SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Pubblicazioni

Bollettino SISSCO n.19, novembre 1998

INDICE

Assemblea Generale dei Soci di maggio 1998
1. Relazione del Presidente
2. Relazione finanziaria del Tesoriere
3. Relazione della Redazione del Bollettino
4. Riforma del Premio Sissco
5. Argomenti dei prossimi seminari
6. Rinnovo delle cariche sociali
Situazione finanziaria e bilancio della SISSCO, 1997-1998:
Situazione di cassa al 21 maggio 1997
Bilancio consuntivo per l’anno solare 1997
Bilancio preventivo per l’anno solare 1998
Premio Sissco – Edizione 1997
Il Concorso Associato del 1998
-A proposito del recente concorso a professore associato. Invito a una discussione di Raffaele Romanelli
-Una lettera sul concorso a professore associato di Patrizia Dogliani
-Una risposta di Claudio Pavone a Patrizia Dogliani
-Una risposta di Patrizia Dogliani a Claudio Pavone
-Breve Postilla di Giancarlo Monina
Borse postdottorato e assegni di ricerca. Un’analisi e alcune riflessioni di Enrico Francia
Corsi di Laurea in Storia, Dipartimenti di Storia e formazione degli insegnanti di storia contemporanea. Alcune sintesi di relazioni tenute al convegno Sissco (Roma, 7-8 maggio 1998) dedicato all’insegnamento della storia contemporanea nelle università e alla formazione degli insegnati di storia.
-Intervento di Salvati
-Intervento di Costantini
-Intervento di Gioia
-Intervento di De Longis
-Intervento di Monina
L’Università senza futuro

Premio Sissco – Edizione 1997
Sintesi interpretative
Guido Melis, Storia dell’amministrazione italiana, 1861-1993, Il Mulino, Bologna 1996
Ricerche monografiche
Fabio Levi, L’identità imposta. Un padre ebreo di fronte alle leggi razziali di Mussolini, Zamorani,Torino 1996

CORSI DI LAUREA IN STORIA, DIPARTIMENTI DI STORIA E FORMAZIONE DEGLI INSEGNANTI DI STORIA CONTEMPORANEA
Pubblichiamo le sintesi di alcune relazioni tenute al convegno Sissco (Roma, 7-8 maggio 1998) dedicato all’insegnamento della storia contemporanea nelle università e alla formazione degli insegnati di storia.
Mariuccia Salvati (Università di Bologna)
(relazione senza titolo – ndr)
1. Il progetto di riforma di cui si discute (la cosidetta bozza Martinotti) ha come obiettivo prioritario quello di rendere compatibile il sistema universitario italiano con il modello europeo. Personalmente ritengo tale impostazione pienamente condivisibile sia come obiettivo che come metodo. Dopo la seconda guerra mondiale le innovazioni in Italia (non le riforme: peraltro queste, molto scarse, non necessariamente si sono tradotte in innovazioni.. .) sono sempre avvenute per input esterno, o meglio, affidandosi alla convinzione diffusa che la fuoriuscita dalle storiche “anomalie” della identità italiana stesse nel progressivo adeguamento all’esempio europeo.
Certo, le difficoltà da superare sono numerose e investono l’insieme del sistema universitario. Ne ricordo solo alcune di cui si è ampiamente discusso sulla stampa: il rapporto tra l’autonomia dei singoli atenei (dal punto di vista didattico e di livello delle tasse) e la validità nazionale dei crediti formativi conseguiti, con l’ostacolo notoriamente più grosso della validità legale del titolo di laurea; oppure, più in generale, i problemi connessi alla flessibilizzazione dei curricula e alla gerarchia della docenza (cioè la possibilità di esigere dal docente un certo programma).
E tuttavia la strada da percorrere è proprio quella segnata, per due motivi: il primo è già stato da più parti definito come il “grande spreco” di coloro che, avendo sostenuto un certo numero di esami, non riescono a laurearsi e si inseriscono nel mondo del lavoro senza alcun riconoscimento (necessità, dunque, di graduare il percorso); il secondo, su cui si è prestata finora una insufficiente attenzione ma che è, a mio avviso, altrettanto preoccupante, è che il nostro laureato raggiunge spesso un livello di preparazione nettamente superiore al corrispondente titolo europeo, livello che ovviamente non gli verrà mai “riconosciuto” al di fuori del mercato nazionale. Anche questo “spreco” è enorme ed è dunque opportuna l’indicazione (contenuta nella bozza Martinotti) di allargare il vertice della piramide, ora troppo stretta, della formazione post-laurea, in modo da convogliare su nuovi titoli riconosciuti (dottorato, master, scuole di specializzazione) il grosso lavoro che oggi viene fatto da studenti e professori per una tesi di laurea del tutto “fuori mercato” europeo.
Questo secondo mi sembra un punto importante e che si inserisce nel dibattito sulla lamentata carenza di élites nel nostro paese (si veda, a tale proposito, anche il recente articolo di Panebianco, in “Corriere della sera” 5.5.’98, sulla impreparazione dei nostri funzionari europei): si tratta probabilmente di operare nelle singole sedi per orientare e finalizzare un lavoro – che spesso si sta già facendo nei corsi di laurea in storia per tesi destinate aglii scantinati delle biblioteche – su master per la pubblica amministrazione, o per carriere di tecnici nei singoli settori amministrativi, o per esperti in editoria, o per restauro e conservazione di beni artistici, librari, paesaggistici, ecc.
Non mi arroccherei dunque in difesa del corso di laurea in storia cos” com’è, ma tenterei di salvaguardare e valorizzare le competenze che già esistono. Naturalmente occorre che questo sforzo da parte dell’università sia recepito dalla grande nacchina burocratica. E qui di nuovo possiamo solo sperare nel diffuso e per ora poco costoso filo-europeismo nostrano.
Segnalo anche (fondandomi sulle informazioni fornite da Stefano Cavazza, in “Il Mulino” 1/98) che analoga discussione si sta svolgendo in Germania, dove, muovendo dalla constatazione di un alto livello di ricerca e di un basso livello medio del sistema, si tende analogamente a concludere che occorrerebbe incrementare la competitività e la differenziazione (per esempio, tra percorsi professionalizzanti e finalizzati alla ricerca). In Germania, dunque, la preoccupazione è esplicitamente rivolta alla formazione delle élites, problema che da noi sembra essere ignorato dal dibattito pubblico; forse perché si ritiene che alle élites debbano pensare le università “private” (dalla Confindustria ai sindacati, dalla Chiesa cattolica ai partiti)? Certo, se il sistema pubblico non se ne farà apertamente carico, l’ esito sarà certamente di questo tipo e dunque del tutto contrario ai principi democratici della nostra Carta costituzionale.
2. Una volta chiarito che la filosofia ispiratrice del progetto Martinotti è per noi condivisibile, si tratta in questa sede di riflettere sulle sue previste o prevedibili conseguenze per la didattica e la ricerca della storia contemporanea.
Prendiamo dapprima il tema della didattica, che torna per la prima volta dopo molti anni ad essere centrale nella programmazione universitaria. Partiamo da una constatazione e cioè che l’orientamento previsto è quello, di stampo europeo, di una differenziazione e (ma non necessariamente) compresenza nella didattica di ciascun docente tra un livello di carattere generale e uno di “eccellenza”. Ciò significa che la cosiddetta didattica di base impegnerà comunque tutti i docenti nella proposta (e continuo aggiornamento) dei contenuti; anche perché la preparazione di base avrà come obiettivo quello di favorire (e non scoraggiare) il passaggio ai gradini superiori e dunque si manterrà in stretto contatto con le peculiari forme di specializzazione di cui la facoltà si è dotata (e a cui prima si è fatto cenno). Inoltre il reclutamento dei giovani, inizialmente orientato a un utilizzo per il livello generale (come in ogni parte del mondo), dovrà essere opportunamente incrementato (con una valutazione apposita, nell’ambito dei concorsi, dell’esperienza didattica); il che significherà il ripristino nella didattica, di una gerarchia, giustamente credo, di tipo generazionale.
Tutto ciò viene qui ricordato per sottolineare la necessità in futuro di un lavoro di équipe in funzione della formazione degli studenti, lavoro e spirito fin qui molto carenti nelle nostre aree umanistiche, anche perché – a memoria nostra – mai sollecitati.
Vi è infine una considerazione da fare relativa alle conseguenze della riforma sulla ricerca nel campo della storia contemporanea. Ho già avuto modo di sottolineare altrove (in “Iter”, n.1) che è altamente prevedibile, anzi già comprovato dai fatti, che ogni input proveniente dal “centro” circa il contenuto dell’insegnamento della storia nelle scuole abbia riflessi importanti anche sul terreno della ricerca. Il recente caso dell'”indirizzo” ministeriale sull’insegnamento della storia del Novecento ha già mostrato la capacità di prontezza da parte di editori e autori nel cogliere l’opportunità di un prevedibile ampliamento del mercato dei libri di storia. Eppure, proprio la constatazione del facile “uniformarsi” del mercato librario ci deve indurre a riflettere sulle responsabilità che ci competono in quanto docenti e studiosi di storia. Fino a che punto, cioè, è auspicabile un processo parallelo di omologamento nell’insegnamento e nella ricerca sull’età contemporanea? Se, da un lato, è auspicabile, come si è detto prima, un costante confronto in quanto docenti sui fondamenti (contenuti, metodi, valori) dell’insegnamento storico da proporre nei corsi propedeutici, in che misura questo si concilia con la necessaria autonomia del singolo studioso? E, viceversa, la parola autonomia di ricerca deve essere sempre necessariamente intesa come chiusura localistica?

Anna Sgherri Costantini (ispettrice Ministero Pubblica Istruzione)
Il progetto di formazione in servizio degli insegnanti di storia
A seguito del Decreto n. 682 del 4.11.1996, conosciuto come Decreto Berlinguer sul ‘900, si è aperto un acceso dibattito sui programmi di storia in vigore nella scuola italiana e sull’opportunità – o meno – di rivederne i contenuti tenendo conto dell’orizzonte di interesse che il mondo attuale esercita sugli adolescenti e della conseguente necessità di orientarli a capire il senso e il significato degli avvenimenti che si sono intrecciati nel secolo che sta per finire. Il dibattito, in verità ancora vivo, ha avuto qualche nota polemica, ma nel complesso ha contribuito ad attirare l’attenzione del pubblico che normalmente evita di affrontare temi di carattere scolastico, sul ruolo di un insegnamento – LA STORIA – a cui ogni paese – affida una funzione educativa preminente.
L’insegnamento della storia, i suoi contenuti, il modo in cui viene insegnata, il rapporto che lo collega alle altre discipline, è infatti più di ogni altro insegnamento radicato nella cultura e nella tradizione di ogni popolo tanto che la sua collocazione nei curriculi scolastici non passa soltanto attraverso la riflessione e il contributo degli esperti dello specifico settore, ma è fortemente influenzata anche dall’opinione di intellettuali di varia tendenza, pubblicisti, uomini politici. Né potrebbe essere altrimenti tenendo conto del peso che ha l’interpretazione dei fatti e degli avvenimenti e l’uso ideologico che se ne può fare. La stesura stessa di un programma, se pure nella forma schematica che avevano i programmi in passato, presuppone la selezione di temi e di argomenti, l’intitolazione dei periodi in cui la storia viene distribuita, l’indicazione di piste di ricerca; operazioni che presuppongono una chiara percezione degli obiettivi di apprendimento e una scelta consapevole della funzione formativa che implicano.
Queste osservazioni, pur brevi e superficiali, danno una qualche ragione degli effetti che il Decreto ha avuto. Toccare la distribuzione della materia in ciascun ciclo di studi focalizzando l’attenzione sugli anni terminali del ‘900, ha contribuito a mettere in discussione l’intera questione dell’insegnamento della storia, della sua collocazione e della sua funzione in una scuola ormai proiettata nel 2000.
Nonostante le accuse di precipitosità con cui è stato giudicato il Ministro in riferimento a questo decreto sul ‘900, il provvedimento è stato preceduto da molte sperimentazioni ed è accompagnato da una direttiva (n. 681), che predispone le condizioni per sostenere i docenti nell’operazione di riallineamento dei programmi dimostrando in tal modo che non si tratta soltanto di una modifica ma di un ripensamento generale della materia e soprattutto della volontà di avviare un processo di rinnovamento metodologico didattico complessivo.
Il piano di formazione degli insegnanti che è stato proposto dalla Direzione Generale dell’Istruzione Classica, Scientifica e Magistrale e condiviso da tutte le altre Direzioni e Ispettorati Centrali, ha tenuto conto di alcune esigenze che sono emerse in anni di esperienze maturate nel settore della formazione e della necessità di adottare un modello organizzativo leggero che desse spazio, il più possibile, alla progettualità dei docenti, alla autonomia delle istituzioni scolastiche e alla disponibilità di risorse – scientifiche, strutturali e professionali – presenti nel contesto territoriale.
Sotto il profilo teorico il progetto rivoluziona il rapporto tradizionale tra il destinatario dell’intervento di aggiornamento, il docente e l’Ente o il soggetto che progetta, programma e realizza l’intervento. Nel modello tradizionale unidirezionale – Enti/destinatari – la residenzialità dei docenti impegnati in una attività formativa e concentrati in poche sedi o, idealmente, in un’unica sede, rappresenta una condivisione considerata positiva e favorevole a conseguire gli obiettivi previsti. Le esperienze dei Centri didattici Nazionali e del Centro Europeo di Frascati negli anni ‘70 possono considerarsi in questo senso il punto massimo di efficacia raggiunto all’interno di questo modello.
Per l’attuale progetto di formazione in servizio degli insegnanti di storia, si è pensato invece ad un modello che si giochi tutto sulla centralità attiva del soggetto – il docente – trasformando la formazione in autoformazione e radicando questo processo nel territorio in cui sono, contestualmente, le istituzioni scolastiche, le strutture scientifiche (biblioteche, istituiti di ricerca, enti di documentazione, dipartimenti universitari) e ogni altra possibile risorsa professionale e culturale.
A questo impianto teorico deve però corrispondere una adeguata struttura organizzativa. La responsabilità di programmazione generale de di coordinamento delle attività è stata affidata ad una Commissione di studio istituita presso ogni Provveditorato agli Studi la cui composizione, del tutto discrezionale, deve essere valutata soprattutto in funzione dei compiti da assolvere. Le attività formative vere e proprie si svolgeranno presso una sede scolastica, l’Istituto- Polo, che costituirà il centro di una rete di scuole di ogni ordine e grado e punto di riferimento per l’invio di materiali, la produzione di documenti e la circolazione delle informazioni e delle esperienze.
L’attenzione, pertanto, si sposta, da un lato, sul docente quale soggetto attivo di proposte e di compartecipazione alle attività formazione, dall’altro, sulle opportunità rappresentate dalle collaborazioni con gli Istituti e/o Enti specializzati nella ricerca e, in quanto tali, partner, privilegiati per intrecciare un fruttuoso dialogo tra scuola militante e ricerca. Da molto tempo, infatti è stato dagli insegnanti richiesto un rapporto più stretto e continuativo con l’Università, o comunque con gli Istituti di ricerca. Esso passa quasi sempre solo attraverso rapporti personali.
Per l’aggiornamento degli insegnanti il Ministro ha voluto confermare la strategia delle “intese” sollecitando – appunto – il mondo scientifico a dare il proprio specifico contributo in un impegno che si presenta come primario se lo si “legge” nella prospettiva del rinnovamento qualitativo dell’offerta formativa nel suo complesso.
Il Protocollo di intesa con l’INSMLI, firmato nel febbraio 1996, ha iniziato questo nuovo indirizzo nell’ambito della Storia contemporanea, mettendo in luce tutte le potenzialità che l’atto contiene. Successivamente altre intese sono state perfezionate e altre ancora lo saranno in futuro. Sotto questo profilo è importante, soprattutto, aver attivato un canale di comunicazione e di collaborazioni nel comune intento di costruire un nuovo modello di “servizio” alla scuola.

