneità ed opposizione in Italia attraverso i comportamenti elettorali 1948-1994 -A. Capone (Roma III), F. Fabbri (Roma III), [E. D’Auria (Viterbo)], G. Imbucci (Salemo) – 1994: 12 m.

Famiglia, popolazione e società nella Sicilia preunitaria – R. Spampinato (Catania), M.R. Grillo (Catania), F. Riccobono (Palermo), G. Raffaele (Messina) – 1993: 17 m. / 1994: 17 m.

Fascismo, ordine sociale, ordine internazionale: aspetti della società italiana 1918-1945 - E. Collotti (Firenze), P. Corner (Siena), S. Ortaggi (Trieste), Gio. Procacci (Modena), M. Salvati (Bologna) – 1993: 30 m. 1 1994: 30 m.

I ceti dirigenti italiani tra economia, politica e cultura dall’Unità al secondo dopoguerra -A. Ventura (Padova), C. G. Lacaita (Milano), [E. Franzina (Verona)] – 1993: 14 m. / 1994: 16 m.

I forestieri in Italia fra XVIU e XX secolo: dal grand tour settecentesco alle origini del turismo moderno -A. Salvestrini (Firenze), M. Fatica (Napoli IUO), G. Greco (Siena), I. Biagianti (Siena) – 1993: 22 m.

I rituali operai in Italia dal fascismo al secondo dopoguerra - A. Riosa (Milano), S. Colarizi (Napoli) , L. Gestri (Pisa), [C.G. Donno (Lecce)] – 1993: 17 m. / 1994: 12 m.

Il primato sociale: dalla società rurale alla società industriale nel XX secolo – M Reberschak (Venezia), L. Ganapini (Bologna), G. Roverato (Padova) – 1993: 19 m. / 1994: 19 m.

L’editoria italiana in epoca contemporanea – G. Turi (Firenze), L. Mascilli Migliorini (Napoli), M.I. Palazzolo (Roma 111) – 1993: 21 m. / 1994: 21 m.

L’organizzazione della cultura popolare e le riviste politico-sociali tra Ottocento e Novecento – A. Varni (Bologna), F. Della Peruta (Milano), [S. Merli (Milano), Z. Ciuffoletti (Firenze)] – 1993: 28 m. / 1994: 25 m.

La crisi dell’identità nazionale nella vicenda storica dell’Italia repubblicana – E. Galli Della Loggia (Perugia), E. Aga Rossi (Aquila), P. Pezzino (Pisa) – 1993: 17 m. / 1994: 17 m.

La formazione dell’identità nazionale negli Stati Uniti e nel Canada – A.M. Martellone (Firenze), R. Cambria (Milano), N. Clerici (Genova) – 1993: 17 m. 1 1994: 17 m.

La scrittura popolare come fonte per la storia contemporanea -AT. Isnenghi (Venezia), A. Gibelli (Genova), E. Franzina (Verona) – 1993: 21 m. 1 1994: 21 m.

Le transizioni alle democrazie in Europa e nelle Americhe: idee, programmi, processi in età moderna e contemporanea – A. Biagini (Roma I), G. Motta (Viterbo), E. D’Auria (Viterbo), M. Plana (Firenze), G. Greco (Bologna), L. Rossi (Salerno), A. Scocozza (Lecce), [A. Trento (Napoli)] – 1993: 42 m. / 1994: 42 m.

Lo scambio di valori e immaginari culturali e politici tra vecchio e nuovo continente nel contesto delle relazioni tra Europa e Stati Uniti (1919-1989) – T Bonazzi (Bologna), V. Gennaro (Genova), M. Vaudagna (Torino), A.M. Bosco Tedeschini Lalli (Roma 111) – 1993: 25 m. / 1994: 25 m.

Mentalità e culture nell’età moderna e contemporanea: dalla società contadina alla società complessa – A. Pastore (Verona), P. Sorcinelli (Bologna), M.L. Betri (Nfllano), E. Renzetti (Trento) – 1993: 22 m. / 1994: 17 m.

Ottocento meridionale: valori e professioni – G. Giarrizzo (Catania), 0. Cancila (Palermo), F. Benigno (Messina) – 1993: 20 m. 1 1994. 20 m.

Per una storia del federalismo in Italia in età contemporanea – G. Guderzo (Pavia), S. Pistone (Torino), D. Veneruso (Genova), A. Landuyt (Siena) – 1994: 20 m.

