SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Bollettino SISSCO n.2, ottobre 1990

INDICE

La riunione di Bologna in preparazione del seminario annuale della Sissco
I1 21 settembre 1990 si è svolta a Bologna, nei locali del Dipartimento di storia, gentilmente messi a disposizione dal direttore prof. Varni, una riunione di lavoro cui erano invitati i soci iscritti allo scopo di discutere sul seminario SISSCO che dovrà tenersi, a norma di statuto, in occasione della prima assemblea regolare dei soci. In precedenza era stato distribuito il numero zero del bollettino SISSCO nel quale era contenuto il testo di un appunto presentato dal Comitato direttivo provvisorio, e redatto dal presidente pro-tempore Luciano Cafagna, sul tema proposto per il seminario: “La nazionalizzazione culturale degli italiani”.
Alla riunione di Bologna sono intervenuti oltre sessanta soci. Dopo una breve introduzione del presidente hanno preso la parola i soci Isnenghi, Galli della Loggia, Romanelli, Malatesta, Caracciolo, Pombeni, Soldani, Lanaro, Salvati, Gallotta, Monti, Raffaele, Franzina, Lyttelton, Nacci, Maiello, Mazzonis, Anania, Savelli.
Il presidente ha dato per letto l’appunto distribuito in precedenza e ha voluto solo insistere sull’importanza di un tentativo di discussione che non consideri 1′ “appartenenza” come fattore di incomunicabilità, esprimendo l’opinione che il senso di una società come la SISSCO stia essenzialmente nella sperimentazione di un denominatore comune accettato e valido per i rappresentanti della disciplina. ISNENGHI ha espresso il dubbio che il modo in cui il tema era presentato nell’appunto del presidente finisse con l’allargarsi alla storia dell’Italia tutta intera e ha insistito perché ci si limiti alla “cultura” in senso stretto. GALLI DELLA LOGGIA ha suggerito di evitare che il seminario si svolga come una serie di contributi slegati, proponendo, invece, una impostazione come vero e proprio dibattito intorno ad alcuni nodi tematici tipo “nazionalizzazione e modernizzazione” e “comparazione fra processi di nazionalizzazione in diversi paesi”. ROMANELLI ha invece proposto di articolare la discussione seminariale intorno ad alcune domande impostate in modo deliberatamente semplificatore e provocatorio, del tipo aut-aut (fornendo come esempi: Le ideologie unificanti sono progressive o conservatrici? La cultura della costituzione repubblicana è moderna o no? La Chiesa cattolica ha svolto funzione di concorso o di resistenza ai processi di modernizzazione? I1 regime liberale è stato autoritario o -no?). CAFAGNA ha richiamato a questo punto l’attenzione sull’alternativa fra un incontro per contributi, nel quale si verifichino le incidenze del tema nel lavoro di molti ricercatori, il che potrebbe determinare più larga partecipazione; anche se a prezzo di minor vivacità, e un incontro a discussione serrata su problemi che, invece; potrebbe ridursi ,a pochi protagonisti, ma che avrebbe il pregio di un maggiore interesse. MALATESTA ha lamentato una scarsa chiarezza di metodo nell’impostazione data al tema, insistendo sull’importanza di un . approccio. comparativo – in termini di storia sociale. CARACCIOLO si .é chiesto come si possa uscire dalle “appartenenze”; ha espresso il timore che non si riesca a trattare il tema senza finire sui “valori” (la “nazionalizzazione” come valore); e, onde evitare questo rischio, ha insistito anche lui sulla necessità di una agevolazione comparativa. POMBENI ha detto che il progetto ha il merito di avviare un’esplorazione dei modi con cui affrontare concettualmente un tema che non è ancora per nulla maturo nel lavoro degli storici italiani. Il fenomeno della “nazionalizzazione”, fa osservare a Caracciolo, non è un “valore”: semplicemente è, e si tratta di scomporne gli elementi, declinarli, riflettere su come trattarli onde migliorare lo stato dell’arte. Riprendendo gli aut-aut di Romanelli, suggerisce di recuperare piuttosto l’ambiguità dell’operato storico degli attori, come ad esempio la Chiesa. Aggiunge che la comparazione non è cosa facile e implica la trattazione competente di più casi da parte di un medesimo studioso. SOLDANI osserva che l’alternativa posta da Cafagna è scegliere fra un convegno e un seminario, e si pronuncia per un seminario. Invita a considerare non solo “processi”, ma anche “eventi” molto significativi per il tema, come le guerre o le ondate migratorie. Sottolinea che non si deve dimenticare la specificità, per il tema, della nazionalizzazione delle “italiane”. Osserva che, in effetti, la comparazione è cosa difficile, per la quale non si è probabilmente maturi: ci si può solo limitare alla approssimazione di “accostamenti”. LANARO nota che il testo presentato dal presidente è, in sostanza, un programma di lavoro, in quanto è un inventario di problemi lasciati aperti da una storiografia della “appartenenza”, di cui è ora di disfarsi. (La SISSCO – dice – dovrebbe lavorare su un catalogo di problemi attossicati, operando una sistematica rivisitazione dei campi dissestati dalla storiografia della “appartenenza”). In quel programma si cominciano a individuare “proprietà” del problema affrontato, le quali sono, in fondo, già un preliminare alla comparazione. Si deve andare oltre, costruendo, nel vivo di una riflessione di questo tipo, via via delle categorie prettamente storiografiche per la rielaborazione della storia politica. SALVATI ha osservato che effettivamente esiste un’esigenza di raccordare la discussione che si vuole affrontare nel seminario con il lavoro di numerosi ricercatori, il quale si svolge prevalentemente su temi locali e ha bisogno di punti di riferimento in termini di metodo, categorie, strumenti. Nota che il rapporto fra il momento nazionale