SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Pubblicazioni

Bollettino SISSCO n.16, luglio 1996

INDICE:
1. Lettera del presidente
2. Verbale dell’Assemblea dei soci
3. Resoconti delle iniziative Sissco
3.1 Roma 24/11/1995: seminario su Le regole del gioco Il reclutamento universitario in Italia ieri e oggi
3.2 Firenze 11-12/4/1996: convegno su Le responsabilità dello storico contemporaneo oggi
3.3 Pisa 17-18/5/1996: convegno su Il secolo ambiguo. Le periodizzazioni nel secolo XX continuità e mutamenti
3.4 Seminario annuale (primavera 1997) I linguaggi dell’identità nazionale in Italia dal Risorgimento ad oggi.
4. Le ricerche di storia contemporanea finanziate dal Murst
5. Elenco dei professori ordinari, associati e ricercatori di storia contemporanea
6. Elenco dei soci SISSCO
7. Informazioni
Una rettifica
1. LETTERA DEL PRESIDENTE
Cari amici, alle notizie pubblicate in questo numero del Bollettino vorrei aggiungere alcune considerazioni sull’attività svolta e sulle iniziative in programma. L’assemblea è stata affollata e vivace: l’uno e l’altro carattere sono un segno palese della vitalità della nostra associazione. Della natura della Sissco l’assemblea ha discusso a lungo e appassionatamente, rivelando ancora una volta una salutare dialettica interna fra una visione che fa battere l’accento soprattutto sul carattere elitario dell’associazione e un’altra che è attenta anche alla rappresentatività rispetto all’intera categoria degli storici contemporaneisti. Il punto di congiunzione è comunque dato dalla comune rivendicazione del massimo rigore scientifico quale orientamento di fondo della Sissco e di ogni sua iniziativa. Le divergenze e le contrapposizioni di carattere politico ed ideologico esistenti fra i soci devono conseguentemente trovare nella Sissco un luogo di dibattito e di confronto. Approfondita è stata anche la discussione, che è andata oltre l’episodio che le aveva dato origine, sullo scambio di lettere avvenuto fra Ernesto Galli della Loggia e lo scrivente, in seguito alla pubblicazione su “La Repubblica” di un’intervista di chi scrive, presentata dal giornale in un modo che ne esasperava i toni. Le due lettere sono pubblicate sul Bollettino come allegati al verbale dell’assemblea. Da alcuni membri dell’assemblea sono state rivolte critiche al Consiglio direttivo per la mancata assegnazione del premio Sissco, che si verifica già per il secondo anno. Opinioni diverse sono state espresse circa la sussistenza o l’abolizione del premio e circa la formula più atta a renderlo rispondente alle finalità per cui fu istituito. Non essendo stata al riguardo presa alcuna decisione, il Consiglio si considera tenuto a riaprire la procedura per l’assegnazione del premio secondo le norme rimaste in vigore. I soci saranno pertanto invitati a pronunciarsi sulle rose di titoli che verranno loro sottoposte. L’assemblea ha discusso lungamente e in modo approfondito i temi delle prossime pubbliche iniziative della società. E’ stato ribadito che ogni anno vi saranno almeno due iniziative di tipo seminariale (quest’anno ve ne sono state tre) ed è stato accolto il principio che, ad anni alterni, una delle due assumerà, come è accaduto quest’anno, le vesti di un convegno anche con una partecipazione internazionale. Quanto agli argomenti da trattare, mentre per la discussione svolta in merito si rimanda al verbale, qui di seguito vengono brevemente esposte le decisioni in conseguenza prese dal Consiglio direttivo, riunitosi a Roma l’11 giugno. Seguendo una tradizione ormai venutasi affermando, uno dei due seminari, da tenere a febbraio 1997, riguarderà un aspetto più “tecnico” e professionale. Sarà infatti dedicato ai luoghi non universitari della ricerca storica contemporaneistica in Italia, dall’Unità in poi. Il riferimento è alle società e deputazioni di storia patria, agli istituti storici nazionali, alle associazioni culturali, alle fondazioni private, agli istituti storici stranieri, agli istituti storici della Resistenza, eccetera. Sono previste una relazione introduttiva d’assieme, che tracci un quadro generale menzionando anche le istituzioni, associazioni eccetera che non saranno oggetto di trattazione specifica, e cinque relazioni su settori particolari. La prima avrà al centro le società di storia patria e gli istituti nazionali, anche come strumento di national building; la seconda tratterà degli istituti collegati, negli ultimi cinquant’anni, a “famiglie politiche” (Bass-ssoco, Gramsci, Sturzo, Turati, eccetera); la terza alle associazioni e agli istituti di carattere locale (escluse naturalmente le società di storia patria, già oggetto della precedente relazione); la quarta agli istituti storici della Resistenza; la quinta infine sarà centrata sugli aspetti legislativi. Elementi che dovranno essere comunque messi in luce sono l’attività di ricerca ed editoriale svolta, il possesso di archivi e biblioteche e il loro stato di ordinamento e consultabilità, gli eventuali processi di informatizzazione, le condizioni di accesso per gli studiosi.
Tutte queste sono naturalmente formulazioni di prima approssimazione, sulle quali attendiamo, come sopra detto, le osservazioni e i pareri dei soci. Il seminario si svolgerà presso il Centro studi per la storia del lavoro di Imola. Il secondo seminario, previsto per maggio, avrà per oggetto il linguaggio e il campo semantico relativi, sempre dall’Unità in poi, al termine nazione e ai suoi derivati. La discussione dovrebbe essere ancorata ad alcuni testi. Il riferimento centrale sarà al caso italiano, ma non dovrebbero mancare aperture comparativistiche. Si pensa anche di dare spazio ai mutamenti del significato di nazione in connessione con il mutare delle generazioni (ad esempio le generazioni di combattenti ed ex combattenti): questo anche per recepire un’esigenza prospettata nell’assemblea. Anche in questo caso, i soci sono invitati a collaborare, con le loro osservazioni, alla stesura del programma definitivo. Per questo sul Bollettino pubblichiamo il relativo call for papers. Nell’assemblea si sono sentite molte giustificate lamentele sulla scarsa visibilità della Sissco e della sua opera. Iniziative comuni con altre istituzioni culturali possono al riguardo essere molto giovevoli. Questo è stato ad esempio il caso del seminario di Fiesole sulla responsabilità dello storico contemporaneista, organizzato assieme all’Istituto universitario europeo e alla rivista “Passato e Presente”. Anche in sede locale gruppi di soci potrebbero organizzare iniziative assieme a istituzioni e associazioni presenti su quel territorio. Parimenti, i soci che fanno parte di gruppi redazionali di riviste storiche sarebbe utile che si adoprassero per intraprendere azioni comuni. La pubblicazione degli atti dei seminari e dei convegni della Sissco è comunque un canale del massimo rilievo per valorizzare l’attività del nostro sodalizio. A tal fine si forniscono le seguenti informazioni. In questo numero del Bollettino pubblichiamo una sintesi degli interventi dei seminari e del convegno annuale. La rivista “Passato e Presente” pubblicherà in forma di articoli alcuni interventi del seminario di Fiesole. In pari tempo le edizioni Unicopli di Milano hanno fatto conoscere un loro interesse ad analoga impresa. Occorrerà prendere contatti definitivi per concretizzare l’una o l’altra possibilità. Con le edizioni Unicopli si è anche parlato dell’ipotesi di dar vita ad una collana Sissco, che, dopo gli atti di Fiesole, potrebbe accogliere quelli del previsto seminario di Imola. Quanto al convegno di Pisa, la rivista “Parolechiave” si è impegnata a pubblicarne gli atti in un fascicolo dedicato appunto al “Novecento”. Nel Consiglio direttivo dell’11 giugno si è cominciato a discutere anche delle seguenti ulteriori iniziative, da sottoporre alla prossima assemblea dei soci. Far precedere o seguire all’assemblea annuale una lecture su un tema di grande rilievo, da affidare ad uno studioso italiano o straniero, anche esterno alla Sissco, curandone poi la pubblicazione. Farsi promotori di un Dizionario biografico degli storici contemporaneisti italiani, dall’Unità fino ai nostri giorni. Si tratterebbe di un’impresa di lunga lena, da studiare bene nei suoi aspetti redazionali, finanziari ed editoriali. Il lustro che potrebbe derivarne alla Sissco è facile da comprendere. Istituzione di un premio per la pubblicazione di un lavoro inedito nella eventuale collana Sissco cui sopra si è accennato.
Molti cordiali saluti a tutti
Il presidente
Claudio Pavone
2. VERBALE DELL’ASSEMBLEA ANNUALE DEI SOCI SISSCO
Il giorno 16 maggio alle ore 16 a Pisa, nella sede del Dipartimento di storia moderna e contemporanea, si riunisce in seconda convocazione l’Assemblea annuale dei soci SISSCO Sono presenti 46 soci
Si discute l’O.d.G. 1 – Relazione introduttiva del Presidente 2 – Rinnovo delle cariche per i due membri uscenti del Direttivo 3 – Approvazione del conto consuntivo e del bilancio preventivo 4 – Premio Sissco 5 – Programmazione dei seminari dell’anno prossimo 6 – Bollettino Sissco 7 – Varie ed eventuali
1 – Relazione del Presidente Il Presidente Pavone dà lettura dei nomi dei nuovi soci; Teresa Bertilotti, Sondra Cerrai, Filippo Focardi, Maddalena Guiotto, Lutz Klinkhammer, Gianna Manca, Silvano Montaldo, Simone Neri Serneri, Maura Piccialuti, Marta Petrusewicz, Marco Rovelli, Fulvio Salimbeni, Silvia Salvatici, Lorenza Sebesta, Umberto Sereni, Elisabetta Tonizzi, Simona Trombetta. Passa poi a parlare delle iniziative intraprese dalla Società nel 1995ù96 ed in particolare del convegno di Pisa “Il secolo ambiguo: le periodizzazioni del XX secolo” del 17 e 18 maggio, indirizzando un particolare ringraziamento alla provincia di Pisa che ha contribuito alla sua realizzazione. Sottolinea che il seminario di quest’anno non è riservato ai soli soci Sissco, ma si tratta appunto di un vero e proprio convegno. A questo proposito il Presidente chiede all’Assemblea se per il prossimo anno convenga riproporre la formula di un seminario ed un convegno o se non sia meglio limitarsi ad organizzare un vero e proprio convegno ad anni alterni.
Il Presidente ritiene che lo stato della Società, rimasta legata al gruppo promotore originario, potrebbe essere migliore, e che sarebbe auspicabile una sua maggiore visibilità. Sottolinea anche, come dato positivo e molto importante, l’afflusso di molti giovani tra i nuovi soci e invita tutti i soci ad una partecipazione più attiva, ricordando che se oggi il dibattito politic-ulturale è assai più aspro di quando la Società è sorta, proprio la Sissco può essere il luogo ideale di scambio e di confronto. Invita pertanto l’assemblea a discutere su questo punto. Il Presidente informa l’assemblea che, su proposta di Patrizia Dogliani, il Direttivo ha ritenuto opportuno seguire il processo Priebke e che, in collaborazione con l’Istituto della resistenza di Roma, la Sissco ha ottenuto di essere presente al processo e di poterlo registrare. Il presidente informa l’assemblea della proposta della collana Unicopli di pubblicare gli atti del convegno di Fiesole e della lettera del presidente della Società degli Storici italiani relativa a possibili collaborazioni tra le due associazioni. Quest’ultimo punto sarà illustrato più ampiamente da Pombeni.
2 – Rinnovo delle cariche del Direttivo. Poiché‚ decadono per scadenza del mandato due membri del Direttivo Dogliani e Pezzino, l’Assemblea deve procedere all’elezione. Il Presidente, a nome del direttivo, ringrazia i due membri uscenti. Propone inoltre come presidente del seggio elettorale Pombeni e come scrutatori Dogliani e Pezzino e apre la discussione. Segnala inoltre che sono pervenute al direttivo le candidature di Nicola Tranfaglia e Maria Serena Piretti. Sabbatucci propone di votare al termine dei lavori dell’Assemblea. Romanelli propone di aprire il seggio elettorale dopo la discussione sulle candidature, lasciandolo però aperto fino al pomeriggio dell’ indomani. Sabbatucci si associa alla proposta di Romanelli che viene approvata all’unanimità dall’Assemblea.
3 – Approvazione del conto consuntivo e del bilancio preventivo. Il Tesoriere illustra il conto consuntivo del 1995; il bilancio preventivo del 1996 e lo stato di cassa al 10 maggio 1996 (documenti allegati al presente verbale; cfr. allegati 1, 2 e 3). Il Tesoriere sottolinea che l’unica fonte di finanziamento della Società è rappresentata dalle quote dei soci e che si deve registrare, per il secondo anno consecutivo, uno sbilancio passivo. Poich‚ le spese maggiori della Società si concentrano nel primo semestre dell’anno, se i soci morosi non regolarizzano la loro posizione si rischia di non avere fondi per l’organizzazione dei seminari dell’anno prossimo. Il Tesoriere propone a nome del direttivo di passare all’anno solare per quanto riguarda il versamento delle quote dei soci per semplificare le operazioni contabili. Il Tesoriere informa che non è possibile abbassare la quota finch‚ non si è raggiunta la cifra di almeno 200 soci in regola con i pagamenti e spiega perch‚ il conto corrente postale della Sissco è a suo nome e non a quello della Società. Viene aperta la discussione: Pavone sottolinea la scarsità delle entrate; propone di ritentare la strada della domanda di finanziamento al CNR per avere un altro canale di entrata per le iniziative Sissco del prossimo anno. Salvati si dichiara disponibile ad interessarsi della cosa. Anania propone di chiedere contributi al CNR soprattutto per i convegni. Pombeni precisa che questo tipo di richiesta di contributi può essere controproducente per la Sissco in quanto il CNR paga solo alla fine il rimborso delle fatture; osserva inoltre che il CNR ha disponibilità limitate e invita a non farsi eccessive illusioni. Romanelli propone di chiedere contributi alle banche, offrendo in cambio l’inserzione di alcune pagine di pubblicità sul Bollettino. Il Presidente invita nuovamente i soci ad attivarsi il più possibile sfruttando i loro contatti personali. Viene posta ai voti l’approvazione del bilancio che viene approvato dall’assemblea dei soci all’unanimità con l’astensione del tesoriere.
4 – Premio Sissco Il Presidente comunica che il Direttivo ha deciso di sospendere l’assegnazione del premio anche per quest’anno e spiega le motivazioni che hanno portato a questa decisione. Il meccanismo di assegnazione del premio è risultato poco adeguato. Il Direttivo ha ritenuto che, dovendo assegnare anche il premio dell’anno scorso, che non era stato attribuito, il tempo a disposizione dei soci per leggere tutti i volumi indicati fosse troppo limitato. Pavone sottolinea la scarsa visibilità del premio Sissco e propone di abolire la distinzione tra opera di sintesi ed opera monografica e di unificare i due premi. Propone inoltre la ricerca di uno sponsor attraverso il collegamento ad una città termale o turistica, purch‚ la Sissco mantenga la maggioranza nella giuria. Viene aperta la discussione: Mantelli sottolinea che un motivo in più per sospendere l’assegnazione del premio Sissco è stato l’esiguo numero dei soci in regola con il pagamento delle quote e aventi quindi diritto di votare. A questo proposito propone, a nome del direttivo, che, qualora l’assemblea decida di mantenere questo meccanismo di assegnazione del premio, stabilisca un tetto minimo di soci, al disotto del quale non si debba procedere all’assegnazione del premio stesso. Pombeni sottolinea che il premio Sissco ha da sempre rappresentato una nota dolente e che anche in precedenza il numero dei votanti non è mai stato elevato: tale fatto non è quindi da ritenersi una motivazione sufficiente per la sospensione del premio. Ritiene inoltre che cambiare il meccanismo di assegnazione del premio significhi dichiarare il fallimento di questo esperimento che pure ritiene valido in quanto ha il significato di un premio corrisposto non da una qualsiasi giuria, bensì dalla stessa corporazione. Pombeni osserva che il Direttivo ha sbagliato a non assegnare il premio pur avendone ricevuto il mandato. Propone, caso mai, di ricorrere ad una giuria interna di soci. Romanelli concorda con Pombeni: lo scopo del premio Sissco è quello di fornire segnalazioni perch‚ i soci leggano e valutino le opere dei loro colleghi. Salvati concorda con Pombeni e Romanelli. Riflette sulla crisi di identità della Sissco che era sorta anche con l’intento di prescindere dalle divisioni ideologiche. Oggi al suo interno esistono differenze di opinioni e interpretazioni diverse, ma le fratture odierne, anche se aspre, non sono di tipo ideologico. Il premio Sissco guardava al futuro con un certo orgoglio, oggi è necessario valorizzare la storiografia italiana che è indubbiamente cresciuta. Rinunciare al premio significa rinunciare ad allargare la Società ai giovani. Pavone si dichiara favorevole al mantenimento del premio, ma fa notare che anche l’anno scorso non era stato attribuito, a dimostrazione che vi sono delle difficoltà oggettive nell’assegnazione. Mantelli ritiene che la mancata attribuzione del premio non dipenda esclusivamente dal Direttivo, ma anche dai soci che devono essere maggiormente responsabilizzati. Mantelli ribadisce la necessità di stabilire un tetto minimo. Sabbatucci propone di demandare al direttivo l’incarico di proporre una rosa di titoli e di far votare l’assemblea; ritiene inoltre che il problema vero sia la scarsa rappresentatività della Società. Anche per Anania il problema sta nel fatto che la Sissco è poco rappresentativa, ma ritiene che non si possa incolpare il direttivo della mancata assegnazione del premio. Salvati interviene affermando che la questione non sta nel numero dei soci, ma nella capacità della società di essere propositiva. Teme inoltre che sia venuta meno la spinta iniziale della Società. Il premio deve essere considerato un tutto unico con la Società e quindi deve essere diverso da tutti gli altri premi. Romanelli propone al presidente di esporre tutti i punti all’ordine del giorno e di rimandare la discussione alla fine. L’assemblea approva tale proposta.
5 – Programmazione dei prossimi seminari Il presidente propone come argomenti per i prossimi seminari la ricerca in ambiti non universitari e il problema dell’identità e unità nazionale. Propone inoltre di invitare i presidenti dei corsi di laurea in storia a discutere sulle nuove tabelle ministeriali.
6 – Bollettino Sissco Porciani sottolinea il clima costruttivo che ha caratterizzato l’attività del Direttivo il cui primo intento è stato quello di non disperdere il patrimonio di lavoro che la Sissco ha messo insieme a partire dalla sua fondazione. Ricorda come la Sissco sia stata la prima Società a fornire informazioni sul reclutamento universitario e ribadisce che l’afflusso di nuovi soci rappresenta un dato positivo. Ritiene che il Bollettino abbia un ruolo importante nel fornire informazioni sulla vita interna della corporazione storica e sui meccanismi del reclutamento ed informa l’assemblea che, data la difficoltà di reperire notizie precise sui concorsi, si è preferito ritardare l’uscita del bollettino piuttosto che fornire informazioni incomplete o errate. Comunica l’indice di ciò che conterrà il prossimo numero: una sintesi dei seminari di Roma e di Fiesole, informazioni sui programmi dei prossimi convegni e i verbali dell’assemblea. Per una migliore organizzazione del lavoro Porciani ritiene opportuno creare una piccola redazione. Romanelli si offre di farne parte. L’assemblea dà mandato al direttivo di nominare eventuali collaboratori. Dogliani fa notare che anche in precedenza esisteva una redazione del bollettino. Da questo momento la discussione si allarga al tema della didattica universitaria della storia, che appare di grande rilievo in rapporto alle nuove tabelle ministeriali sia dei corsi di laurea in storia che delle facoltà di scienze politiche. Su questo punto fa un ampio intervento Mariuccia Salvati. Vengono poi sollevati altri temi: la didattica propedeutica (Giovanna Procacci, Aga Rossi); l’ insegnamento della storia nella scuola secondaria (Pezzino, Fano); l’oggetto del seminario annuale (Ester Fano propone la specificità della riflessione storiografica in rapporto e in sinergia con quella delle scienze sociali), l’opportunità che il Bollettino ampli la sua opera di informazione (Mantelli) ; sul premio Sissco (Ester Fano sostiene ancora la necessità di avere l’apporto della base per distinguerlo dagli altri premi). Giovanna Procacci interviene affermando di avere, con il passare degli anni, modificato positivamente il suo giudizio sulla Sissco. Trova molto corretto non aver assegnato il premio Sissco, concorda con Sabbatucci per quanto riguarda il meccanismo di voto, che dovrebbe consistere in una rosa di nomi da far votare all’assemblea. Ritiene che le quote di iscrizione siano troppo elevate.
7. Varie ed eventuali.
1. Pezzino propone di presentare le proprie proposte di riforma dello Statuto con un documento da pubblicare sul Bollettino. 2. Pavone dà lettura della lettera di Galli della Loggia e della sua risposta – (allegate entrambe al presente verbale; cfr. allegati 4 e 5) – e apre la discussione. Alla richiesta di precisazioni circa i passi del libro di Galli della Loggia che non a tutti i soci è noto, Porciani sostiene che non è possibile aprire in questa sede un dibattito storiografico, che necessita di spazio e di tempo adeguato. A tale proposito sottolinea come il direttivo stesso abbia deciso di dedicare un ulteriore incontro al tema dell’identità nazionale anche per poter discutere in un contesto più ampio le tesi di Galli della Loggia, e, su richiesta degli altri membri del direttivo dà lettura della delibera presa nella riunione del direttivo stesso: “Il direttivo, preso atto della lettera di Galli della Loggia e della risposta di Claudio Pavone letta al direttivo, ritiene all’unanimità per quanto gli compete di considerare chiusa la questione”. La discussione si concentra su questa vicenda. Sabbatucci non ritiene opportuno entrare nel merito della questione personale; Barone sostiene che il tono della polemica è eccessivamente calcato. Aga Rossi non pensa che si possa liquidare la questione come fatto personale. Il giudizio sul libro non doveva essere espresso sulla stampa, ma poteva trovare una sede più scientifica e adeguata. Romanelli sostiene la necessità di non ingigantire la vicenda e allarga la sua riflessione anche a tutti gli altri punti precedenti, lamentando la regionalizzazione dei dottorati e i difetti del reclutamento. Compito della Sissco è garantire un’informazione precisa che faccia riferimento ad un autocontrollo della corporazione. Sottolinea l’esigenza di tornare all’idea originaria della Sissco come corporazione alta e insieme come terreno comune di discussione, al di fuori delle appartenenze partitiche o politiche, del resto oggi meno radicalizzate di quanto non fossero all’atto di fondazione dell’associazione. Torna anche sul premio Sissco e chiede al direttivo di produrre schede ragionate dei libri selezionati. Ritiene inoltre che sia tanto più necessario oggi riflettere su cosa sia veramente un libro di storia e cosa lo differenzi da un pamphlet. Pur essendo frammentata la appartenenza politica la tensione attorno ad alcuni nodi non si è sciolta: dietro lo spiacevole incidente Galli della Loggia in questo senso non c’è solo una questione di stile.