Politica e società nell’Italia repubblicana -M Degl’Innocenti (Siena), C.G. Donno (Lecce), R. Chiarini (Ferrara) – 1993: 17 m. / 1994: 17 m.

Politica estera, politica interna e il problema dell’identità nazionale in Italia dall’Unità ad oggi – B. Vigezzi (Milano), R. De Felice (Roma 1), G. Sabbatucci (Macerata) – 1994: 21 m.

Politiche del reclutamento militare in Italia dall’età napoleonica alla seconda guerra mondiale – P. Del Negro (Padova), L. Ceva Valla (Pavia), G. Rochat (Torino) – 1993: 20 m. / 1994: 20 m.

Professioni e società nell’Italia liberale – C. Mozzarelli (Milano C.), M. Malatesta (Bologna), A. Signorelli (Catania), A. Lyttelton (Pisa) – 1993: 17 m. / 1994: 17 m.

Religioni e società nei paesi mediterranei -A. Giovagnoli (Sassari), A. Riccardi (Roma III), G.B. Vanúer (Urbino), V. Robles (Bari) – 1993: 23 m.

Scienza e tecnica nell’Italia unita – P. Galluzzi (Siena), R. Mazzolini (Trento), G. Pancaldi (Bologna), R. Simili (Trieste) – 1993: 23 m. 1 1994: 23 m.

Storia della preparazione, svolgimento e contesto del Concilio Vaticano II (1959-1965) G. Alberigo (Bologna), M. Guasco (Torino), G.L. Potestà (Milano) – 1993: 27 m.

Storia dello svolgimento del Concilio Vaticano H (1962-1965) – G. Alberigo (Bologna), M. Guasco (Torino) – 1994: 14 m.

6. ASSOCIAZIONI CORRISPONDENTI

Australian Society for European History

La Australian Society for European History è stata fondata nel 1969 su iniziativa di Barrie Rose e Richard Bosworth e ha tenuto la sua conferenza inaugurale quell’anno presso l’università di Sydney.

Da allora ha tenuto conferenze periodicamente ogni due anni muovendo da un’università all’altra del paese, secondo l’abitudine australiana. Le ultime tre conferenze si sono tenute all’università di Western Australia in Perth nel 1989, all’università di Wellington in Nuova Zelanda nel 1991 e alla La Trobe University in Melboume nel 1993. Il prossimo appuntamento, nel luglio 1995, sarà presso l’università del New South Wales in Sydney. Le conferenze variano in presenze e in ambizioni, ma normalmente vedono la partecipazione di un centinaio di membri ed offrono l’occasione ad ospiti stranieri per visitare il paese. Ad esempio, nel 1989, la lista degli oratori includeva Jonathan Steinberg di Cambridge, Sheila Fitzpatrick di Chicago e Pietro Melograni di Perugia. Nel 1993, Charles Maier di Harvard, Barbara Einhorn e David Dyker di Sussex, Wolfgang Benz di Berlino e Claudia Koonz della Duke University hanno presentato dei papers.

AAEH rimane una organizzazione molto informale e, in molti sensi, come attività esiste per ritrovarsi in conferenze. Non pubblica un bollettino. Tutti i soci SISSCO che volessero ricevere informazione circa la conferenza del luglio 1995 possono contattare il prof. Jurgen Tampke, History Department, University of NSW, Kensington, NSW 2033 o Dr. Glenda Sluga, History Department, University of Sydney, NSW 2006 o per E-mail "Glenda Sluga@history.su.edu.Au".

Quando la sede e il tema per il 1997 sarà conosciuto passerò l’informazione alla SISSCO. Io posso essere contattato via Email a "rjbb@uniwa.uwa.au” o presso History Department, University of Western Australia, WA 6907, Australia.

Richard Bosworth

7. LETTERE APERTE

7.1. Lettera aperta sulla Fondazione Basso

Un patrimonio di conoscenze e di relazioni italiane ma anche internazionali è cresciuta nel tempo presso la Fondazione Lelio e Lisli Basso di Roma.

Nel corso di più di vent’anni in tanti abbiamo abitato via Dogana vecchia 5, sede della Fondazione: per discutere e confrontare in assoluta libertà idee e progetti, partecipare a seminari e convegni, costruire numeri di riviste e collane editoriali, dar vita a nuove associazioni e convegni, costruire numeri di riviste e collane editoriali, dar vita a nuove associazioni o magari soltanto per studiare nelle biblioteca.