e quello locale ha come invertito nel tempo le sue caratteristiche: ieri il nazionale era luogo di “valore” e il locale luogo di “interesse”; oggi è piuttosto il contrario. Richiama l’opportunità di studiare specificamente la formazione e la funzione dei linguaggi sovralocali, come quello religioso e – sottolinea quello giuridico, il cui affermarsi è forse uno degli aspetti più significativi del processo di nazionalizzazione in Italia. GALLOTTA dubita che il vero tema sia piuttosto la modernizzazione, di cui la nazionalizzazione culturale è forse solo un aspetto. Posta una distinzione fra cultura colta e cultura delle classi popolari, invita a tenere d’occhio i circuiti internazionali della cultura colta, da cui deriva un’azione dall’alto che modifica i dati sociali. MONTI dice di apprezzare l’inventario a largo spettro tracciato nella relazione, ma osserva che poi bisognerebbe scegliere su cosa concentrarsi. RAFFAELE sottolinea la necessità di non trascurare, al tempo stesso, una solida contestualizzazione negli ambiti geografici e l’opera di nazionalizzazione dall’alto: il punto di riferimento possono essere i portatori di “cultura connettiva”. Ritiene che Geertz sia lettura valida per impostare la comparazione. FRANZINA invita a mettere l’accento sul modo in cui gli attori locali recepiscono le direttive nazionalizzanti. Osserva poi come nel Veneto si abbia una sorta di nazionalizzazione culturale indipendente da ogni azione statale. LYTTELTON afferma che il tema scelto è oggi molto vivo dappertutto e aggiunge che non bisogna diffidare della storia comparativa. Ci sono modelli, magari discutibili, ma ci sono, e sono comunque base utile di lavoro e discussione. Conclude mettendo in guardia da eccessivi e generici richiami alla “modernizzazione”. NACCI suggerisce di portare attenzione alla storia delle attribuzioni di valore, ai vari livelli culturali, relativamente a ciò che rientra nei processi di nazionalizzazione. POMBENI riprende la parola per ritornare sulla necessità di una seria riflessione metodologica, la quale, però, deve svolgersi intorno alla ricerca in corso: si ha bisogno di un censimento sullo stato della ricerca e, in relazione a questo, di impostare problemi. Perciò non condivide gli inviti a “stringere l’imbuto”: non è ancora opportuno farlo. ROMANELLI replica a Pombeni, dicendo che bisogna scegliere se bisogna parlare di una cosa sola o di molte cose: preferisce si parli di una cosa sola e che si prenda la parola per parlare di quella e non per riferire di ricerche le quali abbiano solo dei punti di intersezione, nel migliore dei casi, col tema del seminario. MAIELLO richiama il tema della emigrazione e quello della immagine dell’Italia all’estero. GALLI DELLA LOGGIA torna a insistere sulla necessità di fare del seminario una occasione di discussione, di uno “scambio di opinioni”, e non un convegno: ricorda, come esempio, la discussione della American Historical Association sul libro di Genovese relativo alla schiavitù. In relazione allo “stato delle arti” osserva che, in questa circostanza, bisogna non tanto ripetere o sentirsi ripetere i dettagli di separati lavori in corso, quanto piuttosto chiedersi, in unitaria discussione, come siano formalizzabili le cose che già sappiamo e quali ricerche appaiano più urgenti e più opportune. Sul rapporto fra modernizzazione e nazionalizzazione ritiene, fatta salva la opportunità di una introduzione chiarificatrice sui concetti, che il problema sia, in definitiva, quello dei caratteri peculiari e specifici della modernità italiana. Tra i problemi di peculiarità, un punto fermo gli pare che in Italia centro del processo di nazionalizzazione sia lo Stato. SALVATI osserva che, in fondo, anche in Italia qualche libro è stato usato come quello di Genovese in sede AHA, ricordato da Galli della Loggia: di solito si è trattato di libri, in pratica, sulla modernizzazione. Quanto al segno di valore che si attribuisce a modernizzazione e nazionalizzazione, questo di solito è diverso a seconda della subcorporazione disciplinare di chi ne tratta (altro l’economista, altro l’antropologo etc.). Bisognerebbe prescindere da questo e lavorare per e su un linguaggio comune. MAZZONIS insiste sulla importanza di fattori nazionalizzanti come l’esercito e la scuola. CARACCIOLO torna sulla questione dei valori e delle appartenenze e formula alcuni dubbi sul senso che possono avere oggi alcuni approcci “piuttosto classici” che si riconducono, in fondo, come è osservato nella relazione Cafagna, alla categoria di “progresso”: siamo certi che tutti coloro che qui ne hanno fatto uso se ne rendano conto? Quanto ai temi toccati nella relazione, questa contiene elementi per un programma di lavoro di almeno cinque anni. Forse sarebbe bene scegliere. ANANIA trova che la guida per la conduzione del seminario sia già nella relazione. SAVELLI vede troppa carne al fuoco. LANARO ricorda come fra 1860 e 1880 vi sia stato un mutamento di 180 gradi nell’immagine dell’Italia e si sia formata una concezione essenzialmente economico-industriale della modernizzazione, quindi asfittica, che trascura le dimensioni culturali, istituzionali, politiche del problema. Forse è da questo che bisogna partire: qualcosa al riguardo -osserva riferendosi al proprio lavoro di qualche decennio – lo si sa.
Sulla base di questa discussione, il Comitato direttivo, riunitosi il giorno dopo, ha deciso di articolare il seminario sulla “nazionalizzazione culturale degli italiani” nei modi che sono riportati in altra parte di questo bollettino. II seminario, seguendo le linee indicative della relazione Cafagna, avrà prevalente carattere di discussione su grandi temi e non farà posto a rendiconti diffusi di ricerche in corso.