Annabella Gioia (direttore dell’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza)
Insegnare il ‘900: quale formazione per gli insegnanti?
L’attenzione al Novecento, che ha caratterizzato gli studi e la riflessione storiografica di questi ultimi tempi, ha avuto una risonanza anche nel mondo della scuola: ha sollecitato un ripensamento sull’insegnamento della storia contemporanea e sulla sua trasmissione.
E’ noto a tutti come il Novecento abbia trovato finora un limitato spazio nella programmazione didattica, in parte per l’inadeguata preparazione universitaria dei docenti, ma anche per il diffuso pregiudizio secondo il quale non si potrebbe fare storia di una realtà recente in cui si è ancora immersi e coinvolti. La paura quindi di perdere il necessario “distacco” dai fatti storici ha prodotto su intere generazioni di studenti ignoranza e scarsa consapevolezza dei problemi del mondo contemporaneo.
Del resto la difficoltà di insegnare e studiare la storia più recente deriva anche dal fatto di essere un sapere ancora in via di costruzione; la grande disponibilità e varietà delle fonti, la presenza dei protagonisti e il ruolo della memoria, la quantità smisurata degli avvenimenti, e quindi la necessità di operare scelte e di selezionare i temi, sono solo alcuni dei problemi che un docente deve affrontare per potere insegnare una storia della quale è nello stesso tempo attore e osservatore.
Inoltre gli insegnanti si sono trovati spesso a dover dare risposte a domande e sollecitazioni dal mondo attuale senza poter contare su un’adeguata e solida elaborazione storiografica.
Ora, dopo il decreto del 4 novembre 1996, che dedica allo studio del Novecento l’ultimo anno del ciclo scolastico, l’insegnamento della storia contemporanea e la riflessione sul presente entrano a pieno titolo nell’iter formativo degli studenti. Rinnovare l’insegnamento della storia in questo scorcio di fine secolo significa anche interrogarsi su come si trasmette il sapere storico e sulle modalità attraverso le quali generazioni diverse entrano in rapporto con la storia.
I sociologi parlano infatti di “Generazione senza passato e senza futuro”, di giovani senza progetti, senza passione civile, appiattiti in un presente quasi quotidiano.
Le ragioni del “malessere giovanile” possono essere molteplici, ma una spiegazione va cercata anche nella crisi di legittimità che sta attraversando il nostro assetto politico-sociale o, più in generale, nella dimensione di incertezza che caratterizza questa epoca di “tarda modernità”.
Questa contemporaneità, cos” poco rassicurante, pone dunque come centrale la questione della scuola e in particolare di una disciplina, come la storia, che può aiutare i giovani ad orientarsi e ad agire consapevolmente in una realtà incerta e poco definita. Infatti, nonostante la sovrabbondanza di informazioni storiche diffuse dai medi, spetta alla scuola il compito di collocare tutti questi frammenti in griglie conoscitive; altrimenti l’eccesso di informazioni rischia di appiattire il passato in una sorta di “presente permanente” e di far coincidere, agli occhi dei giovani, storia e uso pubblico della storia.
Il decreto Berlinguer sembra proprio riaffermare la centralità della scuola nella formazione storica e civile delle giovani generazioni. Tuttavia l’iniziativa del ministro non va intesa come conclusa, è solo l’inizio di un lavoro che deve continuare con il contributo e il sostegno attivo degli insegnanti.
La modifica dei programmi di storia del Novecento apre infatti una riflessione su tutto il curricolo verticale e sul rapporto della storia con le altre discipline, ma ripropone anche il problema della formazione degli insegnanti.
Da una ricerca fatta in Italia tra l’87 e il 92 su un campione nazionale di studenti e docenti di storia della secondaria superiore, finalizzata ad indagare i risultati formativi di tale disciplina, si desume, tra l’altro, che il profitto non è in relazione né con il libro di testo usato, né con l’approccio metodologico scelto, quanto piuttosto con la capacità dell’insegnante di sollecitare la motivazione degli studenti e di stimolare il loro interesse. Tuttavia, parlare di centralità del docente non significa affidarsi alle doti individuali dei singoli come unica risorsa per una trasmissione storica efficace, occorre piuttosto capire a chi spetta la formazione degli insegnanti e quale modello formativo è più idoneo a definire meglio la professione dell’insegnante di storia.
Non esiste una definizione nuova del profilo professionale dell’insegnante di storia, quello più diffuso è ancora il “modello implicito”, ereditato dal passato: l’insegnante come medium che trasmette il messaggio del manuale e che giudica l’esposizione orale dello studente. Certamente l’Università, fino ad ora, non è stata in grado di preparare i docenti, né si riesce a prevedere, nel breve termine, spazi e modi, all’interno dei corsi di laurea, per imparare a insegnare. Del resto, continuare ad insegnare storia proponendo un racconto fondato su un asse cronologico lineare significa assumere un modello che provoca noia, passività nello studente nonché frustrazione per il docente di fronte a una trasmissione storica del tutto inefficace.
Per dare attuazione a questo aggiornamento degli insegnanti, la scelta di fondo del ministero sembra essere stata quella del decentramento e dell’autonomia; soluzione che da un alto è stata criticata da chi si è sentito orfano di strumenti e direttive precise di lavoro, ma dall’altro può essere intesa come la scelta per una esperienza formativa dal basso, capace di valorizzare la professionalità dei docenti e di rimotivarne il lavoro. Le scuole potrebbero allora diventare un riferimento centrale e tempestivo per aggiornare e per coordinare il lavoro dei docenti, soprattutto se ci si pone nell’ottica di insegnare il Novecento seguendo i bisogni informativi degli studenti.
In questo senso si apre anche un terreno d’intervento per tutti gli istituti culturali che si occupano di storia e che potrebbero essere interlocutori attivi e propositivi per l’aggiornamento della storia contemporanea.
Un contributo importante per la formazione e la ridefinizione del modello professionale dell’insegnante di storia è venuto in particolare dalla ricerca e dal lavoro didattico che da molti anni fanno gli istituti della Resistenza, una rete federativa che fa capo all’Istituto Nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia. Proprio questo patrimonio di ricerca, divulgazione e trasmissione sta alla base della Convenzione sottoscritta nel febbraio ‘96 dal Ministero della P.I. e dall’INSMLI per collaborare all’aggiornamento degli insegnanti.
Gli istituti hanno saputo coniugare la ricerca e la documentazione storica con la mediazione didattica. Seguendo questa metodologia la riflessione sulla contemporaneità si è sviluppata intorno al rapporto complesso tra storia e memoria, nella consapevolezza che insegnare il Novecento significa coinvolgere anche la soggettività degli stessi insegnanti con le loro scelte e esperienze di vita. L’approccio allo studio della storia parte infatti dalle domande del presente che costituiscono una motivazione forte per risalire al passato, per ricercare le radici del contesto abituale e dare senso all’insegnamento/ apprendimento della storia del Novecento.
Si delinea perciò un modello di insegnamento diverso dalla vecchia sequenza lezione/manuale/interrogazione: un modello capace di assumere una prospettiva di ricerca e di sperimentazione, di coniugare la storia generale con le altre storie e di intrecciare le fonti diverse. Questa pratica didattica ha al centro l’ipotesi di laboratorio: un luogo “fisico e mentale” in cui l’uso dei documenti, delle fonti e dei riferimenti storiografici permette di ricostruire le procedure della ricerca storica. Si attiveranno cos” negli studenti le operazioni mentali e le abilità operative, necessarie per una conoscenza storica con effetti finalmente formativi.
La proposta di aggiornamento che ne sta alla base delinea una particolare figura di insegnante capace di lavorare sulle fonti, sui documenti e non soltanto su testi preconfezionati; un insegnante in grado di programmare, di costruire percorsi, di individuare snodi tematici, di confrontarsi con la diversità delle fonti, senza paura di arrivare a una programmazione parziale nei contenuti, ma completa dal punto di vista metodologico.
Un profilo professionale che sostituisca al modello della trasmissione lineare dei contenuti la mediazione didattica basata sulla selezione delle conoscenze da trasmettere e sulla capacità di coordinare lo studio e l’apprendimento dello studente.
Come si vede le competenze richieste al docente sono molteplici e diversificate; per questo l’attività di formazione e di aggiornamento non può essere episodica, ma volta a fare dell’insegnamento un’attività di ricerca e una professione intellettuale creativa.
Rosanna De Longis (Biblioteca di storia moderna e contemporanea Roma)
Il ruolo delle Biblioteche di storia contemporanea nella formazione scolastica
In sintonia con gli interventi che si sono susseguiti ieri e oggi, vorrei far scaturire le mie riflessioni “utopiche” sul tema biblioteche e insegnamento della storia dall’esperienza più diretta. E, a proposito del Novecento, non posso non partire, per brevi cenni, dall’esperienza didattica della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea, cioè i seminari di cosiddetta “introduzione alla ricerca storica”. Questi seminari, iniziati nel 1981 a titolo di esperimento e da allora proseguiti ampliandosi progressivamente poiché la richiesta è venuta crescendo negli anni, sono rivolti agli studenti dell’ultimo anno dei licei – classici e scientifici -. Intorno ad un tema di storia contemporanea, raccogliamo alcuni specialisti della materia, di solito due o tre, non soltanto storici, che svolgono una sorta di introduzione generale al tema e ne sviluppano poi alcune tematiche più specifiche: quest’anno;, per esempio, il seminario è stato dedicato ai movimenti del ‘68 e ha visto la partecipazione, nelle giornate iniziali, di uno storico, una psicanalista, un critico cinematografico, un musicologo. Nei giorni successivi archivisti e bibliotecari guidano gli studenti in un percorso nelle fonti – bibliografiche, archivistiche ed eventualmente di altro genere in relazione al tema trattato – compiendo una sorta di simulazione dell’itinerario di ricerca. Per motivi diversi, anche intrinsecamente legati all’argomento trattato, non sempre questa simulazione riesce nel miglior modo possibile: tuttavia, nella peggiore delle ipotesi si risolve in una lunga visita guidata ai luoghi e agli strumenti di ricerca, anche ai più semplici: cataloghi, inventari, bibliografie generali, raccolte di fonti o di giornali. Eppure, anche in questa ipotesi, è un momento del seminario che interessa molto gli studenti, è sicuramente quello che presenta per loro elementi di maggiore novità, perché è l’occasione per avvicinarsi, sia pur superficialmente a una strumentazione che – giustamente – percepiscono come essenziale alla costruzione storica, perché vedono in quel momento, certo anche con buona dose di ingenuità, dischiudersi delle barriere costituite innanzitutto dal luogo stesso che tali strumenti conserva e intravedono la possibilità, sia pur remota e irta di difficoltà, di compiere un intervento critico su un corpus di fatti preconfezionati – o su frammenti di esso -.
Un secondo passo è quello di addentrarsi nella complessità delle fonti, nei problemi di accesso e di selezione, prendere consapevolezza del fatto che esse non parlano da sole all di fuori di un contesto nel quale assumono significato, della non trasparenza degli strumenti e delle sedi che tali fonti rappresentano, raccolgono, catalogano e conservano, essi stessi frutto di scelte e di interventi mirati, monumenti più che documenti.
Si è molto parlato in questi giorni di laboratorio e di rinnovamento dei metodi, oltre che dei contenuti, della storia: ritengo che ogni innovazione e trasformazione auspicata non possa avvenire senza interrogarsi sui luoghi stessi della ricerca: dico sui luoghi e non sulle fonti, perché queste senza quelli, il contenuto senza il contenitore non esistono. Se come ha detto Carr, la storia è invenzione, invenire vuol dire inventare, immaginare, riflettere, ma anche trovare, scoprire, rintracciare. Questa capacità di cercare e trovare – per poter poi inventare – credo che debba far parte dei requisiti di insegnanti e studenti di storia. Una capacità da acquisire una sempre maggiore autonomia dagli addetti ai lavori, perché più è approfondita e smaliziata la capacità di muoversi nei luoghi della ricerca, maggiore la possibilità di esercitare un controllo su di essi, sulle raccolte documentarie e librarie, sulle biblioteche stesse, tanto vituperate – a torto o a ragione – per le loro inadeguatezze e ritardi secolari.
Ora anche i “contenitori” di fonti (le biblioteche in particolare) non si sono certo formati come ammasso casuale di materiali, ma sono frutto essi stessi di vicende politico-culturali e di sedimentazioni: ciò significa che sono essi stessi oggetto di storia e di interpretazione. L’universo delle raccolte librarie italiane è variopinto, anche troppo, al punto che è difficile parlare di un sistema bibliotecario analogo a quello di altri paesi occidentali: a lungo i bibliotecari italiani hanno coltivato il mito dell’organizzazione anglo-americana, un sistema fatto di gerarchie definite, di complementarità dei diversi istituti, di ben definita divisione di compiti. Molto differente il panorama italiano, nel quale raccolte di diversa origine si sono collocate l’una accanto all’altra o sovrapposte, più che ricevere un’organica sistemazione. La stessa Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea ne è un esempio clamoroso: un “mostro” nato da una costola della Nazionale di Roma, cioè di una biblioteca-archivio, e poi da questa distaccata con la destinazione, istituzionalmente assai differente, di biblioteca di ricerca per la storia “moderna e contemporanea”, una contraddizione ancora molto viva che si ripercuote drammaticamente sulle sue attività e le sue scelte, non solo di bilancio. Per ritornare al punto: i luoghi stessi della ricerca non sono contenitori vuoti e occorre conoscerli e interagire con essi da parte di chi ha necessità di servirsene. Poiché in teoria tutto è fonte, e non c’è luogo o tipologia di materiale documentario che sia in linea di principio escluso dal campo della ricerca storica, gli storici, coloro che studiano e insegnano storia, mi sembra che abbiano e debbano avere strumenti a più ampio spettro per padroneggiare la complessità dei luoghi in cui si muovono e sono coloro che con più cognizione di causa possono porsi il problema della disponibilità, razionalità e efficienza dei servizi indispensabili alla ricerca e alla didattica.