Porciani ricorda le implicite limitazioni che un’intervista comporta, specie se fatta senza registratore e con la frequente tendenza dei giornalisti a forzare i toni delle polemiche. Informa inoltre i soci che alla fine del 1995 Galli della Loggia era stato uno dei primi ad essere invitato ad intervenire al seminario sulla responsabilità dello storico, e che il direttivo ha dovuto prendere atto con rammarico della sua non disponibilità. Pombeni insiste sul tema della manipolazione giornalistica, di fronte alla quale la Sissco deve ribadire la deontologia professionale. Per Pombeni tutti i membri della Sissco sono degli storici, nessuno può dire che qualcuno che fa parte della Sissco non è uno storico. La Sissco non lancia scomuniche, ma deve prendere una posizione netta contro i media. Chi accetta di essere presidente della Sissco sa che accetta una limitazione della sua libertà personale, poich‚ ciò che dice si riflette sulla associazione stessa. Pezzino interviene affermando di condividere la posizione di Romanelli: La Sissco deve essere luogo di discussione delle regole deontologiche del mestiere. Insistendo sull’impegno dell’attuale Direttivo, Pezzino ribadisce come lo scorso anno la situazione fosse più critica e come l’anno in corso rappresenti un evidente momento di svolta. A proposito del premio Sissco propone anch’egli di stabilire un tetto minimo di soci per l’attribuzione del premio stesso. In merito al Bollettino Pezzino ritiene siano necessari maggiori finanziamenti, ma soprattutto l’impegno e l’energia di tutti i soci. Per quanto riguarda la vicenda Galli della Loggia Pezzino, dopo aver espresso un giudizio positivo sul libro, si chiede se spetti alla Sissco decidere chi ha torto o chi ha ragione e conclude affermando non essere questo il punto, ma ammette l’esistenza di un nodo storiografico da segnalare come tema di dibattito per il seminario del prossimo anno. Savelli concorda con Pezzino sul fatto che ci deve essere un’idea comune sulle regole e i caratteri del mestiere e nota come l’essere criticati su di un giornale o su di un libro sia in effetti la stessa cosa. Fano si dichiara concorde con il direttivo, attribuisce alla stampa le maggiori responsabilità per l’incidente Galli della Loggia ed auspica che il dibattito si faccia su altri temi e in altro modo. Salvatore Lupo interviene facendo presente come chi decide di prendere posizioni pubbliche su temi cruciali debba accettare poi che alle sue posizioni possano essere mosse critiche anche molto radicali. Pavone ritiene che all’interno della Sissco ciascuno possa e debba conservare la propria identità. Salvati esprime rispetto per il Direttivo, invita a non accentuare le polarizzazioni e a cercare una soluzione per chiudere la questione. La Sissco va comunque salvata anche se i suoi membri rimangono su differenti posizioni. Sabbatucci illustra alcune parti del volume di Galli della Loggia in cui sono espresse critiche a Pavone che a suo avviso non hanno carattere offensivo, ma ribadisce che la Sissco non deve entrare nel merito della polemica, non può assumersi il diritto di giudicare chi è un vero storico e chi non lo è. Poich‚ il tema del XX secolo è stato oggetto di dibattito, non solo da parte di Hobsbawm, ma anche di Furet, Nolte e De Felice, forse sarebbe stato opportuno che anche la voce di questi ultimi fosse stata rappresentata al convegno. Sabbatucci conclude affermando che se la Sissco deve essere la casa di tutti allora bisogna fare attenzione e dare spazio a tutti; è probabile che Galli della Loggia si sia sentito in qualche modo emarginato. A questo punto Pezzino richiama l’attenzione dell’assemblea sul fatto che sono le 20,30 e che ancora la discussione non ha toccato tutti i punti all’ordine del giorno; chiede pertanto un aggiornamento dei lavori dell’assemblea. Il Presidente propone di aggiornare l’assemblea alle 22,30; la proposta viene approvata all’unanimità. Alle 20,30 l’assemblea si aggiorna. L’assemblea riprende alle ore 23; Paolo Pombeni dà lettura di una sua proposta di ordine del giorno (il cui testo viene riportato in allegato; cfr. allegato n. 6) in merito alla questione Galli della Loggia; l’ordine del giorno ribadisce la stima della Sissco verso tutti i protagonisti della controversia, sulla cui professionalità nessuno ha nulla da eccepire, riafferma l’esigenza di affrontare in una sede adeguata i termini della questione, censura l’operato della stampa che, alla continua ricerca dello scoop, è in realtà scarsamente interessata a dare un’immagine fedele del dibattito storiografico. La mozione Pombeni è posta ai voti ed approvata all’unanimità dai presenti. Viene ripresa a questo punto la discussione sulla composizione del direttivo; Mantelli sottolinea la necessità che nel direttivo siano presenti anche colleghi delle sedi meridionali, altri (Pavone, Pezzino, Romanelli) riaffermano la necessità di allargare la rosa delle candidature; vengono proposti come candidati, oltre a Nicola Tranfaglia ed a Maria Serena Piretti (dichiaratasi nel frattempo disponibile), Giovanni Sabbatucci, che accetta la candidatura, Rosario Mangiameli, anch’egli disponibile, Elena Aga Rossi, che ritiene ci siano già sufficienti nomi e declina la proposta. Si decide all’unanimità di svolgere le elezioni il giorno successivo, venerdì 17 maggio, nel corso della prima giornata del convegno. Il seggio verrà aperto al mattino e resterà disponibile fino alle prime ore del pomeriggio.
Si passa a questo punto a discutere sull’organizzazione delle iniziative per il 1997; all’unanimità l’assemblea accetta la proposta del presidente di puntare all’organizzazione di due seminari; sul primo c’è accordo perch‚ il tema sia “le istituzioni di ricerca storica non universitarie”; sul secondo si apre il dibattito. Romanelli propone che il punto centrale sia il dibattito sull’identità nazionale; Pombeni propone invece di centrare il tema sul rapporto tra generazioni e storia, e casomai sulle agenzie di nazionalizzazione, in un’ottica maggiormente comparativistica; Barone appoggia una tematica comparativistica ma propone come tema il nesso tra comuni, regioni e Stati in alcuni casi nazionali europei; Rossi Doria afferma la necessità di non appiattirsi sul dibattito corrente; Romanelli chiede se non sia possibile verificare con la Unicopli se ci sia l’interesse editoriale a dar vita ad una collana della Sissco, che raccolga i materiali prodotti nel corso delle varie iniziative del sodalizio. Salvati ritiene opportuno che l’assemblea dia alcune indicazioni di massima al direttivo sul tema del secondo seminario, quello abbinato all’assemblea annuale dei soci, ed afferma la necessità che nella formulazione del tema si tenga conto delle suggestioni fornite da Galli della Loggia nel suo volume, oggetto della discussione precedente. Barone ribadisce e precisa la sua proposta centrata sul nesso centr-eriferia e sull’identità profonda di un paese come l’Italia, costituito da una rete di città; Pombeni ribadisce il proprio interesse per un seminario sull’identità nazionale purch‚ articolato in forma di ampia discussione eventualmente aperta da due relazioni introduttive. Invece per quanto riguarda il seminario vero e proprio da abbinare all’assemblea, propone un workshop centrato su nodi come: la classe politica nella storia d’Italia, oppure i giovani nella storia d’Italia. Romanelli si domanda se non valga la pena di pensare esplicitamente alla preparazione di un libro prodotto dalla Sissco. Salvati propone di affiancare all’attività seminariale centrale, l’organizzazione di una serie di discussioni decentrate attorno a questa o quella tematica giudicata rilevante, discussioni da legare all’uscita di libri importanti; in questo modo si darebbe maggiore visibilità alla Sissco anche nelle aree dove finora è stata meno presente. Data l’ora (si è ormai giunti all’1,30 di notte), l’assemblea viene chiusa dall’intervento del Presidente, il quale ringrazia i soci presenti per i contributi e le idee forniti, ribadisce che il primo seminario, in programma per i mesi di gennai-ebbraio 1997, verterà sulle istituzioni di ricerca storica non universitarie e, per quanto riguarda il secondo abbinato all’assemblea, fa propria la proposta che il direttivo, nella sua prima riunione (convocata a Roma presso la Fondazione Basso martedì 11 giugno 1996), lavori ad una sintesi organica delle proposte via via formulate. Ci si riconvoca il giorno successivo per il convegno e per le votazioni dei nuovi membri del direttivo. Il seggio, composto secondo le norme votate in assemblea, si costituisce il 17 maggio, venerdì, alle ore 9, le operazioni di voto iniziano immediatamente e si protraggono fino alle ore 15, a margine dei lavori. Il seggio si chiude alle 15,05; le operazioni di scrutinio iniziano immediatamente. I votanti, soci in regola con le quote, sono 63, cifra identica a quella dei voti validi; dei quattro candidati in lizza (Mangiameli, Piretti, Sabbatucci, Tranfaglia) ricevono: 28 voti Nicola Tranfaglia; 13 voti Rosario Mangiameli; 12 voti Giovanni Sabbatucci; 10 voti Maria Serena Piretti. Risultano pertanto eletti membri del direttivo per il triennio 1996ù1999 Nicola Tranfaglia e Rosario Mangiameli, che surrogano Patrizia Dogliani e Paolo Pezzino, usciti dal direttivo per scadenza del mandato triennale 1993ù1996.
Allegato n. 1
BILANCIO PREVENTIVO PER L’ANNO SOLARE 1996
Entrate:
1) SALDO ATTIVO AL 31 DICEMBRE 1995 LIT. 9.181.712
2) Quote sociali LIT. 18.650.000 Rinnovi: 1995/96 (77 x 100.000) = LIT. 7.700.000 1995/96 (15 x 50.000) = LIT. 750.000 1996/97 (45 x 100.000) = LIT. 4.500.000 1996/97 (15 x 50.000) = LIT. 750.000
Nuove iscrizioni: 1996/97 (14 x 150.000) = LIT. 2.100.000 ( 6 x 100.000) = LIT. 600.000
Reiscrizione soci morosi (forfait previsto LIT. 150.000) 1995/96 (15 x 150.000) = LIT. 2.250.000
3) Interessi attivi sui c/c bancari e postali LIT. 200.000
4) Contributo CNR richiesto LIT. 4.000.000 ————–
TOTALE ATTIVITA’ LIT. 32.031.712
Uscite:
1) Spese generali a) Spese legali LIT. 0 b) Oneri bancari (tenuta conto, imposte e tasse) LIT. 200.000
2) Cancelleria LIT. 300.000
3) Spese postali LIT. 100.000
4) Valori bollati LIT. 2.000.000
5) Copisteri-ipografia LIT. 4.500.000
6) Rimborsi per missioni, trasferte e acquisti di vario genere LIT. 1.000.000
7) Seminari – Fiesole LIT. 1.000.000 – Pisa LIT. 3.500.000 – Altri seminari LIT. 500.000

8) Prestazioni professionali retribuite, compresa la ritenuta di acconto del 19% LIT. 4.900.000 —————- TOTALE USCITE LIT. 18.000.000
SALDO ATTIVO PREVISTO AL 31 DICEMBRE 1996, SALVO ALTRE INIZIATIVE DECISE NELL’ANNO SOCIALE 1996 LIT. 14.031.712 —————– A PAREGGIO LIT. 32.031.712
Torino, 31 gennaio 1996 Il tesoriere (Brunello Mantelli)
Allegato n. 2
BILANCIO CONSUNTIVO PER L’ANNO SOLARE 1995
Entrate:
1) Quote sociali a) Nuovi soci o soci regolarizzatisi tramite pagamento del forfait stabilito di LIT. 150.000 n. 21, di cui 15 quote a 150.000 = LIT. 2.250.000 di cui 6 quote a 100.000 = LIT. 600.000
b) Rinnovi: n. 45, di cui 42 quote a 100.000 = LIT. 4.200.000 – 1992/93 ( 1 x 100.000) LIT. 100.000 – 1993/94 ( 3 x 100.000) LIT. 300.000 – 1994/95 (24 x 100.000) LIT. 2.400.000 – 1995/96 (13 x 100.000) LIT. 1.300.000 di cui 3 quote a 50.000 = LIT. 150.000 ————– TOTALE QUOTE LIT. 7.200.000
2) Interessi attivi sui c/c bancari e postali LIT. 118.397
a) conto corrente bancario ROLO Bologna LIT. 101.597 b) conto corrente PT Torino LIT. 16.800 —————
TOTALE ENTRATE LIT. 7.650.397
Uscite
1) Spese generali a) Spese legali LIT. 0 b) Oneri Bancari (tenuta conto, imposte, tasse) LIT. 253.276 – c/c ROLO Bologna LIT. 155.000 – C/c Ambrosiano Veneto LIT. 98.276
2) Cancelleria LIT. 68.800
3) Spese postali LIT. 84.700
4) Valori bollati LIT. 1.864.800
5) Copisteri-ipografia LIT. 1.621.970
6) Rimborso per missioni, trasferte, acquisti di vario genere LIT. 736.400
7) Seminari (S. Miniato 1995) LIT. 1.408.000
8) Premio Sissco edizione 1993 (svoltosi nel 1995) LIT. 1.200.000
9) Prestazioni professionali retribuite LIT. 4.754.000 – compensi: LIT. 3.850.000 – ritenuta d’acconto 19% LIT. 904.000 —————
TOTALE USCITE LIT. 11.991.946
SALDO PER L’ANNO SOCIALE 1995: LIT. 7.650.397ù LIT. 11.991.946 —————- (passivo) LIT. 4.341.549
RESIDUO ATTIVITA’ ANNO SOCIALE 1994 LIT. 13.525.261
SALDO ATTIVO RESIDUO AL 31 DICEMBRE 1995 LIT. 9.181.712 così distribuito LIT. 4.515.874 sul C/C bancario Ambrosiano Veneto LIT. 3.271.669 sul C/C PT Bologna LIT. 416.800 sul C/C PT Torino LIT. 353.849 sul C/C bancario ROLO Bologna LIT. 625.520 liquidità di cassa
Torino, 31 gennaio 1996 Il Tesoriere (Brunello Mantelli)
Allegato n. 3
SITUAZIONE DI CASSA AL 10 MAGGIO 1996
Saldo attivo al 31 dicembre 1995: LIT. 9.181.712
——————————————————————
Entrate mese di gennaio 1996: LIT. 523.114 di cui: LIT. 500.000 quote sociali LIT. 23.114 interessi bancari
Uscite mese di gennaio 1996: LIT. 0
Entrate mese di febbraio 1996: LIT. 0
Uscite mese di febbraio 1996: LIT. 1.889.529 di cui: LIT. 1.360.000 stampa bollettino n. 15 LIT. 500.000 anticipo convegno Pisa LIT. 27.129 competenze bancarie (chiusura conto ROLO) LIT. 12.200 assicurate PT LIT. 200 tasse c/c PT Torino
Entrate mese di marzo 1996: LIT. 200.000 di cui: LIT. 200.000 quote sociali
Uscite mese di marzo 1996: LIT. 13.800 di cui: LIT. 13.000 telegrammi LIT. 800 tasse c/c PT Torino
Entrate mese di aprile 1996: LIT. 950.000 di cui: LIT. 950.000 quote sociali
Uscite mese di aprile 1996: LIT. 3.057.000 di cui: LIT. 2.000.000 compensi professionali LIT. 470.000 IRPEF 19% sul totale lordo dei compensi LIT. 587.000 contributo SISSCO al convegno di Fiesole (rimborso spese relatore prof. Pietro Rossi)
Entrate 1ø decade di maggio 1996: LIT. 100.000 di cui: LIT. 100.000 quote sociali
Uscite 1ø decade di maggio 1996: LIT. 20.000 di cui: LIT. 20.000 spese bancarie (bonifico al prof Pietro Rossi) __________________________________________________________________
Totale entrate nel periodo 31/12/1995 – 10/5/1996 LIT. 1.773.114
Totale uscite nel periodo 31/12/1995 – 10/5/1996 LIT. 4.990.329
Saldo passivo del periodo – LIT. 3.217.215
Disponibilità di cassa al 10 maggio 1996: LIT. 5.964.497 di cui: LIT. 4.435.692 su C/C Ambrosiano Veneto LIT. 335.989 su C/C PT Torino LIT. 224.594 su C/C PT Bologna* LIT. 968.222 disponibilità di cassa**
* Il C/C PT di Bologna verrà chiuso immediatamente dopo l’assemblea di Pisa, ed i versamenti per posta delle quote sociali dovranno avvenire esclusivamente sul C/C PT di Torino
** In parte questa cifra è stata impegnata in spese correnti, di cui sarà dettagliato conto in seguito
Torino, 10 maggio 1996 Il tesoriere (Brunello Mantelli)
Allegato n. 4
Al Presidente della Società italiana per lo studio della Storia contemporanea, prof. Claudio Pavone
ai membri del Comitato direttivo Roma, 9 maggio 1996
Cari amici, come vi è probabilmente noto, sulla Repubblica dell’11 aprile di quest’anno è comparsa un’intervista rilasciata da Claudio Pavone nella quale, riferendosi esplicitamente a chi scrive e al prof. Dino Cofrancesco, lo stesso Pavone ha definito entrambi “cattivi epigoni” (di Renzo De Felice, nel caso particolare) aggiungendo subito dopo: “non producono nuova ricerca, ma ricorrono a toni da rissa, da arena televisiva. Con la stessa ripetitività dei comizianti, in fondo i loro testi sono sempre gli stessi”.
Come socio della Sissco fin dalla sua fondazione mi chiedo e vi chiedo: 1) sono quelle adoperate da Claudio Pavone le parole congrue, è il suo il tono appropriato, con cui un membro della Società può qualificare un altro membro e la sua attività? La domanda mi sembra tanto più pertinente in quanto, anche se Pavone ha poi precisato di esprimere solo opinioni personali “che non impegnano” la Sissco, resta pur sempre il fatto che egli è il Presidente della nostra società; 2) è altresì appropriato che per esprimere il proprio disaccordo (ovviamente più che legittimo) rispetto a questa o a quella tesi storiografica si adoperi lo strumento secchissimo dell’intervista giornalistica, con l’inevitabile conseguenza di un’estrema personalizzazione del dissenso, che lascia assolutamente in ombra i motivi di merito della discussione? E’ questo – ancora – un modo appropriato di intendere la responsabilità dello storico nel mondo di oggi? Vi pongo queste domande, cari amici, chiedendovi di portarle a conoscenza dell’imminente assemblea dei soci che si sta per tenere a Pisa, e sicuro che non le vorrete lasciare senza una risposta. Con cordialità,
Ernesto Galli della Loggia
Allegato n. 5
Roma, 12 maggio 1996
Caro Ernesto,
ho ricevuto la tua lettera e, come tu chiedi, la sottoporrò all’assemblea dei soci della SISSCO, insieme a questa mia. Per quanto personalmente mi riguarda, mi auguro che, in nome dell’antica reciproca stima, sia possibile riprendere fra noi in modo adeguato il discorso di merito sulle questioni che ci interessano e ci appassionano. Sui due quesiti che tu poni ai membri del Comitato direttivo, il mio parere è il seguente. Non credo che i soci della SISSCO, presidente incluso, siano tenuti a non polemizzare fra di loro. Sono d’accordo con te, invece, sul fatto che le interviste giornalistiche non siano il miglior canale di comunicazione e possano dar luogo a situazioni spiacevoli. Del resto, si può offendere qualcuno anche nelle note di un libro. Penso che proprio la SISSCO dovrebbe costituire una sede privilegiata per dibattiti approfonditi, chiari e sereni, tra posizioni anche molto diverse. Proporrò pertanto all’assemblea dei soci che una delle prossime occasioni seminariali sia dedicata a fare il punto sulla discussione in corso intorno alla storia dell’identità nazionale italiana. Cordiali saluti Claudio Pavone
Allegato n. 6
ORDINE DEL GIORNO PRESENTATO DA PAOLO POMBENI ED APPROVATO ALL’UNANIMITA’ DALL’ASSEMBLEA IL 16 MAGGIO 1996
L’Assemblea della Sissco, udito lo scambio di lettere fra Ernesto Galli della Loggia e Claudio Pavone, presa visione dell’intervista origine della polemica ed ascoltate le comunicazioni del Consiglio direttivo, esprime il proprio forte disagio per la forzatura giornalistica tendente ad accreditare un’immagine di litigiosità e di scontro ideologico fra due soci della Sissco. L’Assemblea si rammarica che per fini di sensazionalismo si siano trasformati alcuni dissensi storiografici in crudi giudizi coinvolgenti la rispettabilità e professionalità di due storici accreditati. L’Assemblea ribadisce la propria stima a Ernesto Galli della Loggia e Claudio Pavone, vivaci protagonisti della nostra storiografia, e si compiace della loro comune appartenenza alla Società.
3. RESOCONTI DELLE INIZIATIVE SISSCO
3.1 Seminario di Roma
Il 24 novembre 1995 a Roma nella sede del CROMA si è tenuto il seminario su Le regole del gioco. Il reclutamento universitario in Italia ieri e oggi promosso dalla SISSCO. Il tema del reclutamento è particolarmente importante per la nostra società che anche negli anni passati è più volte intervenuta per discutere i successivi progetti di riforma, promuovendo anche un incontro con l’allora ministro Podestà. Questa volta si è ritenuto utile unire alla discussione sollecitata dal disegno di legge in quei mesi discusso dalle Commissioni parlamentari, un’analisi retrospettiva sulle caratteristiche del sistema di reclutamento in un contesto più ampio al fine di recuperare tutta la specificità dell’approccio storico al problema. Diamo qui una sintesi dei principali interventi.
Mauro Moretti e Ilaria Porciani, “Il concorso è la forma delle cose e non la sostanza”. Di fronte a alcuni articoli apparsi recentemente sulla stampa quotidiana, talvolta paradossali, altre volte disinformati (cfr l’articolo di Sandro Gerbi sul “Corriere della sera” del 18.11.1995 E Bottai inventò le cattedre per chiara fama, in cui si attribuisce al fascismo e prima ancora al ministro Baccelli una prassi invece esistente fin dalla legge Casati), vale la pena di riflettere sulle caratteristiche di lungo periodo del reclutamento nel sistema universitario italiano. Rilevare quasi con sorpresa, come alcuni opinionisti hanno fatto anche di recente, una sorta di curiosa eterogeneità del sistema universitario italiano rispetto al modello americano, inglese o tedesco, presuppone spesso l’ignorare la vicenda ormai più che secolare che sta dietro quella scelta. Vorremmo sottolineare in particolare il nesso forte che c’è tra il sistema di reclutamento e il modello di università, e il rapporto complesso che il sistema di reclutamento ha sia con la politica scientifica, sia con la geografia del sistema universitario, e quindi con la sua funzione.