L.C.
Il seminario su “La nazionalizzazione italiana” (San Marino in Bentivoglio, 25-28 marzo 1991)
1. Presentazione
Dal 25 al 27 marzo 1991 la SISSCO terrà a San Marino in Bentivoglio (BO) il suo primo seminario annuale, che avrà per tema: “La nazionalizzazione italiana”.
Innanzi tutto qualche parola sulla forma che intenderemmo dare all’incontro, diviso in quattro mezze giornate, ognuna dedicata ad un aspetto specifico del tema generale. In armonia con il suo nome -“seminario” – bisognerebbe mirare il più possibile al massimo numero d’interventi (rapidi, in forma anche di semplice domanda, se si vuole più di uno da parte della stessa persona), in modo da realizzare davvero una discussione, cioè uno scambio generale e approfondito di punti di vista e di argomenti a loro sostegno.
Gli interventi dei relatori devono essere pensati in questa prospettiva. Non c’interessa tanto un’esposizione esaustiva e discorsivamente compiuta del tema, o bibliograficamente impeccabile, quanto la capacità, nello spazio di 20 minuti, di concatenare in modo tematicamente significativo una serie di questioni-interrogativi specifici dell’argomento trattato e, al tempo stesso, di concettualizzare i problemi generali, vuoi storici che storiografici, che possono connettersi a quelle questioni e a quegli interrogativi.
Pensiamo che solo così possa nascere e svilupparsi una reale discussione. Comunque, per riuscirci ancor meglio e con maggiore probabilità di successo, abbiamo affidato ogni sessione di mezza giornata alla “regia” di un presidente; il quale, dunque, non avrà affatto un ruolo formale, ma viceversa dovrà prepararsi ad animare il dibattito, a riassumere le fasi e metterne in luce i punti essenziali, a gerarchizzare le questioni e sollecitare le risposte, ad aggiungere altro materiale oltre quello portato dai relatori.
Veniamo ora al tema del seminario. In senso lato intendiamo per “nazionalizzazione” l’insieme dei processi storici che si sono mossi verso l’allargamento e l’approfondimento delle omogeneità culturali e sociali degli Italiani in relazione alla loro specifica qualità- di -cittadini di uno Stato nazionale o per effetto di tale condizione. È intuitivo in quale misura processi del genere abbiano a che fare con il tema/problema dell’identità, che tuttavia rimane a nostro avviso un problema distinto per via specialmente dell’elemento di consapevolezza che essa implica. Un secondo ambito problematico connesso con il fenomeno che c’interessa è quello espresso dalla coppia di concetti modernità/modernizzazione. Gettare le basi per definire un plausibile circuito di relazioni tra nazionalizzazione, modernizzazione e indentità nel caso italiano sarebbe già, per il seminario, un soddisfacente punto d’arrivo. Così come d’altra parte ci sembra non superfluo, nella stagione politica delle Leghe, riflettere, attraverso il tema della nazionalizzazione culturale, sull’importanza della dimensione nazionale nella storia d’Italia nell’età della modernizzazione.
A seconda dei casi possono darsi, naturalmente, diversi modi di “nazionalizzazione” culturale (di natura più o meno istituzionalizzata, autoritaria e centralizzata, di carattere più o meno pubblicistico-statuale, con maggiore o minore presenza del mercato): ognuno di essi è definito da una propria specificità di vettori, di forme, di agenti di tempi, e questi – a propria volta – possono presentare sul territorio e/o nei diversi ambienti sociali difformità o discronie. Comporre l’insieme di questi elementi per il caso italiano costituisce il problema storiografico che il seminario intende affrontare.
Nell’insieme suddetto non vi è spazio solo – citando alla rinfusa – per fenomeni quali i circuiti del mercato del lavoro o l’alfabetizzazione, l’impatto delle proposte di consumi “moderni” o l’ethos della pubblica amministrazione, la formazione delle passioni comuni (lo sport o la canzone) o le tipologie architettoniche, bensì anche per la politica e forse ancor più per l’ideologia.
Con l’unificazione nasce certamente una nuova dimensione della politica che tende ad operare crescentemente e con prepotenza nell’occupazione degli spazi formativi e informativi d’ogni tipo. Un tema di particolare interesse sarebbe in questo settore quello della configurazione assunta in sede locale dai conflitti politici, con i casi, da un lato, di ideologizzazione del conflitto locale e dall’altro di “localizzazione” del conflitto ideologico: cosa significa essere giolittiani o democristiani o comunisti in un piccolo centro rurale? E’ l’ideologia “nazionale” che presta la parola alla periferia, o non accade invece che uno scontro “moderno” (ad esempio di classe) sia nascosto dalle tensioni tra gruppi tradizionali locali? Ancora, ma sempre per indicare in che direzione ci sembrerebbe utile che muovesse l’attenzione del seminario per i temi ideologici: nella riorganizzazione e nel rilancio dei modi di dialogo con il proprio universo di fedeli da parte della Chiesa cattolica possono essere registrati mutamenti che vadano nel senso di una nazionalizzazione culturale?
Per concludere: com’è noto, il tema dell’unità/unificazione nazionale è al centro della tradizione storiografica italiana. In occasione del seminaro della SISSCO vorremmo calare questo tema in una dimensione problematica più densa e più avvertita che per l’appunto sia rivolta, come fin qui si è detto, a quei processi d’integrazione che consideriamo tipici della modernità (e dunque appartenenti ad un percorso storico comune con altri paesi), ma che nel loro specifico configurarsi connotano, poi, il profilo storico di un singolo paese.
2. Osservazioni e interrogativi per la discussione sui temi delle sessioni
a) Le diverse aree geografiche nel processo di nazionalizzazione presidente Luciano Cafagna, relazioni su economia, politica, cultura.