Giancarlo Monina
La rivoluzione digitale e la Storia contemporanea.
(testo trasmesso via mail con parti mancanti – lo richiedo all’autore – ndr.)
Intorno all’idea di una “rivoluzione digitale” si è fatto un gran parlare negli ultimi anni: “apocalittici” e “integrati” si sono alternati in un dibattito spesso improntato all’improvvisazione. Ne è emerso un dato costante che vede una profonda frattura
ne, passando presto dalla letteratura fantastica a quella scientifica. Non è mia intenzione negare il carattere epocale della rivoluzione in atto, piuttosto sottolineare che sarebbe un grave errore esaurire l’analisi delle grandi e piccole questioni solle
teratura critica”, con problemi di carattere assolutamente nuovo. E’ insomma necessario prendere le distanze dal Çsogno tecnologicoÈ e iniziare a riflettere sui contenuti, sulle finalità, sulle ragioni.
Le trasformazioni indotte dalla diffusione delle procedure digitali di elaborazione e di comunicazione delle informazioni interessano la storia contemporanea da diversi punti di vista.
Inizio dall’aspetto più banale ma che, forse, almeno per ora, ha un impatto più efficace e decisivo. Mi riferisco al mutamento strisciante indotto dall’uso pratico e quotidiano del mezzo informatico, in particolare dei diffusissimi programmi di scrittura.
n modo determinante non solo sulla definizione della struttura del testo e del discorso, ma anche sui procedimenti logici e sui percorsi di formulazione e sviluppo del pensiero. La scrittura computerizzata rappresenta uno strumento valido, ma come tutti g
i valutare in termini più intelligenti gli elaborati degli studenti, nella quasi totalità realizzati con il computer.
Non mi soffermo su quello che possiamo considerare l’uso specialistico del computer nella ricerca storica poiché intorno alle applicazioni delle procedure informatiche in ambito storiografico e in particolare nella cosiddetta storiografia quantitativa non
so delle procedure automatizzate e dell’elaborazione di calcolo, anche se applicato Ça protocolli largamente affermatiÈ, ha comunque delle implicazioni decisive nella ricerca storica dovute all’ampliamento esponenziale in termini quantitativi del campo di
ondiziona il lavoro dello storico, l’organizzazione e la trasmissione della disciplina, ben più in generale di quanto non faccia l’adozione di specifiche tecniche informatiche all’interno di particolari ricerche.
Con informatica diffusa ci si riferisce all’automazione e all’informatizzazione dei servizi in genere e in particolare delle biblioteche, degli archivi, dell’editoria. Particolare interesse è rivolto alle potenzialità e alle caratteristiche delle reti tel
Vorrei solo fare un cenno al mondo dell’editoria, dove negli ultimi anni si sono avvertiti alcuni degli effetti più interessanti dell’impatto delle nuove tecnologie e che incidono su uno dei punti decisivi della trasmissione dei saperi (della didattica, d
la ricerca è cioè il progressivo e a mio avviso inarrestabile trasferimento delle edizioni di letteratura scientifica dal supporto cartaceo a quello elettronico. Un fenomeno già ampiamente diffuso per le discipline scientifiche ma che si sta progressivame
tifiche.
Si sta affermando una tendenza, promossa anche dal Ministero, di integrare, qualcuno pensa di sostituire, gli strumenti della didattica tradizionale con le nuove tecnologie. Si parla dunque di didattica multimediale. A parte che la multimedialità nella di
se tecniche e, specialmente, di un aggiornamento delle risorse intellettuali. Non è qui il caso di sottolineare le potenzialità della didattica multimediale, piuttosto mi sembra importante sollecitare una presa di coscienza del problema da parte del mondo
L’informatica offre occasioni preziose per rinnovare, rendere più efficaci e più efficienti i servizi di una struttura universitaria, ma il problema, come ho cercato di esporre non è solo di strumentazione tecnica, investe in primo luogo le risorse intell
E’ necessario insomma intervenire sul contesto istituzionale, facendo uscire la questione del rapporto storia/informatica da uno sterile dibattito tra addetti ai lavori.

——————————————————————————–

Assemblea Generale dei Soci

Il giorno 8 maggio 1998 alle ore 11 a Roma nella sede del Centro Studi Americani di via Caetani si riunisce in seconda convocazione l’assemblea annuale dei soci Sissco. Sono presenti 25 soci.
L’ordine del giorno in discussione è il seguente:
1. Relazione del Presidente
2. Relazione finanziaria del Tesoriere
3. Relazione della Redazione del Bollettino
4. Riforma del Premio Sissco
5. Argomenti dei prossimi seminari
6. Rinnovo delle cariche sociali

1. Il Presidente Claudio Pavone illustra le attività e le iniziative prese dalla Sissco nell’anno sociale 1997-1998. Innanzitutto ricorda come continui, con molto favore tra i soci, lo scambio di pubblicazioni con l’Istituto Storico Germanico. Sottolinea l’importanza del sito Internet che fornisce costantemente informazioni sulle attività della società, sui convegni di storia contemporanea, sulle iniziative legate al nostro sodalizio. Ringrazia dunque Raffaele Romanelli e Serge Noiret per l’impegno profuso nel tenere attivo il sito e invita caldamente i soci a inviare informazioni, notizie, suggerimenti agli indirizzi mail dei curatori del sito.
Rende noto che sono stati stabiliti contatti con l’omologa associazione spagnola per la realizzazione di iniziative comuni. Il Presidente ricorda il successo editoriale del convegno Sissco del 1996 sul Novecento, i cui atti sono stati stampati sia dall’editore Donzelli sia dalla rivista “Parolechiave”. Rende noto poi che la Sissco ha ricevuto proposte da parte di due editori, Donzelli e la Nuova Italia Scientifica, per la creazione di una collana degli atti dei convegni della società. Entrambe le proposte richiedono però che la Sissco garantisca un contributo finanziario di circa 5.000.000 a volume. Si tratta di un impegno per il momento non sostenibile dalle finanze della nostra associazione. Le soluzioni che si prospettano per poter realizzare questa collana sono di due tipi: un aumento delle quote associative; l’ accesso a finanziamenti pubblici. Il Presidente chiede che l’Assemblea indichi se è opportuno impegnare la società in questa iniziativa e, nel qual caso, le strade percorribili.
Ricorda infine che sta affiorando con sempre maggiore frequenza un difficile rapporto tra la normativa relativa alla tutela della privacy e la possibilità per gli studiosi di accedere ai fondi archivistici sull’età contemporanea. I differenti modi con i quali si dà esecuzione alle norme sulla privacy, le contraddizioni intrinseche ad alcune di queste disposizioni ed in generale una diffusa scarsa attenzione alle esigenze della ricerca devono indurre la nostra società a prendere posizione su questo tema. E’ perciò opportuno che, dopo il documento approvato nella Assemblea di Imola dello scorso anno, la società ne rediga un secondo, basato sulla necessità che si trovi il giusto equilibrio tra due interessi, entrambi costituzionalmente protetti: quello della riservatezza e quello della libertà della ricerca scientifica. Chiede all’Assemblea l’autorizzazione a inviare ai ministri Veltroni e Napolitano un documento redatto secondo i principi suddetti. L’Assemblea, rifacendosi a quanto già deciso ad Imola, approva. Infine il Presidente dichiara che è possibile per i soci presenti che non l’abbiano già fatto votare per il premio Sissco 1996. Alla fine dell’Assemblea risultano così raccolti 3 voti.
2. Il tesoriere BrunelloMantelli illustra il bilancio consuntivo, quello preventivo e la situazione di cassa (vedi allegato 1). Sottolinea come il rinnovo delle associazioni sia abbastanza incoraggiante, ma non sufficiente a sopperire alle numerose spese sostenute nel corso di questo anno (bollettino, spese postali, 4 premi Sissco). Evidenzia pertanto come le spese siano state abbondantemente superiori alle entrate e come si sia potuto superare questo disavanzo grazie ad un consistente residuo di cassa degli anni precedenti, che ora si va però esaurendo. Per non aumentare le quote associative, suggerisce di cercare di ridurre le spese e di ottenere una quota sicura di associazioni annuali attraverso la formula del bonifico bancario automatico. In questo contesto non appare sostenibile la spesa di una collana se non attraverso contributi esterni o l’impegno dei soci ad acquistare a prezzo forfetario copie dei volumi editi.
Sulle comunicazioni del Presidente e del Tesoriere si apre la discussione.
Giovanni Sabbatucci evidenzia lo squilibrio esistente tra le molteplici attività intraprese dalla società e le scarse risorse finanziarie. Si dichiara contrario ad un aumento della quota associativa e segnala la necessità di prendere contatti con le Fondazioni bancarie per richiedere finanziamenti per la vita della società, mentre per l’organizzazione dei convegni si potrebbe vagliare la possibilità di accedere a fondi del CNR.
Durante la discussione, vengono avanzate altre proposte (coinvolgere le istituzioni bancarie e le regioni; istituire un consiglio consultivo dove immettere enti finanziatori; chiedere sottoscrizioni a Dipartimenti, Accademie, et.) volte ad assicurare alla società finanziamenti e sottoscrizioni che consentano di coprire in modo più adeguato le spese ordinarie, quelle del Bollettino e di aprire la collana Sissco. Il Consiglio Direttivo si incarica di verificare quali dei suggerimenti raccolti siano effettivamente attuabili.
Giancarlo Monina sottolinea come la Sissco dovrebbe prestare maggiore attenzione al problema di una generazione di giovani studiosi – dottori di ricerca, post-dottori, borsisti – la quale rischia di rimanere perennemente esclusa dall’università e in generale dal mondo del lavoro intellettuale. Inoltre, se la Sissco seguisse ed approfondisse i temi legati al reclutamento, potrebbe sicuramente allargare la sua zona d’influenza ed ottenere una più viva partecipazione da parte di questi studiosi.
Salvati condivide questa preoccupazione e sottolinea l’esigenza che la Sissco si renda maggiormente visibile, attraverso iniziative e proposte su questi temi.
Alla fine della discussione l’Assemblea approva all’unanimità, con l’astensione del Presidente e del Tesoriere, i bilanci presentati.
3. Ilaria Porciani,illustrando il lavoro della redazione del Bollettino e del SisscoWeb, sottolinea come siano aumentati nel corso del tempo i servizi e le informazioni fornite ai soci attraverso questi canali. In particolare evidenzia l’importanza della rubrica sui convegni di storia contemporanea che ora è solo sul web, ma che sarà riportata anche nel prossimo numero del bollettino. Sollecita i soci ad inviare con regolarità a Carlotta Sorba, che cura questa rubrica, notizie e segnalazioni di convegni. Nel prossimo numero del Bollettino vi saranno, oltre alle notizie sulla vita della società, le sintesi del convegno in corso, una riflessione sulle borse postdoc, un intervento sul convegno internazionale di studi storici di Oslo nel 2000. Porciani evidenzia infine come le difficoltà economiche della Sissco si riflettano in primo luogo sul Bollettino, limitandone le dimensioni e pregiudicandone la regolarità dell’uscita. La Redazione chiede pertanto all’Assemblea di indicare come conciliare questa scarsità di fondi con la necessità di informare con regolarità i soci sulle attività della società e sulle vicende professionali. La Redazione ritiene che due siano le strade praticabili: un bollettino-annuario, lasciando al sito Internet la gestione delle notizie correnti; una serie di newsletter agili e brevi, contando sempre sul sito per l’approfondimento.
Pezzino si dichiara favorevole alla trasformazione del bollettino, che così com’è non è sostenibile dal bilancio Sissco, in più agili e soprattutto meno costose newsletter.
Monina suggerisce di potenziare il sito internet così da eliminare la comunicazione via carta.
Porciani osserva che non vi è molta differenza nei costi tra un bollettino quasi annuale e frequenti newsletter, mentre il sito non può sostituire un bollettino o eventualmente le newsletter in quanto la carta costituisce ancora il mezzo più utilizzato nella comunicazione tra storici ed anche la ragione che spinge un socio a sottoscrivere la quota annuale.
Caminiti concorda sulla necessità che il Bollettino resti, in quanto dà visibilità all’associazione e ne costituisce la memoria storica. L’Assemblea propende per il mantenimento del Bollettino, impegnando il Consiglio direttivo, la redazione e tutti i soci ad adoperarsi per il superamento delle attuali difficoltà.
4. Porciani dà lettura del progetto di riforma del premio Sissco già distribuito con il bollettino n. 18 ai soci (vedi allegato 2). Si apre la discussione.
Pezzino sottolinea la necessità che il premio sia solo per autori italiani; per dare maggior valore al premio, questo dovrebbe essere assegnato solo se i voti raccolti fossero pari alla metà dei soci. Vista la scarsa possibilità che questa eventualità si verifichi, Pezzino propone che il premio sia assegnato direttamente dal Consiglio Direttivo, che si assumerebbe l’incarico di vagliare con attenzione la produzione storiografica.
Meriggi si dichiara d’accordo con questa proposta. Tobia ribadisce il valore del voto dei soci.
Dopo breve discussione, la proposta di Pezzino viene messa ai voti con il seguente risultato: 9 favorevoli, 7 contrari, 4 astenuti. Il Presidente dichiara accolta la proposta e si impegna con il Consiglio Direttivo a modificare lo statuto del Premio Sissco nel senso indicato dalla votazione.
5. Macry illustra il programma del convegno “Rivoluzione. Una discussione di fine ‘900″, che si terrà a Napoli il 20 e 21 novembre 1998 presso l’Istituto di Studi Filosofici. Il Convegno si aprirà con una sezione dedicata all’inquadramento storico-teorico delle rivoluzioni; sono al momento sicuri gli interventi di Luciano Cafagna e Paolo Viola, mentre sono in corso contatti con alcuni studiosi stranieri. La seconda sezione sarà sul 1848, con una relazione di Simonetta Soldani e discussant Alberto Banti. La terza sessione si intitola “1917: le facce della rivoluzione”, con una tavola rotonda con Buttino, Benvenuti, Cinnella, e Graziosi. Infine l’ultima parte del convegno sarà dedicata alla rivoluzione cinese ed è sicura la presenza di Yves Chevres.
Pavone ringrazia Macry per il lavoro di organizzazione del convegno e, vista la ricchezza del programma, suggerisce di aumentare di mezza giornata la durata del convegno. Per il 1999 Pavone propone come tema del convegno scientifico scientifico la cittadinanza nell’età contemporanea.
Tobia propone per il seminario professionale un incontro dal titolo provvisorio: “le forme dell’editoria storica: didattica e divulgazione”, da tenere in occasione del Salone del Libro di Torino. Questo seminario sarebbe incentrato sui manuali di storia per le scuole e l’università, sul nuovo linguaggio dei Cd-rom e dei video, sui modi in cui affrontare la didattica della storia contemporanea.
Sabbatucci si dichiara d’accordo sui temi prescelti per i convegni, ma suggerisce per il futuro di dare maggiore spazio al ‘900
Poste ai voti, le due proposte vengono approvate
6. Il Presidente ricorda che Porciani e Mantelli terminano il loro mandato e li ringrazia calorosamente per l’impegno profuso nella Società. Dichiara altresì che a norma dell’art. 8 dello Statuto il Consiglio Direttivo propone come candidati alla loro successione Giovanni Sabbatucci e Carlotta Sorba, e chiede all’assemblea se vi siano altre candidature. Non essendo roposto alcun altro nome, il Presidente costituisce il seggio elettorale che sarà costituito da Paolo Pezzino (presidente), Barbara Armani, Cristina Cassina. Le votazioni si aprono alle ore 12 e vengono chiuse alle ore 13. I votanti in regola con le quote associative sono 25. Lo spoglio dei voti dà il seguente risultato: Sabbatucci voti 12, Sorba voti 9, bianche 2, nulle 2. Risultano eletti pertanto come nuovi consiglieri Giovanni Sabbatucci e Carlotta Sorba.
L’assemblea si scioglie alle ore 13, 20.
Il Segretario Il Presidente
(Enrico Francia) (Claudio Pavone)