Il sistema dei concorsi prese forma agli inizi dello Stato unitario quando furono fissati i caratteri fondamentali dell’istruzione superiore. La prassi del concorso contrapposta a quella della chiamata diretta da parte della singola università (una alternativa teoricamente possibile anche agli inizi dello stato unitario in quanto attuata ad esempio nella vicina Germania) fu una scelta fondante dell’università italiana fin dalla sua origine, e si accompagnò alla scelta statalista, e in qualche modo centralista, almeno nei propositi. Di fatto, nell’università italiana a partire dall’età liberale e fin oltre il fascismo è esistita una netta opzione per un sistema centralizzato il cui reclutamento era gestito per il tramite dei concorsi contro l’idea di una autonomia che dai concorsi poteva prescindere. Le modificazioni delle procedure di reclutamento dei professori di ruolo fissate dalla legge Casati furono concentrate, nei decenni successivi, soprattutto sulle modalità di composizione delle commissioni. Dalla diretta nomina ministeriale si passò infatti alla designazione da parte del Consiglio superiore della pubblica istruzione; poi, dopo il 1881, toccò alla facoltà presso la quale la cattedra era vacante proporre al ministro i commissari, e dal 1887 venne introdotto il principio elettivo, coinvolgendo nel voto per l’indicazione dei commissari – fra i quali il ministro avrebbe poi nominato i membri effettivi delle commissioni – tutte le facoltà nelle quali era compreso il singolo insegnamento messo a concorso. Ma il concorso, come via ordinaria di accesso all’insegnamento, non rimase indiscusso. Nel primo progetto di riforma universitaria in senso autonomistico compariva, se pur con molte cautele, l’ipotesi della chiamata diretta da parte delle facoltà; e non solo nella prassi, ma anche in interventi, decreti e regolamenti successivi alla Casati, la nomina per chiara fama, che prescindeva completamente dai meccanismi concorsuali, mantenne un ruolo non trascurabile nella copertura degli insegnamenti nuovi o vacanti. Attorno ai mutamenti del sistema concorsuale vanno collocati alcuni significativi elementi della storia universitaria italiana, come ad esempio il crescere e il consolidarsi di un corpo accademico che giunge a conquistare il controllo dei meccanismi di selezione; oppure le tensioni fra il ruolo rivendicato – e in alcune fasi svolto – dalle singole sedi nella scelta dei docenti ed i pericoli di localismo tante volte messi in evidenza, rispetto ai quali si valorizzava la funzione “nazionalizzante” delle designazioni operate dal complesso della comunità scientifica. Nel 1904 una legge ridefinì la composizione del corpo docente, dando formale sanzione al criterio dell’elettività delle commissioni: queste non avrebbero dovuto più proporre liste di “eleggibili” graduate in base al merito – l’idoneità così conseguita in un concorso era utilizzabile per il conseguimento di incarichi di insegnamento, ed erano stati spesso segnalati abusi ùma una più secca terna. Era poi regolata la presenza in commissione di docenti di materie affini a quella messa a concorso, ritenuta necessaria sia per allargare il campo dei potenziali giudici, sia come possibile freno all’assoluto prevale elettorale di gruppi saldamente costituiti. Nella riforma Gentile la questione del reclutamento dei docenti venne impostata in maniera molto diversa rispetto alla tradizione casatiana. La facoltà interessata ad una nuova nomina avrebbe dovuto indicare al ministro una terna di liberi docenti; una commissione designata dal Consiglio superiore – tornato, com’era stato prima del 1881, integralmente di nomina ministeriale – avrebbe giudicato e graduato i tre concorrenti proposti. Gentile riattribuiva così un ruolo notevole alle sedi interessate, manteneva un certo potere di controllo alla comunità scientifica – ma nel quadro di un primato molto netto dell’indirizzo ministeriale ù, e limitava fortemente l’accesso al concorso, non più libero, riaprendo tendenze già emerse anche nella normativa precedente. Ma il disegno gentiliano fu manomesso rapidamente. E il testo unico delle leggi sull’istruzione superiore dell’agosto 1933 mostrava il diverso assetto configuratosi in breve tempo. Nella composizione della commissione si cercava di realizzare un equilibrio fra la rappresentanza delle istanze locali, le indicazioni della comunità scientifica ed il controllo ministeriale, di fatto con una versione autoritaria della vecchia procedura prefascista. La partecipazione tornava ad essere “libera”; ma l’articolo 75 del testo unico stabiliva che coloro i quali, a insindacabile giudizio dell’amministrazione non possedessero il requisito della regolare condotta morale e politica non avrebbero potuto essere ammessi ai concorsi, e, se ammessi non avrebbero potuto essere nominati professori. Nell’Italia repubblicana l’autonomia prevista per l’università dalla Costituzione ha trovato solo parziale e faticosa attuazione. Il punto critico dell’intera università è ancora quello del reclutamento. La serie di successive sanatorie culminata con la 382 mostra il paradosso del permanere di un’impostazione nazionale e centralistica che non si riesce più a far funzionare (lo dimostra la mancata attuazione della norma che prevede l’espletamento dei concorsi ogni due anni) e di un sistema universitario ingessato e privo di elasticità, che prevede esclusivamente personale di ruolo. E’ evidente che a questo punto altre sanatorie sono improponibili, e che urge invece una riforma organica proprio del sistema di reclutamento.
Il testo completo della relazione uscirà in forma più ampia nella nuova rivista “Annali di storia delle università italiane”.
Raffaele Romanelli
, Verso una selezione per merito? Problemi della transizione
Riprendo qui sinteticamente i punti principali del mio intervento romano:
ho premesso che ero interessato a discutere il tema solo con quanti condividono il principio che il reclutamento universitario deve avvenire secondo criteri selettivi di merito. L’ho voluto sottolineare in premessa, perch‚ nonostante si tratti di una convenzione formalmente condivisa da tutti o da quasi tutti, hanno poi largo ascolto, e nei fatti finiscono col prevalere, politiche diverse, che regolano il reclutamento e le carriere secondo automatismi di carriera basati sull’anzianità. Molti elementi hanno portano e portano a questa conclusione: da un lato l’equiparazione del ruolo universitario alle regole del pubblico impiego, con l’assoluta stabilità nei ruoli, la mancanza di controlli, il ricorso ai privilegi del garantismo giuridico (con il governo per magistratura, o per intervento dei TAR), dall’altro i numerosi ingressi senza concorso per idoneità e “ope legis” avvenuti nel passato, quindi la costituzione di un corpo docente inevitabilmente sindacalizzato e politicizzato, che controlla con oculatezza le risorse scarse di concorsi rari, lenti e farragginosi.
Mi è dunque sembrato che occorresse innanzi tutto soffermarsi su alcune implicazioni del principio di merito. Sostenere un reclutamento per merito significa affermare il pieno autogoverno della comunità scientifica, secondo il principio comunemente detto della “cooptazione”. Ha osservato Mario Mirri nella discussione romana che una vera cooptazione non implicherebbe domande di ingresso, cioè partecipazione a concorsi; ed in effetti, nell’istituzione nella quale insegno attualmente, le chiamate avvengono mediante bandi e selezione tra i partecipanti, ma anche in alcuni casi per ricerca e convocazione autonoma del corpo docente. Come si vede, la cooptazione accademica non si integra facilmente con i principi del concorso pubblico, che nel nostro sistema penso dovrebbe essere tuttavia mantenuto, accanto al profilo “pubblicistico” del ruolo universitario, se non altro per il carattere per l’appunto pubblico dei titoli rilasciati dalle università. Ma il carattere pubblicistico dei ruoli e dei concorsi dovrebbe essere mantenuto entro i limiti della specificità del ruolo, che non consente forme “elettive” di nomina, interventi politici, o burocratici, o sindacali, o giudiziari nella formazione dei quadri. Oggi la crescente invadenza di quegli interventi – che storicamente hanno svolto funzioni di supplenza di fronte alla scarsa tenuta etica e scientifica della corporazione – non solo distorce alla base il principio che deve regolare il reclutamento accademico, ma di fatto funziona come una risorsa ulteriore per il malgoverno interno. Ad esempio l’applicazione di alcune norme procedurali proprie dei concorsi pubblici (tipicità degli atti, anonimità delle prove, automatismo dei criteri etc.) mentre confligge con la ratio della cooptazione – la quale invece implica informalità, discrezionalità, individualità di rapporti, etc. – opera come strumento di ricatto, di corruzione, di manipolazione. In questo senso, è necessaria maggiore libertà e discrezionalità nel reclutamento, il quale dovrebbe essere controllato, con forme idonee, dall’opinione della comunità scientifica; la corporazione accademica dovrebbe godere non di minore, ma di maggiore autogoverno, ed esser chiamata a dar prova di una massima tenuta etica e di forte deontologia professionale subendo il costo, qualora non dia buona prova, di controlli anche gravi e severi sul suo operato. Le procedure tecniche che possono essere studiate a questo scopo sono le più varie: controlli periodici, operati da soggetti di volta in volta diversi, alcuni (pochi) criteri oggettivi, più ampia articolazione delle carriere, etc., ma anche alta frequenza dei concorsi, snellimento delle procedure, limitazione delle possibilità di presentarsi, etc. Norme minori in questo senso sono già state proposte: ad esempio la distinzione tra idoneità e concorso, che in principio potrebbe essere opportuna, se adeguati strumenti evitassero l’inflazione delle idoneità, e soprattutto se non divenisse strumento per la provincializzazione del reclutamento locale, come ora dirò.
Nel mio intervento romano ho poi svolto alcune considerazione, che qui tralascio, sulle cause storiche che hanno condotto al prevalere di quei criteri “politic-ubblicistici” e non scientific-ccademici che infine impongono il sistema dell’automatismo di carriera. Essi sono, a mio giudizio da rincondursi da un lato alla debole collocazione che l’attività scientifica ha occupato nell’orizzonte culturale dell’età repubblicana, dall’altro ai modi della forte espansione degli organici che si è concentrata in una fase relativamente breve di crescita del sistema.
Quale che siano le cause storiche, esse pesano sul presente. In questo senso, ho infine sottolineato due problemi distinti e a mio avviso fondamentali in ogni discussione sul reclutamento, e che non mi sembrano emersi con sufficiente chiarezza nella discussione in corso nel nostro paese: quello (A) della transizione da un sistema all’altro, e quello (B) della dimensione nazionale del sistema universitario.
A. La transizione
Anche immaginando sulla carta un sistema ottimale, basato sul principio della selezione per merito, è evidente che esso entrerebbe a regime solo quando l’attuale corpo docente – che in gran parte non è stato selezionato per merito n‚ è soggetto ad alcun controllo di merito – sia scomparso dalla scena, e dunque tra una o due generazioni. In senso lato, un problema non diverso si è posto e si pone nel caso della riforma delle pensioni, o della riforma dello stato assistenziale. Il salto di una o due generazioni renderebbe ogni riforma inesistente, o meglio truffaldina. Chiunque discuta di reclutamento, si può dunque consentire esercizi di fantasia istituzionale solo se vi accompagna proposte concrete per l’intervento sui ruoli attuali, con forme di verifica e controllo e includano la possibilità dell’allontanamento dagli organici (licenziamento o pensionamento). Il costo economico, sociale, politico e giuridico di una tale operazione sarebbe altissimo. Resta però da vedere se esso sarebbe minore del costo che viene pagato oggi con l’espulsione dal sistema di più di una generazione. Siamo a un punto critico: la selezione di merito operata tra chi è fuori ha agito di fatto secondo le regole più dolorose ed efficaci del mercato selvaggio, e contrasta in maniera clamorosa con gli effetti perversi della mancata selezione tra quanti, dentro il sistema, godono di massime garanzie e totali privilegi: ognuno sa che oggi sono fuori dall’università e con scarse o nulle possibilità di entrarvi (dunque in molti casi già irreversibilmente espulsi) studiosi/e prossimi ai quarant’anni, con curricula e titoli di prim’ordine, e che essi hanno di fronte una generazione tra i 50 e i 60 anni, inserita irreversibilmente nei ruoli, e nella quale nulla ha selezionato studiosi/e validi e analfabeti – originali o di ritorno – del tutto inattivi.
B. Il carattere nazionale del reclutamento.
Come ho detto, l’idea del doppio filtro – idoneità e concorso – è in principio efficace, ed è del resto ricalcata su modelli già operanti altrove. Ma nelle forme con cui è stata proposta e largamente bene accolta dai vari progetti di riforma, essa si confonde con un altro e diverso problema. Essa viene infatti proposta per distinguere un livello nazionale – l’idoneità – con un secondo, locale, dove avverrebbero le nomine effettive. Questo schema corrisponde anch’esso a tendenze “decentralistiche” presenti anche in altri paesi, come la Spagna, la Germania o la Francia, dove ha già prodotto gravi effetti di provincializzazione e di impermeabilizzazione dei circuiti di reclutamento. In Italia, il sistema è evidentemente in sintonia con tendenze già in atto verso l’autonomia degli atenei e con una più generale opinione “federalistica”. Discuterne le implicazioni richiederebbe dunque una più vasta riflessione di ordine storic-ostituzionale. Argomentando la mia ostilità verso tale “federalismo” mi sono in sostanza limitato a sottolineare che a mio giudizio in Italia il reclutamento locale, mediante commissioni locali (specialmente se seguisse un conferimento di idoneità permissivo, “all’italiana”), rischierebbe di creare, come già sta creando, circuiti provinciali chiusi che distruggono il tessuto unitario, nazionale, entro cui soltanto può avvenire la libera circolazione e competizione delle idee e dei talenti. L’autonomia delle sedi è possibile ed auspicabile solo in quei paesi nei quali funzionino istituzioni unitarie – siano esse giuridiche, culturali o mentali ù: siano una cultura comune di riferimento, oppure una gerarchia accettata di centri accademici (come Oxfor-ambridge, come Parigi, oppure la costellazione Yal-arvar-rinceto-erkely), o ancora l’autorità dello Stato. Nei paesi che in questo senso mancano di centri forti, autonomia vuol dire provincialismo e chiusura non solo del mercato intellettuale, ma anche di ogni circuito culturale.
Nicola Tranfaglia, Sui concorsi universitari
La scarsa funzionalità dell’attuale sistema di reclutamento dei ricercatori e dei docenti universitari (ma si tratta di un puro eufemismo giacch‚ la lentezza, la macchinosità, di frequente il malcostume che caratterizzano i concorsi ad ogni livello sono noti anche al di fuori della comunità scientifica) impone da tempo una riforma che rifondi quel sistema. Se si escludono le numerose leggi e leggine sul personale docente e sulle competenze dei vari organismi universitari, l’unica vera novità degli ultimi due decenni è rappresentata, a mio avviso, dalle leggi sull’autonomia universitaria che il ministro Ruberti agli inizi degli anni novanta è riuscito a far approvare dal parlamento, cui è seguita con la legge finanziaria del ’94 la concessione di un’autonomia più larga, anche se non ben determinata, agli atenei.
Ora, comunque, l’autonomia si è messa in moto, molte tra le grandi, le medie e le piccole università hanno elaborato e approvato i propri statuti, insomma si è messo in moto, sia pure con tempi diversi tra sede e sede e senza un effettivo coordinamento, un processo che non può non esercitare il suo influsso sul sistema di reclutamento di docenti e ricercatori. Da qui l’esigenza di procedere corresponsabilizzando ogni università nella chiamata dei docenti. Ma si può farlo fin da ora senza un controllo nazionale sull’idoneità scientifica degli aspiranti? A me pare di no, soprattutto se non si mette in discussione il valore legale del titolo di studio, l’abolizione del quale consentirebbe indubbiamente un’effettiva concorrenza tra le università, e dunque una competizione, ma a sua volta provocherebbe conseguenze notevoli sul sistema generale dell’istruzione non solo univesitaria, sicch‚ non è misura che si possa prendere da un giorno all’altro o quasi per incidens. Ad ogni modo, mettendo per ora da parte questo problema che pure è di notevole importanza, si può pensare ad un sistema fatto di due fasi: una nazionale, di controllo attraverso una commissione di professori eletti da tutti i professori del raggruppamento che resti in carica almeno tre anni e stili una lista di idoneità o abilitazione all’insegnamento che non sia aperta in maniera illimitata ma sia superiore del trenta o del cinquanta per cento riaspetto ai posti richiesti in quel momento dalle sedi universitarie. A questa prima fase, che varrebbe con distinte commissioni per i concorsi di prima come di seconda fascia, dovrabbe seguire una seconda fatta di chiamate dalle singole sedi secondo criteri precisi da determinare che vedano nelle commissioni create dalle facoltà professori di altre sedi, anche questi eletti. In sostenza abolirei del tutto il sorteggio a favore dell’elezione giacch‚ i docenti eletti dovranno rispondere in qualche modo del loro operato alla corporazione, il che non avviene, e lo si è visto negli ultimi anni, per i docenti sorteggiati che si sentono prescelti dal caso o dalla fortuna e ritengono di non dover rendere conto a nessuno delle proprie scelte, oltre a pensare che non gli capiterà più di essere sorteggiati. Naturalmente si pone qui il problema di come creare tra gli atenei una competizione a chiamare i migliori. Lo strumento più diretto è l’abolizione del valore legale del titolo di studio ma comporta una revisone complessiva dell’ordinamento scolastico e universitario italiano che, almeno per ora, nessuno sembra voler affrontare. Lo farà il governo eletto dalla coalizione vincitrice delle prossime elezioni politiche? Staremo a vedere. Certo è che se non si affronta questo nodo mi pare assai difficile pensare ad una competizione effettiva tra gli atenei che pure è alla base di tutte le leggi sull’autonomia universitaria, appena approvate.
Brunello Mantelli, I concorsi per ricercatore: una procedura da modificare radicalmente
Nel dibattito sulla riforma dei concorsi per il reclutamento universitario mi pare non si debbano trascurare quelli per il grado più basso della scala accademica: il ricercatore. Come è noto, tra la logica che ha ispirato questo modello di concorso e la realtà che lo caratterizza corre, ormai, uno iato assolutamente incolmabile, almeno per quanto riguarda le materie dell’area contemporaneistica. In teoria, il ricercatore doveva essere una figura di “docente in formazione”, con all’attivo poco più della tesi di laurea, un paio di saggi ed alcune recensioni al massimo; di conseguenza poteva apparire sensato sottoporlo ad un classico iter da selezione concorsuale tipica del pubblico impiego: prova scritta e prova orale, a cui si aggiungeva, beninteso, la valutazione dei titoli scientifici e di quelli didattici. Lo sdoppiamento dello scritto corrisponde, d’altro canto, ad una scansione propria delle facoltà scientifiche: una prima prova di conoscenza generale delle istituzioni della materia, una seconda di taglio sperimentale o metodologico, una scansione però assai poco congrua a discipline come le nostre. La prova orale prevede, accanto ad una verifica delle competenze linguistiche, l’interrogazione dei candidati da parte della commissione su vari argomenti inerenti la disciplina, e sugli elaborati scritti. _ facile notare come il modulo sempiterno su cui il legislatore si è basato è quello dell’esame di maturità. L’attribuzione del punteggio rivelava la centralità delle prove concorsuali (a ciascuna delle quali – due scritti e un orale – erano originariamente riservati 20 punti, per un totale di 60 su 100), mentre ai titoli scientifici ne erano riservati 30 ed a quelli didattici appena 10. La situazione si è poi modificata con l’attribuzione di 10 punti ai candidati in possesso del titolo, successivamente istituito, di dottorato di ricerca, a scapito della prova orale, a cui ne rimangono ora attribuiti altrettanti. La realtà è che – almeno nel settore contemporaneistico – coloro che si candidano con speranze di successo ad un concorso per ricercatore non sono affatto neolaureati, ma hanno un’età che si avvicina ai 40 anni (e talvolta li supera), sono quasi sempre dottori di ricerca, hanno al proprio attivo almeno un libro e numerosi saggi. Che senso ha, allora, sottoporli a due prove scritte tese ad accertare la loro conoscenza della disciplina? Non basterebbe valutare le pubblicazioni di cui sono autori? Per inciso, eliminare gli scritti fugherebbe i dubbi che possono sorgere nei casi, non poi così infrequenti, in cui un candidato in possesso di titoli scientifici solidi e riconosciuti non venga ammesso all’orale perch‚ le sue prove scritte sono giudicate insufficienti dalla commissione esaminatrice, aprendo così la strada a candidati dalla minor produzione scientifica. Per quanto riguarda la prova orale, appare senz’altro ragionevole l’idea di verificare la conoscenza linguistica di chi aspiri a diventare ricercatore (ma perch‚ non anche di chi desideri associarsi o salire in cattedra?), ma di nuovo, ha senso procedere con un interrogazione, quando è noto che sui ricercatori cade una parte non irrilevante del carico didattico: esami e tesi dal momento della presa di servizio, a cui poi si aggiungono supplenze ed affidamenti dal momento in cui si viene confermati? Non sarebbe meglio una verifica didattica analoga a quella a cui si sottopongono coloro che aspirano ad un posto di professore associato?
In un sistema concorsuale a base finora rigidamente nazionale, i concorsi per ricercatore sono gli unici che si svolgano localmente; in teoria ciò avrebbe dovuto garantire un maggior controllo, in pratica – considerate le condizioni in cui si svolgono nelle discipline contemporaneistiche, in cui il numero di posti a concorso è sempre inesorabilmente pari ad uno solo – ciò si traduce spessissimo in un micidiale ed insostenibile influsso del “fattore campo”, nel prevalere dello “jus loci” senza neanche la trasparenza e l’assunzione di responsabilità che comporterebbe un sistema di cooptazione diretta vero e proprio. Tralascio qui di soffermarmi sui costi e sugli sprechi che il sistema comporta, visto che ogni commissione deve essere composta da due professori fuori sede, e che i candidati, “jus loci” a parte, dovrebbero trasformarsi in una versione postmoderna del clerico vagante. L’insostenibilità del meccanismo attuale appare con chiarezza se si consideri che oltre il 70% dei vincitori di concorsi per ricercatore nel settore contemporaneistico ha concorso una ed una sola volta, proprio nella sede dove il loro valore è stato in quell’occasione riconosciuto! Che poi, nella maggior parte dei casi, si sia trattato di studiosi più che degni è altra questione. Mi pare perciò legittimo chiedersi se non sia opportuno pensare ad una riforma che comporti, per esempio, l’attivazione di un meccanismo concorsuale non appena il numero di posti da coprire tra le varie università superi un tetto minimo (5 posti, per esempio), e che preveda una unica commissione esaminatrice nazionale, nei cui poteri rientri la formazione di una graduatoria di idonei in misura, per ipotesi, doppia dei posti a concorso, da cui le università possano pubblicamente attingere. Una ulteriore questione è costituita dalla valutazione del dottorato di ricerca; posto che, sia pur con notevole ritardo, anche il nostro paese si è adeguato allo standard europeo introducendo il dottorato di ricerca, e posto che il titolo è notoriamente conseguibile da qualunque studioso (non importa se già inserito o meno nei ranghi universitari) che abbia prodotto una ricerca significativa e desideri sottoporla alla valutazione delle commissioni incaricate di attribuire il titolo, anche prescindendo dalla frequenza di un corso di dottorato, non si vede perch‚ tale titolo debba essere valutato solo nell’ambito dei concorsi per ricercatore e per di più in misura pari ad appena il 10% del punteggio totale disponibile. Non mi pare irrazionale, quindi, proporre che il possesso del dottorato diventi requisito indispensabile per accedere ai concorsi del primo livello (quello dei ricercatori), e che – contestualmente – esso sia adeguatamente valutato anche ai livelli superiori dei concorsi per associato ed ordinario.
3.2 Convegno di Firenze
Presso l’Istituto Universitario Europeo di Fiesole si è svolto nei giorni 11 e 12 aprile 1996 un convegno su Le responsabilità dello storico contemporaneo oggi. Il convegno è stato organizzato da Raffaele Romanelli e Serge Noiret per il Dipartimento di Storia e Civiltà dell’IUE insieme alla SISSCO e alla rivista “Passato e Presente”, che pubblicherà alcuni contributi, mentre è prevista in seguito la pubblicazione degli atti in volume. Diamo qui una breve sintesi dei lavori curata da Serge Noiret
Il convegno è stato introdotto da relazioni di Claudio Pavone, presidente della SISSCO, François Bedarida, presidente dell’Associazione Internazionale degli storici contemporaneisti ed ex direttore dell’Institut du Temps Présent di Parigi, e Jean Stengers che hanno svolto i casi italiano, francese e belga, Pietro Rossi che ha parlato della responsabilità morale dello storico, tra etica e storia, Mauro Moretti che ha tracciato una storia della responsabilità dal Risorgimento alla Repubblica, Dieter Krïger, che ha parlato della responsabilità dello storico e dell’archivista in Germania, Paola Carucci, che ha parlato dell’uso delle fonti della storia contemporanea: tra responsabilità e legislazione, Peppino Ortoleva sul tema “La storia alla TV, quali responsabilità?”, Arrigo Petacco su “Storici e giornalisti, responsabilità a confronto”. Sono poi intervenuti nel dibattito anche Antonio Annino, Michele Battini, Kirti N. Chaudhuri, presidente del Dipartimento di storia dell’IUE, Patrizia Dogliani, Luisa Passerini, Giorgio Petracchi, Paolo Pezzino, Ilaria Porciani, Gabriele Ranzato, Federico Romero, Anna Rossi Doria, Raffaele Romanelli, Gianpasquale Santomassimo, Arnaldo Testi e Gabriele Turi, direttore di “Passato e Presente”. Stengers aveva individuato l’esistenza di quattro responsabilità dello storico: la responsabilità penale e la responsabilità civile che fanno parte della sfera giuridica in senso stretto, e la responsabilità sociale e morale, più significative dal nostro punto di vista poich‚ collegate alla tematica del “mestiere dello storico”. Il problema è evidentemente collegato alla condanna del “revisionismo storiografico”; si ricorderà che in alcuni paesi gli storici che contestano l’esistenza dell’olocausto vengono perseguiti in sede penale; ad esempio in Belgio ed in Svizzera la legge punisce chi compie questo genere di operazioni a mezzo stampa o con manifestazioni pubbliche.