Tutti i fenomeni che vanno a comporre il processo di nazionalizzazione si esprimono ovviamente su un territorio variegato da una precedente storia, ricca di diversità, e da caratteri geografici, economici, culturali spesso peculiari. Si può assumere che attori e veicoli di quel processo abbiano dimensione nazionale (spesso in qualche rapporto con fattori extranazionali): ma il punto di partenza o i punti di forza convergenti sono sempre, in vario modo, localizzati. Ciò configura ruoli “nazionalizzanti” diversi delle diverse aree: è ben noto che il Piemonte fornisce l’embrione della struttura statale, ad esempio, e questo si traduce altresì in un impatto peculiare, soggetto a ricezione o anche a rigetto. Così, ad esempio, la Lombardia è certo una delle aree da cui maggiormente si espande la forza nazionalizzante del mercato: ma dove, quando, fino a che punto? C’è una regionalità dell’attore Chiesa?
Questi appaiono gli apporti più ovvi. Ma, affrontando questo problema in più lungo arco di tempo che non le immediate adiacenze del momento dell’unità, si finisce col vedere meglio come i concorsi locali e regionali siano stati più larghi: si è sempre parlato della lingua toscana, ad esempio. Si è sempre insistito sul mutamento che interviene nella composizione regionale del personale amministrativo e della formazione di un “volto meridionale” dello Stato italiano in tutto il paese. Nella composizione della classe politica le culture regionali hanno recato caratteri spesso assai peculiari. Quando e come la capitale ha poi cominciato ad esercitare un suo ruolo nazionale nella formazione di mentalità e costumi?
Cosa è stato vissuto di questi contatti come fatto nazionale e cosa come confrontoscontro di regionalità o localismi diversi? Quali le diverse reazioni ai processi nazionalizzanti? Quali risposte hanno suonato chiusura e quali risonanza o amplificazione? Quali identità localistiche si sono attenuate e quali eventualmente rafforzate nel contatto? Quali sono addirittura emerse (per esempio il Nord e il Mezzogiorno che, come tali, non erano mai esistite)?
Quali evoluzioni successive nei caratteri locali si sono poi mosse con effetti di convergenza e quali con effetti di divergenza? Quali azioni locali divergenti sarebbero impensabili senza una previa influenza di fattori nazionalizzanti? Quali fattori nazionalizzanti appaiono in possibile armonia con nuove forme di spirito locale e quali in contrasto? Esistono forme di modernizzazione “universalizzante” che scavalcano le forme di nazionalizzazione e si contrappongono a queste?
b) Attori e veicoli della nazionalizzazione presidente Raffaele Romanelli, relazioni su Stato, Chiesa, mercato.
Si domanda ai relatori di questa sessione di discutere le modalità attraverso le quali tre grandi “attori” indicati – Stato, Chiesa, mercato – hanno alimentato, sostenuto (o ostacolato?) i processi di nazionalizzazione, e dunque in che modo l’esito complessivo, il “caso italiano di nazionalizzazione”, risulta da quelli connotato. Si tratta di tre campi di ricerca tradizionalmente individuati, nei quali è dunque possibile trarre bilanci, ma anche indicare nuove prospettive non settoriali, come qui si vorrebbe. Ad un fenomeno in sé unico – la nazionalizzazione del paese – concorrono in vario modo forze più istituzionalizzate e centralizzate (quelle che concettualmente si riferiscono allo Stato), altre tendenzialmente autoregolate e “spontanee” (in questo caso concettualmente riferite all’economia e al mercato), altre ancora, come quelle che è parso significativo riferire alla presenza sociale e politica della Chiesa, che guardano alla società civile, ai cosiddetti “corpi intermedi” e a un patrimonio istituzionale storicamente diverso e estraneo da quello pubblico-statuale.
b. l Per ciò che riguarda lo Stato: in che misura è vero che i processi di nazionalizzazione hanno avuto carattere fortemente “dirigistico” e “statalistico”? Quanto sappiamo dell’effettiva applicazione dei l” accentramento amministrativo” e in genere del presunto carattere autoritario degli ordinamenti, oppure dell’intervento dello stato nei fenomeni economici, o ancora dei processi di omologazione burocratica, scolastica, militare, culturale, etc.? Tutto ciò anche in relazione ai suggerimenti di una nuova “storia sociale delle istituzioni” che tende a sciogliere la nozione stessa di “Stato” nella pluralità degli istituti da un lato e nella dialettica delle pratiche politiche e sociali dall’altro.
b.2 Con lo stesso intento, è forse possibile rivisitare il tema classico della “formazione del mercato nazionale” rendendo maggiore lo spessore sociale dei fenomeni economici, sia dal lato della produzione che del consumo. Si può dire che l’inserimento delle economie della penisola nei circuiti internazionali e l’attivazione di nuovi fenomeni di sviluppo abbiano avuto specifici effetti nel plasmare in senso “nazionale” non solo i processi produttivi, ma anche gli equilibri sociali e culturali del paese? Che ruolo vi avrebbero avuto ad esempio l’interscambio interno, oppure la creazione di strutture commerciali nazionali (e di distribuzione al dettaglio), o di un mercato nazionale del lavoro, con i suoi flussi migratori interni, non solo operai, ma anche di tecnici, o di funzionari?
b.3 Per ciò che riguarda la Chiesa, lungo il percorso che dalla frattura con il nuovo Stato porta ad una “conciliazione” prima e poi a svolgere un ruolo primario nella vita nazionale, in che modo gli orientamenti e le politiche della Chiesa cattolica hanno interagito con i processi di nazionalizzazione? Che ruolo vi ha svolto la stessa struttura organizzativa della Chiesa e delle sue istituzioni parallele? Quali sono stati i suoi messaggi culturali in relazione appunto alla “nazionalizzazione”, quali gli effetti di una presenza sociale capillare – ma non uniforme – sul territorio?
c) Famiglia, mentalità, costumi, religione: progresso e% conservazione?
presidente Ernesto Galli della Loggia, relazioni su religiosità, mentalità, famiglia.