SITUAZIONE DI CASSA AL 21 MAGGIO 1997
Saldo attivo al 31 dicembre 1996:
Lit. 1.469.077
===============================================================
Entrate nel periodo 1° gennaio – 20 maggio 1997
Lit. 3.646.587
pari a n 37 quote sociali
(n° 27 da Lit.100.000)
(n° 2 da Lit. 150.000)
(n° 8 da Lit. 50.000)
L. 246.578
residuo del c/c postale di Bologna chiuso nell’aprile 1998
Uscite nel periodo 1° gennaio – 6 maggio:
Lit. 950.000
di cui
Lit. 950.000 rimborso spese sostenute per la preparazione del n° 19 del bollettino al segretario dr. Enrico Francia
===============================================================
Saldo di cassa del periodo 1° gennaio – 21 maggio
Lit. 2.696.578 (attivo)
Disponibilità di cassa al 10 maggio 1996:
Lit. 4.165.655
di cui
Lit. 3.341.115 su C/C Ambroveneto Torino
Lit. 74.540 su C/C PT Torino
Lit. 750.000 disponibilità di cassa *
* (in parte nella disponibilità del tesoriere, in parte nella disponibilità della segreteria, sia come liquido che come valori bollati).
Torino, 6 maggio 1998
Il tesoriere
(Brunello Mantelli)

BILANCIO CONSUNTIVO PER L’ANNO SOLARE 1997
Entrate:
1) Quote sociali
a) Nuovi soci: n° 5, di cui 2 quote a 150.000 = Lit. 300.000
di cui 3 quote a 100.000 = Lit. 300.000
b) Rinnovi: n° 99, di cui 72 quote a 100.000 = Lit. 7.200.000
di cui 27 quote a 50.000 = Lit. 1.350.000
——————–
TOTALE QUOTE Lit. 9.150.000

2) Interessi attivi sui conti correnti bancari e postali Lit. 49.168
a) conto corrente bancario Ambroveneto Torino Lit. 45.068
b) conto corrente PT Torino Lit. 4.100
===================
TOTALE ENTRATE Lit. 9.199.168
Uscite
1) Spese generali
a) Spese legali Lit. 0
b) Oneri bancari (tenuta conto, imposte e tasse) Lit. 409.396
– c/c PT Torino Lit. 49.800
(per chiusura conto)
– c/c Ambroveneto Torino Lit. 359.596
2) Cancelleria Lit. 138.500
3) Spese postali Lit. 1.475.400
4) Valori bollati Lit. 800.000
5) Copisteria-tipografia (per bollettino) Lit. 5.427.000
6) Rimborsi per missioni, trasferte e acquisti di vario genere Lit. 785.100
7) Convegno ed assemblea SISSCO (Imola primavera 1997) Lit. 1.545.000
8) Convegno sull’identità nazionale (Catania, autunno 1997) Lit. 813.300
9) Spese per premio SISSCO 1995 e 1996
Lit. 2.000.000
10) Prestazioni professionali retribuite Lit. 2.975.000
– compensi: Lit. 2.500.000
– ritenuta d’acconto 19% Lit. 475.000
=====================
TOTALE USCITE Lit. 16.368.626
SALDO PER L’ANNO SOCIALE 1996:
Lit. 9.199.168-
Lit. 16.368.626
======================
Lit. 7.169.458 (passivo)
RESIDUO ATTIVITÀ ANNO SOCIALE 1996 Lit. 8.638.535
======================
SALDO ATTIVO RESIDUO AL 31 DICEMBRE 1997 Lit. 1.469.077
così distribuito: Lit. 328.372 sul C/C bancario Ambroveneto Torino
Lit. 544.927 sul C/C PT Torino
Lit. 268.778 sul C/C PT Bologna
Lit. 327.000 liquidità di cassa
(in parte nella disponibilità del tesoriere, in parte nella disponibilità della segreteria, sia come liquido che come valori bollati)
Torino, 31 dicembre 1997
Il tesoriere
(Brunello Mantelli)

BILANCIO PREVENTIVO PER L’ANNO SOLARE 1998
Entrate:
1) SALDO ATTIVO AL 31 DICEMBRE 1996 Lit. 1.469.077
2) Quote sociali Lit. 15.850.000
Rinnovi: 1998 (80 x 100.000) = Lit. 8.000.000
1998 (27 x 50.000) = Lit. 1.350.000
Nuove iscrizioni 1998 (10 x 150.000) = Lit. 1.500.000
1998 (10 x 100.000) = Lit. 1.000.000
Reiscrizione soci in arretrato
1997 (40 x 100.000) = Lit. 4.000.000
3) Interessi attivi sui conti correnti bancari e postali Lit. 100.000
===================
TOTALE ATTIVITÀ Lit. 17.419.077
Uscite
1) Spese generali
a) Spese legali Lit. 0
b) Oneri bancari (tenuta conto, imposte e tasse) Lit. 300.000
2) Cancelleria Lit. 150.000
3) Spese postali Lit. 1.000.000
4) Valori bollati Lit. 800.000
5) Copisteria-tipografia Lit. 5.000.000
6) Rimborsi per missioni, trasferte e acquisti di vario genere Lit. 1.000.000
7) Seminari Lit. 3.000.000
– Roma Lit. 2.000.000
– Napoli Lit. 1.000.000
8) Premio SISSCO Lit. 1.000.000
9) Prestazioni professionali retribuite, compresa la ritenuta d’acconto del 19% Lit. 3.000.000
=====================
TOTALE USCITE Lit. 15.250.000
SALDO ATTIVO PREVISTO AL 31 DICEMBRE 1998, SALVO ALTRE INIZIATIVE DECISE NELL’ANNO SOCIALE 1998
Lit. 2.169.077
======================
A PAREGGIO Lit. 17.419.077

Torino, 31 dicembre 1997
Il tesoriere
(Brunello Mantelli)

L’UNIVERSITA’ SENZA FUTURO
Nel corso dell’annuale assemblea della SISSCO (Società italiana per lo studio della storia contemporanea), svoltasi a Roma l’8 maggio scorso, è stata sollevata la questione del reclutamento universitario e rilevato il diffuso malessere delle giovani generazioni di studiosi escluse dall’Università. Il tema, che si connette al dibattito più generale sulla riforma del sistema universitario, ha suscitato l’interesse dei soci che hanno unanimemente sottolineato l’urgenza di una riflessione.
Un gruppo di soci ha avviato un processo di costituzione di un OSSERVATORIO SUL RECLUTAMENTO UNIVERSITARIO che si propone di raccogliere documentazione, di elaborare proposte e, più in generale, di promuovere una sistematica attività di sensibilizzazione sul tema. Gli stessi soci hanno elaborato un appello che ha già trovato dei primi significativi consensi al di fuori della SISSCO.
Testo dell’appello:
Da troppi anni l’esiguità dei concorsi a ricercatore e l’assenza di significativi canali alternativi di reclutamento, sia pure temporaneo e parziale, di fatto negano la possibilità di ingresso ai giovani studiosi che intendono percorrere la carriera accademica. L’aspettativa di accesso si colloca ormai intorno ai quarant’anni (almeno per la maggior parte delle discipline umanistiche), e prevede un lungo e penoso calvario contrassegnato da un’iniqua e drastica “selezione”.
Il fenomeno ha delle ricadute sociali e culturali di particolare rilievo: non solo per le d rammatiche condizioni in cui sono costretti migliaia di giovani studiosi, ma per il futuro dell’Università e per le stesse prospettive di sviluppo del paese.
La mancanza di un ricambio generazionale produce effetti distruttivi su tutto il sistema universitario: crea un salto generazionale troppo ampio tra studenti e docenti, che si traduce spesso in un’eccessiva distanza di sensibilità e di linguaggi; frena l’innovazione sia dei percorsi didattici, sia della ricerca; frena altresì il complessivo aggiornamento del sistema universitario di fronte alle novità provenienti dall'”esterno”. Si produce così una pericolosa frattura nella “trasmissione della memoria” che nega ai percorsi formativi delle nuove generazioni bagagli culturali propri dei saperi degli anni ottanta e novanta. L’esclusione dei giovani studiosi, con il conseguente e sempre più frequente abbandono dei percorsi di “carriera accademica”, contribuisce a quell’isolamento e a quel decadimento di cui soffre ormai da tempo l’Università italiana, destinata a perdere definitivamente ogni ruolo nella formazione della classe dirigente del paese. Per una nazione che si prepara, con accenti sin troppo retorici, ad affrontare le sfide avanzate dell’integrazione europea e mondiale e che, almeno a parole, punta sulle giovani generazioni e sulla centralità della formazione, il fenomeno dovrebbe destare maggiori preoccupazioni e una vera e propria indignazione.
Il testo di riforma universitaria attualmente in discussione al Senato non affronta con decisione la questione (la discussione in merito è comunque aperta). In ogni caso, pur ammettendo che il percorso avviato possa produrre effetti benefici – anche da questo punto di vista – rimane il fatto che l’entrata a regime di un nuovo assetto del sistema universitario non è prevedibile prima di molti anni: nel frattempo è urgente definire delle misure transitorie che tentino di risolvere il problema.
Il ministero retto da Luigi Berlinguer ha tentato di prendere qualche provvedimento con l’istituzione degli “assegni di ricerca”, ma la “buona intenzione” è risultata vanificata da una disponibilità finanziaria veramente irrisoria; inoltre l’attivazione dei pochi assegni sta incontrando assurde resistenze sia di carattere amministrativo che di tipo politico-corporativo.
E’ necessario investire risorse finanziarie che permettano ad una fascia di studiosi altamente qualificati di accedere a forme di rapporto lavorativo, anche temporaneo ma dignitose, che rendano socialmente fruttuose le loro conoscenze.
La soglia di tolleranza è stata abbondantemente superata ed è ormai urgente una reale presa di coscienza della gravità del fenomeno. E’ necessario promuovere un’ampia mobilitazione, moltiplicando i luoghi e le occasioni di confronto e di sensibilizzazione al problema.
In primo luogo dovrebbero mobilitarsi i giovani studiosi (dottori di ricerca, borsisti, cultori della materia, studiosi in varie forme impegnati nella didattica e nella ricerca universitaria – sottopagati o più spesso non pagati -, ecc.). Si tratta però di “figure sociali” prive di potere contrattuale e soggette a pressioni e ricatti, indotte dalla situazione a rinchiudersi in percorsi individuali, spesso illusori, di tipo prettamente personalistico. Per questo motivo, ma non solo, è decisivo che si mobilitino anche tutti coloro che, al di là di meri interessi corporativi, hanno a cuore il futuro dell’Università: siano essi professori ordinari, associati o ricercatori.
26 giugno 1998
Primi firmatari-soci SISSCO:
Benedetta Garzarelli (Dottoranda di ricerca, Università di Roma III)
Paola Ghione (Dottoranda di ricerca, Università di Roma I)
Giancarlo Monina (Dottore di ricerca, Università di Roma III)
Carlo Spagnolo (Dottore di Ricerca, Istituto Universitario Europeo di Firenze)
Ermanno Taviani (Dottore di Ricerca, Università di Roma I)

Per aderire scrivere a:
noiret@datacomm.iue.it
presso la redazione del Bollettino e del sito web della Sissco, SISSCOWEB [/Welcome.html].
Le informazioni veranno poi ritrasmesse ai firmatari.

A proposito del recente concorso per professori associati. Invito a una discussione
di
Raffaele Romanelli

Si è concluso quest’anno il terzo e ultimo concorso nazionale per professore associato svoltosi in dieci anni. Questa volta hanno vinto Giampietro Berti, Maria Luisa Betri, Guido Crainz, Paolo Favilli, Carlo Fumian, Fabio Levi, Salvatore Lupo, Renzo Martinelli, Gaetano Quagliariello, Paride Rugafiori, Sandro Setta, Alessandra Staderini e Luigi Tomassini.
Mi piacerebbe, innanzi tutto, che la SISSCO si congratulasse con tutti loro. Naturalmente è lecito che ciascuno esprima un parere complessivo e una valutazione comparata sul risultato. Ma non è questo che una associazione di categoria come la SISSCO deve fare, a meno che non vi siano elementi di grave scandalo o di manifeste irregolarità, che andrebbero allora denunciati. Non mi pare questo il caso; credo che se si esaminassero i profili dei promossi, se ne concluderebbe che tutti hanno pienamente meritato il titolo. Si tratta di studiosi di età compresa tra i 40 e i 50 anni (uno è di poco al di sotto, almeno un paio sono al di sopra), che hanno pubblicato più di un volume, e che tutti a vario titolo insegnano da anni.