La discussione si è animata quando Kirti Chaudhuri ha ricordato che in India, dove negli anni ’40 e ’50 furono sterminati milioni di persone, la storia e la memoria collettiva hanno permesso una quasi totale amnesia di questi crimini. Legislazioni quali quelle che vigono in Svizzera, in Belgio, ma anche in Francia, sarebbero impensabili in India. Stengers invece ha ricordato l’attenzione dell’opinione pubblica belga che ha posto molto intensamente il problema sino a spingere i parlamentari e gli storici ad intervenire e a prendere delle misure nei confronti dei cosiddetti “storici revisionisti”. Anche su questo problema che, secondo Gabriele Turi, può porre dei limiti alla libertà di manifestazione del pensiero in alcuni contesti, non si sono avute durante il convegno risposte univoche. La responsabilità civile è definita, in Francia come in Belgio, dal codice civile. Più difficilmente definibile è la responsabilità morale che esige che lo storico si comporti nella sua società da “persona per bene”, con dei valori etici. Lo ha ricordato Rossi richiamando i tre paradigmi dello storico che secondo lui sono di tipo etico e toccano l’obiettività e la verità. Il primo paradigma mette in opera una dialettica tra valori e tempo presente: la scienza deve rapportarsi al suo presente e, dunque, scegliere: l’attività dello storico non è neutra. Tuttavia, come ha ricordato Claudio Pavone, spesso gli storici non hanno la consapevolezza di muoversi all’interno di motivazioni alte e di ideali. La deontologia del mestiere impone regole morali. Alcune confidenze o testimonianze impongono allo storico di ricorrere a regole morali e di possedere una sensibilità particolare: gli scrupoli in qualche modo sono necessari. Il problema della responsabilità rimane duplice anche se si accettano le tipologie di Stengers: lo storico deve fare il suo mestiere di storico, da storico, ma deve anche partecipare ed essere protagonista della cultura del suo tempo. Il primo punto tocca la deontologia professionale, il secondo il ruolo dello storico nella società e l’uso che la società fa della storia e del lavoro dello storico. Mettendosi al servizio del principe, della nazione o dell’ideologia, lo storico mette a dura prova la sua deontologia e fa spesso il “cattivo storico”. Invece lo storico che fa bene il suo mestiere produce verità e opera critica. Come ha ricordato Gianpasquale Santomassimo, citando Salvemini, deve essere almeno onesto. In Italia, come in molti altri paesi, non esiste un “ordine degli storici” come non c’è una vera e propria corporazione che possa stabilire se uno studio rientri nei canoni deontologici a prescindere dall’oggetto considerato. I partecipanti hanno convenuto che lo storico non possiede il monopolio dell’uso sociale della storia. La narrazione dei fatti storici viene fatta dai romanzieri, dagli uomini di teatro, dai registi cinematografici, dai giornalisti, dagli uomini della televisione, ecc.. Come ha affermato il giornalista e divulgatore di storia Arrigo Petacco, molti degli argomenti da lui trattati nei suoi libri corrispondono ai bisogni del mercato. Ma è giusto per uno storico sconfinare dalla sua realtà professionale per rispondere a questi bisogni e in che modo? E se non lo fa e lascia agli altri questo compito quali saranno le conseguenze sulla costruzione della memoria collettiva – un punto, quello della memoria, sollevato da Luisa Passerini? Raffaele Romanelli ha affermato la specificità dello storico di professione che deve possedere uno spirito quasi giacobino o almeno intransigente: non si deve preoccupare di seguire le mode dei media, ma deve difendere le regole del mestiere, la memoria collettiva e la sua eredità. Durante il convegno Anna Rossi Doria ha ricordato la figura di Nicola Gallerano, precocemente scomparso e che, in Italia, era stato il primo ad interessarsi dell’uso pubblico della storia e della responsabilità sociale dello storico. Fran‡ois Bedarida, riprendendo alcuni spunti del n. 168 di “Diogène”, al quale aveva collaborato lo stesso Gallerano, ha approfondito il concetto di responsabilità sociale dello storico il cui ruolo sociale si è nettamente appannato. Secondo Ortoleva la memoria collettiva non viene più organizzata attraverso un discorso storico televisivo coerente, perch‚ non esistono nemmeno più giornalisti o storici che fanno documentari di repertorio che costituivano la maggior fonte di storia sul piccolo schermo e rappresentavano, per gli storici di professione, una vera sfida linguistica nel senso dell’uso coerente del linguaggio appropriato al mezzo televisivo, un linguaggio diverso da quello storiografico. Tuttavia la storia rimane alla TV nel flusso continuo di immagini e di segnali che spesso propongono vecchi documenti che di per s‚ sono “storia”. Pezzino ha citato il caso di Guardistallo, nel pisano, dove la comunità locale chiedeva allo storico di recuperare finalmente “la Verità” su una drammatica vicenda del 1944. Gli si chiedeva se fossero stati i partigiani, attaccando i tedeschi, i responsabili della repressione e delle fucilazioni di ostaggi o viceversa. Lo storico come figura professionale capace di distacco e di obiettività era così chiamato a giudicare un conflitto mai rimarginato nella piccola comunità, ad esorcizzare le angosce e ad accertare responsabilità. Le conclusioni dello storico sono tuttavia anche in questo rimettere in moto il meccanismo della giustizia penale a distanza di cinquant’anni; ma è questo il ruolo dello storico?
Moretti ha inquadrato questo concetto nell’ambito della formazione dello storico professionale in Italia, tra competenza storica e funzione pubblica. Ha richiamato la manipolazione, la censura e il rapporto degli storici con la monarchia sabauda prima e con le organizzazioni della professione storica promosse dal fascismo poi. Anche rispetto al tema della responsabilità dello storico la prima guerra mondiale ha tuttavia costituito una svolta decisa. La responsabilità della prima guerra mondiale, sostenne nel 1923 il medievista belga Henri Pirenne, era degli storici che avevano legittimato il conflitto non meno che dei chimici che l’avevano reso tecnicamente possibile!
3.3 Convegno di Pisa
Il 17 e 18 maggio 1996 a Pisa, alla “Limonaia”, si è tenuto il convegno su Il secolo ambiguo. Le periodizzazioni nel secolo XX: continuità e mutamenti, promosso dal Dipartimento di Storia Moderna e Contemporanea, dall’Università di Pisa, dalla Provincia di Pisa e dalla SISSCO. Abbiamo chiesto a tre nostri soci di scrivere una sintesi del convegno.
1 – Claudio Pavone introduce il convegno, segnalando come i lavori siano stati concepiti al fine di suggerire la comparazione tra diverse proposte di periodizzazione del Novecento, articolate a partire da ambiti tematici specifici. Si rammarica del fatto che fra di essi non sia stato possibile includere anche quello delle arti figurative e quello della musica. Ricorda, tra le interpretazioni di respiro globale, quella di Hobsbawm, incentrata sull’idea del “secolo breve” (1917ù1989) e quella di Maier, tesa alla costruzione di un secolo lungo (1850ùanni ’60 del Novecento). Cede la parola allo stesso Charles Maier, che presenta il suo paper, dal titolo: “Corto Novecento, o lunga epoca industriale? Trasformazioni della territorialità 1860ù1990″. Charles Maier informa che questo suo paper rappresenta una continuazione del ripensamento della storia recente da lui avviato nel suo contributo alla “Storia d’Europa” Einaudi. Lì Maier ha proposte due diverse griglie narrative per la storia del dopoguerra: una basata sugli avvenimenti politici, l’altra sulla trasformazione sociale e tecnologica. Una generazione fa gli storici erano concordi nel considerare le due guerre mondiali e l’esperienza dei regimi totalitari come i tratti caratteristici del ‘900. Così la New Cambridge History of Europe, che intitolava il suo volume novecentesco L’età della violenza. Tale violenza sparsa e generalizzata veniva considerata come una sorta di risposta istintiva ai prolungati esercizi di contenimento delle pulsioni, al disciplinamento diffuso, che avevano contraddistinto l’Ottocento borghese e liberale. Ma questa è una spiegazione molto antropologica e poco storica. E Maier non ne è soddisfatto, dal momento che ritiene che il compito dello storico sia quello di mostrare l’operato umano al di là delle sue componenti puramente istintuali; ovvero, nel suo sforzo organizzato di radicamento istituzionale. Parla poi della proposta di Hobsbawm (Il secolo breve, 1914-1991), chiaramente definita dalle trasformazioni politiche o dalle tragedie di impatto dirompente sulle società, sulla vita e sulla morte, sulla libertà e sull’identità di milioni di persone. Maier apprezza la proposta di Hobsbawm, ma propone un’alternativa, fondata sull’attenzione al ruolo della tecnologia per un verso, dell’organizzazione territoriale per l’altro, nel definire le coordinate di massima della vita collettiva. Il suo Novecento, da questo punto di vista, inizia nella seconda metà dell’Ottocento e entra in crisi negli anni Settanta del nostro secolo, ovvero negli anni della grande diffusione della telematica e della biologia molecolare. Il Novecento di Maier è contraddistinto soprattutto da tre caratteristiche: organizzazione del territorio e dello spazio, fondazione tecnologica dello sviluppo economico, mutamenti della natura delle classi e della struttura sociale. Egli insiste, comunque, soprattutto sul primo punto, cioè sull’ascesa e sulla caduta del principio di territorialità tra il 1870 e il 1980, quale principio connettivo dell’organizzazione delle società umane. Per territorio Maier intende un ambito spaziale delimitato, politicamente organizzato, inserito all’interno di un sistema di spazi rivali strutturati sulla base dei medesimi criteri: gli stat-azione, gli stessi che sembrano presentarsi in dissoluzione a partire dai tardi anni ’60, dal momento in cui si assiste alla crescente divaricazione tra “spazio di identità” e “spazio di decisione”. Maier ripercorre l’affermarsi della territorialità nell’Ottocento; fondazione di nazioni, fissazione di confini, statalizzazione, organizzazione degli spazi a partire dallo stat-azione e dalla fruizione collettiva della cittadinanza. Sottolinea il ruolo nevralgico svolto dalla tecnologia nel rendere possibile questo processo (esemplarmente: ferrovie). Segnala la crisi patita da modelli politici federalisti durante il lungo periodo contraddistinto dall’egemonia dello stat-azione centralizzato e tecnologicamente organizzato. Illustra come ogni episodio di consolidamento territoriale e di razionalizzazione abbia costituito una occasione di crisi per le vecchie elites aristocratiche e di contestuale affermazione per le nuove elites borghesi (anche se in termini di graduale cooptazione, piuttosto che di “vistosa” rivoluzione). Evidenzia l’affermarsi di una pervasiva nozione di cittadinanza e di una profonda ridefinizione dei confini tra pubblico e privato in conseguenza di essa.
Ricapitolando: lo spazio politico venne profondamente riorganizzato dopo il 1850. I territori nazionali vennero visti come ambiti spaziali che potevano essere fisicamente governati attraverso la ferrovia e i trasporti. I governi divennero più centralisti e meno confederali. Elementi borghesi e professionali affiancarono l’aristocrazia terriera, formando assieme ad essa una nuova elite mista. Una diversa consapevolezza dello spazio chiuso, una preoccupazione nel fissare linee di confine, che demarcassero chi stava dentro e chi stava fuori, pubblico e privato, trasformarono la coscienza sociale. Tutto ciò non cambiò in modo decisivo nella prima metà del Novecento. Sta cambiando invece nell’ultimo quarto del nostro secolo, da quando si è affermata la cosiddetta globalizzazione. All’interno di questa nuova costellazione lo spazio di identità risulta sconnesso rispetto a quello di decisione. Rappresentano segnali di questo dissolvimento: il pos-ordismo nella produzione industriale, la crescita della comunicazione telematica non gerarchica, il pos-odernismo, la parziale disintegrazione delle frontiere societarie negli ambiti del pubblico e del privato e dei ruoli di genere. Contemporaneamente, si assiste alla ripresa della tendenza a cercare un’identificazione su base etnic-erritoriale da parte di movimenti che intendono accorciare quanto più possibile la distanza fra lo spazio di identità e quello di decisione (Bossi, Le Pen, Ross Perot, e anche, in linea più generale, tutti i fondamentalismi). Siamo davanti alla crisi del progetto modernista che ha contraddistinto il lungo Novecento? Gli anni dal 1970, con la loro nuova tecnologia, sembrano in effetti minare le premesse territoriali della tradizionale organizzazione politica ed economica. Essi aprono una crisi “sismica” probabilmente più importante di quelle scatenate dai grandi conflitti mondiali del 1914ù1918 e del 1939ù1945. Tale crisi segna la fine di un lungo secolo contrassegnato da un nazionalismo “eroico”, dalla produzione industriale di massa, dalla fiducia nella capacità di controllare la vita attraverso la territorialità.
Adrian Lyttelton nel suo intervento (L’idea del XX secolo agli inizi del XX secolo) si concentra essenzialmente sulle aspettative e le paure di inizio Novecento. Ne segue lo sguardo rivolto all’indietro, verso le ormai tramontate certezze positivistiche e liberali e ne esamina l’ansia suscitata dall’emergente società di massa e dalla moltiplicazione dei soggetti sociali legittimati (ceti subalterni, donne). Sul piano politic-ilitare, dimostra come a inizio secolo davanti all’ormai più che profilata crisi dell’egemonia inglese ci si attendesse per un verso l’inizio di un’egemonia mondiale tedesca (colpiva molto l’intreccio tra scienza e organizzazione politica, tipico della Germania). Al tempo stesso si paventava un secolo “asiatico”, vista l’uscita di Cina e Giappone dall’isolamento internazionale. Il secolo si sviluppò poi nel senso dell’egemonia americana e della fine dell’idea di guerra limitata. Il carattere globale dei conflitti (non solo distruzione delle forze militari del nemico, ma anche della sua organizzazione civile ed economica) spinse a rimodellare la società in modo da favorirne la coinvolgibilità intera nella guerra. Si affermò così una nuova nozione di patriottismo, il patriottismo di massa, per il quale Germania e Giappone funsero da modelli normativi di riferimento. Rispetto alla periodizzazione suggerita da Maier, Lyttelton propone insomma un modello che accentua maggiormente il peso di alcune cesure, importanti per quanto attiene alle modificazioni qualitative nel rapporto tra cittadini ed istituzioni all’interno di ciascun territorio. Esse furono indotte dall’affermarsi di un’idea di conflitto generalizzato tra ciascuno di essi e dalla cessazione del carattere fondamentalmente oligarchico della nozione di cittadinanza.
Pietro Bevilacqua (Il territorio e l’ambiente) illustra come non sia possibile rinchiudere le trasformazioni ambientali entro scansioni puramente novecentesche e traccia una mappa dei problemi della trasformazione ambientale: 1: il degrado derivante dalla pressione umana; 2: lo sviluppo dell’industria e della tecnologia e il loro sfruttamento delle fonti energetiche; 3: la presa di coscienza da parte dei contemporanei della gravità dei fenomeni di mutamento ambientale. I tre ambiti rimandano a scansioni cronologiche diverse. Ad esempio, le alterazioni di attività produttive cominciano ben prima del ‘900. Già l’artigianato e la manifattura alterano l’aria e l’acqua. Il ‘900 però porta nuovi ambiti e nuove forme di inquinamento (ad esempio: i mari, contaminati dagli scarichi dei fiumi o dell’affondamento volontario delle scorie, o la contaminazione atomica). Per quel che riguarda il punto 2 (rapporto uomo/risorse), all’interno di una temporalità più larga, il ‘900 si presenta come il secolo di condensazione dei problemi (uso su larga scala dei combustibili fossili, che la natura non potrà più riprodurre, con la conseguente uscita dal circolo virtuoso delle economie riproducibili. Da un’economia autosufficiente a un’economia continuamente bisognosa di risorse energetiche aggiuntive). Per quel che riguarda il punto 3 sottolinea che è soprattutto la guerra del 1973, che rende concreta la minaccia della finitezza delle risorse energetiche, a mutare la percezione diffusa del problema e a rendere evidente il suo carattere di globalità, al di là di qualsiasi confine naturale.
In conclusione, a Bevilacqua pare che per la storia dell’ambiente siano possibili entrambe le periodizzazioni (secolo breve o secolo lungo). Nella prospettiva del secolo lungo si situano ad esempio le politiche di protezione e di programmazione (si inizia con il parco di Yellowstone dell’America di metà Ottocento). Si inserisce in una cornice da secolo breve il fatto che solo nei primi anni ’70 del ‘900 vengano avviate le prime risposte nei termini globali che il problema richiede (le relazione del CLUB di Roma e le prime grida di allarme sul nostro futuro – Le periodiche rilevazioni sullo stato del pianeta).
MARCO MERIGGI
2. Il convegno riprende con la relazione di Massimo Livi Bacci (La demografia e i movimenti di popolazione), il quale individua in questo campo diversi livelli di periodizzazione possibili, eventualmente intrecciati ma non coincidenti. Le diversità passano in primo luogo tra macro e micro approcci: da un lato l’analisi dei rapporti tra sviluppo demografico e sviluppo della società, dall’altro l’indagine sui ritmi di mutamento che riguardano i comportamenti. Un punto di vista ulteriore, che apre altri problemi di periodizzazione, è poi quello delle reazioni della società e delle istituzioni ai fatti demografici. Una specificità forte attraversa in ogni caso il XX secolo e lo caratterizza avendo le sue origini alla fine del secolo precedente: i paesi ricchi passano da una situazione di abbondanza ad una di scarsità di risorse umane. Tre grandi fenomeni demografici mostrano poi nel corso del secolo tempistiche proprie ancorch‚ collegate: 1. la mobilità della popolazione, che declina nei primi decenni del XX secolo per riprende con modalità, soggetti e obiettivi diversi nel II dopoguerra; 2. la mortalità, rispetto alla quale si registrano mutamenti epocali al passaggio del secolo con la fine delle grandi malattie sociali; ma anche durante la II guerra, quando avviene un corposo trasferimento di tecnologie per la sopravvivenza (ad esempio antibiotici) nei paesi in via di sviluppo attraversati dalle truppe occidentali; 3. la riproduzione, che conosce una svolta con l’estensione delle pratiche di controllo delle nascite tra le due guerre, alle quali i diversi regimi oppongono reazioni diverse nell’intensità ma non nella sostanza. Tale orientamento muta con gli anni ’70, acquisendo in Italia i caratteri di una vera rivoluzione dei costumi. Questo percorso lo porta a concludere che l’ascesa e il declino dello stato sociale devono essere considerati nei suoi diretti collegamenti con l’invertirsi dei processi demografici. Giancarlo Falco presenta una relazione sulle periodizzazioni novecentesche in ambito economico. In questo caso il secolo appare dominato, oltre che da una crescita senza precedenti, dal confronto tra sistemi sociali e ricette economiche divergenti. Gli sembrano rimanere validi gli elementi di periodizzazione tradizionali (le due guerre, la crisi del ’29, la crisi petrolifera degli anni ’70) insieme ad un approccio di lungo raggio che includa gli ultimi anni dell’800, quando si sviluppa una struttura produttiva e distributiva i cui elementi di fondo sono riconoscibili almeno fino al II dopoguerra. Per caratterizzare le diverse fasi così individuate assume i dati (assoluti pr-apite) delle statistiche secolari del PIL elaborati di recente da Angus Madison, oggi le più articolate e comprensive. Delinea così un quadro strutturato in quattro momenti: 1. 1870ù1914: una fase di sviluppo consistente nonostante le protezioni crescenti, in cui si avviano dinamiche di lungo periodo (dal processo di crescita della dimensione delle imprese al ruolo centrale delle istituzioni statali, al ruolo delle banche per l’intermediazione finanziaria); 2. 1914ù1950: un periodo di ristagno e di crisi soprattutto per i paesi più industrializzati, legato alle emergenze belliche, alle posizioni internazionali assunte dagli USA, alla crescente finanziarizzazione dei sistemi economici; 3. 1950ù1973: la fase di sviluppo più rapido e generalizzato del secolo, caratterizzata dalla forte ripresa del commercio internazionale favorita anche da unioni doganali e commerciali a scala regionale che si ritrovano in Europa come in America latina e in Asia; 4. 1973ù1992: un rallentamento della crescita legato alle difficoltà di funzionamento delle dinamiche del sistema di pagamento internazionale impostate nell’immediato dopoguerra. Solo i paesi asiatici continuano a crescere economicamente, mentre ovunque si procede ad una riorganizzazione dei sistemi industriali nel senso di una nuova flessibilità produttiva. Roberto Maiocchi (La scienza e la tecnica) introduce il suo paper indicando come ormai del tutto insostenibile il carattere periodizzante delle scoperte, che era basato sull’idea di una presunta “razionalità istantanea” operante nella scienza. Lasciate da parte le cronologie di quel tipo, gli storici della scienza e della tecnica si rivolgono oggi piuttosto alla comprensione di quel percorso complesso e ben poco lineare che è il processo di diffusione, e di applicazione, di un’idea scientifica. Facendo ciò ci si trova di fronte ad una molteplicità di possibili periodizzazioni, corrispondenti al punto di vista adottato. In modo dichiaratamente impressionistico cerca dunque qui di indicare alcuni momenti chiave di mutamento, il primo dei quali acquista un carattere cruciale di caratterizzazione del Novecento scientifico. Si tratta della crisi della certezza del metodo scientifico e delle sue basi empiriche che ha origine nell’ultimo decennio dell’800. Tale crisi si innesta in una fase di innovazione che riguarda in primo luogo la fisica e in modo particolare la termodinamica, portatrice di una concezione di tipo ipotetic-eduttivo che si sostituisce alla prova empirica. Con la prima guerra mondiale si sviluppano principalmente due processi: la scienza è concepita sempre più come fonte di progresso produttivo, economico e militare, ben più che come strumento di progresso culturale come era stata nella cultura positivistica; inoltre cresce il nazionalismo scientific-ecnico, che si sviluppa in particolare intorno a organizzazioni di ricerca nazionali sovrauniversitarie. Tra le due guerre il nesso tra scienza, ideologia e politica si consolida maggiormente fino al suo risultato più perverso con la tesi del “razzismo biologico”. E’ questo anche il momento di affermazione della meccanica quantistica, che chiude definitivamente il processo di revisione della meccanica tradizionale che si era avviato a fine secolo, proponendo un mondo “intrinsecamente indeterminato”. Nell’organizzazione della produzione scientifica un momento cardine di periodizzazione è costituito infine dal progetto Manhattan per la costruzione della bomba atomica. Qui si crea il quadro di riferimento per il legame forte e permanente tra ricerca scientifica e esigenze militari che si stabilisce nel dopoguerra e rimane centrale fino ai tempi recenti.