Da quando è stata sufficientemente tematizzata la nozione di “modernizzazione conservatrice”, è divenuto impossibile rubricare sotto l’etichetta di “moderno” i fenomeni in senso lato ideologici, culturali e di costume cronologicamente coincidenti con l’affermarsi delle forme economiche, produttive e perfino sociali della modernità; e tanto meno dedurre una loro presunta modernità dalla coincidenza suddetta. Ora, poiché non c’è dubbio che con il termine “nazionalizzazione” noi intendiamo per l’appunto un insieme di fenomeni in senso lato ideologici, culturali e di costume, non rimarrà che prendere atto della ambiguità che – rispetto alla contrapposizione progresso/conservazione – si riflette sulla categoria storica di nazionalizzazione.
Si tratta dunque di partire da questa ambiguità o da questo intreccio, se si preferisce. Tanto più ovvio nel caso dell’Italia, dove elementi di “progresso” economico convivono con comportamenti definiti “non moderni”, ovvero accese modernità sociali e di costume non hanno il presunto corrispondente economico.
Abbiamo pensato di concentrare la discussione del nostro seminario intorno a tre aspetti particolari 1) i nessi tra cultura cattolica e processi di laicizzazione-modernizzazione; 2) i nessi tra vicende della famiglia (o del cosiddetto familismo) e lo sviluppo del paese; 3) modalità, tempi e forme della sostituzione e/o compresenza di arcaismi e innovazioni nelle identità politiche locali.
1) Si può parlare di una cultura nazionale della Chiesa in Italia intorno all’unità? (dotata cioè di un connotato, di una dimensione nazionale); e per la comunità dei fedeli? Dal punto di vista della tendenza alla nazionalizzazione, c’è stato un ruolo più dinamico nell’universo cattolico da parte dell’istituzione ecclesiastica o dei fedeli? In che misura e con quali contenuti si può parlare di via cattolica alla modernità? Come ha operato rispetto alla nazionalizzazione la cultura politica dei cattolici, specie nell’età della Democrazia cristiana?
2) Valori familiari e sviluppo economico; valori familiari e impresa; la forza dei legami interpersonali e piccolo-comunitari: un ostacolo alla nazionalizzazione? La famiglia come luogo di diffusione della modernità (consumi) ma anche campo di battaglia (caso soprattutto del costume: vedi per esempio il divorzio); l’incontro-sovrapposizione-scontro dei circuiti di diffusione dei comportamenti e dei valori nei rapporti tra i sessi e le generazioni.
3) Identità antropologiche e scelta politica “nazionale” e/o “moderna”: assorbimenti di modelli, mimesi e contraffazione. La polarità centro/periferia nei processi di nazionalizzazione/modernizzazione. Le immagini nazionali nella percezione della periferia. Diffidenze ed ostilità reciproche; la curvatura imposta dall’antropologia periferica al progetto o al modello “nazionale-moderno”. Quale rappresentanza? E di che cosa? (il sistema politico tra collegio e “nazione”).
Questi, assai sommariamente indicati, ci sembrano alcuni dei punti principali sui quali ci piacerebbe vedere – per ognuno dei tre aspetti particolari del tema di questa sessione – i relatori misurarsi, ed il seminario cercare di indicare una direzione di risposta.
d) La nazionalità italiana: esiti, simboli presidente Silvio Lanaro, relazioni su analisi comparativa, fascismo, miti.
I finanziamenti “40%” alle ricerche di Storia contemporanea: un primo bilancio (1988-1989).
Le sintetiche informazioni che la SISSCO ci ha chiesto per il suo “Bollettino” si riferiscono ai progetti di ricerca “40%” di Storia contemporanea inoltrati nel 1987-88 al Comitato consultivo n. 11 del CUN, del quale facciamo parte, da questo esaminati ed eventualmente proposti per un finanziamento nel 1988-89. I dati relativi al 1990 non vengono forniti perché non si tratta ancora di atti pubblici.
Poiché l’interesse di queste notizie non si limita ai temi delle ricerche (peraltro molto sommariamente indicati dai titoli), ma investe le procedure e i criteri seguiti per le proposte di finanziamento, di questi ultimi non sarà inutile premettere una sintetica illustrazione. Cercheremo così di evidenziare alcuni problemi, nella speranza che ciò possa contribuire a una riflessione sulla materia.
L’art. 65 del DPR 382/80 riserva i fondi 40% a “progetti di ricerca di interesse nazionale e di rilevante interesse per lo sviluppo della scienza”. La valutazione di tali caratteristiche è evidentemente scientifica, ma non solo. Una circolare ministeriale del 1986 specifica infatti che “un progetto è da considerarsi di interesse nazionale in rapporto all’utilità generale della specifica ricerca; potrà essere svolto da gruppi di docenti e ricercatori, o da Istituti o Dipartimenti universitari, appartenenti prevalentemente a più Università”. Più sotto si sottolinea la necessità “di evitare la presentazione di numerosissime richieste, che vanificherebbero la portata stessa” della norma istitutiva del 40%. E ancora si rende noto un orientamento del CUN, il quale ha ritenuto che “non si possa di norma giudicare di preminente interesse nazionale” un progetto il cui finanziamento “comporti un’assegnazione complessivamente inferiore” a 50 milioni per le ricerche “sperimentali”, a 25 milioni per le altre: “Valendosi di questo criterio indicativo sarà possibile ai Comitati concentrare l’intervento su quei progetti di ricerca che abbiano un respiro e una rilevanza davvero nazionale”.