E’ semmai a partire da questi dati elementari che può essere tentata una riflessione più generale, che riguardi l’insieme della categoria. Da questa la SISSCO non dovrebbe esimersi. Il ritratto sommario dell’insieme dei vincitori ci presenta infatti il profilo di una “coorte” più vasta, assai più vasta e affollata, che ormai comprende più generazioni e che dunque mediamente è anziana, almeno rispetto agli standards accademici normali. Per dare l’idea, credo sia giusto che io faccia soltanto i primi nomi che vengono alla mente di uno come me, che dichiara di non avere ben presente il quadro complessivo della disciplina, e che non ha tentato di farselo per l’occasione. E’ un esercizio che può risultare istruttivo, e che altri soci SISSCO più informati di me potranno fare con strumenti migliori dei miei.
Dunque soltanto gettando uno sguardo agli scaffali della mia libreria, o riandando a qualche lettura o incontro, mi vengono alla mente senz’ordine, tra coloro che a quanto io sappia non sono professori associati, a volte nemmeno ricercatori, i nomi di Michele Battini, di cui ho apprezzato il denso volume sul pensiero conservatore francese o di Bruno Tobia, che ha inaugurato un filone di studi significativo sulle celebrazioni dell’Italia borghese; penso ai contributi dati alla storia del socialismo e delle classi operaie da Marina Cattaruzza, da Maurizio Ridolfi o da Patrizia Dogliani; mi tornano alla mente senz’ordine contributi di storia della cultura, dell’organizzazione culturale o della storiografia firmati da Giuliana Gemelli, da Giovanni Belardelli, da Mauro Moretti, da Fulvio De Giorgi o da Maria Vittoria Gentili. Avendo maggiore familiarità con le ricerche di storia sociale, o di storia politica, penso poi ad alcuni scritti che ho avuto sotto mano di recente, firmati da Maura Palazzi, da Aurelio Alaimo, da Laura Guidi, da Lucetta Scaraffia, da Paola Di Cori, da Giorgio Fiocca, da Roberto Romano, da Marco Soresina, da Giovanni Montroni, da Piero Brunello, da Paola Magnarelli, da Carlotta Sorba, da Alessandro Polsi, da Daniela Caglioti, da Lea D’Antone, da Stefano Cavazza, da Roberto Balzani. E così, nel campo della storia politica, o delle istituzioni, di storia elettorale, dei partiti e dei movimenti, mi vengono in mente gli studi sulla memoria della resistenza di Giovanni Contini, quelli di storia elettorale di Maria Serena Piretti e di Serge Noiret, o i volumi sul gladstonismo di Eugenio Biagini, e ancora alcuni scritti di Brunello Mantelli, di Loreto Di Nucci, di Paolo Nello, di Simone Neri Serneri, di Mario Toscano, di Nicola Labanca, di Fabio Bertini, di Ester de Fort, di Renato Camurri, di Fulvio Conti, di Rosario Mangiameli, di Giovanni Gozzini, di Giovanni Raffaele, di Luigi Musella, di Marco Sagrestani, di Guido Formigoni, di Pietro Di Loreto e di tanti altri. Più che altro, così facendo mi accorgo dei miei difetti di informazione: la lista continuerebbe ancora per un buon tratto, verso campi e settori che mi sono poco familiari, come quelli degli specialisti di storie di altri paesi, che forse, avendo i loro “raggruppamenti” non dovrei nemmeno considerare (ma americanisti come Luigi Bruti Liberati o i “sovietologi” come Andrea Graziosi, Silvio Pons o Antonello Venturi non sono anch’essi dei contemporaneisti?).
E’ dunque inutile una lista così poco sistematica e poco informata? Non credo; consideriamo i nomi appena fatti solo come rappresentanti di una categoria di studiosi, e rendiamo loro l’onore delle armi. Poiché in questi anni mi capita di lavorare a contatto con storici non italiani, posso almeno testimoniare del loro stupore quando vengono a sapere che il tale studioso o autore italiano di buono o ottimo livello, che magari ha una Habilitation in Germania – è il caso di Marina Cattaruzza – o ha vinto posizioni di rilievo a Princeton e a Cambridge – è il caso di Eugenio Biagini -, perde però i concorsi in Italia. Non capiscono bene il nostro sistema. Né io provo a spiegarglielo.
Eppure da qui bisogna partire, io credo. L’offerta di nuovi posti è molto scarsa, la domanda è molteplice. Come fare, in queste condizioni, a gestire un concorso a soli tredici posti? Se lo devono esser chiesto i nove commissari – Simona Colarizi, Franco della Peeruta, Antonio Gibelli, Renato Monteleone, Antonio Parisella, Alfio Signorelli, Gabriele Turi, Angelo Ventura, Luciano Zani – che hanno da poco concluso il loro lavoro. Forse gli studiosi non italiani ai quali mi riferivo direbbero che il lavoro era difficile, ma in certo senso facilitato dalla drammatica condizione del mercato, che impone l’adozione di criteri di merito. Si direbbe infatti che in Italia il passare degli anni, e l’evolversi delle vicende individuali, abbiano innescato una sorta di processo darwiniano che ha selezionato nella vasta specie dei ricercatori, dei free-lance, dei post-doc, di esperti nell’arte di arrangiarsi, un nucleo di più resistenti e combattivi il cui livello scientifico è ormai molto elevato. Avrebbero dunque avuto i commissari l’imbarazzo della scelta – che è imbarazzo penoso – ma anche una occasione per dar prova di alta argomentazione scientifica.
Imbarazzo e fatica devono esser stati invece di altra natura, egualmente nobile forse, ma che a mio giudizio non fa che aggravare il problema più vasto e generazionale di cui soffre l’università italiana. Quali regole non scritte, quali criteri hanno infatti ispirato il lavoro dei commissari? Cercando di decodificarli non mortifichiamo la qualità dei vincitori proprio perché questa non è in gioco: superata la soglia minima di presentabilità scientifica – e di questa, come si diceva, non c’è penuria – tutti sono alla pari, senz’ordine di merito. E’ piuttosto in gioco una ponderazione di rappresentanza territoriale-notabilare tra i commissari. Come se il loro sforzo sia consistito in un attento gioco di mediazione privo di contenuti culturali. Si ricordi che i commissari sono nominati per elezione – cosa che offre loro una legittimazione forte e decisiva. Al momento della loro elezione, alcuni candidati commissari dichiarano preventivamente le loro scelte, come in un sistema di mandato imperativo; il voto allora è espresso a favore del candidato, non del commissario, senza problemi di valutazione comparativa. Altri invece preferiscono non dichiararsi apertamente, e allora nell’elezione vale piuttosto un criterio di appartenenza politico-corporativa: un commissario di una data area viene votato perché porti candidati di quell’area, pur mantenendo una certa discrezionalità. Va detto che la fine dei partiti storici della prima repubblica, anche se lenta ad essere recepita in area accademica, ha però ri-orientato questo meccanismo. I partiti si sono frastagliati in sottogruppi meno ideologici, le appartenenze si sono sfrangiate e sono diventate più labili. Le riunioni presso le fondazioni Gramsci, Turati o Sturzo hanno efficacia minore e meno trasparente. La cosa può provocare un certo disorientamento. Nel caso del concorso di cui parliamo, ad esempio, l’insuccesso elettorale dei “cattolici” – che non hanno avuto rappresentanti di qualche rilievo nella commissione – ha suscitato tra le loro file una reazione un po’ incomposta.
Attardandosi in una visione tutta partitica, c’è stato chi ha così argomentato: che avendo il ministro Berlinguer varato nuovi programmi scolastici che dànno grande risalto alla storia del Novecento, non a caso i nuovi docenti di storia contemporanea sono risultati “di sinistra” e sono stati sacrificati i “cattolici”. Per maggior chiarezza circa la sua natura, tale ragionamento, enunciato da un candidato-commissario non eletto – Piero Borzomati – è stato fatto proprio dall’on. Gerardo Bianco.
Questo penoso episodio ci segnala in realtà l’incertezza che segue la perdita dei referenti partitici tradizionali. La “partiticità” è stata una della piaghe peggiori della storiografica contemporaneistica italiana, e il suo declino non può che rallegrare. Il problema è però che declinando essa ha reindirizzato il costume spartitorio ormai stabilmente interiorizzato verso altri criteri.
Benché io non disponessi di particolari informazioni, tuttavia nel tempo che corre tra la nomina della commissione e le prove d’esame mi sono fatto un’idea – poi risultata esatta -di quale sarebbe stato stato l’esito del concorso. Sia chiaro: che, conosciuta la commissione, siano noti i vincitori non è di per sé fatto patologico. Lo può pensare solo chi equiparasse un concorso a cattedra a quello per l’assunzione di mille uscieri. Nel caso dell’accademia, conoscere in anticipo i nomi dei vincitori potrebbe esser segno di una forte tenuta disciplinare se ciò significasse la ratifica di valori universalmente riconosciuti nell’ambito della disciplina. Chi scrive pensa che una associazione come la SISSCO proprio questo dovrebbe fare: avendo i capiscuola da tempo abdicato a questa funzione, una associazione libera dovrebbe contribuire a creare uno spazio di discussione e confronto in cui si costruissero gerarchie di merito e di valore universalmente riconoscute.
Il ragionamento che mi ha portato a stilare la lista dei vincitori è stato però un altro. Vediamolo. Intanto andava applicata la regola per la quale ai commissari professori ordinari spetta una quota maggiore di quella che spetta ai commissari professori associati. E’ la prima frantumazione corporativa di un gruppo che non si pensa come collegio scientifico ma come accorpamento di interessi cetuali e che come prima cosa misura lo spazio del proprio potere accademico-politico. Ciò fatto andavano affiancati ai nomi di ciascun commissario quelli dei potenziali vincitori. Ora appunto la crisi di quei corpi intermedi che prima erano i partiti, o le loro filiazioni culturali, rendeva meno evidente la correlazione. I ntegrare la mappa dei partiti con la carta geografica si è rivelato esatto. Intanto ciò ha consentito di escludere i candidati di quelle sedi che non erano rappresentate, tanto più se qualcuno in quelle sedi aveva corso come commissario senza essere eletto. così ho cancellato dalla rosa dei vincitori i concorrenti delle università di Pisa e di Napoli, per fare un esempio. La ponderazione dei commissari (ordinari-associati) e l’incrocio politico-territoriale dei commissari – con una correzione solo marginale data dalle sedi che avevano messo a concorso i posti – è risultato criterio perfettamente efficace: ho scritto accanto al nome di Gabriele Turi quello di due fiorentini di area “comunista”, accanto a quello di Angelo Ventura i nomi di due padovani di area “socialista”, accanto a quello di Franco della Peruta i nomi di due suoi allievi milanesi, e così via. Un incidente di percorso mi ha per un attimo lasciato perplesso; quando improvvisamente è morto un commissario, Franco de Felice, che si era espresso apertamente per la vittoria di un romano del suo dipartimento, Bruno Tobia, mi sono domandato come sarebbero stati calcolati i voti andati a Tobia-De Felice. Ho finito con l’escludere tra le variabili in gioco il fair play: ho cancellato Bruno Tobia dalla lista.
Personalmente ho difficoltà a capire come mai degli storici che nei loro lavori guardano ad orizzonti nazionali, o che sono culturalmente e politicamente impegnati, si muovano poi come accademici-commissari, in ambiti così localistici e provinciali. E’ comunque un fatto; la perdita di quel tanto di aggregazione nazionale che avveniva attraverso le strutture partitiche ha liberato identità meramente locali. E’ del resto un fenomeno più generale – che da qualche tempo ha preso il nome di “federalismo” – e la recente legge di riforma ne ha preso atto, localizzando anche i concorsi a cattedra. Il nuovo sistema di reclutamento assomiglia a quello già in vigore per i concorsi per ricercatore, dove per svolgere un concorso locale è sufficiente arruolare due solidali “esterni” con la connivenza del CUN. Già si apprestano strategie simili per i nuovi concorsi a cattedra, e poiché si profila un eccesso di localismo, si cominciano ad immaginare accordi incrociati tra potenziali commissari per introdurre qualche forma di compensazione supralocale, comunque escludendo ogni idea di aperta competizione per merito.
Se così è, ci si può per prima cosa domandare se non sarebbe meglio per tutti abolire la finzione del rituale concorsuale. Esso è mortificante e impietoso per i candidati, nessuno dei quali – lo si è visto – è alle prime armi; ed è logorante per tutti, anche per i commissari, che nel migliore dei casi – come pare che sia avvenuto per quest’ultimo concorso – dànno prova di civiltà ascoltando benevolmente decine di lezioni, mostrandosi infor mati su opere, scritti e percorsi di ricerca, per poi soppesare e bilanciare, e quindi redigono migliaia di pagine di verbali con l’acribia necessaria a limitare i danni del gioco al massacro che seguirà sotto il diluvio dei ricorsi al TAR. Abolire la finzione rituale del concorso per merito non solo riavvicinerebbe un poco la forma alla pratica, le parole alle cose, ma soprattutto, sottraendo i concorsi universitari alle norme generali dei concorsi pubblici, li ricondurrebbe alla loro vera natura, che è accademica, e spunterebbe l’arma impropria del ricorso al TAR, che per lo più serve ad alcuni candidati esclusi per tessere complicatissime trame e lanciare misteriosi messaggi e alla magistratura amministrativa per esercitare un potere di ricatto improprio sul ceto accademico.
Ampliare l’area di discrezionalità, fino ad attribuire ai singoli docenti, o dipartimenti, il diritto di premiare i loro allievi – diritto che essi comunque si prendono – avrebbe un forte valore di chiarificazione e di riassunzione in proprio delle responsabilità accademiche. Ciò richiederebbe però che i posti di cui i cattadratici dispongono per allievi e clienti non fossero permanenti e vitalizi. Qui si tocca il problema di fondo da cui sono partite le mie riflessioni. Nel constatare che l’offerta di nuovi posti è molto scarsa rispetto alla domanda, notavo che gli anni hanno selezionato un certo numero di concorrenti il cui livello scientifi co è ormai molto elevato. Bisogna aggiungere che si tratta di un livello che sempre più contrasta con quello di una parte almeno del personale universitario di ruolo, che è stato a sua volta reclutato con il sistema di affiliazione extrascientifico di cui si sta parlando. E’ evidente che tali assunzioni dirette, unite alla garanzia vitalizia, scoraggiano ogni competitività e produttività scientifica e piuttosto alimentano quella sorta di pansindacalismo assistenziale che pure è dato di incontrare nell’attuale università di oggi, e che chiede di sanare la strozzatura demografica con promozioni in massa ope legis. Ma ciò che è stato possibile in una fase di risorse abbondanti e di sfondamento clientelare degli organici non sembra possibile riprodurre oggi. Tra l’altro allora nella massa passavano anche i meritevoli; oggi non è più così. Nell’ipotesi che sia possibile chiedere al bilancio statale uno sforzo rilevante per il personale universitario – e questa è una battaglia che meriterebbe di esser fatta -, lo si faccia semmai per affrontare il prepensionamento di molti docenti, come accade in ogni azienda decotta e sovraccarica di persionale inutilizzabile. L’alleggerimento degli organici così ottenuto libererebbe risorse per le nuove generazioni. Personalmente, sarei sostenitore convinto di nuovi sistemi di reclutamento che introducessero criteri di merito. Ma se questo non è possibile, si dia ai baroni piena discrezionalità di assunzione, come dicevo, senza però riprodurre l’effetto perverso di ieri. Già oggi, tra borse post-doc e contratti, i professori sono liberi di assegnare risorse in via privata. Continuino a farlo, ed essendo messi in condizione di premiare persone più giovani, accettino però che i premiati, prima di acquisire la stabilità del posto, almeno una volta nella vita si misurino con qualche forma di verifica esterna del loro lavoro e possano essere valutati per i loro meriti. E’ ciò che i migliori di loro sicuramente chiedono.