La discussione sulle relazioni della giornata si apre con un intervento di Leonardo Paggi che ritornando ai problemi posti da Bevilacqua ricorda come nel parlare di risorse sia necessario considerare sia il problema teorico della loro finitezza, sia quello economico e politico della loro gestione. A proposito dell’ipotesi di Maier si chiede se non sia possibile retrodatare la crisi dello stato nazione e del principio di territorialità rispetto al 1973 indicato da quest’ultimo. Già nel ’39, per fare solo un esempio, alcuni studiosi statunitensi avevano rilevato una sfasatura tra l’internazionalizzazione delle tecnologie e la nazionalizzazione delle politiche. In questo senso il periodo ’50ù’70, quando si crea una sorta di circolo virtuoso tra produzione e occupazione, potrebbe essere considerato come una fase eccezionale, non di normalità. Salvatore Lupo ritorna invece alla periodizzazione di Hobsbawm, che assume come momenti cruciali la guerra e il totalitarismo, per chiedersi se esiste allora un Novecento politico e se è questo l’unico filone a proporre l’immagine di un Novecento corto. Mariuccia Salvati si sofferma sui rapporti tra l’interpretazione e la spiegazione, chiedendosi se a proposito dei processi storici si possa parlare di cause o non piuttosto, seguendo la Arendt, di “origini”. In quest’ultimo caso la spiegazione di ordine culturale diventa centrale; lo ha mostrato perfettamente l’intervento di Lyttelton, dal quale la svolta della fine del secolo è apparsa come fortemente “voluta” da chi si apprestava ad affrontare il nuovo secolo. Condivide inoltre la categoria di territorialità proposta da Maier e ritiene che andrebbe approfondito, anche ma non solo dalla storiografia, l’interesse per lo spazi-erritorio rispetto a quello dello spazi-azione. Paolo Pombeni dice di aver ascoltato con interesse il problema del passaggio della scienza dal metodo empirico a quello deduttivo e si chiede com’è possibile che ciò non abbia ancora influenzato la disciplina storica, nella quale il passaggio appare ancora non avvenuto. Claudio Pavone nota allora un curioso capovolgimento di fronti e di prospettive tra storici e scienziati, che sarebbe da approfondire, sulla questione del metodo. Ester Fano ricorda un elemento che sembra essere sfuggito dalle ricostruzioni del ‘900 oggi proposte e che al contrario le appare cruciale: il problema della manipolazione delle coscienze. Charles Maier ritorna sui concetti di nazionalità e di territorialità che ha qui proposto per ribadire la loro diversità e non necessaria coincidenza; certo questo può avvenire, come è il caso eccezionale di fine secolo e della sua ossessione per il principio di nazione. Quanto alle cause dei processi analizzati sostiene che lo storico cerca generalmente due cose: le spiegazioni per così dire soggettive (e dunque indaga sulla razionalità degli attori, sui processi mentali, e così via) e quelle strutturali, senza riferimento agli attori. Lui ha cercato nel suo paper di percorrere questa seconda via, senza peraltro rinunciare alla ricerca delle cause. Il problema della manipolazione delle coscienze o della nazionalizzazione delle masse non gli sembra invece una chiave di lettura adatta a capire il secolo. Fa parte piuttosto di una più limitata storia psicologica. Adrian Lyttelton pone infine un problema che finora è emerso solo sparodicamente: il XX secolo è il primo secolo di vera indipendenza mondiale; alla luce di ciò le riflessioni di oggi gli appaiono forse troppo eurocentriche, ma ancor più lo è la lettura proposta da Hobsbwam. CARLOTTA SORBA
3. Nella terza sessione del convegno, svoltasi nella mattina di sabato 18 maggio, sono stati toccati temi tanto cruciali quanto tra loro diversi, e perciò difficilmente suscettibili di una lettura unitaria, anche perch‚ – come vedremo – i relatori si sono confrontati con i nodi della periodizzazione del secolo Ventesimo seguendo approcci, servendosi di categorie interpretative, e ponendosi da punti di vista notevolmente – quando non del tutto – differenti. Attraverso un contributo dal titolo “La guerra, la vita, la politica”, Leonardo Paggi ha proposto una lettura del fenomeno bellico centrata sull’analisi dei processi di trasformazione che essa ha introdotto in misura “gigantesca” proprio grazie al suo carattere “catastrofico”; sotto il profilo dell’accelerazione indotta nei fenomeni di globalizzazione, dell’inserimento della dimensione della vita (anche nella sua accezione meramente biologica) nello “spazio politico pubblico”, delle mutazioni indotte nei sistemi e nelle identità politiche, è la Seconda guerra mondiale ad assumere – a giudizio di Paggi – un carattere di spartiacque, tanto che il relatore ha ipotizzato, invece di un “corto” secolo Ventesimo (iniziato nel 1914 e conclusosi nel 1991, secondo la lettura di E. J. Hobsbawm), un lungo secolo Diciannovesimo, che si sarebbe concluso solo nel 1945. La sconfitta della coalizione tripartita Germani-iappon-talia avrebbe infatti segnato da un lato il passaggio ad una modalità di confronto tra le grandi potenze segnata dall’intrecciarsi di riarmo e sviluppo economico (tale sarebbe stata la natura della guerra fredda); dall’altra il consumo di massa, “agente della modernizzazione a livello mondiale”, avrebbe costituito una nuova – più radicale – fase del processo di manipolazione della vita avviatosi alla fine dell’Ottocento; infine, il crollo dei fascismi storici avrebbe coinciso con la fine dell’epoca della “politica forte”, caratterizzante in senso ultimativo le identità individuali e collettive.
Allo sviluppo e all’argomentazione di queste tesi di fondo è stata dedicata la parte centrale dell’intervento, di cui ci limitiamo a mettere in rilievo prima di tutto l’insistenza con cui Paggi ha caratterizzato la globalizzazione come il frutto contraddittorio dell’intrecciarsi di tendenze generalizzanti e spinte alla separazione ed alla rivendicazione identitaria; in secondo luogo la ridefinizione della natura della guerra, non più strumento di regolazione dei conflitti all’interno dell’Europa e perciò funzionale al mantenimento dell’equilibrio dato, quanto piuttosto fattore essa stessa del passaggio da una politica europea ad una politica su scala mondiale. Solo attraverso la Seconda guerra mondiale, ritiene Paggi, è stata possibile la costruzione di un mercato mondiale vero e proprio, giacch‚ l’assetto prebellico si presentava come caratterizzato dal prevalere di politiche neomercantilistiche. Queste ultime si ripropongono, tuttavia, nella misura in cui l’avvio delle politiche di mondializzazione economica lanciate nell’immediato dopoguerra dagli Stati Uniti avvantaggia prevalentemente economie già industrializzate e poco o nulla invece le areee più arretrate; proprio queste ultime, rappresentate politicamente dallo schieramento dei Non allineati, avrebbero allora cercato proprie vie, in concordia discorde con il blocco dell’egemonia sovietica, portatore comunque di un diverso modello di sviluppo (all’epoca tutt’altro che privo di risultati). Gli ultimi vent’anni avrebbero visto, in quest’ottica, il consumarsi del tentativo di perseguire modelli di sviluppo al riparo della divisione internazionale del lavoro, e perciò prima la crisi del blocco di Bandung, e poi l’implosione dell’URSS. In riferimento all’ultima questione poc’anzi accennata, Paggi – non senza forzature, forse inevitabili – ha messo in rilievo lo stretto legame che la contemporaneità ha stabilito tra statualità e vita quotidiana, esaminata sia attraverso l’esercizio del potere sulla vita (esemplificato in particolare dalle pratiche genocide dei fascismi), sia attraverso la politicizzazione del cibo, della sua allocazione e della sua distribuzione, realtà questa assolutamente tipica del Secondo dopoguerra. Sul terzo ordine di problemi, il relatore ha insistito su ciò che ritiene essere il progressivo processo di erosione e delle identità sociali, e delle identità politiche ad esse correlate, che a suo giudizio caratterizzano la seconda parte del secolo, quella tipicamente “nuova”, mentre i primi quarantacinque anni del Novecento si configurerebbero come una sorta di transizione dall’assetto ottocentesco a quello che contraddistingue questa fine di millennio.
Saverio Carpinelli e Guido Melis ci hanno condotto lungo un interessante percorso attraverso Lo stato e le istituzioni; più che discutere questioni di periodizzazione, i relatori hanno posto l’accento su due processi giudicati densi di implicazioni: il nesso tra legislativo (parlamenti) ed esecutivo (governi) così come si è sviluppato nel Novecento; ed il costituirsi, l’articolarsi e lo svilupparsi dello Stato sociale (da loro definito, per la verità, Stato del benessere, su una base di un’equivalenza non da tutti condivisa) nell’arco del secolo. L’excursus, ricco di spunti assai interessanti anche se – talvolta – non esente da slabbrature originate dal desiderio di far convergere ciò che non sempre accetta di essere ricondotto ad unità, sia pur tendenziale, si è basato sull’osservazione dei processi che hanno interessato quattro tra i principali Stati europei: Italia, Francia, Gran Bretagna e Germania (per la verità, gran parte delle esemplificazioni e delle argomentazioni proposte hanno riguardato essenzialmente i primi tre paesi). Sulla base dell’analisi comparativa condotta dai relatori, appaiono tipici del secolo Ventesimo quattro fenomeni, tra loro strettamente correlati: il primo è il sostanziale convergere dei modelli amministrativi britannico e continentale (Carpinelli e Melis hanno ricondotto quest’ultimo sostanzialmente all’idealtipo francese, cosa che appare non del tutto convincente, almeno per quanto riguarda la Germania, che ha conosciuto un’effettiva centralizzazione amministrativa, ancorch‚ molto sui generis, soltanto sotto il regime hitleriano) nella prassi e nell’organizzazione concrete; il secondo è il ruolo centrale, sostanzialmente decisivo, assunto dagli apparati amministrativi in tutte le realtà prese in esame; il terzo è lo spostarsi dei rapporti di forza – lentamente ma inesorabilmente – a favore dei governi rispetto ai parlamenti, fenomeno dovuto da un lato al dilatarsi delle funzioni dello Stato, dall’altro al mutare della composizione e del ruolo dei parlamenti in rapporto con il diffondersi della società di massa e dei connessi processi di massificazione della politica; il quarto è il ruolo centrale assunto dalla spesa pubblica e quindi la funzione chiave svolta dallo Stato nel disegnare lo stesso profilo della società civile, ruolo e funzione che i due studiosi considerano sostanzialmente irreversibili, almeno allo stato delle cose così come oggi si presentano.
Per quanto riguarda l’istituzione parlamentare, Carpinelli e Melis hanno individuato i principali mutamenti intervenuti in questo secolo nella trasformazione della rappresentanza da monoclasse a pluriclasse; nell’articolazione dei gruppi parlamentari, prolungamento interno delle assemblee elettive di strutture esistenti al di fuori di esse (i partiti politici); nel mutare della legislazione, sempre più attenta alla molteplicità degli interessi presenti nella società e rappresentati nelle istituzioni; nonch‚ nella sempre maggiore attività legiferante da parte dei governi (direttamente, od indirettamente tramite l’emanazione di regolamenti). Lo sviluppo impetuoso della burocrazia, riscontrabile in tutti gli Stati considerati oltre che negli USA, procede di pari passo con la riduzione del numero di leggi emanate annualmente dai parlamenti, cosa che contribuisce ad allargare notevolmente il ruolo degli apparati tecnici, dipendenti per la quasi totalità dai governi e solo in misura estremamente ridotta dalle assemblee elettive. Analogamente, seguendo una curva esponenziale che si accentua dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’incremento delle tecnostrutture burocratiche riceve un notevole incentivo dalle politiche sociali, che portano con s‚ il dilatarsi della spesa pubblica. Del resto, secondo i dati citati dai relatori, è almeno dagli anni Cinquanta che la creazione di posti di lavoro risulta essere praticamente soltanto dell’apparato dello Stato, poich‚ il pur colossale sviluppo industriale del secondo dopoguerra è avvenuto, sostanzialmente, senza assorbire significative quote di manodopera. Secondo Carpinelli e Melis, i fenomeni analizzati hanno avuto conseguenze di non poco conto anche sui fondamenti della legittimazione del potere e della statualità; ad una legittimazione fondata sul concetto di nazione (Stat-otenza su base nazionale) si sarebbe sostituita progressivamente, nel corso degli ultimi cinque decenni, una legittimazione fondata sul concetto di socialità (Stato sociale fondato sulle garanzie date ai cittadini). Nella sua relazione, su Tempi e cicli dell’evoluzione dei media nel Novecento, Peppino Ortoleva ha delineato una storia dei media e del loro intrecciarsi con i mutamenti delle culture collettive e delle mentalità che da un lato ha cercato di tener conto della specificità tecnica, dall’altro ne ha considerato la natura complessa; dal primo punto di vista, è possibile, a giudizio del relatore, individuare tre momenti di svolta, il primo coincidente con il passaggio dall’Ottocento al Novecento, e caratterizzato dall’elettrificazione; il secondo collocabile grosso modo attorno agli anni Trenta e definito dal diffondersi della radio e dell’assestarsi del cinema come mezzo fruito da larghe masse ed utilizzato dal potere politico; il terzo avrebbe avuto inizio con gli anni Sessanta e solo ora, forse, “si sta assestando”. Ognuno di questi passaggi ha portato con s‚, ha sostenuto Ortoleva, un condizionamento profondo del modo di comunicare, una ridefinizione del concetto di pubblico, ed ha dato un impulso specifico al processo di industrializzazione della cultura che percorre tutta l’età contemporanea. Accanto a questi cicli profondi, di natura in qualche modo strutturale, esisterebbero poi flussi a raggio più breve, dipendenti dalle differenti modalità con cui le diverse generazioni si accostano ai media; si sono originati così mutamenti di mentalità collettiva e di costume che hanno avuto proprie dinamiche, in qualche misura autonome. In sintesi, l’analisi dei media si sta rivelando sempre più cruciale per la ricostruzione dei “modelli di società” e delle “autorappresentazioni collettive che hanno dominato le diverse fasi della storia del secolo” Ventesimo.
A Luisa Mangoni, nella comunicazione conclusiva del convegno, è toccato riflettere su di un soggetto di particolare complessità e di natura assai cangiante come La cultura. Non per caso, la relatrice ha premesso infatti una considerazione sul fatto che la generica definizione di “cultura” include una molteplicità di soggetti ciascuno dei quali meritevole di un’indagine specifica e soggetto a scansioni e periodizzazioni notevolmente diverse le une dalle altre. Ciò detto, il fulcro del suo discorso è stata l’individuazione degli anni Trenta come periodo chiave, in cui cioè appare con chiarezza alla coscienza europea la crisi radicale delle convinzioni, dei punti di vista, dei luoghi comuni condivisi ereditati dall’Ottocento. Se cioè, per tutto il primo ventennio del secolo Ventesimo, ci si era confrontati con il recente passato nei termini di una polemica che portava intellettuali e movimenti collettivi ad accettare ed a rifiutare questo o quell’aspetto dell’Ottocento, e quindi a porsi comunque all’interno di quell’alveo, è nel terzo decennio del Novecento che si prende atto di essere arrivati alla “fine dei tempi” (almeno di quel tempo). Mangoni si è spinta ad osservare che “forse la caratterizzazione di secolo ‘ambiguo’ andrebbe attribuita all’Ottocento, e il Novecento potrebbe essere definito scolo apocalittico in senso (à) letterale: secolo cioè rivelatore”; rivelatore di come una percezione del s‚ individuale e collettiva nata, sostanzialmente, tra il 1789 e il 1815, e che aveva permeato di s‚ la cultura europea nel corso del secolo Diciannovesimo, fosse irrimediabilmente crollata, attraverso una complessiva catastrofe. Pensatori come Polany, De Martino, Jaspers e Cantimori, che su quella crisi ebbero a riflettere, vengono perciò richiamati per la loro sottolineatura da un lato della dimensione “apocalittica” di quella crisi, dall’altro dell’importanza del riemergere delle dimensioni irrazionali ed “oscure” del vissuto, nonch‚ dell’impossibilità della cultura di pensarsi in essenza come europea o radicata nella storia d’Europa, visto il necessario confronto, ormai apertosi con la sfera culturale americana, tanto affine quanto – per il suo collocarsi fuori dall’asse culturale europeo ottocentesco – irrimediabilmente altra.
Il Convegno è stato chiuso, nel pomeriggio, da un’affollata e partecipata discussione, in cui sono intervenuti numerosi studiosi, membri e non della Sissco; a Paolo Pombeni è toccato il compito, per nulla facile, di tirare le fila di relazioni e interventi spesso molto diversi l’uno dall’altro e difficilmente riconducibili ad un tessuto unitario che non fosse l’individuazione di una griglia di domande in qualche modo comuni. In sintesi, sono emerse con chiarezza da un lato le conoscenze ancora insufficienti di non pochi nodi della storia del secolo Ventesimo, e la nonostante tutto scarsa dimestichezza con gli approcci comparativi e comparativistici, dall’altro l’esigenza, condivisa da un gran numero di studiosi, di misurarsi ulteriormente sul terreno e della periodizzazione e della storia globale del secolo. Con le forze – non grandi – di cui dispone, la Sissco continuerà i propri sforzi per dare un contributo il più significativo possibile in tale direzione.
BRUNELLO MANTELLI
3.4 Seminario annuale (primavera 1997) I linguaggi dell’identità nazionale in Italia dal Risorgimento ad oggi
Nella primavera del 1997 si svolgerà il seminario annuale della Società Italiana per lo Studio della Storia contemporanea, che avrà come oggetto I linguaggi dell’identità nazionale in Italia dal Risorgimento ad oggi. Il seminario, che si ricollega direttamente al tema del primo convegno organizzato dalla Sissco (“La nazionalizzazione italiana”, San Marino in Bentivoglio, 25ù27 marzo 1991), vuole tuttavia riproporre la questione dell’identità nazionale da un’angolatura più specifica ed approfondita. Si è pensato, infatti, di organizzare i lavori intorno ad un’osservazione puntuale della nascita e delle successive trasformazioni dei linguaggi di identità patriottic-azionale sul lungo periodo della storia dell’Italia contemporanea. Conviene forse elencare più distesamente gli interrogativi che ci piacerebbe fossero affrontati nelle relazioni o nelle comunicazioni:
1) Chi usa i termini di “patria” o “nazione”? 2) In quali contesti comunicativi vengono utilizzati? (ad esempio: sono termini che ricorrono solo o prevalentemente nella comunicazione pubblica – discorsi, commemorazioni funebri, poesie, romanzi, articoli di giornale, saggi ù, o fanno parte anche del lessico privato – per esempio quello delle memorie inedite o degli epistolari?) 3) Quali significati si attribuiscono a questi termini? Patria e nazione sono puri sinonimi o alludono a diverse declinazioni delle identità? Sono termini che descrivono identità coerenti o conflittuali con altri codici linguistici di comunità (per esempio il linguaggio “di classe”, o quello “di genere”)? Quanti diversi codici di identità patriottica convivono in periodi specifici? Quali sono le differenze che li separano, le analogie che li accomunano? 4) Come mutano nel tempo tutti questi fattori (speakers, contesti comunicativi, campi semantici)? Come incide il passaggio da una generazione ad un’altra nell’introdurre variazioni in questi aspetti? Che influenza hanno alcuni eventi fondativi (l’esperienza giacobina, il 1848, l’Unità, Dogali o Adua, la prima guerra mondiale, l’8 settembre 1943, il 25 aprile 1945, gli “anni di piombo”, la fondazione del “parlamento di Mantova”, ecc.) nel precisare, modificare o deformare i linguaggi dell’identità nazionale?
Naturalmente ciascuna relazione o comunicazione non dovrà affrontare tutti questi interrogativi simultaneamente, ma potrà liberamente concentrarsi sull’uno o sull’altro di questi aspetti. Anzi, saranno da prevedere sezioni del seminario dedicate a periodi e a temi distinti nella storia dei linguaggi di identità nazionale (ma ci riserviamo di precisare meglio questo aspetto del seminario una volta che si abbia un quadro completo dei concreti interventi che saranno disponibili). Pensiamo inoltre di sollecitare interventi che possano affrontare questi interrogativi in prospettiva comparata: e questa potrebbe essere una specifica sezione del seminario.
4. LE RICERCHE DI STORIA CONTEMPORANEA FINANZIATE DAL MURST
Pubblichiamo qui una scheda redatta da Tommaso Detti, ordinario di Storia contemporanea e preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena, che è destinata al volume su “Fonti e strumenti”, curato da Claudio Pavone per la “Storia d’Italia” dell’Istituto nazionale per la storia del Movimento di Liberazione.
Nel campo delle scienze umane e sociali i finanziamenti per la ricerca provengono – oltre che dal Consiglio nazionale delle ricerche – essenzialmente dal Ministero dell’Università e della ricerca scientifica e tecnologica (Murst).(1) La legge n. 382 del 1980 dispone che i fondi ministeriali siano suddivisi in due parti: il 60% viene attribuito ai singoli Atenei, il 40% è riservato a progetti “di interesse nazionale e di rilevante interesse per lo sviluppo della scienza”. In assenza di una sistematica anagrafe nazionale della ricerca, del 60% è molto difficile dire alcunch‚. In ogni Università questi fondi vengono distribuiti su proposta del Senato accademico, che si avvale dei pareri di apposite commissioni elettive, ma i criteri di ripartizione non sono omogenei. In alcuni casi le commissioni sono di Facoltà, più spesso corrispondono ad areee disciplinari variabili da sede a sede, anche se non di rado ricalcate su quelle adottate per il 40%. Diversi sono anche i parametri per la suddivisione dei fondi tra facoltà o aree e le norme per il funzionamento dei singoli progetti. In un panorama così variegato, discernere qualche linea di tendenza per un settore circoscritto e di solito incluso in aree più vaste, come la storia contemporanea, è di fatto impossibile. Ciò vale sia per l’entità e l’uso dei fondi, sia per i temi, le metodologie e i risultati delle ricerche.