Un’altra circolare, del 1989, aggiunge che i “criteri dell’interesse nazionale o di sviluppo della scienza […] saranno assunti a base della [-] valutazione. Per evitare fenomeni di frammentazione, si darà priorità a quei progetti che presentino dimensioni adeguate, anche attraverso un coordinamento sostanziale di più unità di ricerca”.
Come si vede, per quanto riguarda la valutazione del rilievo scientifico dei progetti, nessun criterio è stato giustamente suggerito ai Comitati consultivi, salvo quello – in sé discutibile o quanto meno impropriamente esteso dalla ricerca “applicata” a quella “pura” della loro “utilità”. L”‘interesse nazionale” dei progetti è stato invece posto in relazione con: 1) la consistenza dei gruppi di studiosi che li propongono, coincidano questi o meno con Dipartimenti e Istituti; 2) la loro appartenenza a più sedi universitarie; 3) l’esistenza di un effettivo coordinamento tra le varie sedi; 4) l’entità del finanziamento ritenuto congruo per realizzarli, che nel nostro caso non dovrebbe scendere sotto i 25 milioni annui.
In aggiunta a questi criteri di massima, ai Comitati consultivi è stato suggerito di: 1) escludere dal finanziamento le Unità operative di appartenenza dei membri dei Comitati consultivi, anche se questi possono essere coordinatori centrali di un progetto; 2) attribuire il 510% dei fondi ai coordinatori centrali; 3) aggregare ad altre ricerche i progetti con meno di 8-10 partecipanti; 4) assegnare ad ogni UO un finanziamento minimo di 8 milioni; 5) comunicare un parere alle Università, specie per le richieste escluse dal finanziamento. Si raccomandava infine di non prendere in considerazione che un progetto per ogni coordinatore centrale, di escludere le ricerche di portata limitata e di ridurre il contributo da assegnare a quei progetti che disponessero di altre fonti di finanziamento.
Non tutte queste indicazioni, in realtà, sono state seguite. Che i membri dei Comitati consultivi dovessero essere esclusi dal finanziamento non era stato reso noto prima della loro elezione e si sarebbe comunque trattato di una misura discutibile, dato che svolgere attività di ricerca non è soltanto un diritto, ma un dovere dei docenti universitari. Oltre a ciò, nei casi in cui i membri dei comitati consultivi fossero coordinatori, riservando a questi ultimi il 5-10% dei fondi, a non essere finanziati sarebbero stati in realtà soltanto i loro collaboratori. Le UO di appartenenza dei membri del Comitato non sono state pertanto escluse ed è stata invece tenuta sotto la soglia del 5% la quota riservata al coordinamento. Inutile dire che si tratta di un problema assai delicato, a risolvere il quale né il fatto che i progetti di appartenenza dei membri del Comitato siano stati esaminati da altri, né la loro esclusione sono sufficienti. Nel primo caso, infatti, può sempre sussistere il dubbio che si tratti di una regolarità solo apparente; nel secondo, si incentiverebbe la “mimetizzazione” dei membri dei Comitati all’interno di ricerche guidate da altri studiosi, salvando la forma ma non la sostanza. In attesa di una soluzione, la scelta seguìta ha almeno il pregio della trasparenza.
Quanto alle aggregazioni, esse sono possibili e produttive soltanto in presenza di una effettiva affinità tra i contenuti e le metodologie dei progetti da unificare. In qualche caso sono state effettuate (e, quando i tempi lo hanno consentito, preavvisandone gli interessati), ma il criterio della consistenza delle équipes non poteva essere assunto in modo rigido. Si tenga tra l’altro presente che molte domande presentavano tra i loro partecipanti figure di ricercatori espressamente escluse dal Ministero, o non ne precisavano con chiarezza la posizione.
I minimi di 8 milioni per ogni UO e di 25 per ogni ricerca finanziata sono stati assunti come obiettivi, ma non avrebbero potuto essere introdotti immediatamente se non escludendo un numero elevatissimo di domande, molte delle quali non troppo diverse dalle poche che si sarebbero accolte e, a volte, superfinanziate. Vista l’entità dei contributi, infatti, gli stessi richiedenti avevano via via ridimensionato l’entità delle richieste e delle équipes.
All’esortazione del ministro Ruberti ad attenersi di più allo “spirito” della norma istitutiva del 40% abbiamo perciò cercato di uniformarci con gradualità, inviando a una cinquantina fra Dipartimenti e Istituti di storia alcuni suggerimenti di massima ed elevando i minimi fino a 5 milioni per UO e a 15 milioni per ricerca. Il finanziamento medio si aggira tra i 22 e i 25 milioni.
Comunicare agli interessati l’esito delle loro domande, infine, sarebbe compito degli uffici del Ministero, ma ciò non è mai stato fatto. Ce ne siamo resi conto dopo il primo anno, vedendoci riproporre come se fossero in continuazione progetti che in realtà non erano stati finanziati. Per evitare che ciò tornasse a verificarsi, quando un progetto non è stato proposto per il finanziamento ne abbiamo dato comunicazione al suo coordinatore prima della scadenza dei termini di presentazione delle domande dell’anno successivo. Non si tratta tuttavia di una soluzione proponibile, né della cortesia dei segretari del Dipartimento che l’ha sinora consentita sarebbe stato possibile approfittare, chiedendo loro di trasmettere a tutti i pareri del Comitato.