Oggi la crisi ha raggiunto anche la fondazione, dimezzando il personale e depauperando in maniera gravissima il settore della ricerca scientifica.

Non vogliamo rinunciare a quanto la Fondazione ci ha dato e potrebbe darci in futuro, vista la ricchezza delle iniziative e dei progetti in cantiere. Ci chiediamo come mai in Italia non esistano energie politiche ed economiche disposte ad impegnarsi per evitare la cancellazione di un patrimonio prezioso per il nostro paese, anche per i legami e il confronto costantemente intrattenuti con la cultura internazionale.

Per adesioni: Fax 06/68307516

7.2. Appello per una federazione dei "Luoghi della memoria"

I sottoscritti, partecipanti al VII Meeting Storia-Memoria-Identità della Fondazione Internazionale Ferramonti di Tarsia per l’Amicizia tra i Popoli, nella giornata del 25 Aprile 1995, 501 Anniversario della Liberazione Nazionale, esprimono la convinzione che il proprio lavoro non possa e non debba esaurirsi nel Convegno I luoghi della memoria (Cosenza-Tarsia, 24-25 aprile 1995) e nella prossima pubblicazione della guida I Percorsi della Memoria (itinerario lungo i siti dell’internamento, della deportazione e delle stragi cagionati dall’ideologia fascista e nazista). Questo è soltanto un punto di partenza; più importante è pensare al futuro e al modo in cui sarà possibile creare un coordinamento permanente per la trasmissione di questa memoria.

I sottoscritti formulano, anzitutto, la proposta di progettare una pubblicazione che serva da raccordo tra i diversi organismi storico-culturali – sorti per il recupero e la salvaguardia della memoria dei siti anzidetti – che già ora stanno collaborando, con il compito specifico di trattare le tematiche dell’oppressione politica e razziale, di aggiornarsi negli studi, soprattutto a livello internazionale, e sulle iniziative che gravitano in Europa ed altrove intorno ai luoghi della memoria. Non ultimo compito (e merito) di una pubblicazione del genere, tutta ovviamente da studiare ma della quale non esiste sinora alcun esempio in Italia, sarebbe anche quello di aggregare i giovani studiosi che si avviano oggi allo studio di queste problematiche e che saranno domani i veri depositari e responsabili della trasmissione di questa memoria.

La prospettiva indicata è quella di una struttura permanente di coordinamento dei luoghi della memoria itali

I partecipanti al Meeting sottoscrivono altresì un appello per la salvaguardia, la tutela e la valorizzazione di tutti i siti e segnatamente del muro e del binario del campo di concentramento di Bolzano-Greis e dei resti di quello di Renicci-Anghiari (Arezzo).

Luca Alessandrini – Paola Altobelli – Carlo Spartaco Capogreco – Vittorio Cappelli – Enzo Collotti – Gian Domenico Cova – Camillo Daneo – Samuel Eisenstein – Alfonso Garuti – Carla Giacomozzi – Teresa Grande – Floriano Hettner – Paolo Jedlowski – Stefano Levi della Torre – Luigi Maria Lombardi Satriani -Rosanna Martini – Tristano Matta – Claudio Pavone – Marina Rossi – Anna Rossi-Doria – Elvira Sabbatini Paladini – Riccardo Schwamenthal – Renate Siebert – Karl Stuhlpfarrer – Bruno Vasari – Klaus Voigt.

Si invitano coloro i quali volessero ancora sottoscrivere l’Appello di inviare comunicazione, via posta o via fax alla:

Fondazione Ferramonti

casella postale 159

87100 COSENZA

Telefax 0984/32377

8. RIVISTA

Storica

La nascita di una nuova rivista di storia, in un panorama affollato e variegato come quello odierno, esprime di per sè insoddisfazione e volontà di riforma intellettuale. Vorremmo dunque esplicitare subito, sia pur in forma sintetica, le ragioni che ispirano il nostro progetto e i tratti che ne segnano l’identità.

La crisi degli schemi interpretativi attraverso i quali il Novecento ha cercato senso nel passato ha reso problematiche le tradizionali cronologie del cambiamento, ha generato attenzione per la straordinaria complessità delle forme sociali, ha favorito la scoperta della funzione costruttiva dei linguaggi.