A 14 anni dall’istituzione del 60% le opinioni che circolano fra gli studiosi su questo sistema di funzionamento appaiono invece abbastanza uniformi da autorizzare, sia pure con beneficio d’inventario, alcune considerazioni di carattere generale. Nella maggior parte dei casi l’immagine che ne scaturisce è quella classica di un finanziamento “a pioggia” e di modesta entità, che già aveva caratterizzato i contributi concessi dal Ministero, fino al 1980, “secondo criteri imperscrutabili”(2). Si direbbe quindi che l’avvento di una gestione decentrata in base a criteri mutevoli, ma certi, non avesse modificato in misura apprezzabile i risultati rispetto alla fase precedente. Se – come penso – questa ipotesi non è infondata, vale la pena di chiedersi come ciò sa accaduto. Tra i molti fattori che possono avervi contribuito c’è da rilevare almeno il fatto che assai spesso i fondi 60% suppliscono a gravi carenze nelle dotazioni dei Dipartimenti e degli Istituti per quanto riguarda le spese di funzionamento, per la didattica e soprattutto per l’acquisto di libri e riviste. Il meccanismo “garantista” e poco selettivo affermatosi in gran parte delle Università italiane risente evidentemente di tale situazione, oltre che del fatto che il 60% – in quanto finanziamento minimo e di base – tende ad essere considerato come un diritto di tutti coloro per i quali fare ricerca è (o dovrebbe essere) un dovere, a prescindere dallo spessore dei singoli progetti. Credo peraltro che queste osservazioni valgano per tutte le aree disciplinari, indipendentemente dai loro studi scientifici e dalla loro possibilità di accedere ad altri fondi. Per la storia, e in quest’ambito per la storia contemporanea, ha invece senso domandarsi se tali indirizzi possano essere stati avvalorati anche dal fatto che si tratta di un campo nel quale si può fare ricerca a costo contenuto, al limite addirittura a costo zero. L’interrogativo è di grande interesse perch‚ riguarda i caratteri di fondo e gli orientamenti metodologici della ricerca sull’età contemporanea, ma per dargli una risposta puntuale occorrerebbe disporre di informazioni alle quali per il 60% non è facile attingere. Su questo punto, e più in generale su alcune tendenze della storiografia, utili indicazioni possono comunque venire da una analisi delle ricerche 40%, che sono finanziate direttamente dal Ministero su proposta dei Comitati consultivi del Consiglio universitario nazionale (Cun). Sono infatti questi progetti – per definizione quelli di maggiore impegno, condotti da ‚quipes interuniversitarie con i fondi più cospicui – che possono dare la misura degli indirizzi della ricerca. Le considerazioni che seguono si riferiscono alle proposte di finanziamento relative alle ricerche di storia contemporanea avanzate al Cun dal Comitato consultivo n. 11 (Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche) nel periodo 1988-94, durante il quale ne ho fatto parte assieme a F. Della Peruta(3). In questi sette anni sono stati presentati 120 progetti, 83 dei quali finanziati con una cifra complessiva di 4 miliardi e 355 milioni, per una media di 52,5 milioni a ricerca. Tuttavia, trattandosi di progetti pluriennali, 15 di essi erano già avviati nel 1988 e altrettanti risultavano ancora in corso nel 1994. Per le 44 ricerche iniziate e regolarmente concluse in tale periodo (di cui una quinquennale, 8 quadriennali, 29 triennali e 6 biennali) il finanziamento medio sale a 74,3 milioni(4). Scomponendo I dati anno per anno, questi 120 progetti si articolano in 239 domande annuali, il cui andamento è sintetizzato nella tabella seguente(5):
| Anni | Fondi*| Progetti | Unità operative | | | |———————–|————————-| | | |Totale |Finanz.|Media* |Tolate |Finanz. |Media* | __________________________________________________________________ | 1988 | 578 | 44 | 30 | 19,3 | 141 | 89 | 6,5 | |——|——-|——-|——-|——-|——-|——–|——–| | 1989 | 550 | 39 | 25 | 22,0 | 140 | 78 | 7,1 | |——|——-|——-|——-|——-|——-|——–|——–| | 1990 | 670 | 40 | 29 | 23,1 | 148 | 98 | 6,8 | |——|——-|——-|——-|——-|——-|——–|——–| | 1991 | 690 | 33 | 26 | 26,5 | 133 | 86 | 8,0 | |——|——-|——-|——-|——-|——-|——–|——–| | 1992 | 700 | 29 | 26 | 26,9 | 100 | 85 | 8,2 | |——|——-|——-|——-|——-|——-|——–|——–| | 1993 | 600 | 27 | 27 | 22,2 | 100 | 98 | 6,1 | |——|——-|——-|——-|——-|——-|——–|——–| | 1994 | 567 | 27 | 27 | 21,0 | 99 | 94 | 6.0 | |——|——-|——-|——-|——-|——-|——–|——–| |Totale| 4.355 | 239 | 190 | 22,9 | 861 | 628 | 6,9 | __________________________________________________________________ * Milioni di lire correnti
La disponibilità complessiva dei fondi, pur essendo il prodotto di una ripartizione interna al comitato, riflette come si vede sia il maggiore impegno per la ricerca “di base” che ha fatto seguito all’istituzione del Murst, sia la contrazione degli ultimi anni. Anche gli importi medi dei finanziamenti proposti, come è naturale, sono variati di conseguenza. La diminuzione delle domande va invece posta in relazione con gli indirizzi del comitato, che ha sollecitato i colleghi a presentare progetti meno numerosi e più consistenti. Quanto alle unità operative, va infine tenuto presente che tra quelle rimaste prive di fondi ve ne sono anche alcune appartenenti a ricerche finanziate. Per chiarire questo punto e per illustrare le caratteristiche delle ricerche 40% è necessario spiegare brevemente i criteri di ripartizione dei fondi. Il Ministero e il Cun hanno di fatto definito “di interesse nazionale e di rilevante interesse per lo sviluppo della scienza” i progetti di “utilità generale” proposti da consistenti gruppi di studiosi appartenenti a più sedi universitarie, dotati di un effettivo coordinamento tra le varie sedi e per i quali – relativamente alle ricerche non “sperimentali” – sia ritenuto congruo un contributo annuo non inferiore a 25 milioni(6). Per evitare un’eccessiva frammentazione I Comitati consultivi sono stati inoltre invitati a non finanziare gruppi con meno di 8-10 partecipanti e ad attribuire a ciascuna unità operativa almeno 8 milioni ogni anno.
Senza considerare il criterio dell'”utilità” (inapplicabile oltre che discutibilissimo), in realtà queste indicazioni non sono state rispettate. Sono state escluse le unità composte da una sola persona, si è evitato di finanziare gli studiosi per più di una ricerca nello stesso tempo e naturalmente è stata operata una selezione di merito, ma i minimi sono stati ridotti, di norma a 15 milioni per progetto e 5 per unità operativa(8), ciò ha senza dubbio abbassato il “profilo” delle ricerche 40% di storia contemporanea se non altro per quanto riguarda i requisiti formali individuati per definirle, ossia la consistenza delle ‚quipes e dei fondi necessari per svolgerle. Occorre quindi spiegare perch‚ le soglie fissate dal Ministero e dal Cun siano state diminuite. Il fatto è che per attenervisi sarebbe stato necessario attribuire più fondi a un numero minore di ricerche, ma così facendo la linea di demarcazione fra quelle finanziate e quelle escluse sarebbe venuta a cadere praticamente nel mezzo di un consistente blocco di progetti, non così distanti l’uno dall’altro da giustificare una drastica selezione: un po’ come in una gara ciclistica, il “gruppo” procedeva insomma abbastanza compatto alle spalle di un esiguo drappello di corridori “in fuga”. In altre parole le ricerche di rilievo “medio” erano troppe e quelle di maggior spicco troppo poche, perch‚ quei criteri potessero essere applicati. Da questo dato è possibile trarre alcune considerazioni non prive di interesse sia sui meccanismi e sui criteri di finanziamento, sia sulle caratteristiche delle ricerche 40% di storia contemporanea. Analizzando le cifre della ripartizione effettuata dai Comitati consultivi del Cun dal 1986 al 1990, gli autori di una indagine del Ministero del tesoro hanno espresso l’avviso che questa sia stata pesantemente condizionata “dal numero dei partecipanti, ovvero dalla logica del ‘un tanto a testa'”(9). Sebbene si sia tentato di incentivare le ricerche di maggiore impegno (per la più significativa, quella coordinata da G. Alberigo dell’Università di Bologna su Preparazione, svolgimento e contesto del Concilio Vaticano II, è stato ad esempio proposto un contributo di 157 milioni in 4 anni), è doveroso riconoscere che il nostro settore non ha fatto eccezione alla regola. Poteva essere altrimenti? A mio parere no, e ciò essenzialmente per tre ragioni. In primo luogo perch‚ sono stati gli stessi criteri fissati dal Ministero e dal Cun, anteponendo il requisito quantitativo del numero delle sedi e dei partecipanti all’esame di merito dei Comitati consultivi, ad elevare di fatto a norma la logica del “un tanto a testa”. Non so se in altri ambiti disciplinari, nei quali il lavoro di èquipe è cosa abituale e la ricerca ha costi molto elevati, una prassi del genere possa avere almeno il senso di garantire a tutti l’accesso agli strumenti della ricerca; certo è che per settori come la storia contemporanea ciò non ha alcuna seria giustificazione. Non si vede infatti perch‚ le indagini a più alto costo (come quelle ad esempio che esigono lunghi soggiorni di studio all’estero o si fondano sulla rilevazione elettronica di archivi di grandi proporzioni) debbano necessariamente essere appannaggio esclusivo di consistenti gruppi di ricercatori dislocati in diverse sedi universitarie. Al contrario, un contributo di 50 milioni è senza dubbio cospicuo se attribuito a una o due unità operative, ma si disperde fatalmente in una “pioggia” tanto più sottile, quanto più è alto il numero delle sedi. Ai membri dei comitati, in secondo luogo, non è mai stato trasmesso alcun resoconto scientifico delle ricerche in corso(10). Privati così di ogni possibilità di verificare il lavoro svolto dalle diverse ‚quipes e valutarne i risultati, essi non hanno potuto valersi di uno strumento di giudizio essenziale e insostituibile anche ai fini della ripartizione dei fondi. Così stando le cose, chi può dire se e quanto il flusso dei finanziamenti abbia effettivamente rispecchiato la reale “geografia” della ricerca? Su 41 Università da cui sono state inviate le domande, le più attive risultano nell’ordine Bologna, Torino, Roma “La Sapienza” e Pisa, Firenze e la Statale di Milano, Siena, Trieste, Bari, Catania, Napoli “Federico II” e Genova, alle quali fa capo il 62% delle unità operative(11). Che a questi stessi Atenei appartenga il 67,5% delle unità finanziarie e sia andato il 72,3% dei fondi non è dunque sorprendente, ma come questi denari siano stati spesi – e con quali risultati scientifici – ad oggi non è dato sapere. In terzo luogo, peraltro, a tenere bassi i livelli minimi dei contributi 40% e ad elevare il numero delle ricerche finanziate hanno cooperato gli studiosi stessi. Argomentando le loro domande, infatti, questi si sono per lo più limitati a illustrare l’interesse dei temi proposti, facendo riferimento allo “stato della questione” e sottolineando il rilievo degli obiettivi che intendevano conseguire. Solo raramente hanno invece specificato perch‚ e dove – per conseguire tali obiettivi – una certa quantità di fondi dovesse essere spesa in missioni, a quale scopo occorresse acquisire questa o quella attrezzatura ecc. Nella maggior parte dei casi, insomma, è mancata proprio quella puntuale documentazione del fabbisogno in rapporto con le caratteristiche delle fonti, degli strumenti e delle metodologie della ricerca, in assenza della quale una motivata ripartizione delle risorse risulta molto problematica. Anzich‚ come indagini unitarie, molti progetti si sono infine configurati come “contenitori” di autonomi filoni di studio coltivati dai proponenti, quasi che questi ultimi si fossero aggregati non tanto per esigenze di ricerca, quanto essenzialmente per poter accedere ai fondi 40%.
Che tutto ciò non sia passato senza conseguenze sulla distribuzione dei finanziamenti è del tutto ovvio: sebbene il rilievo di un tema e il taglio di una ricerca debbano senza dubbio essere valutati, attribuire i fondi in base ad una gerarchia di rilevanza fondata soltanto su tali elementi è comunque molto opinabile ed è così che, mancandone altri, il criterio “per testa” ha riguadagnato terreno. Giudicare negativamente queste diffuse caratteristiche dei progetti 40% di storia contemporanea sarebbe tuttavia riduttivo. Esse costituiscono in realtà una forma di adattamento a meccanismi di ripartizione delle risorse che da un lato non tengono conto delle gravi carenze delle dotazioni ordinarie nell’Università italiana, dall’altro non corrispondono alle peculiarità della ricerca storica. In questo senso ne segnalano l’incongruenza e pongono problemi che dovrebbero essere affrontati e risolti. Il fatto è che nella maggior parte dei casi i bilanci dei Dipartimenti universitari e gli stessi fondi 60% non sono assolutamente sufficienti a coprire quelle esigenze minime di funzionamento, senza garantire le quali un corretto impiego dei contributi 40% rischia di somigliare alla spesa voluttuaria di una famiglia che viva al limite della sussistenza. Come stupirsi, allora, se gli studiosi si costituiscono in gruppi interuniversitari non tanto perch‚ lo esigano i loro progetti di ricerca, quanto per attingere a risorse alle quali altrimenti non avrebbero accesso, e se ne servono per surrogare le dotazioni ordinarie? Se disponessimo di rendiconti analitici, potremmo facilmente constatare che una quota molto rilevante dei fondi 40% è stata spesa in libri e riviste. Troveremmo forse da eccepire su una parte delle spese per missioni, ma non so quanto sarebbe sensato osservare che gli innumerevoli personal computer acquistati con questi denari non erano specificatamente necessari per le ricerche che hanno permesso di comprarli. In base a queste considerazioni mi è accaduto di sostenere che per la storia contemporanea i fondi 40% sono addirittura troppi e che la questione più urgente e grave è costituita piuttosto da una insopportabile carenza di risorse ordinarie(12). In modo meno provocatorio questa affermazione potrebbe essere riformulata nel senso che quantificare il fabbisogno dei primi sarebbe possibile soltanto ove le seconde venissero garantite in maniera più adeguata, ma i termini del problema non cambierebbero. Negli studi storici è infatti largamente prevalente una ricerca a basso costo, condotta da singoli individui o da piccoli gruppi, che non può essere considerata tout court come un segno di arretratezza e di ritardo se non sul metro di parametri mutuati da altre discipline e palesemente non pertinenti. Non per questo incentivare il lavoro di ‚quipe concentrando una quota significativa dei fondi su progetti e obiettivi di ricerca altrimenti non perseguibili cessa di essere indispensabile, ma per una migliore allocazione delle risorse occorre tener conto che quella individuale è una dimensione costitutiva e ineliminabile della ricerca storica. Nel nostro campo, inoltre, la relazione tra il rilievo di una ricerca, il numero di coloro che vi partecipano e i suoi costi non riveste alcun carattere di necessità. Se l’avesse, le opere più importanti dovrebbero scaturire quasi per definizione dai progetti finanziati sul 40%, ma ovviamente così non è. La questione è assai delicata, ma per chiarirne i termini evitando di formulare giudizi inevitabilmente soggettivi è forse possibile riferirsi ad alcune delle opere selezionate nel 1992-93 per il premio della Società italiana per lo studio della storia contemporanea. Tale selezione esprime infatti gli orientamenti di una parte abbastanza consistente dei cultori della disciplina (13). Ebbene, per non limitarsi che a pochi esempi la relazione esiste per L’officina della guerra di A. Gibelli e per Una guerra civile di C. Pavone (titolare il primo di una ricerca sulla scrittura popolare, il secondo di un progetto sulla guerra civile nell’età contemporanea), ma non è invece riscontrabile per libri come storia dell’Italia repubblicana di S. Lanaro, La repubblica dei partiti di P. Scoppola o la Storia delle origini del fascismo di R. Vivarelli. Con ciò è del tutto evidente che a dover essere posto in discussione è il fondamento stesso di una suddivisione dei fondi, come quella tra 60% e 40%, basata sulla distinzione delle ricerche in due fasce: una per così dire “normale” e l’altra “di interesse nazionale e di rilevante interesse per lo sviluppo della scienza”. Quanto meno per la storia (ma a mio parere non soltanto per essa) si tratta infatti di una distinzione arbitraria e improponibile, non meno di qualsiasi altra gerarchia precostituita a partire da criteri che poco hanno a che vedere con la qualità e l’originalità della ricerca. C’è bisogno di fare osservare che un’opera fondamentale per lo sviluppo della conoscenza e del dibattito storiografico può essere prodotta con pochi mezzi dal lavoro solitario di un singolo studioso non meno che da un nutrito gruppo di ricercatori con il supporto di costose attrezzature, o che una ricerca può essere “di interesse nazionale” a prescindere dalla sua dimensione di scala?
Il primo e fondamentale requisito che un progetto dovrebbe possedere per avere accesso ai finanziamenti 40% non andrebbe insomma determinato in base al numero dei suoi proponenti o a quello delle sedi universitarie, e neppure alla sua teorica rilevanza scientifica, ma in base ai suoi costi. L’originalità di una ricerca, il suo rilievo conoscitivo e metodologico e la stessa quantità di risorse umane e materiali necessarie per realizzarla dovrebbero essere in ogni caso attentamente valutati, ma soltanto in un secondo momento e sotto il profilo della congruità dell’impegno in funzione dei risultati attesi. In altre parole i progetti 40% debbono certo avere un’importanza adeguata ai loro costi, ma non possono essere considerati più importanti degli altri per il solo fatto di costare di più. Ciò detto, occorre essere consapevoli che se agli studiosi non vengono assicurate risorse di base tali da renderne effettivo il diritto-dovere di fare ricerca, con ogni probabilità qualsiasi revisione dei criteri attuali è destinata a lasciare il tempo che trova. Traendo qualche spunto di riflessione dalla mia lunga esperienza di membro di un Comitato consultivo del Cun, ho privilegiato i problemi connessi ai meccanismi di finanziamento e non mi sono invece soffermato sulle indicazioni che le ricerche 40% di storia contemporanea possono fornire sugli indirizzi e le tendenze degli studi. Ciò non è stato casuale. L’ampia diffusione di quelli che ho chiamato “progetti contenitore” e l’assenza di rendiconti scientifici e finanziari mi avrebbero infatti imposto un livello di approssimazione del tutto insoddisfacente, tanto più che i fascicoli delle domande giacciono ormai negli archivi del Ministero. In tali condizioni avrei potuto dire ben poco più di quanto sia possibile evincere dai titoli di queste ricerche, che sono già stati pubblicati assieme ai nominativi dei loro coordinatori nazionali e locali e all’ammontare dei fondi ricevuti (14). Certo non sarebbe stato difficile notare che vi prevalgono temi di storia italiana, o che gli studi su quella che Hobsbawm ha chiamato Age of Extremes sono meno numerosi di quelli di più lungo periodo, ma questi aspetti non riguardano le sole ricerche 40% n‚ hanno attinenza con la quantità e con le modalità dei loro funzionamenti. Qualche ulteriore considerazione, anche se non specificamente relativa alla storia contemporanea, meritano piuttosto lo stato e le prospettive della ricerca nel nostro paese. Nel 1994, con l’entrata in vigore dell’autonomia universitaria, i contributi 60% hanno cessato di esistere e sono stati riassorbiti nel fondo per il finanziamento ordinario dei singoli Atenei. Questa misura, che in un altro contesto avrebbe potuto preludere a una razionalizzazione e forse addirittura a un maggior impegno per la ricerca, rischia invece di preludere effetti opposti. L’autonomia è stata infatti varata attribuendo alle Università risorse insufficienti e non è ingiustificato il timore che questi fondi siano tra i primi ad essere decurtati, trattandosi di una voce di bilancio che può essere compressa più facilmente delle cosiddette spese fisse. Se questo per adesso non è che un pericolo, una generalizzata contrazione dei finanziamenti per la ricerca è in atto già da alcuni anni ed è tanto più consistente se misurata in termini reali (15). Per ciò che riguarda i contributi 40% per la storia contemporanea, ad esempio, dalla mia tabella risulta una diminuzione del 19% dal 1992 al 1994, ma opportunamente deflazionate le stesse cifre mostrerebbero che le proporzioni del fenomeno sono in realtà molto più gravi. Pesanti contraccolpi sulla ricerca ha avuto inoltre la svalutazione della lira, che è calata come una scure sulle già scarse dotazioni per l’acquisto di materiali bibliografici, rendendo addirittura insostenibili i costi di quelli stranieri. D’altra parte non c’è dubbio che vi siano sprechi e disfunzioni enormi da eliminare e che sia indifferibile adottare efficaci strumenti di valutazione e verifica dei risultati, prima fra tutti l’anagrafe nazionale della ricerca. Altrettanto necessaria è inoltre una revisione dei criteri e delle procedure per la ripartizione dei fondi. Per la storia e per gran parte delle scienze umane e sociali, come ho cercato di mostrare, si tratta innanzi tutto di garantire un plafond più adeguato di risorse “ordinarie”, riservando poi una quota per ora non elevatissima dei contributi per la ricerca a un numero limitato di progetti ad alto costo, minuziosamente preparati, documentati e vagliati. Per poter fare cose del genere, tuttavia è indispensabile e urgente una inversione di rotta. Alle soglie del XXI secolo un paese che ambisca alla qualifica di moderno non può certo persistere nella dissennata politica di taglio degli investimenti nell’Università e nella ricerca scientifica in cui l’Italia si distingue già da troppi anni. Se dovessimo continuare così, è sin troppo facile prevedere che a qualcuno di noi – fra non molto e senza bisogno di troppi finanziamenti – toccherà di scrivere la storia di un lento ma inesorabile declino.
TOMMASO DETTI
(Le note sono alla fine del documento)
5. ELENCO DEI PROFESSORI ORDINARI, ASSOCIATI E RICERCATORI DI STORIA CONTEMPORANEA (Per un elenco aggiornato e completo riferirsi al M.U.R.S.T.)
Nell’ultimo numero del bollettino abbiamo pubblicato un elenco delle tesi di dottorato discusse a partire dal 1986. Stiamo mettendo a punto un elenco dettagliato dei dottorati di storia, che speriamo di poter pubblicare nel prossimo numero, insieme ad un aggiornamento dei dati relativi ai concorsi per ricercatore. Proseguiamo intanto l’opera di informazione sullo stato delle discipline del settore contemporaneistico pubblicando l’elenco dei professori di I e II fascia e dei ricercatori attualmente in servizio nelle università italiane.