Una lettera sul concorso a professore associato

Il 30 aprile Patrizia Dogliani inviava a Claudio Pavone e al Consiglio direttivo della SISSCO una lettera.

Al Presidente della SISSCO, prof. Claudio Pavone
Al Direttivo della SISSCO
Fra pochi giorni si terrà l’assemblea annuale dei soci della Società e l’altrettanto annuale assemblea nella quale per abitudine i soci rinnovano la loro iscrizione.
Colgo questa’ occasione per chiedere a te e al tesoriere di sospendere la mia adesione alla Società. Non sono persona che semplicemente dimentica di pagare la quota: ho l’abitudine di motivare i miei atti.
Come voi ben sapete il concorso per posti d’associato in Storia contemporanea attualmente in svolgimento ha drammaticamente per alcuni candidati, e penosamente per altri, accentuato un malessere tra coloro che, giovani ricercatori più non sono, da anni attendono un dignitoso riconoscimento della loro attività didattica e scientifica. Conosciamo benissimo la realtà della nostra disciplina: pochi posti e molti candidati, validi e idonei e sappiamo altrettanto bene che una soluzione non può che venire da una ridefinizione complessiva dei ruoli e delle prassi di reclutamento. Ciò detto, ritengo inaccettabile il silenzio, la rassegnazione, il disinteresse che mostrano principalmente colleghi associati e ordinari, che per aver terminato gli studi qualche anno prima o per maggiori fortune, hanno avuto un avanzamento professionale molto più rapido e soprattutto più facile e decoroso di studiosi della mia generazione (penso alla prova cosiddetta didattica alla quale sono sottoposti ripetutamente a ogni concorso candidati che oramai ricoprono incarichi d’insegnamento e laureano studenti e che eventualmente l’hanno già con onore superata in passato senza per questo essere stati nominati associati).
Tale situazione ha inoltre creato un clima di non comunicazione, un atteggiamento del “ciascuno per sé” tra i ricercatori ed un totale distacco di essi non solo nei confronti del destino della categoria, ma anche rispetto a coloro che, completati dottorato e ricerche di rilievo, attendono di entrare all’università, con il risultato che ognuno cerca di proteggersi e di farsi proteggere in un piccolo ambiente chiuso e soffocante, sperando che almeno lui possa andare controcorrente rispetto al destino collettivo. Creo che mai pazienza e frustrazione abbiano toccato un punto più basso di questa fase nella quale affrontiamo nuovamente un concorso che sappiamo perduto in partenza. Credo che mai come ora il localismo abbia avuto il sopravvento su una valutazione equa e nazionale dei valori scientifici.
Io ero entrata nella SISSCO, e avevo in seguito assunto impegni che richiedevano tempo e responsabilità come membro del Direttivo, al momento dell’espletamento del precedente concorso ad associato. Avevo sperato che un impegno della Società nei confronti dei suoi aderenti ed anche dei colleghi esterni ad essa potesse andare nella direzione, se non di modificare un assetto generale ben più ampio della nostra disciplina e delle nostre energie disponibili, almeno di farci sentire più solidali, più partecipi e soprattutto più esigenti nel richiedere chiarezza nel giudicare il nostro lavoro storiografico (il premio SISSCO era una buona premessa). Invece, a parte alcuni tentativi che si sono esauriti in incontri con un passato ministro e con un excursus storico sul reclutamento degli storici nell’università italiana, non vedo nulla di cambiato, nulla di aggiornato, nulla di più consapevole, rispetto all’inizio degli anni novanta. Anzi, percepisco un peggioramento dell’attenzione prestata dalla Società al futuro professionale di chi già da tempo opera nell’università.
Questa lettera può essere letta come sfogo personale, e probabilmente lo è, da parte però di qualcuno che sino ad ora ha sempre valorizzato la riflessione e l’impegno collettivo, lo scambio, per modificare situazioni che non sono solo personali ma anche generazionali. Di una persona che ha sempre rispettato le proprie e le altrui scelte politiche e culturali. Non credo ora, nella situazione che verifico quotidianamente, che collaborazione e riflessione collettiva siano praticate e non vedo pertanto motivo di rimanere in una Società che è soprattutto rappresentante di una comunità e di una “corporazione” che dovrebbe avere come scopo per l’appunto il miglioramento professionale, la valorizzazione culturale del nostro lavoro, la cooptazione qualificata e soprattutto la comunicazione tra soci-colleghi.
Credimi Claudio non vi è nulla di personale nei confronti della tua persona e del tuo ruolo in qualità di presidente della SISSCO. Ricevi come sempre il riconoscimento della mia più sincera stima e amicizia. Vi auguro buon lavoro per il seminario annuale che spero chiarisca destini e prospettive per altri nascenti storici.
Bologna, 30 aprile 1998
Patrizia Dogliani

Cara Patrizia,
ho ricevuto la tua lettera del 30 aprile quando il convegno SISSCO era già avvenuto e così non l’ho potuta far leggere agli altri membri del Consiglio direttivo, nè riassumerne il contenuto in assemblea. Di un disagio delle leve giovani-intermedie tutti erano coscienti AI livello di dottorandi – dottorati – postdottorati se ne è fatto interprete in assemblea Giancarlo Monina. Se tu credi posso proporre la pubblicazione sul Bollettino SISSCO di una versione “erga omnes” della tua lettera, che possa interessare in generale tutti i soci SISSCO.
Mi dispiace naturalmente che tu non voglia rinnovare la tua iscrizione. Ma prima di considerarti dimissionaria mi permetterò di considerarti socia dormiente. Quanto al merito il tuo è ben più di uno sfogo personale, in due temi, almeno, che sono essenziali.
Il primo è quello della situazione in cui si trova la tua fascia d’età, che comprende eccellenti studiosi condannati a una progrediente frustrazione, esasperata dall’andamento tradizionalmente baronale del concorso in atto per associato che si avvia a consacrare enormi ingiustizie.
Il secondo è il ruolo che la SISSCO può giocare al riguardo. Socio fondatore qual sono e all’inizio del mio quarto e ultimo anno di presidenza, debbo rispondere: poco o punto. E questo non solo perché, dopo le molte discussioni che ricorderai, fu sostanzialmente escluso che la SISSCO dovesse diventare non dico un sindacato di categoria, ma nemmeno un gruppo di pressione nei concorsi. Certo, avrebbe potuto diventarlo se avesse acquistato un peso e un prestigio tali che il farne parte ed essere da essa valorizzati fosse venuto a costituire di per sé un “titolo”. Ma questo non è avvenuto, e sul perché più volte abbiamo discusso, senza che dalla discussione scaturisse alcunché di operativamente efficace. Tieni presente due soli dati: lo scarso numero di iscritti e il fatto che per ricoprire la carica di presidente non si sia trovato nulla di meglio di un associato in pensione (Del resto anche la società delle storiche è presieduta da una associata. Si può esaltare Tocqueville per il peso che egli attribuiva allo spirito associativo, ma poi, di fatto…).
Tu puoi chiedere che vengano messi all’ordine del giorno temi connessi alla vostra situazione, che se ne parli nel Bollettino, eccetera, più di quanto finora fatto. Hai ragione, e faccio la mia non irrilevante parte di autocritica Ma qualche iniziativa o sollecitazione dal basso non guasterebbe, tipo la proposta che ti ho fatto prima di trasformare la tua lettera in un intervento sul Bollettino. Ne aggiungo un’altra: prendere contatto con Monina che, dopo l’intervento in assemblea che ti ho detto, si propone di organizzare un gruppo di soci (associandi, associabili) giovani. Aggiungo ancora che presso il Potere (governativo, parlamentare, baronale in genere, oltre i concorsi) la SISSCO poco riesce a farsi sentire, di qualsiasi cosa si occupi. Neanche questo mio è uno sfogo. Nonostante tutto, credo nella validità e utilità della SISSCO, che indegnamente presiedo. Andiamo avanti!
Ti saluto molto cordialmente.
20 maggio 1998
Claudio Pavone

Cari soci della SISSCO,
vorrei che la corrispondenza tra me e Claudio Pavone sia pubblicata così come si è svolta, senza trasformare la mia lettera in intervento. Il 12 e 13 maggio, dopo molti dubbi e tentennamenti, mi sono presentata a Roma al colloquio – “prova” concorsuale.
Di questa esperienza serbo ancora un ricordo fresco di insoddisfazione e soprattutto di inutilità, che riduce ulteriormente la stima che nutro nei confronti del mondo accademico. Ciò che più mi disturba, credetemi, non è il non aver vinto il concorso (d’altronde era impresa impossibile in partenza), ma di essere stata coinvolta in una sorta di farsa, nella quale non vi erano principi né valori scientifici in gioco o che conducevano il gioco.
I candidati erano tanti, e tanti i bravi storici, e pochi i posti in palio, ed io non mi sono sentita affatto chiamata nel breve tempo passato con la commissione a presentare il mio profilo di studiosa, il mio percorso, le domande e i risultati sui quali si muove il mio quotidiano lavoro di ricerca ed anche, ricordiamolo, di formazione di giovani, in modo che i commissari potessero seriamente metterlo a confronto con quanto altri candidati presentavano.
Vi sono due aspetti che più mi disturbano: la mancanza di reale competizione scientifica tra i concorrenti e la negligenza nei confronti dei curriculum che essi presentano. I centri italiani e stranieri nei quali si sono formati, le esperienze di insegnamento in Italia e all’estero, le riviste sulle quali hanno pubblicato e che talvolta dirigono poco contano quando alla spalle non si hanno presentatori e forti sostenitori. I termini della cooptazione devono essere rinegoziati nella nostra categoria, devono essere chiari, devono rispondere al merito e alle esperienze, devono sconfiggere le clientele che oggi hanno sostituito nella Contemporanea le passate scuole e correnti interpretative. E questa nuova attitudine non può che partire da noi: io vedo troppi giovani studiosi affacciarsi alla carriera universitaria, assumendo lo stesso passo e la stessa mentalità baronale, gli stessi valori dei loro maestri; ciò permette loro di sopravvivere in una attesa lunga e mal retribuita, in un mondo che, occorre dirlo, sempre meno si presta ad una presenza femminile e non socialmente privilegiata.
Ed inoltre da studiosa di fenomeni giovanili e generazionali quale io sono, mi sento anche molto sensibile nella vita professionale a questi aspetti. Si può essere ancora considerato “giovane ricercatore” quando si hanno superato i quarant’anni ?. E perché un ricercatore deve essere sempre considerato giovane ?. Forse perché in Italia non esistono per la scienza sociale centri di ricerca nei quali si cresce in esperienza e in professionalità, nei quali convivono ricercatori di diverse età. Abbinare ricercatore=giovane (ed assistente) vuol dire in primo luogo far torto alla ricerca e denigrarla nel nostro paese. E, perché, e qui si insinua il secondo aspetto di fastidio, rimanendo istituzionalmente “ricercatore” io, classe 1955, borsista alla Fondazione Einaudi con un dottorato francese e un post-dottorato Jean Monnet Fellow, incaricata d’insegnamento negli Stati Uniti e all’Istituto universitario europeo, docente da sei anni di un corso fondamentale d’indirizzo in Storia dell’Europa sono comunque considerata alla stessa stregua di colui che non ancora trentenne vince un posto di ricercatore in formazione ? Qui c’é qualcosa di più dell’orgoglio: mi sorge il dubbio che la mancanza di riconoscimenti istituzionali al progresso e alla maturazione che negli anni e nei luoghi uno studioso naturalmente compie nuoccia soprattutto al rapporto tra generazioni, lo sconvolga a tal punto da lasciare senza ancore nè certezze la professione, e i suoi valori di giudizio, che proprio nei rapporti e negli scambi interpersonali dovrebbe trarre energie per la produzione scientifica e l’accrescimento conoscitivo; e renda forte solo il più retrivo potere accademico.
Ad ogni concorso si ricomincia da capo. Nella contemporanea, a differenza di quanto si attua in altri gruppi disciplinari anche di Storia, non esiste una “lista d’attesa” una scansione anche solo concordata tra associati e ordinari. Ad ogni concorso si riapre la rissa tra i più forti e spalleggiati con un umiliante baratto nella elezione dei commissari e di conseguenza dei vincenti
Io vorrei che prima di parlare di nuove tecniche concorsuali, cominciassimo a discutere più in generale di nuove regole da dare a noi stessi e al nostro comportamento professionale, perché se così non fosse, fatta una nuova legge… Non ho mai pensato che la SISSCO dovesse divenire un sindacato di categoria e so bene come mi ricorda Pavone che la nostra piccola Società non ha alcun reale potere contrattuale; poterebbe però migliorare come luogo di riflessione, di valorizzazione, di “educazione” al nostro comune lavoro di storici. Solo in questo caso mi sentirei di rientrarci con convinzione ed entusiasmo.
19 ottobre 1998
Patrizia Dogliani