L’indicazione di finanziare solo una volta i coordinatori centrali è stata estesa ai responsabili delle UO e ai casi in cui il medesimo gruppo di ricercatori risultasse determinante per dare consistenza a più di un progetto. I fondi non sono infatti sufficienti per poter essere concentrati sugli stessi gruppi. Al solito, lo abbiamo fatto con gradualità anche perché, avendo la maggior parte delle ricerche durata triennale, ogni anno circa due terzi di esse sono “in continuazione”. Considerare il finanziamento come un contributo pro quota nei casi in cui un progetto potesse disporre di altri fondi, infine, è stato quasi sempre impossibile. Da un lato, infatti, ben pochi tra i proponenti hanno segnalato tali disponibilità, dall’altro questa voce ha finito per scomparire con la semplificazione dei moduli introdotta dal nuovo Ministero.
Una questione che ha creato non pochi problemi è quella delle “aggregazioni” non soltanto tra più ricerche, ma anche tra più Unità operative della stessa ricerca. Queste ultime si sono rese spesso necessarie in presenza di progetti con numerose UO o con UO di scarsa consistenza, specie quando queste erano composte da un solo studioso. Elevando i minimi, le UO avrebbero altrimenti funzionato come moltiplicatori del fondo da assegnare ad alcune ricerche, facendo somigliare sempre di più la dotazione complessiva a una coperta troppo corta. Il meccanismo delle aggregazioni avrebbe consentito di non escludere queste UO dall’accesso ai fondi, ma gli uffici non ne hanno mai dato notizia agli interessati. Alla fine, grazie anche alla disponibilità del Presidente del Comitato, vi abbiamo provveduto noi. Non è però difficile prevedere che la norma introdotta nel 1990, secondo la quale ogni UO deve essere composta da studiosi appartenenti alla stessa Università, renderà impossibile qualsiasi forma di aggregazione, precludendo l’accesso al 40% a molti studiosi che operano in Atenei di piccole dimensioni o coprono insegnamenti “marginali” nelle loro Facoltà.
Ma il problema più grave riguarda i rendiconti scientifici e finanziari. Questi non dovrebbero essere soltanto doverosi strumenti di controllo da parte dell’Amministrazione, ma – sia pure ex post – elementi prioritari di giudizio per la ripartizione dei fondi. Viceversa i modelli “C” destinati ad ospitare i rendiconti di spesa e le relazioni scientifiche dei progetti finanziati non sono mai stati trasmessi ai Comitati consultivi. Da due anni, poi, sono addirittura scomparsi dalla modulistica.
Siamo consapevoli del fatto che tutti i punti passati in rassegna sinora non toccano il cuore del problema, cioè la valutazione scientifica dei progetti. Tuttavia ciò non è casuale: per quanto teoricamente secondari, infatti, nella realtà questi aspetti procedurali finiscono per incidere pesantemente sulle scelte, operando come un filtro che condiziona e delimita il giudizio sulla base di parametri in vario modo esteriori rispetto al merito. Ciò non è attribuibile soltanto alla sproporzione fra “domanda” e “offerta”, ma dipende anche da altri fattori, che possono essere schematicamente richiamati.
I moduli per la compilazione delle domande, in primo luogo, facilitano quell’adattamento “minimalistico” al quale abbiamo fatto riferimento. La loro semplificazione, intervenuta dopo l’avvento del nuovo Ministero, ne ha certo attenuato alcuni aspetti macchinosi e burocratici, ma rischia di accentuare questo inconveniente. Nelle aree umanistiche è inoltre molto diffusa la consuetudine ad un tipo di ricerca individuale, poco costosa e non particolarmente bisognosa di programmazione, che mal corrisponde alle caratteristiche del 40%, ma che è incentivata ad accedervi dall’inadeguatezza dei fondi 60%. Tutto ciò fa sì che non di rado sul tavolo dei Comitati consultivi giungano non tanto ricerche organiche, quanto “contenitori” di filoni di lavoro preesistenti, che si direbbero unificati soprattutto dalla necessità di acquisire i requisiti richiesti per accedere al 40%.
È soprattutto in questi casi che gli obiettivi dei progetti vengono spesso illustrati in maniera sin troppo sintetica (a volte addirittura affrettata), facendo riferimento ai temi più che alle fonti e alle metodologie della ricerca, e non sempre le voci di spesa trovano un chiaro riscontro nelle finalità indicate e nelle specifiche esigenze che ne derivano. Il fabbisogno tende infatti a concentrarsi sulle missioni e sulle pubblicazioni, mentre le richieste di attrezzature scientifiche sembrano rispondere più all’esigenza di sviluppare le dotazioni “ordinarie” che agli obiettivi prefissati. Anche se in sé tali fenomeni non sono spesso che il prodotto di un comprensibile processo di adattamento, questa situazione fa sì che chi è chiamato a formulare un giudizio di merito si trovi spesso a doversi esprimere su elementi di valutazione troppo labili. Ciò accentua l’arbitrio (e le responsabilità) dei membri dei Comitati consultivi.
Ciò detto, il giudizio di merito ci sembra discutibile per definizione in quanto inevitabilmente soggettivo. Che nel formularlo abbiamo cercato di attenerci ad alcuni criteri, tenendo conto della rilevanza del tema, della natura delle fonti, dell’originalità degli approcci e dei metodi, nonché della coerenza tra tutto ciò e le previsioni di spesa, è del tutto ovvio. Non crediamo tuttavia che si tratti di criteri oggettivabili o traducibili in parametri quantitativi. La valutazione che i membri dei Comitati consultivi del CUN sono chiamati ad esprimere comporta dunque necessariamente un’assunzione di responsabilità, implicita sia nella sua natura qualitativa, sia nel mandato che essi ricevono quando vengono eletti.