PROFESSORI ORDINARI
STORIA CONTEMPORANEA Elena AGA ROSSI – Univ. L’AQUILA – LETTERE e FILOSOFIA Aldo AGOSTI – Univ. TORINO – MAGISTERO Elio APIH – Univ. TRIESTE – LETTERE e FILOSOFIA Giuseppe ARE – Univ. PISA – SCIENZE POLITICHE Gaetano ARFE’ – Univ. NAPOLI – SCIENZE POLITICHE Francesco BARBAGALLO – Univ. NAPOLI – LETTERE e FILOSOFIA Giusppe BARONE – Univ. CATANIA – SCIENZE POLITICHE Mario BELARDINELLI – IIIa Univ. ROMA – LETTERE e FILOSOFIA Pietro BEVILACQUA – Univ. BARI – LETTERE e FILOSOFIA Pietro BORZOMATI – Univ.It.Str. PERUGIA – LINGUA e CULT. ITAL. Camillo BREZZI – Univ. SIENA – MAGISTERO Luciano CAFAGNA – Univ. PISA – LETTERE e FILOSOFIA Alfredo CAPONE – IIIa Univ. ROMA – LETTERE e FILOSOFIA Mario CASELLA – Univ. LECCE – MAGISTERO Valerio CASTRONOVO – Univ. TORINO – MAGISTERO Carlo Felice CASULA – Univ. CAGLIARI – SCIENZE POLITICHE Simona COLARIZI – ROMA “La Sapienza” – SOCIOLOGIA Vincenzo COLLOTTI – Univ. FIRENZE – LETTERE e FILOSOFIA Luigi CORTESI – Ist. Orient. NAPOLI – LETTERE e FILOSOFIA Elio D’AURIA – Univ. TUSCIA (VT) – CONS. BENI CULTURALI Franco DE FELICE – ROMA “La Sapienza” – SCIENZE POLITICHE Enrico DECLEVA – Univ. MILANO – LETTERE e FILOSOFIA Tommaso DETTI – Univ. SIENA – LETTERE e FILOSOFIA Agostino GIOVAGNOLI – Univ. Catt. MILANO – LETTERE e FILOSOFIA Mario ISNENGHI – Univ. VENEZIA – LETTERE e FILOSOFIA Ariane LANDUYT – Univ. SIENA – GIURISPRUDENZA Antonio LAZZARINI – Univ. PADOVA – SCIENZE POLITICHE Aurelio LEPRE – Univ. NAPOLI – LETTERE e FILOSOFIA Paolo MACRY – Univ. NAPOLI – LETTERE e FILOSOFIA Francesco MALGERI – ROMA “La Sapienza” – SCIENZE POLITICHE Massimo MAZZETTI – Univ. SALERNO – MAGISTERO Filippo MAZZONIS DI PRALAFERA – Univ. TERAMO – SCIENZE POLITICHE Piero MELOGRANI – Univ. PERUGIA – SCIENZE POLITICHE Renato MORO – IIIa Univ. ROMA – SCIENZE POLITICHE Antonio PAPA – Univ. SALERNO – MAGISTERO Emilio PAPA – Univ. BERGAMO – LINGUE e LETT.STRAN. Francesco PERFETTI – LUISS “G.Carli”ùROMA – SCIENZE POLITICHE Giuliano PROCACCI – ROMA “La Sapienza” – LETTERE e FILOSOFIA Guido QUAZZA – Univ. TORINO – MAGISTERO Romain RAINERO – Univ. MILANO – SCIENZE POLITICHE Alceo RIOSA – Univ. MILANO – SCIENZE POLITICHE Giorgio ROCHAT – Univ. TORINO – SCIENZE POLITICHE Raffaele ROMANELLI – Univ. MESSINA – LETTERE e FILOSOFIA Mario Giuseppe ROSSI – Univ. FIRENZE – LETTERE e FILOSOFIA Giorgio ROSSI – Univ. MILANO – LETTERE e FILOSOFIA Giovanni SABBATUCCI – Univ. MACERATA – LETTERE e FILOSOFIA Maria SALVATI – Univ. BOLOGNA – LETTERE e FILOSOFIA Enzo SANTARELLI – Univ. URBINO – SOCIOLOGIA Pietro SCOPPOLA – ROMA “La Sapienza” – SCIENZE POLITICHE Giovanni SOFRI – Univ. SASSARI – LETTERE e FILOSOFIA Nicola TRANFAGLIA – Univ. TORINO – LETTERE e FILOSOFIA Francesco TRANIELLO – Univ. TORINO – SCIENZE POLITICHE Gabriele TURI – Univ. FIRENZE – LETTERE e FILOSOFIA Romano UGOLINI – Univ. PERUGIA – MAGISTERO Angelo VARNI – Univ. BOLOGNA – LETTERE e FILOSOFIA Francesco VECCHIATO – Univ. VERONA – LINGUE e LETT.STRAN. Danilo VENERUSO – Univ. GENOVA – SCIENZE POLITICHE Angelo VENTURA – Univ. PADOVA – LETTERE e FILOSOFIA Pasquale VILLANI – Univ. NAPOLI – LETTERE e FILOSOFIA Roberto VIVARELLI – Scuola Norm. PISA – Classe di LETTERE Pier Giorgio ZUNINO – Univ. TRIESTE – LETTERE e FILOSOFIA
STORIA DEI MOVIMENTI E DEI PARTITI POLITICI Fausto FONZI – ROMA “La Sapienza” – LETTERE e FILOSOFIA Ernesto GALLI DELLA LOGGIA – Univ. PERUGIA – SCIENZE POLITICHE Paolo POMBENI – Univ. BOLOGNA – SCIENZE POLITICHE
STORIA DEI PARTITI E DEI MOVIMENTI POLITICI Roberto CHIARINI – Univ. MILANO – SCIENZE POLITICHE Emilio GENTILE – ROMA “La Sapienza” – SCIENZE POLITICHE Fabio GRASSI APOSTOLICO ORSINI DUCAS Univ. SIENA – GIURISPRUDENZA Salvatore SECHI – Univ. FERRARA – LETTERE E FILOSOFIA
STORIA DELL’EUROPA CONTEMPORANEA Paul Antony GINSBORG – Univ. FIRENZE – LETTERE E FILOSOFIA Nicolas Adrian O. LYTTELTON – Univ. PISA – LETTERE E FILOSOFIA
STORIA DELL’ITALIA CONTEMPORANEA Paul Richard CORNER – Univ. SIENA – GIURISPRUDENZA
STORIA DELLA STORIOGRAFIA CONTEMPORANEA Regina POZZI – Univ. PISA – LETTERE E FILOSOFIA
STORIA DEL MOVIMENTO OPERAIO
Renato MONTELEONE – Univ. TORINO – SCIENZE POLITICHE
STORIA DEL MOVIMENTO SINDACALE Antonio CARDINI – Univ. SIENA – GIURISPRUDENZA
STORIA DEL RISORGIMENTO Giovanni ALIBERTI – ROMA “La Sapienza” – SCIENZE POLITICHE Fiorella BERTOCCINI – ROMA “La Sapienza” – LETTERE E FILOSOFIA Letterio BRIGUGLIO – Univ. PADOVA – MAGISTERO Cosimo CECCUTI – Univ. FIRENZE – SCIENZE POLITICHE Zeffiro CIUFFOLETTI – Univ. FIRENZE – LETTERE E FILOSOFIA Ornella CONFESSORE PELLEGRINO – Univ. LECCE – LETTERE E FILOSOFIA Maurizio DEGL’INNOCENTI – Univ. SIENA – GIURISPRUDENZA Franco DELLA PERUTA – Univ. MILANO – LETTERE E FILOSOFIA Gian Biagio FURIOZZI – Univ. PERUGIA – MAGISTERO Giulio GUDERZO – Univ. PAVIA – LETTERE E FILOSOFIA Silvio LANARO – Univ. PADOVA – MAGISTERO Umberto LEVRA – Univ. TORINO – LETTERE E FILOSOFIA Bianca MONTALE – Univ. GENOVA – MAGISTERO Guido PESCOSOLIDO – ROMA “La Sapienza” – LETTERE E FILOSOFIA Arnaldo SALVESTRINI – Univ. FIRENZE – LETTERE E FILOSOFIA Alfonso SCIROCCO – Univ. NAPOLI – LETTERE E FILOSOFIA Giuseppe TALAMO – IIIa Univ. ROMA – LETTERE E FILOSOFIA
PROFESSORI ASSOCIATI
METODOLOGIA DELLA RICERCA STORICA Ada Teresa FERRARI – Univ. MILANO – SCIENZE POLITICHE Giovanni GRECO – Univ. BOLOGNA – MAGISTERO Liliana GUAZZO LANZARDO – Univ. TRIESTE – LETTERE E FILOSOFIA Luisella PASSERINI – Univ. TORINO – MAGISTERO
STORIA CONTEMPORANEA Filiberto AGOSTINI – Univ. PADOVA – SCIENZE POLITICHE Alessandro ALBERTAZZI – Univ. BOLOGNA – MAGISTERO Franco ANDREUCCI – Univ. PISA – LETTERE E FILOSOFIA Maurizio ANTONIOLI – Univ. MILANO – SCIENZE POLITICHE Angelina ARRU – Ist. Orient. NAPOLI – SCIENZE POLITICHE Pier Luigi BALLINI – Univ. FIRENZE – SCIENZE POLITICHE Rosario BATTAGLIA – Univ. MESSINA – SCIENZE POLITICHE Fulvio CAMMARANO – Univ. BOLOGNA – SCIENZE POLITICHE Alfredo CANAVERO – Univ. MILANO – LETTERE e FILOSOFIA Stefano CARETTI – Univ. SIENA – LETTERE e FILOSOFIA Luciano CASALI – Univ. BOLOGNA – LETTERE e FILOSOFIA Silvana CASMIRRI – Univ. CASSINO – LETTERE e FILOSOFIA Francesco Maria CECCHINI – Univ. URBINO – LETTERE e FILOSOFIA Ferdinando CORDOVA – ROMA “La Sapienza” – LETTERE e FILOSOFIA Giampaolo Vittorio D’ANDREA – Univ.BASILICATA (PZ) – LETTERE e FILOSOFIA Andreina DE CLEMENTI ùIst. Orient. NAPOLI – LINGUE E LETT. STRAN. Enrica DELLE DONNE ROBERTAZZI – Univ. SALERNO – MAGISTERO Adriana DI LEO – Univ. SALERNO – SCIENZE POLITICHE Carmelo Giovanni DONNO – Univ. LECCE – MAGISTERO Antonio FINO – Univ. LECCE – MAGISTERO Sandro FONTANA – Univ. BRESCIA – ECONOMIA Vito GALLOTTA – Univ. BARI – MAGISTERO Maria GARBARI – IULM – MILANO – LINGUE e LETT.STRAN. Antonio GIBELLI – Univ. GENOVA – LETTERE e FILOSOFIA Gabriella GRIBAUDI STARACE – Univ. NAPOLI – SOCIOLOGIA Gianni ISOLA – Univ. TRENTO – LETTERE e FILOSOFIA Gian Carlo JOCTEAU – Univ. TORINO – LETTERE e FILOSOFIA Luisa MANGONI DI SANTO STEFANO CERVELLI – Univ. TRENTO – SOCIOLOGIA Giuseppe Carlo MARINO – Univ. PALERMO – MAGISTERO Ennio MASERATI – Univ. TRIESTE – SCIENZE POLITICHE Attanasio MOZZILLO – Univ. SALERNO – LETTERE e FILOSOFIA Claudio NATOLI – Univ. CAGLIARI – MAGISTERO Giacomina NENCI CARETTONI – Univ. PERUGIA – LETTERE e FILOSOFIA Giuseppe PAPAGNO – Univ. PARMA – LETTERE e FILOSOFIA Gianni PERONA – Univ. TORINO – MAGISTERO Paolo PEZZINO – Univ. PISA – LETTERE e FILOSOFIA Francesco PIVA – ROMA “Tor Vergata” – LETTERE e FILOSOFIA Stefano PIVATO – Univ. URBINO – LINGUE e LETT.STRAN. Maurizio PUNZO – Univ. MILANO – LETTERE e FILOSOFIA Leonardo RAPONE – Univ. TUSCIA (VT) – LINGUE LETT.STR.MOD. Sandro ROGARI – Univ. FIRENZE – SCIENZE POLITICHE Anna ROSSI DORIA – Univ. della CALABRIA – ECONOMIA Luigino ROSSI – Univ. SALERNO – SCIENZE POLITICHE Umberto SERENI – Univ. UDINE – LETTERE e FILOSOFIA Simonetta SOLDANI – Univ. FIRENZE – LETTERE e FILOSOFIA Marina TESORO OSCULATI – Univ. PAVIA – SCIENZE POLITICHE Lucio VILLARI – IIIa Univ. ROMA – LETTERE e FILOSOFIA Eligio VITALE – Univ. L’AQUILA – LETTERE e FILOSOFIA Luciano ZANI – Univ. CAMERINO – GIURISPRUDENZA
STORIA DEI MOVIMENTI E DEI PARTITI POLITICI Manlio BRIGAGLIA – Univ. SASSARI – LETTERE E FILOSOFIA Augusto DE BENEDETTI – Univ. URBINO – SOCIOLOGIA Santi FEDELE – Univ. MESSINA – LETTERE E FILOSOFIA Severino GALANTE – Univ. PADOVA – SCIENZE POLITICHE Luciana GARIBBO – Univ. GENOVA – SCIENZE POLITICHE Giuseppe MAIONE – Univ. BOLOGNA – SCIENZE POLITICHE Leonardo PAGGI – Univ. MODENA – ECONOMIA Giannantonio PALADINI – Univ. VENEZIA – LINGUE E LETT. STRAN. Maurizio REBERSCHAK – Univ. VENEZIA – LETTERE E FILOSOFIA Domenico SELIS – Univ. CAGLIARI – SCIENZE POLITICHE Rosario SPAMPINATO – Univ. CATANIA – SCIENZE POLITICHE Giuseppe TAMBURRANO – Univ. CATANIA – SCIENZE POLITICHE Alberto TOVAGLIERI – O – Univ. TORINO – SCIENZE POLITICHE Marcella MARMO – Univ. NAPOLI – LETTERE E FILOSOFIA Luigi PARENTE – Ist. Orient. NAPOLI – LETTERE E FILOSOFIA
Antonio PARISELLA – Univ. PARMA – LETTERE E FILOSOFIA Adolfo PEPE – Univ. TERAMO – SCIENZE POLITICHE
STORIA DEL GIORNALISMO Rita CAMBRIA – Univ. MILANO – LETTERE E FILOSOFIA Bruno DI PORTO – Univ. PISA – LETTERE E FILOSOFIA Marina MILAN – Univ. GENOVA – SCIENZE POLITICHE Vittorio PAOLUCCI – Univ. URBINO – SOCIOLOGIA
STORIA DEL GIORNALISMO E DELL’INFORMAZIONE Laura PISANO – Univ. CAGLIARI – MAGISTERO
STORIA DEL LAVORO Ignazio MASULLI – Univ. BOLOGNA – LETTERE E FILOSOFIA
STORIA DEL MEZZOGIORNO Francesco BARRA – Univ. SALERNO – MAGISTERO Antonino CHECCO – Univ. MESSINA – SCIENZE POLITICHE Anna Lucia DENITTO PASIMENI – Univ. LECCE – MAGISTERO Giuseppe IMBUCCI – Univ. SALERNO – MAGISTERO Maria SILVESTRI MASTROBERNARDINO – Univ. CASSINO – LETTERE E FILOSOFIA
STORIA DEL MEZZOGIORNO NELL’ETA’ MODERNA E CONTEMPORANEA Alfio SIGNORELLI – Univ. TERAMO – SCIENZE POLITCHE
STORIA DEL MOVIMENTO OPERAIO Antonio Maria MOSCATO – Univ. LECCE – MAGISTERO
STORIA DEL MOVIMENTO OPERAIO E SINDACALE Lorenzo GESTRI – Univ. PISA – LETTERE E FILOSOFIA Adriana LAI – Univ. TORINO – LETTERE E FILOSOFIA
STORIA DEL MOVIMENTO SINDACALE Gigliola DINUCCI MARCUCCI – Univ. FIRENZE – LETTERE E FILOSOFIA Giancarlo PELLEGRINI – Univ. PERUGIA – SCIENZE POLITICHE
STORIA DELL’AGRICOLTURA Fiorenzo LANDI – Univ. BOLOGNA – LETTERE E FILOSOFIA
STORIA DELLA CITTA’ E DEL TERRITORIO Renato COVINO – Univ. PERUGIA – LETTERE E FILOSOFIA
STORIA DELLA GERMANIA Gustavo CORNI – Univ. TRIESTE – LETTERE E FILOSOFIA
STORIA DELLA QUESTIONE MERIDINALE Claudia PETRACCONE LEPRE – Univ. NAPOLI – LETTERE E FILOSOFIA
STORIA DELLA SARDEGNA Maria Luisa PLAISANT – Univ. CAGLIARI – LETTERE E FILOSOFIA
STORIA DELLLA SPAGNA CONTEMPORANEA Gabriele RANZATO – Univ. PISA – LETTERE E FILOSOFIA Claudio VENZA – Univ. TRIESTE – LETTERE E FILOSOFIA
STORIA DELLA STAMPA, DEL GIORNALISMO E DELL’INFORMAZIONE Sergio TURONE – Univ. TERAMO – SCIENZE POLITICHE
STORIA DELLA STORIOGRAFIA CONTEMPORANEA Gianpasquale SANTOMASSIMO – Univ. SIENA – LETTERE E FILOSOFIA
STORIA DELLE COMUNICAZIONI DI MASSA Giuseppe GUBITOSI – Univ. PERUGIA – SCIENZE POLITICHE
STORIA DELL’INDUSTRIA Alberto DE BERNARDI – Univ. BOLOGNA – LETTERE E FILOSOFIA Federico PIRRO – Univ. BARI – LETTERE E FILOSOFIA Domenico PRETI – Univ. FIRENZE – ECONOMIA
STORIA DELL’INGHILTERRA E DEL COMMONWEALTH NEL SECOLO XX Luigi GANAPINI – Univ. BOLOGNA – LETTERE E FILOSOFIA
STORIA DELL’ITALIA CONTEMPORANEA Gabriella CIAMPI GIORDANO – Univ. TUSCIA (VT) – CONS. BENI CULT. Luigi MASELLA – Univ. BARI – LETTERE E FILOSOFIA Marco PALLA – Univ. TRIESTE – LETTERE E FILOSOFIA Franco RAMELLA GIGLIARDI – Univ. TORINO – LETTERE E FILOSOFIA
STORIA DELL’ITALIA DEL XX SECOLO Marina Gabriella SABA ADDIS – Univ. SASSARI – LETTERE E FILOSOFIA
STORIA DELL’EUROPA Maria Cristina GIUNTELLA – Univ. PERUGIA – MAGISTERO
STORIA DELL’EUROPA CONTEMPORANEA Pietro ALBONETTI – Univ. BOLOGNA – LETTERE E FILOSOFIA Annarita BUTTAFUOCO – Univ. SIENA – MAGISTERO Francesco Paolo RIZZI – IIIa Univ. ROMA – LETTERE E FILOSOFIA
STORIA DELL’EUROPA ORIENTALE Pasquale FORNARO – Univ. MESSINA – LETTERE E FILOSOFIA
STORIA DEL RISORGIMENTO Alberto Mario BANTI – Univ. PISA – LETTERE E FILOSOFIA Pasqualino BELLU – Univ. SASSARI – LETTERE E FILOSOFIA Renata DE LORENZO – Univ. NAPOLI – LETTERE E FILOSOFIA Luisa DODI OSNAGHI – Univ. MILANO – LETTERE E FILOSOFIA Bruno FICCADENTI – Univ. URBINO – MAGISTERO Emilio FRANZINA – Univ. NESSINA – LETTERE E FILOSOFIA Raffaele GIURA LONGO – Univ. BARI – LETTERE E FILOSOFIA Gennaro INCARNATO – Univ. SALERNO – LETTERE E FILOSOFIA Daniela MALDINI CHIARITO – Univ. TORINO – MAGISTERO Michele MILLOZZI – Univ. MACERATA – LETTERE E FILOSOFIA Giuseppe MONSAGRATI – ROMA “La Sapienza” – LETTERE E FILOSOFIA Leopoldo ORTU – Univ. CAGLIARI – LETTERE E FILOSOFIA Ilaria PORCIANI BORACCHINI – Univ. BOLOGNA – LETTERE E FILOSOFIA Maria Marcella RIZZO – Univ. LECCE – LETTERE E FILOSOFIA Pietro SIINO – Univ. PALERMO – MAGISTERO Lucilla TRUDU – Univ. CAGLIARI – MAGISTERO Giorgio VECCHIO – Univ. PARMA – LETTERE E FILOSOFIA
STORIA D’ITALIA NEL SECOLO XX Massimo LEGNANI – Univ. BOLOGNA – LETTERE E FILOSOFIA
STORIA DI UNA REGIONE ITALIANA Diana CARMINATI MARENGO – Univ. TORINOù MAGISTERO
STORIA MODERNA Fulvio SALIMBENI – Univ. TRIESTE – MAGISTERO
STORIA MODERNA E CONTEMPORANEA Maria Grazia BIAGI – Univ. PISA – LINGUE E LETT. STRAN. Giovanni PILLININI Univ. VENEZIA – LINGUE E LETT. STRAN.