——————————————————————————–
Breve postilla

I temi sollevati nello scambio di lettere intercorso tra Patrizia Dogliani e il presidente Pavone, legandosi in parte alle motivazioni che ci hanno indotto a formulare l’appello, mi spingono a qualche breve considerazione. Si tratta in realtà di questioni differenti, una realtà all’ingresso, l’altra al progresso nella carriera accademica, tuttavia ambedue si iscrivono all’interno dello stesso quadro problematico, che coinvolge l’intero mondo universitario, le risorse a esso destinate, i ruoli e le prassi di reclutamento, nonché i rapporti di “comunicazione” tra colleghi.
Si ricava, in verità senza molte sorprese, uno spaccato estremamente scoraggiante di quel mondo universitario nel quale i giovani studiosi cercano di trovare un proprio ruolo professionale e civile. La consapevolezza che una volta raggiunto, e a costo di quali sacrifici, lo scopo agognato e “mitizzato” del ruolo di ricercatore, ci si debba poi trovare in condizioni così frustranti, porta con sé la domanda: «a che scopo ?». Anche se data a livello individuale la concreta risposta, ovvero l’abbandono, ha delle ricadute drammatiche per tutti.
Mi sento di condividere il fastidio verso quell’«ambiente chiuso e soffocante» a cui si è ridotto il sistema universitario, a maggior ragione quando coinvolge e viene alimentato da chi, come noi, si contende spazi e collocazioni prive di valore professionale e di prospettive. Il tentativo da parte di alcuni “giovani” soci della SISSCO di dare vita all’Osservatorio intende rispondere in primo luogo all’esigenza di costruire relazioni più solidali e partecipate, che sono poi alla base dell’unica possibile strategia efficace di intervento. I “piccoli baroni” sono una realtà oggettiva, demoralizzante e grottesca, ma non bisogna dimenticare che sono il frutto dell’unico modello trasmesso da una generazione, quella dei cinquantenni, che per il resto ha sostanzialmente rinunciato al suo compito educativo. La nostra, quella dei trentenni, è una generazione senza maestri i cui riferimenti non sono più le scuole e le correnti interpretative, ma le correnti clientelari. Non si tratta di rimpiangere il passato né, come sembra talvolta accadere di scimmiottare fittizie e superate appartenenze, ma di ricollocare e ridefinire i confini politico-culturali delle correnti di pensiero storiografico. Mi rendo conto che si tratta di un argomento sin troppo ampio che va ben al di là dei confini della disciplina e della professione, ma credo valga la pena anche solo citarlo come una delle principali chiavi di lettura della situazione così mestamente presentata.
Pavone ha proposto a Dogliani di mettersi in contatto con noi. Evidentemente è fuori discussione la buona intenzione del presidente, dettata dalla volontà di individuare possibili percorsi di riflessione di intervento, tuttavia io credo e sono sicuro che la Dogliani condivida, che i problemi posti siano nettamente differenti e che il loro punto in comune abbai un carattere talmente generale che deve coinvolgere e responsabilizzare tutto il mondo accademico, a qualsiasi livello. Non si tratta cioè di sollevare soltanto una questione “giovanile” – è infatti comprensibile il fastidio di Dogliani di essere considerata “giovane ricercatore” (direi una delle poche occasioni in cui non si è contenti di essere considerati giovani – piuttosto di spostare l’attenzione sull’effettivo contributo che si porta o si potrebbe portare alla ricerca e all’insegnamento. Il disagio re il malessere non sono un appannaggio esclusivo delle “giovani” leve, coinvolge o dovrebbe coinvolgere, l’intero mondo universitario. I docenti “più anziani” hanno di che riflettere, in termine di responsabilità attive e passive, sullo stato attuale dell’università.
In conclusione pur consapevole delle sostanziali differenze, io credo sia pienamente condivisibile l’atteggiamento di Dogliani e mi affianco a lei nella richiesta di una maggiore attenzione “strategica” da parte della SISSCO verso i temi sollevati. Ciò non tanto e non solo per una rivendicazione di tipo “corporativo”, quanto per ciò che ad essa si accompagna in termini di riflessione sul ruolo e sul valore dell’insegnamento e della ricerca della storia contemporanea. Non credo di esagerare ritenendo che dietro l’apparenza di una rivendicazione “sindacale” vi sia in realtà la discussione sul futuro della professione e della stessa disciplina nel nostro paese.

Giancarlo Monina
(dottore di ricerca e insegnante a contratto, Università degli Studi Roma III)

Borse postdottorato e assegni di ricerca. Un’analisi e alcune riflessioni
di
Enrico Francia