Questi processi di scomposizione, complicazione e articolazione sono stati potentemente accelerati, a partire dagli anni settanta, dal dialogo con le scienze sociali che, se ha aperto spazi analitici amplissimi e largamente inesplorati, ha anche alimentato le incertezze metodologiche e categoriali che hanno segnato il tramonto dei modelli organicistici e funzionalistici.

L’esito più evidente di questa trasformazione è stato il venir meno della centralità di quel paradigma di storia economica e sociale che, pur declinato in modi differenti, ha dominato per vari decenni il panorama internazionale degli studi storici.

Oggi questa crisi spinge i diversi idiomi storiografici verso ulteriori livelli di frammentazione; contribuisce a collocare i processi di reclutamento e di formazione degli storici – e la stessa circolazione di esperienza di ricerca – in ambiti di riferimento sempre più chiusi; finisce, in qualche caso, per rafforzare argini disciplinari e consolidate partizioni

accademiche.

Il dibattito fra gli storici oscilla così tra un’irenica accettazione di metodi e schemi diversi, fondata sul pragmatismo del buon senso, e l’adesione rigida a modelli fortemente caratterizzati; emergono da un canto la tendenza a riaffermare l’autonomia di un «campo» storiografico identificato con una concezione tradizionale della storia politica e, dall’altro, la tentazione di sciogliere la pratica storiografica nel grande mare delle scienze sociali.

Entrambi questi orientamenti sfuggono però all’esigenza di una rinnovata definizione delle categorie e degli schemi storiografici: e si pensi alla consolidata quanto discutibile idea della separatezza tra storia sociale e storia politica.

«Storica» si propone perciò come un luogo aperto di discussione sulla natura, le regole e le finalità della pratica storiografica, volta a favorire il confronto metodologico e a promuovere la comprensione reciproca dei differenti linguaggi.

Non intendiamo proporre nuovi modelli sistematici, ma sottolineare come l’irrinunciabile dialogo con le scienze sociali debba procedere di pari passo con un ripensamento dell’armamentario storiografico, delle tradizioni e della problematica entro la quale la storiografia si è formata.

Questa disciplina non può rinnovarsi perdendo il senso della propria continuità, delle necessità intellettuali e pratiche che hanno mosso la sua vicenda. Siamo convinti che si possa così sollecitare una libera riflessione sul senso del fare storia di fronte agli eventi sconvolgenti di questo scorcio di secolo: dalla crisi dello stato-nazione al drammatico riproporsi di conflitti etnici e religiosi fin nel cuore del continente europeo, dal diffondersi di inediti sensi di identità e di multiple forme di appartenenza all’emergere della differenza di genere, alla questione della ridislocazione del potere e del ruolo della cultura nella cosiddetta civiltà dell’immagine.

Per rispondere a questi obiettivi la maniera più efficace è parsa quella di riflettere su questioni storiografiche di ampio respiro. Non dunque una rivista di saggi di ricerca nè soltanto di discussioni di teoria e storia della storiografia ma di interventi sui modelli interpretativi prevalenti a partire dall’analisi delle loro concrete applicazioni.

Siamo convinti che l’accumulo di materiali &indagine non sia oggi una risposta efficace ad una storiografia sempre più en miettes ma che occorra piuttosto intensificare la circolazione delle idee, forzare i tradizionali ambiti di riferimento , ripensare i metodi e le rilevanze.

La rivista ricorrerà perciò largamente agli strumenti che meglio consentono di proporre, sottolineare, dissentire: saggi interpretativi, interventi critici, recensioni. Ce ne serviremo per discutere in modi al tempo stesso franchi e rispettosi delle posizioni altrui.

Questi non sono tempi di certezze, di arroccamenti, di dottrinarismo: essi inducono invece, in chi pratica lavoro intellettuale, sentimenti insieme di maggiore libertà e di maggiore responsabilità.

La redazione:

G. Alessi, A. M. Banti, F. Benigno, R. Bizzocchi, P. Dogliani, S. Lupo, M. Meriggi, E. I. Mineo, G. Petralia, B. Salvemini, M. Verga.

c/o Donzelli Editore

Via Mentana 2b – 00 185 – Roma.

Questo bollettino è stato redatto da: Patrizia Dogliani e Ilaria Porciani ed è stato chiuso all’inizio di Giugno 1995