STORIA MILITARE Alberto SANTONI – Univ. PISA – LETTERE E FILOSOFIA
STORIA SOCIALE Rocco CERRATO – Univ. URBINO – SOCIOLOGIA Paolo SORCINELLI – Univ. BOLOGNA – LETTERE E FILOSOFIA
STORIA SOCIALE (CONTEMPORANEA) Simonetta ORTAGGI CAMMAROSANO – Univ. TRIESTE – LETTERE E FILOSOFIA Giovanna PROCACCI – Univ. MODENA – ECONOMIA
INQUADRATO SU SETTRORE Lucio D’ANGELO – Univ. PERUGIA – MAGISTERO

RICERCATORI
Gian Nicola AMORETTI – – Univ. GENOVA – MAGISTERO Lucio ATTORRE – – Univ.BASILICATA (PZ) – LETTERE e FILOSOFIA Francesco ATZENI – – Univ. CAGLIARI – LETTERE e FILOSOFIA Roberto BALZANI – – Univ. BOLOGNA – LETTERE e FILOSOFIA Rosanna BASSO – – Univ. LECCE – MAGISTERO Nicola BELLINI ù – Sc.Sup.St.Un.P. PISA – Cl. SCIENZE SOCIALI Elisabetta BENENATI – – Univ. TORINO – SCIENZE POLITICHE Giampietro BERTI – – Univ. PADOVA – MAGISTERO Gianfranco BERTOLO – – Univ. MILANO – SCIENZE POLITICHE Gian Carlo BERTUZZI – – Univ. TRIESTE – LETTERE e FILOSOFIA Maria Luisa BETRI – – Univ. MILANO – LETTERE e FILOSOFIA Bruna BIANCHI – – Univ. VENEZIA – LETTERE e FILOSOFIA Ornella BIANCHI – – Univ. BARI – GIURISPRUDENZA Dario BIOCCA – – Univ. PERUGIA – SCIENZE POLITICHE Luigi BLANDINI – – Univ. PERUGIA – LETTERE e FILOSOFIA Alfonso BOTTI – – Univ. URBINO – SOCIOLOGIA Gabriella BOTTI MASUCCI – – Univ. NAPOLI – LETTERE e FILOSOFIA Sergio BOVA – – Univ. TORINO – MAGISTERO Paola BRESSO – – Univ. TORINO – SCIENZE POLITICHE Pietro BRUNELLO – – Univ. VENEZIA – LETTERE e FILOSOFIA Luigi BRUTI LIBERATI – – Univ. MILANO – LETTERE e FILOSOFIA Rosaria Clelia CABIBBO – – IIIa Univ. ROMA – LETTERE e FILOSOFIA Luciana CAMINITI – – Univ. MESSINA – SCIENZE POLITICHE Mauro CANALI – – Univ. CAMERINO – GIURISPRUDENZA Gioiella CAPPELLI – – Univ. FIRENZE – SCIENZE POLITICHE Mariarosa CARDIA GINESU – – Univ. CAGLIARI – MAGISTERO Giorgio CAREDDA – – ROMA “La Sapienza” – LETTERE e FILOSOFIA Annalisa CARLOTTI – – Univ. Catt. MILANO – LETTERE e FILOSOFIA Anna Maria CAROLEO – – Univ. MESSINA – LETTERE e FILOSOFIA Giovanni CARPINELLI – – Univ. TORINO – SCIENZE POLITICHE Maria CASALINI – – Univ. FIRENZE – LETTERE e FILOSOFIA Pietro CAVALLO – – Univ. SALERNO – LETTERE e FILOSOFIA Federico CEREJA – – Univ. TORINO – SCIENZE POLITICHE Donatella CHERUBINI – – Univ. SIENA – GIURISPRUDENZA Attilio CHITARIN – – ROMA “La Sapienza” – LETTERE e FILOSOFIA Antonio CICALA – – Univ. MESSINA – LETTERE e FILOSOFIA Marina COMEI – – Univ. BARI – GIURISPRUDENZA Fulvio CONTI – – Univ. FIRENZE – SCIENZE POLITICHE Giuseppe CONTI – – ROMA “La Sapienza” – SCIENZE POLITICHE Piero CONTI – – Univ. GENOVA – LETTERE e FILOSOFIA Paola CORTI – – Univ. TORINO – MAGISTERO Ennio CORVAGLIA – – Univ. BARI – LETTERE e FILOSOFIA Giuseppe COVINO – – Univ. SALERNO – MAGISTERO Guido CRAINZ – – Univ. TERAMO – SCIENZE POLITICHE Raffaele D’AGATA – – ROMA “La Sapienza” – SCIENZE POLITICHE Anna Maria D’ANDREA – – Univ. MESSINA – SCIENZE POLITICHE Pier Paolo D’ATTORE – – Univ. BOLOGNA – LETTERE e FILOSOFIA Adriana DADA’ CIMBALO – – Univ. FIRENZE – LETTERE e FILOSOFIA Ester DE FORT – – Univ. TORINO – LETTERE e FILOSOFIA Maria DE GIORGI DE NOTARISTEFANI – – Univ. LECCE – LETTERE e FILOSOFIA Fulvio DE GIORGI – Univ. Catt. MILANO – LETTERE e FILOSOFIA Silvio DE MAJO – – Univ. NAPOLI – LETTERE e FILOSOFIA Paolo DE MARCO – – Univ. NAPOLI – LETTERE e FILOSOFIA Vittorio DE MARCO – – Univ. MOLISE (CB) – ECONOMIA Domenico DE NAPOLI – – Univ. CASSINO – LETTERE e FILOSOF a DI PAOLA – – Univ. MESSINA – SCIENZE POLITICHE Pia Maria DIGIORGIO – – Univ.BASILICATA (PZ) – LETTERE e FILOSOFIA Patrizia DOGLIANI – – Univ. BOLOGNA – SCIENZE POLITICHE Edgardo DONATI – – Univ. FIRENZE – LETTERE e FILOSOFIA Antonella ERCOLANI – – Univ. CASSINO – LETTERE e FILOSOFIA Assunta Rita Anna ESPOSITO – – ROMA “La Sapienza” – SCIENZE POLITICHE Emilio FALCO – – ROMA “La Sapienza” – SCIENZE POLITICHE Emma FATTORINI – – ROMA “La Sapienza” – LETTERE e FILOSOFIA Andrea FAVA – – ROMA “La Sapienza” – SCIENZE POLITICHE Giovanni FEDERICO – – Univ. PISA – LETTERE e FILOSOFIA Maria Luisa FERRARI APRILI – – Univ. VERONA – LINGUE e LETT.STRAN. Massimo FERRARI – – Univ. Catt. MILANO – MAGISTERO Valdo FERRETTI – – ROMA “La Sapienza” – SCIENZE POLITICHE Giorgio FIOCCA – – ROMA “La Sapienza” – SCIENZE POLITICHE Nadia FLORES – – IIIa Univ. ROMA – LETTERE e FILOSOFIA Giuseppa Carmela R. FOIS – – Univ. SASSARI – LETTERE e FILOSOFIA Guido FORMIGONI – – IULM – MILANO – LINGUE e LETT.STRAN. Giuliana FRANCHINI – – Univ. GENOVA – LETTERE e FILOSOFIA Silvia Caterina FRANCHINI – – Univ. FIRENZE – LETTERE e FILOSOFIA Rossella FRANCO – – Univ. FIRENZE – LETTERE e FILOSOFIA Carlo FUMIAN – – Univ. PADOVA – LETTERE e FILOSOFIA Gloria GABRIELLI – – ROMA “La Sapienza” – SOCIOLOGIA Dianella GAGLIANI – – Univ. BOLOGNA – LETTERE e FILOSOFIA Giovanni Battista GALLINA – – Univ. SALERNO – MAGISTERO Luciana GIACHERI FOSSATI – – Univ. TORINO – LETTERE e FILOSOFIA Anita GINELLA – – Univ. GENOVA – MAGISTERO Gabriella GIUSTI SOMOGYI – – ROMA “La Sapienza” – SCIENZE POLITICHE Romolo GOBBI – – Univ. TORINO – MAGISTERO Giovanni GOZZINI – – Univ. VERONA – LETTERE e FILOSOFIA Ivano GRANATA – – Univ. MILANO – LETTERE e FILOSOFIA Marco GRANDI – – Univ. GENOVA – MAGISTERO
Luciano Maria GRANOZZI – – Univ. CATANIA – LETTERE e FILOSOFIA Andrea GRAZIOSI – – Univ. NAPOLI – ECONOMIA Laura GUIDI – – Univ. NAPOLI – LETTERE e FILOSOFIA Pasquale IACCIO – – Univ. SALERNO – LETTERE e FILOSOFIA Anna Maria ISASTIA CALDARA – – ROMA “La Sapienza” – LETTERE e FILOSOFIA Pasquale IUSO – – Univ. TERAMO – SCIENZE POLITICHE Marco Pietro LANCELLOTTI – – IIIa Univ. ROMA – LETTERE e FILOSOFIA Simona Daniela LAUDANI – – Univ. CATANIA – LETTERE e FILOSOFIA Alba LAZZARETTO – – Univ. PADOVA – SCIENZE POLITICHE Fabio LEVI – – Univ. TORINO – LETTERE e FILOSOFIA Pietro Angelo LOMBARDI – – Univ. PAVIA – LETTERE e FILOSOFIA Antonio LOMBARDO – – ROMA “Tor Vergata” – LETTERE e FILOSOFIA Adalgisa LONNI – – Univ. TORINO – MAGISTERO Salvatore LUPO – – Univ. NAPOLI – ECONOMIA Giulio MACHETTI – – Ist. Orient. NAPOLI – SCIENZE POLITICHE Paola MAGNARELLI – – Univ. MACERATA – LETTERE e FILOSOFIA Rosario MANGIAMELI – – Univ. CATANIA – SCIENZE POLITICHE Daniele MARCHESINI – – Univ. PARMA – LETTERE e FILOSOFIA Luciano MARROCU – – ROMA “La Sapienza” – LETTERE e FILOSOFIA Stefano MARTINELLI – – Univ. FIRENZE – LETTERE e FILOSOFIA Giannarita MELE – – Univ. CAGLIARI – MAGISTERO Maria Grazia MERIGGI – – Univ. BERGAMO – LINGUE e LETT.STRAN. Giovanna MILLEVOLTE – – Univ. L’AQUILA – LETTERE e FILOSOFIA Claudia MINCIOTTI – – Univ. PERUGIA – LETTERE e FILOSOFIA Augusta MOLINARI – – Univ. GENOVA – LETTERE e FILOSOFIA Giovanni MONTRONI – – Univ. NAPOLI – LETTERE e FILOSOFIA Alba MORA – – Univ. PARMA – LETTERE e FILOSOFIA Michelangelo MORANO – – Univ.BASILICATA (PZ) – LETTERE e FILOSOFIA Luisa MORESCHI – – Univ. BOLOGNA – MAGISTERO Mauro MORETTI – – Scuola Norm. PISA – Classe di LETTERE Maria Elisabetta NARDINI – – Univ. PADOVA – SCIENZE POLITICHE Cosima NASSISI – – Univ. LECCE – LETTERE e FILOSOFIA Maria Gabriella NEJROTTI – – Univ. MILANO – LETTERE e FILOSOFIA Paolo NELLO – – Univ. PISA – SCIENZE POLITICHE Simone NERI SERNERI – – Univ. SIENA – GIURISPRUDENZA Nicola ODDATI – – Univ. SALERNO – MAGISTERO Alicia Mabel OLIVIERI BARBE’ – – Univ. TORINO – SCIENZE POLITICHE Vincenzo PACIFICI – – ROMA “La Sapienza” – LETTERE e FILOSOFIA Guido PANICO – – Univ. SALERNO – MAGISTERO Marco Salvatore PAOLINO – – Univ. TUSCIA (VT) – CONS. BENI CULTURALI Amelia PAPARAZZO – – Univ. della CALABRIA – LETTERE e FILOSOFIA Giuseppe PARLATO – – ROMA “La Sapienza” – SCIENZE POLITICHE Ernesta PARROCO – – Univ. PALERMO – MAGISTERO Carmelo PASIMENI – – Univ. LECCE – LETTERE e FILOSOFIA Serenella PEGNA BARBUTI – – Univ. PISA – SCIENZE POLITICHE Santo PELI – – Univ. PADOVA – SCIENZE POLITICHE Roberto PERTICI – – Scuola Norm. PISA – Classe di LETTERE Anna PESSINA – – Univ. NAPOLI – LETTERE e FILOSOFIA Adriana PETRONIO NOBILE – – Univ. TRIESTE – LETTERE e FILOSOFIA Massimiliano PEZZI – – Univ. BARI – GIURISPRUDENZA Lidia PICCIONI – – ROMA “La Sapienza” – LETTERE e FILOSOFIA Maria Serena PIRETTI GAMBARI – – Univ. BOLOGNA – SCIENZE POLITICHE Beatrice PISA DI MONTEROSA – – ROMA “La Sapienza” – SCIENZE POLITICHE Margherita PLATANIA – – Univ. SALERNO – LETTERE e FILOSOFIA Silvio PONS – – Univ. BARI – LETTERE e FILOSOFIA Alberto PONSI – – Univ. FIRENZE – LETTERE e FILOSOFIA Maria Rosaria PORCARO – – Univ. PERUGIA – LETTERE e FILOSOFIA Gabriella PORTALONE – – Univ. PALERMO – SCIENZE POLITICHE Alberto PRETI – – Univ. BOLOGNA – MAGISTERO Raoul PUPO – – Univ. TRIESTE – SCIENZE POLITICHE Gaetano QUAGLIARIELLO – – Univ. L’AQUILA – LETTERE e FILOSOFIA Rosaria QUARTARARO – – ROMA “La Sapienza” – SCIENZE POLITICHE Francesca RICCOBONO – – Univ. PALERMO – MAGISTERO Roberto ROMANO – – Univ. MILANO – LETTERE e FILOSOFIA Alberto ROSSANO – – Univ. NAPOLI – SCIENZE POLITICHE Paride RUGAFIORI – – Univ. TORINO – LETTERE e FILOSOFIA Domenico SACCO – – Univ. LECCE – MAGISTERO Marco SAGRESTANI – – Univ. FIRENZE – SCIENZE POLITICHE Patrizia SALVETTI – – ROMA “La Sapienza” – SCIENZE POLITICHE Laura SAVELLI – – Univ. PISA – LETTERE e FILOSOFIA Domenico SCACCHI – – IIIa Univ. ROMA – LETTERE e FILOSOFIA Laura SCALPELLI – – ROMA “La Sapienza” – SCIENZE POLITICHE Lucia SCARAFFIA GIOLITTI – – ROMA “La Sapienza” – LETTERE e FILOSOFIA Emma SCARAMUZZA – – Univ. MILANO – LETTERE e FILOSOFIA Mirella SCARDOZZI – – Univ. PISA – LETTERE e FILOSOFIA Fausto SCHIAVETTO – – Univ. PADOVA – SCIENZE POLITICHE Sandro SETTA – – ROMA “La Sapienza” – SOCIOLOGIA Elisa SIGNORI – – Univ. PAVIA – LETTERE e FILOSOFIA Sergio SOAVE – – Univ. TORINO – SCIENZE POLITICHE Maria Carmela SORU – – Univ. CAGLIARI – MAGISTERO Mario SPAGNOLETTI – – Univ. BARI – GIURISPRUDENZA Alessandra STADERINI – – ROMA “La Sapienza” – SCIENZE POLITICHE Mauro STAMPACCHIA – – Univ. PISA – SCIENZE POLITICHE Lorenzo STRIK LIEVERS – – Univ. MILANO – LETTERE e FILOSOFIA Michele STUPIA – – Univ. MESSINA – SCIENZE POLITICHE
Fiorenza TAROZZI MUSIANI – – Univ. BOLOGNA – LINGUE e LETT.STRAN. Pietro TINO – – IIIa Univ. ROMA – LETTERE e FILOSOFIA Bruno TOBIA – – ROMA “La Sapienza” – LETTERE e FILOSOFIA Eugenia TOGNOTTI – – Univ. SASSARI – SCIENZE POLITICHE Rita TOLOMEO CASTELLI – – ROMA “La Sapienza” – LETTERE e FILOSOFIA Luigi TOMASSINI – – Univ. FIRENZE – LETTERE e FILOSOFIA Anna TONELLI – – Univ. URBINO – SCIENZE POLITICHE Carla TONINI RU03ù – Univ. BOLOGNA – LETTERE e FILOSOFIA Maria Elisabetta TONIZZI – – Univ. GENOVA – SCIENZE POLITICHE Gianfranco TORE – – Univ. CAGLIARI – MAGISTERO Mario TOSCANO – – ROMA “La Sapienza” – SCIENZE POLITICHE Giuseppa Giovanna TRAVAGLIANTE – – Univ. CATANIA – LETTERE e FILOSOFIA Stefano TRINCHESE – – Univ. CASSINO – LETTERE e FILOSOFIA Assunta Angela Vera TROVA – – Univ. SASSARI – SCIENZE POLITICHE Giampaolo VALDEVIT – – Univ. TRIESTE – MAGISTERO Lucia VALENZI – – Univ. NAPOLI – LETTERE e FILOSOFIA Donatella VESETTI JANNINI – – Univ. BOLOGNA – LETTERE e FILOSOFIA Antonello Livio VENTURI – – Univ. PISA – LETTERE e FILOSOFIA Cesare VETTER – – Univ. TRIESTE – LETTERE e FILOSOFIA Anna Maria VINCI CONA SRPIC
6.ELENCO DEI SOCI SISSCO
Piero Bevilacqua* Eugenio Biagini* Maria Pia Bigaran Francesco Bonini Alfonso Botti Anna Bravo Luciano Cafagna Gian Carlo Calcagno* Luciana Caminiti* Fulvio Cammarano* Valeria Camporesi Renato Camurri* Vittorio Cappelli* Alberto Caracciolo Cristina Cassina* Valerio Castronovo Marina Cattaruzza* Stefano Cavazza* Laura Cerasi Sondra Cerrai* Andrea Ciampani* Monica Cioli* Zefiro Ciuffoletti Giuseppe Civile Fulvio Conti* Giovanni Contini* Paul Corner* Guido Crainz* Barbara Curli* Brunella Dalla Casa Leandra D’Antone Pier Paolo D’Attorre Cecilia Dau Novelli Alberto De Bernardi Andreina De Clementi* Franco De Felice Fulvio De Giorgi Costanza D’Elia Gabriele De Rosa Tommaso Detti Paola Di Cori Marco Di Giovanni* Loreto Di Nucci Patrizia Dogliani* Mirco Dondi* Carmine Donzelli David D. Ellwood* Ester Fano* Emma Fattorini Ida Fazio Giovanni Federico Daniela Felisini* Alberto Ferraboschi Vinzia Fiorino* Filippo Focardi* Emilio Franzina Paolo Frascani Carlo Fumian Dianella Gagliani Ernesto Galli Della Loggia Angelo Gaudio* Giuliana Gemelli Lorenzo Gestri Paul Ginsborg Ellen Ginzburg Luciano Granozzi Gabriella Gribaudi Giuseppe Gubitosi Giovanni Guidi Maddalena Guiotto* Mario Isnenghi Gianni Isola Lutz Klinkhammer* Nicola Labanca* Vito Labita Adriana Lai* Silvio Lanaro Giuliana Laschi Simona Laudani Fabio Levi* Umberto Levra Francesco Luciani* Salvatore Lupo* Adrian Lyttelton Paolo Macry Paola Magnarelli Adele Maiello Maria Malatesta Emma Mana Rosario Mangiameli* Luisa Mangoni Brunello Mantelli* Daniele Marchesini Marcella Marmo Manuela Martini* Luigi Masella Filippo Mazzonis* Piero Melograni Francesco Mercurio Marco Meriggi* Giovanna Millevolte Claudia Minciotti Giancarlo Monina* Silvano Montaldo* Aldino Monti Giovanni Montroni Cesare Mozzarelli Luigi Musella Stefano Mussi Michela Nacci Vera Negri Zamagni Giacomina Nenci Simone Neri Serneri* Gabriella Nisticò Serge Noiret Giovanni Orsina* Simonetta Ortaggi Peppino Ortoleva Chiara Ottaviano Leonardo Paggi Roberto Parisini Luisa Passerini Caludio Pavone* Sandra Pescarolo Jans Petersen Marta Petrusewicz* Paolo Pezzino* Maura Piccialuti* Lidia Piccioni Maria Serena Piretti* Manuel Plana Alessandro Polsi* Paolo Pombeni* Daniele Pompejano Ilaria Porciani* Alberto Preti* Giovanna Procacci* Gaetano Quagiarello* Giovanni Raffele* Gabrile Ranzato Antonino Recupero Flores Reggiani Andrea Riccardi Maurizio Ridolfi Giorgio Rochat Raffaele Romanelli* Anna Rossi Doria* Marco Rovelli* Paride Rugafiori Fabio Rugge Maria Grazia Ruggerini* Giovanni Sabbatucci* Fulvio Salimbeni* Mariuccia Salvati* Silvia Salvatici* Biagio Salvemini Giulio Sapelli Raffaella Sarti* Laura Savelli* Lino Scalco Lucetta Scaraffia Mirella Scardozzi Lorenza Sebesta* Luciano Segreto Umberto Sereni* Alfio Signorelli Elisa Signori* Gianni Sofri Simonetta Soldani Carlotta Sorba* Paolo Sorcinelli Carlo Spagnolo Wolfang Schieder Giuseppe Talamo Fiorenza Tarozzi* Ermanno Taviani* Pina Travagliante Massimo Teodori Marina Tesoro Arnaldo Testi* Bruno Tobia Elisabetta Tonizzi* Eugenio Torrese Francesco Traniello* Nicola Tranfaglia* Simona Trombetta* Gabriele Turi Angelo Varni Maurizio Vaudagna Angelo Ventrone Eligio Vitale* Bruno P. F. Wanrooij Luciano Zani Isabella Zanni Rosiello
* l’asterisco indica i soci in regola con il pagamento delle quote. Ricordiamo che a partire dal prossimo numero verrà sospeso l’invio del bollettino ai soci non in regola con il pagamento da due anni.
7. INFORMAZIONI
Istituto italiano per gli studi storici Benedetto Croce – Napoli – Concorso a borse di studio per laureati di nazionalità italiana
L’Istituto Italiano per gli Studi Storici bandisce il concorso a dodici borse di studio per l’anno accademico 1996-1997, per giovani laureati in Università italiane. L’importo di ciascuna borsa sarà: – di LIT. 12.000.000, qualora i vincitori non risiedano nella Regione Campania – di LIT. 8.000.000, se residenti nella Regione Campania
Inoltre viene messa a concorso una borsa di studio intitolata a “Federico II”, di LIT. 12.000.000, offerta dall’Università di Napoli, per laureati nelle Università della Campania, dell’Abruzzo, del Molise, della Puglia, della Basilicata, della Calabria, della Sicilia e della Sardegna, con una tesi di argomento medievistico. Al concorso possono partecipare tutti coloro che siano laureati in Lettere e Filosofia, e i laureati in Giurisprudenza o in Scienze politiche, o in Economia e Commercio, o in Architettura o in Conservazione dei Beni Culturali, che abbiano svolto la tesi in discipline storiche o filosofiche; che non abbiano superato il trentacinquesimo anno di età alla data del 30 settembre 1996 e che non abbiano ancora usufruito di borse di studio presso l’Istituto,; sono inoltre esclusi dalla partecipazione al concorso gli ammessi ai dottorati di ricerca e coloro che abbiano conseguito il titolo di dottore di ricerca, così come coloro che percepiscono altre borse di studio o che svolgono altre attività retribuite. I concorrenti ritenuti idonei in base ai titoli potranno essere, ove se ne ravvisi l’opportunità, invitati ad un colloquio con la Commissione giudicatrice. Il giudizio della Commissione giudicatrice, formulato in base ai titoli e all’eventuale colloquio, è inappellabile. L’importo della borsa verrà corrisposto ai vincitori in 8 rate mensili a partire dal novembre 1996. I vincitori del concorso hanno l’obbligo di risiedere a Napoli per la durata del corso, di frequentare con regolarità le lezioni e i seminari settimanalmente impartiti. La Direzione dell’Istituto si riserva il diritto di sospendere l’erogazione dell’assegno di studio e di non riconoscere l’attestato della borsa in caso di gravi inadempienze da parte del borsista. La borsa potrà essere rinnovata agli alunni più meritevoli. I concorrenti dovranno presentare alla Direzione dell’istituto (via Benedetto Croce 12 – 80134 Napoli), entro il 30 settembre 1996 (non farà fede il timbro postale), domanda in carta semplice (includendo le indicazioni della data e del luogo di nascita, della cittadinanza italiana, della residenza, e la dichiarazione che nulla risulta a carico del candidato presso il rispettivo Casellario giudiziario), corredandola con i seguenti documenti: 1) Certificato anagrafico, comprovante lo stato di famiglia del candidato 2) Certificato di laurea con i voti riportati nei singoli esami 3) Copia della tesi di laurea 4) Curriculum studiorum del candidato, con l’indicazione delle lingue straniere che egli conosce. 5) Lettere e attestati di professori sotto la cui guida il candidato lavora o ha lavorato 6) Elenco delle altre eventuali istituzioni (Università, Enti, Fondazioni, Istituti, ecc.) cui il candidato abbia presentato o intenda presentare analoga domanda entro il 1ø novembre 1996.
La documentazione presentata verrà restituita soltanto su richiesta dell’interessato e a sue spese entro il 31 gennaio 1997.
I vincitori dovranno inoltre presentare, entro un mese dalla comunicazione dell’assegnazione della borsa, un Certificato di cittadinanza italiana.
Per ulteriori chiarimenti i candidati potranno rivolgersi alla Segreteria dell’Istituto tra le ore 9.00 e le 13.00 (Tel. 081/5517159-5512390)
Napoli, 15 maggio 1996 Il Direttore GENNARO SASSO
UNA RETTIFICA
Nel precedente numero del Bollettino (alla 45), nell’Elenco delle tesi di dottorato di argomento storic-ontemporaneo discusse all’Istituto Universitario Europeo, abbiamo erroneamente indicato come autore della tesi La nascita e lo sviluppo di un sistema elettrico in Sicilia dalla fine dell’Ottocento alla II Guerra mondiale, De Gregorio Giuseppe anzich‚ Giuseppa; ce ne scusiamo con l’autrice.
Questo bollettino è stato chiuso il 22 luglio 1996
NOTE AL TESTO
1. Prima della sua istituzione, avvenuta nel 1989, la materia era di competenza del Ministero della Pubblica Istruzione.
2. A. Caracciolo, Per un’analisi del finanziamento della ricerca storica in Italia, in La storiografia italiana recente. Alcune indagini sulle strutture e tendenze, a cura di F. Anania, Ancona 1986, 21.
3. I comitati eletti per il triennio 1988-90 sono tuttora in carica perch‚ non sono mai state indette nuove consultazioni. Le cifre che fornisco hanno valore indicativo perch‚ sono tratte da schede personali, senza tener conto delle modifiche talora apportate dal Ministero in sede di ripartizione. Altre ricerche, inoltre, sono state sicuramente finanziate dal Comitato n. 13 (Scienze economiche e statistiche) e dal Comitato n. 14 (Scienze politiche e sociali), al quale la storia contemporanea ha fatto capo fino dal 1984: cfr. A. Caracciolo, I finanziamenti ministeriali “40%”, in La storiografia italiana recente, cit. 80.
4. Bench‚ pluriennali, altre 9 risultano finanziate una sola volta in parte perch‚ non ripresentate o non pervenute in tempo utile, in parte su proposta del comitato.
5. La voce “Unità operative” si riferisce alle sedi universitarie dei partecipanti. Ho omesso gli importi richiesti sia perch‚ non di rado incongrui o poco documentati, sia perch‚ nel complesso esorbitanti rispetto alle disponibilità: tanto nel 1988, quanto nel 1994 il fabbisogno dichiarato superava ad esempio i 4 miliardi.
6. Cfr. circolare n. 801 del Ministero della pubblica istruzione, 7 ottobre 1986.
7. In maggior dettaglio cfr. F. Della Peruta, T. Detti, I finanziamenti “40%” alle ricerche di storia contemporanea: un primo bilancio (1988-1989), in Sissco – Società italiana per studio della storia contemporanea, “Bollettino”, 1991, n. 2.
8. Delle 44 ricerche iniziate e regolarmente concluse nel 1988ù94 3 hanno ricevuto meno di 40 milioni, 10 tra 40 e 60, 18 tra 60 e 80, 5 tra 80 e 100, 4 tra 100 e 120 e 4 più di 120. La distribuzione rispecchia peraltro anche la diversa durata dei progetti. A far diminuire nel tempo il numero delle ricerche non finanziate ha contribuito anche la delegittimazione dei membri del comitato, crescente con il prolungarsi della loro prorogatio.
9. P. Silvestri, G. Catalano, Il governo delle risorse nel sistema universitario italiano, Ricerca n. 4 del Ministero del tesoro, Commissione tecnica per la spesa pubblica, ottobre 1992, 146.
10. I rendiconti 1989-91 sono stati trasmessi al Ministero tra il settembre 1993 e il settembre 1994. Quanto all’informatizzazione dei moduli (indispensabile per un uso tempestivo di questi materiali), anch’essa è stata iniziata nel ’93, ma soltanto per ciò che riguarda le domande, e l’uso dei floppy disk è rimasto facoltativo.
11. Dato che i fondi non vengono accreditati ai coordinatori di ciascun progetto, ma distribuiti fra le diverse ‚quipes, per analizzare la destinazione ho suddiviso l’insieme delle unità operative per sedi universitarie.
12. Cfr. T. Detti, L. Modica, A. Ruberti, Università e ricerca scientifica: una autonomia senza risorse?, “Passato e Presente”, 1995, n. 35, pp. 25-26 (discussione a cura di P. Pezzino e S. Soldani).
13. Cfr. il “Bollettino” della Sissco, 1992, n. 6 e 1993, n. 10.
14. Si vedano gli elenchi del 1898ù92 nel “Bollettino” della Sissco, 1991-93, nn. 2, 6 e 9; quelli relativi al 1993ù94 sono in via di pubblicazione nella stessa sede.
15. Oltre a P. Silvestri, G. Catalano, Il governo delle risorseà, cit., per alcuni dati sintetici cfr. Istituto di studi sulla ricerca e documentazione scientifica, Scienza e tecnologia in cifre, Spoleto 1993.