1. Le borse postdottorato
Le borse postdottorato sono state istituite con la legge 30 novembre 1989, n. 398, la quale regola il complesso delle borse di studio conferite dalle università (corsi di perfezionamento, perfezionamento all’estero, dottorati di ricerca).
L’articolo 4 della legge stabilisce che le “università possono conferire borse di studio ai laureati in possesso del titolo di dottore di ricerca conseguito in Italia o all’estero per lo svolgimento di attività di ricerca postdottorato”. La legge stabilisce alcuni principi generali: la composizione delle commissione giudicatrici; la durata della borsa (due anni); il finanziamento. Le modalità del conferimento della borsa e la definizione dei limiti d’età per poterne usufruire sono invece lasciati alla deliberazione dei senati accademici, ed in seguito Regolamenti d’ateneo sulle borse di studio e Statuti delle università hanno ulteriormente definito nelle singole sedi universitarie la natura di queste borse.
Il limitato quadro normativo generale e l’ampia discrezionalità lasciata alle università fanno di queste borse uno delle prime forme di attuazione dell’autonomia universitaria nel campo del reclutamento. Come dichiara la legge, lo scopo di queste borse è infatti quello di finanziare ricerche che siano “correlate alle attività di ricerca svolte nelle strutture dell’ateneo”. A volte è lo stesso bando di concorso a definire con precisione quali siano le linee di ricerca che l’università intende sviluppare e alle quali devono conformarsi i progetti presentati dai candidati. Nel bando di concorso per il 1996 a Padova all’interno delle aree “scienze storiche, filosofiche e pedagogiche” e “scienze politiche e sociali” i progetti di ricerca di storia contemporanea devono riguardare il cristianesimo sociale nell’Ottocento o politica e religione nell’Ottocento italiano; l’anno successivo le linee di ricerca sono state ampliate e erano le seguenti: indirizzi storiografici recenti relativi alla storia moderna e/o contemporanea; vescovi e società in epoca contemporanea; territorio bonifica agricoltura; ceti dirigenti veneti; storia della scuola e delle istituzioni educative anche in prospettiva comparata. Il legame tra il progetto di ricerca del candidato e gli indirizzi scientifici-disciplinari dell’università, più o meno esplicitato dai bandi di concorso, trova la sua attuazione nella richiesta preliminare fatta al candidato di una dichiarazione di accettazione del proprio progetto che deve essere rilasciata da un professore (tutor) e dal responsabile della struttura universitaria entro la quale la ricerca dovrebbe essere svolta (istituto, dipartimento, clinica). Il tutor e il direttore di dipartimento devono dichiarare in questo modo la congruità del progetto di ricerca con gli indirizzi scientifici in corso in quell’area disciplinare. A Venezia questo legame è reso ancora più esplicito e diretto in quanto il programma di ricerca deve rientrare pienamente nei progetti di ricerca sviluppati all’interno dell’università, tanto che il docente di riferimento deve essere egli stesso responsabile del progetto di ricerca al quale si deve correlare il programma presentato dal candidato. Tale stretta relazione si traduce a Venezia nell’obbligo di compiere la ricerca “presso le strutture dell’Università, con le sole eccezioni dei brevi periodi di soggiorni all’estero”, come recita un utile appendice al bando di concorso del 1994 e del 1995. Però spesso queste dichiarazioni, soprattutto quelle rese dai responsabili dei dipartimenti o degli istituti, si traducono in un’automatica accettazione, senza alcun vaglio preliminare della natura del progetto.
In realtà analizzando la natura di queste borse e soprattutto il meccanismo concorsuale quello che emerge con evidenza è la difficile conciliazione del concorso pubblico con la cooptazione su base locale, che appare come il criterio di selezione indicato di fatto dal legislatore, in coerenza peraltro con i principi autonomistici dei quali le borse postdottorato sono espressione. D’altra parte la cooptazione trova attuazione non solo richiedendo un legame forte tra progetto di ricerca del candidato e l’università, ma attraverso altri canali meno definiti. In primo luogo la limitata pubblicità del bando di concorso; le università possono limitarsi a far pubblicare il bando di concorso negli albi e nei bollettini ufficiali o presso i competenti uffici, limitando quindi considerevolmente l’accesso alle notizie a chi frequenta abitualmente la singola università. La pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale è abbastanza sporadica come non troppo praticato è lo scambio di informazioni tra uffici dottorati delle varie università. Si può esemplificare con un caso questo difficile accesso all’informazione; l’università di Pisa era tra le poche a pubblicare fino al 1996 il bando di concorso sulla G.U.; nel 1998 il bando di concorso viene pubblicato solo nell’albo e nel bollettino ufficiale. Internet ha parzialmente migliorato questa situazione; così ad esempio nei siti dell’università di Torino e Padova sono stati disponibili nell’anno in corso sia i bandi di concorso che i moduli di domanda. Ma ostacolo forse ancora maggiore è dato dall’estrema difformità dei tempi in cui questi bandi sono emanati.
Come si può vedere dall’appendice, il periodo dell’anno varia non solo da università a università, ma anche da anno ad anno nello stesso ateneo. Quindi un potenziale candidato che voglia partecipare al maggior numero di concorsi postdoc. E’ di fatto costretto ad una ricerca perenne, fatta di telefonate e visite periodiche agli uffici dottorati, lunghi “viaggi” in rete , richieste di aiuto a corrispondenti disseminati nelle varie università (semprechè non siano diretti concorrenti).
Altri limiti all’accesso al concorso sono l’età e il tempo entro il quale deve essere conseguito il titolo di dottore di ricerca. Questi limiti non si devono tanto attribuire all’azione del meccanismo cooptativo, ma forse piuttosto al profilo complessivo dei potenziali candidati che ciascuna sede universitaria disegna. Per quanto riguarda l’età si va da Torino che non pone alcun limite alla Scuola Normale Superiore che lo fissava nel 1995 a 32 anni, coerentemente con un’età media dei suoi allievi e perfezionandi assai più bassa di quella delle altre università. Ma, come si può vedere nell’appendice, anche in questo caso il limite è stato innalzato, come sembra modificarsi verso l’alto in altre sedi (Padova, Venezia), in linea con un’età media dei dottori di ricerca che sembra attestarsi abbondantemente sopra i 30 anni.
Lasciando il piano generale per affrontare più da vicino le borse per storia contemporanea, non esistono quasi mai nei bandi di concorso presi in considerazione (tranne Firenze e Padova) borse esplicitamente destinate a questo settore. Le borse infatti sono ripartite per grandi aree o gruppi, che nel nostro caso sono le “scienze storiche” (Bologna) o “scienze storiche, filosofiche, e pedagogiche” (Pisa), o ancora “scienze dell’antichità, filologiche -letterarie, storico-artistiche, scienze storiche e filosofiche, pedagogiche e psicologiche” (Genova). Il numero di borse per queste aree varia da 2 a 7. In questi casi spesso sembra vigere la regola dell’alternanza temporale quando le borse sono poche (un anno ad un contemporaneista, un anno ad un modernista, et.) o della ripartizione. Comunque il panorama appare ad una lettura dei soli dati oggettivi (bandi, nomi dei vincitori) di difficile decifrazione e estremamente variabile di anno in anno. Rimane comunque l’impressione che intervengano nel determinare il numero di borse per storia contemporanea il peso specifico dei docenti di storia contemporanea all’interno delle singole università, la “tradizione”, mentre meno peso sembrano avere la pressione qualitativa o quantitativa proveniente dal basso, ossia dai candidati.
2. Dal postdottorato agli assegni di ricerca ?
Il ruolo del postdottore all’interno dell’università è decisamente defilato; non è previsto alcun impegno didattico o di sostegno all’attività dei dipartimenti, né è previsto il rilascio di alcun titolo finale. Si tratta di una borsa di studio finalizzata alla sola ricerca, con un controllo spesso assai limitato sull’attività svolta, per un periodo limitato e con un importo che varia tra i 13 e i 20 milioni nelle diverse università. Anche dal punto di vista previdenziale e fiscale, il postdottorato, anche se indirizzato a persone che hanno superato – e spesso di molto – la trentina, si presenta come tutte le altre borse di studio. Ma la configurazione giuridica e operativa dei postdottorati sembra soprattutto indebolita dalla recente istituzione degli assegni di ricerca.
L’articolo 51 della legge 27 dicembre 1997, n. 449 prevede che le università nell’ambito delle disponibilità di bilancio possono conferire assegni per la collaborazione ad attività di ricerca e che “possono essere titolari degli assegni dottori di ricerca o laureati in possesso di curriculum scientifico professionale idoneo per lo svolgimento di attività di ricerca” Gli assegni hanno durata non superiore a quattro anni e possono essere rinnovati fino ad un massimo di otto anni. Un successivo decreto ministeriale (11 febbraio 1998) stabilisce che l’importo dell’assegno a decorrere dall’esercizio finanziario 1998 può oscillare tra i 25 e i 30 milioni annui da erogare in rate mensili. Questi assegni sono cofinanziati dal MURST e dalle università, che devono assicurare almeno il 50% dell’assegnazione per poter procedere all’attivazione degli assegni. A Torino ad esempio per il 1998 il ministero ha assegnato 1.181.212.000 lire, l’università ha stanziato 468.788.000, e i dipartimenti devono garantire una disponibilità finanziaria di 11.000.000 lire per ciascun assegno richiesto . Nella maggior parte dei regolamenti attuativi è previsto che gli assegni possano essere finanziati anche con fondi esterni pubblici e privati o con fondi di ricerca nella disponibilità di docenti e strutture dell’università.
La procedura di attribuzione degli assegni è fissata in questi termini da parte del ministero: pubblicazione di apposito bando con indicazione del numero, della durata e dell’importo degli assegni, dell’area scientifica in cui sarà svolta attività di ricerca, et.; valutazione del candidato per titoli e colloquio; pubblicità dei giudizi espressi; erogazione dell’assegno ai vincitori con stipula di “apposito contratto che ne regola la collaborazione e attività di ricerca”. Il ministero ha delineato anche le caratteristiche generali dell’attività di ricerca degli assegnisti, la quale deve avere “carattere continuativo e comunque temporalmente definito, non meramente occasionale, ed in rapporto di coordinamento rispetto alla complessiva attività del committente; (..) stretto legame con la realizzazione di un programma di ricerca o con una fase di esso, che costituisce l’oggetto del rapporto; (…) svolgimento in condizione di autonomia, nei soli limiti del programma predisposto dal responsabile stesso, senza orario di lavoro predeterminato” .
Rispetto alle borse postdottorato l’assegno di ricerca introduce potenzialmente due novità fondamentali: l’attribuzione alle università di un’ampia autonomia nella definizione dei programmi di ricerca e del loro finanziamento; la definizione di una figura di ricercatore a tempo determinato. In realtà la prima applicazione di queste nuove disposizioni presenta non poche contraddizioni e incertezze.
Innanzitutto la legge è stata all’inizio recepita con lentezza dalle università, tanto che il ministero ha dovuto sollecitare gli atenei ad una pronta attuazione delle norme emanate e solo nella seconda metà di questo anno alcune sedi hanno attivato gli assegni. Le cause di questa lenta ricezione vanno ricercate in più direzioni: ostacoli burocratici, timori su un’esposizione finanziaria poco compatibile con le risorse delle università, resistenze da parte di settori del mondo accademico, scarsa flessibilità ad adattarsi al regime di autonomia.
Senza dubbio con gli assegni le università sono chiamate ad un importante sforzo di regolamentazione e di programmazione delle proprie attività di ricerca. Infatti nel quadro delle norme generali sopra ricordate, le università devono assumersi la responsabilità e l’onere (anche economico) di indicare e finanziare ricerche ben delimitate e precise. Come si sono comportate le università di fronte a questo impegno ? Una prima risposta può venire dall’analisi dei regolamenti emanati da alcune università .
Pur con alcune differenze la procedura prevista per la programmazione degli assegni di ricerca è abbastanza simile nelle università prese in esame. Ogni anno l’università stabilisce l’entità, la durata e i limiti degli assegni di ricerca tenendo conto delle disponibilità finanziare e degli indirizzi di ricerca, e in alcuni casi procede ad una ripartizione generale preliminare per aree disciplinari. I dipartimenti e gli istituti devono a loro volta fare richiesta (in alcuni casi preliminarmente, in altri dopo le prime deliberazioni di massima dell’università) per l’attribuzione degli assegni, indicando in modo analitico il progetto di ricerca, il nome del docente di riferimento, e in alcuni casi (Milano, Perugia) anche l’elenco delle pubblicazioni e dei titoli già prodotti all’interno del progetto e le collaborazioni eventualmente già attivate con altre strutture. Dopo aver raccolto le proposte dei dipartimenti, gli organi centrali dell’università (Senato Accademico, Consiglio d’amministrazione, Consigli d’area, o anche organi ad hoc ) deliberano infine per quali progetti bandire il concorso, tenendo conto degli indirizzi di ricerca complessivi dell’università, di una ripartizione per aree disciplinari, e della copertura economica esistente. Ad esempio a Torino nell’aprile 1998 l’Università ha inviato una circolare nella quale si invitavano i dipartimenti a presentare una richiesta preliminare nella quale si indicassero per quali progetti di ricerca si richiedeva lo stanziamento di un assegno di ricerca. Dopo le risposte pervenute dai dipartimenti, il Senato accademico ha deliberato l’attivazione e la messa a concorso pubblico di 102 assegni di ricerca .
Le università e soprattutto i dipartimenti sono quindi chiamati a manifestare in modo chiaro ed esplicito gli specifici indirizzi di ricerca perseguiti e ad assumersi la responsabilità della congruità scientifica e della compatibilità economica dei progetti per i quali si richiede l’assegno. All’interno di questi limiti “deontologici” e economici, si apre chiaramente la strada alla realizzazione di un meccanismo cooptativo nel reclutamento degli assegnisti, che diventerebbe ancor più esplicito laddove si definissero dei progetti di ricerca estremamente specifici che limiterebbero considerevolmente la possibilità di accesso di molti candidati al concorso. L’unico esempio di assegno bandito per storia contemporanea di cui siamo a conoscenza sembrerebbe comunque allontanare almeno sulla carta questo rischio; a Genova infatti è stato bandito un concorso per l’attribuzione di un assegno su un programma di ricerca ampio come “modelli culturali e identità nazionale tra l’età delle rivoluzioni e la Grande guerra” . In ogni caso, la possibilità per le università di procedere al reclutamento di ricercatori strettamente funzionali alle proprie esigenze, e quindi potenzialmente “ad personam”, convive con la conservazione del concorso pubblico per titoli e colloquio. Alle università spetta però stabilire i modi in cui questi concorsi debbano svolgersi; dall’esame delle disposizioni prese dai diversi atenei emerge l’ampia discrezionalità lasciata alle commisioni giudicatrici La maggior parte dei regolamenti prevede che la commissione giudicatrice sia composta da tre docenti, indicati dalla struttura per la quale è bandito il concorso (in alcuni casi è prevista la presenza del diretto responsabile del programma di ricerca). La commissione è chiamata a valutare mediante l’esame dei titoli ed il colloquio, che il candidato abbia le conoscenze necessarie per svolgere il programma di ricerca indicato preliminarmente nel bando di concorso. Quindi, al contrario che per le borse postdottorato, nei regolamenti esaminati nessun cenno è fatto alla presentazione da parte del candidato di un progetto di ricerca (eccezion fatta per Udine), il quale comunque rappresenterebbe una contraddizione rispetto alle finalità del concorso.
Per quanto riguarda i punteggi da attribuire a titoli e colloquio, in 3 degli 11 regolamenti esaminati (Torino, Udine e Padova) spetta alle commissioni stabilire “i criteri e le modalità di valutazione dei titoli e del colloquio”; nei restanti casi si procede alla definizione, anche particolareggiata, dei punteggi massimi che si possono attribuire. Nella quasi totalità di questi regolamenti si prevede che i titoli abbiano una maggiore valutazione rispetto al colloquio; la ripartizione titoli-colloquio in termini di punti va rispettivamente da 75-24 di Milano a 60-40 di Verona, Catania, Roma, Modena. Solo a Genova questo rapporto si inverte con 20 punti attribuiti ai titoli e ben 40 al colloquio. A mio avviso a Genova si esplicita in via preliminare e nel modo più chiaro un ordine di priorità nella valutazione dei titoli e del colloquio, che negli altri casi viene sottaciuto e rimandato di fatto al momento del concorso. Infatti, seguendo lo spirito della legge e dei regolamenti attuativi e rispondendo alle finalità per le quali sono conferiti gli assegni, nella procedura di selezione solo il colloquio sembra consentire di valutare quello che deve essere il requisito fondamentale del candidato, ossia svolgere il programma di ricerca indicato nel bando . In conclusione, il concorso, non presentando alcuna prova scritta, non richiedendo la presentazione di alcun progetto di ricerca, assegnando grande potere discrezionale alle commissioni, viene depotenziato dalla sua carica pubblicistica e “aperta” . Con gli assegni di ricerca la cooptazione passa quindi ad un livello decisamente formalizzato, con dei costi sul piano dell’esposizione pubblica e dell’esborso finanziario che dovrebbero rappresentare i limiti (almeno si spera) ad un reclutamento privo di valide referenze scientifiche.
Per quanto riguarda lo status dell’assegnista riprendo alcune osservazioni formulate dall’ADI che mi sento in buona parte di condividere . In primo luogo nella legge e nei regolamenti attuativi è dichiarato che l’università stipulerà con l’assegnista un contratto di diritto privato, senza ulteriormente specificare la natura del rapporto che così si stabilisce tra l’università e l’assegnista. In realtà il disegno di legge iniziale, poi modificato in sede di Commissione, parlava di “contratti di diritto privato per attività di ricerca”, con le stesse caratteristiche poi attribuite agli assegni , ma certamente con una configurazione giuridica più forte di quella ora presente negli assegni. Comunque a rafforzare ulteriormente l’aleatorietà di una figura posta in bilico tra il borsista, il lavoratore autonomo e il lavoratore dipendente, vi è anche la decisa tendenza degli atenei a stabilire contratti di durata largamente inferiore agli 8 anni massimi fissati dalla legge.
Nella legge e nella gran parte dei regolamenti mancano inoltre garanzie per maternità, malattia, servizio di leva, che non siano la semplice sospensione dell’assegno. D’altra parte non sono previste, se non in termini estremamente blandi, forme di controllo e di verifica del lavoro svolto da parte dell’assegnista, che, non pregiudicando l’autonomia e la libertà di ricerca, assicurino però almeno che l’assegno non si trasformi in una “sine cura”, come avviene spesso per le borse postdottorato.
Una nota finale merita la collocazione di questi assegni all’interno della carriera universitaria. Innanzitutto, come si è accennato, possono essere titolari di assegno di ricerca non solo i dottori di ricerca, ma anche “laureati in possesso di curriculum scientifico professionale idoneo per lo svolgimento di attività di ricerca”, formula quest’ultima tanto vaga quanta foriera di pericolose interpretazioni arbitrarie. Solo nel regolamento di Catania si è cercato di precisare ulteriormente questa disposizione stabilendo che coloro che non hanno il titolo di dottore di ricerca debbano aver conseguito la laurea da almeno 3 anni. Anche nella valutazione dei punteggi nel concorso il titolo di dottore di ricerca non viene ad assumere una consistenza tale da determinare di fatto una condizione necessaria; nei regolamenti esaminati ad esso vengono attribuiti da un massimo di 24 punti (Perugia) e un minimo di 8 (Genova). E’ previsto d’altra parte che l’assegnista possa accedere ai corsi di dottorato di ricerca, in deroga al numero determinato per ciascun università, sempre dopo aver superato le prove selettive. Al di là dell’uso che si potrà fare di queste disposizioni per conferire assegni in modo arbitrario a laureati con scarsa referenze professionali, esse minano la coerenza di un ideale “cursus honorum” che ha alle sue spalle il dottorato di ricerca e davanti la docenza.
Paradossalmente, quindi, le borse postdottorato, pur con i gravi limiti segnalati all’inizio, conservano un posto più preciso in questa ideale gerarchia professionale. La conseguenza di queste sovrapposizioni e di questa scarsa definizione dei ruoli è l’incertezza esistente sulla possibile convivenza degli assegni con le borse postdottorato, che rimane non regolata dalla legge e affidata alla discrezionalità delle università. A Milano ad esempio già il regolamento sugli assegni di ricerca stabilisce che “con l’attivazione degli assegni per la collaborazione alla ricerca, (…) l’università ritiene che siano venute meno le ragioni che hanno motivato l’attivazione delle borse postdottorato”. Altri regolamenti non ne fanno alcun cenno e si può supporre che l’attivazione delle borse postdottorato sarà affidata alla disponibilità delle risorse finanziarie delle università e alle loro scelte strategiche, che saranno presumibilmente indirizzate in futuro verso forme di finanziamento della ricerca apparentemente più solide e coerenti, come appunto gli assegni di ricerca.
APPENDICE
Esaminando alcuni bandi di concorso di postdottorato nei quali fossero presenti borse per le discipline storiche, ho individuato i loro principali punti qualificanti (limiti d’età, data di conseguimento del titolo, et.) e per ciascuno di essi ho indicato il diverso comportamento tenuto dalle singole università.

LIMITI D’ETA

Torino: senza limiti
Genova: 35 anni
Padova: 1996, 35 anni; 1997, senza limiti
SNS: 1995, 32 anni; 1996, 33 anni; 1997, 35 anni
Pisa: 35 anni
Bologna: 1997, 34 anni
Firenze: 1994, 36 anni
Napoli: 1997, 40 anni
Venezia: 1993, 35 anni; 1993 (giugno), 40 anni; 1994-1995, 40 anni
Sassari: 1997, senza limiti
Perugia: 1995, 35 anni
CONSEGUIMENTO DEL TITOLO
Torino: senza limiti
Genova: 1996, 5 anni; 1997, 3 anni
Padova – 1996-1997, 5 anni
SNS: senza limiti
Pisa: 1998, 3 anni
Bologna: 1997, 2 anni; 1998; senza limiti
Firenze: 1994, senza limiti
Napoli: 1997, 30 mesi
Venezia: senza limiti
Sassari: 1997, 5 anni
Perugia: 1995, senza limiti
NUMERO DI BORSE PER DISCIPLINE STORICHE
Torino: non definite
Genova: scienze dell’antichità, filologico-letterarie, storico-artistiche, scienze storiche e filosofiche, pedagogiche e psicologiche – 6 borse (1995); 7 borse (1996-1997)
Padova: scienze storiche, filosofiche e pedagogiche – 4 borse (1996); 7 borse (1997)
SNS: storia moderna e contemporanea – 1 borsa (1996, 1998)
Pisa: scienze storiche e filosofiche – 3 borse (1996, 1998)
Bologna: scienze storiche – 2 borse (1997); 3 borse (1998)
Firenze: storia contemporanea – 1 borsa (1994)
Napoli: lettere e filosofia – 6 borse (1997)
Venezia: settore umanistico 2 borse (1993-95)
Sassari: discipline storiche – 1 borsa (1997)
Perugia: scienze storiche, filosofiche e pedagogiche – 4 borse (1995)
DATA DI SCADENZA
Torino: 1995, marzo; 1998, maggio
Genova: 1996, dicembre; 1997, ottobre
Padova: 1996, dicembre; 1997, gennaio 1998
SNS: 1996, ottobre; 1997, gennaio 1998
Pisa: 1996 e 1998, giugno
Bologna: 1997, settembre; 1998, novembre
Firenze: 1994, gennaio 1995
Napoli: 1997, ottobre
Venezia: 1993, maggio; 1994-1995, aprile
Sassari: 1997, dicembre
Perugia: 1995, marzo
TIPO DI CONCORSO
Torino: titoli Genova: titoli e colloquio Padova: titoli e eventuale colloquio SNS: titoli Pisa: titoli Bologna: titoli e colloquio Firenze: titoli Napoli: titoli e esami Venezia: titoli Sassari: titoli e colloquio Perugia: titoli e colloquio