Franco Della Peruta – Tommaso Detti
Progetti di ricerca 40% – 1988/1989
Di ogni ricerca vengono riportati il titolo, i nomi e le sedi universitarie dei coordinatori centrali (in corsivo) e dei responsabili delle Unità operative. Quelli tra parentesi quadre si riferiscono a UO non finanziate o aggregate ad altre. Avendo i progetti durata pluriennale, per evitare duplicazioni si sono infine indicati gli esercizi finanziari, con a fianco l’ammontare in milioni del finanziamento proposto.
ABSTRACTS DI ARTICOLI DI STORIA ITALIANA SU RIVISTE ESTERE E ITALIANE LOCALI – C. Capra (Milano), P. Malanima (Pisa), B. Salvemini (Bari), [A. M. Vinci (Trieste)] – 1988: 25 m.
ARCHIVI E ARCHIVISTICA NELLA CULTURA ITALIANA DAL 1815 AL 1915 R. Gueze (Salerno), O. Bucci (Macerata), S. Carbone (Calabria), A. D’Addario (Firenze) 1988
ARCHIVIO INTERREGIONALE DELLA SCRITTURA POPOLARE – A. Gibelli (Genova), P. Clemente (Siena), E. Franzina (Verona) – 1988: 20 m. / 1989: 23 m.
CETO POLITICO E PROFESSIONI NEL REGIME FASCISTA – G. Turi (Chieti), L. Ganapini (Trieste), M. Palla (Firenze), G. Santomassimo (Siena) – 1988: 30 m. / 1989: 25 m.
CLERICALISMO E LAICISMO NELL’ETA LIBERALE – C. Brezzi (Siena), G. Bonetta
(L’Aquila), S. Pivato (Urbino) 1988: 30 m. / 1989: 30 m. (l)
COMMERCIO E SVILUPPO LOCALE NEL MEDITERRANEO MODERNO E CONTEMPORANEO – M. A. Visceglia (Roma), G. Biagioli (Pisa), B. Salvemini (Bari) – 1988: 20m. / 1989: 25 m. (2)
CULTURA, TECNICA E SOCIETÀ IN ITALIA DALL’UNITA A OGGI – C. G. Lacaita (Parma), E. Decleva (Milano), A. Ventura (Padova) – 1988: 15 m. / 1989: 18 m.
DINAMICHE SOCIALI URBANE E RURALI NELL’ITALIA DELL’OTTOCENTO T Detti (Siena), M. Flores (Trieste), S. Soldani (Firenze) – 1988: 25 m. / 1989: 25 m.
EMARGINAZIONE, CRIMINALITÀ E VAGABONDAGGIO TRA XVII E XX SECOLO -P. Sorcinelli (Bologna), [L. Faccini (Verona)], A. Pastore (Trieste) – 1988: 15 m.
EMIGRAZIONE E CONSENSO ALLO STATO NAZIONALE – R. Ugolini (Perugia), A. Varni (Bologna) – 1989
ESERCITO E PAESE: RICERCHE E STRUMENTI DI STORIA MILITARE – G. Rochat (Torino), [P. Del Negro (Padova)], F. Frassati (Pisa) – 1988: 15 m. / 1989: 15 m. (3)
FAMIGLIA E ORGANIZZAZIONE DELLE RISORSE. I SERVI TRA SETTECENTO E OTTOCENTO – A. Arru (Napoli), R Ago (Roma), L. Tittarelli (Perugia) – 1988: 15 m.
FONTI E MATERIALI PER LA STORIA DELLA CHIESA ITALIANA CONTEMPORANEA – D. Menozzi (Lecce), B. Bocchini Camaiani (Firenze), M. Guasco (Torino), G. Miccoli (Trieste), X. Toscani (Pavia) – 1989: 25 m.
FORTUNE, RICCHEZZE ED ECONOMIE DELLE ELITES ITALIANE NEL SECOLO XIX -R Romanelli (Pisa), G. Derosas (Venezia), A. Signorelli (Catania) – 1988: 25 m. / 1989: 25 m. (4)
GUERRA E PACE NEL MONDO CONTEMPORANEO: RICERCA INTERDISCIPLINARE -L. Cortesi (IUO Napoli), R. S. Bufalo (Calabria), G. V. Silvestrini (Napoli) 1988 / 1989 (5)
I DILEMMI DELLA SINISTRA ITALIANA: OPZIONI INTERNAZIONALI E ORGANIZZATIVE – S. Sechi (Ferrara), G. Maione (Bologna), S. Merli (Venezia) – 1988 / 1989
I SOVVERSIVI DELL’ITALIA MERIDIONALE DA GIOLITTI A MUSSOLINI. 18961943 -S. Carbone (Calabria), R Gueze (Salerno) – 1988 / 1989
IL CANADA DA COLONIA A NAZIONE - L. Codignola (Pisa), [L. Accati (Trieste)], L. Bruti Liberati (Milano), V. Gennaro Lerda (Genova), [M. Rubboli (Firenze)] – 1988: 20 m. / 1989: 16 m. (6)
IL POTERE POLITICO LOCALE IN ITALIA NEL NOVECENTO. FORME, ISTITUZIONI, UOMINI – G. D Agostino (Napoli), [G. Bertuzzi (Trieste)], M. Legnani (Bologna), [L. Parente (IUO Napoli)], A. Parisella (Roma), A. Recupero (Catania), G. Rochat (Torino), Serri (Cagliari) – 1988: 20 m.
IL PRIMO MAGGIO IN ITALIA DALLE ORIGINI ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE – A. Riosa (Milano), C. G. Donno (Lecce), L. Gestri (Pisa) – 1988 / 1989 (7)
ISTITUZIONI DEL LAVORO E CULTURA DELLE RIFORME TRA OTTOCENTO E NOVECENTO – V. Gallotta (Bari), G. Gemelli (Bologna) – 1988: 15 m. / 1989: 15 m.
ITALIA E AMERICA NELL’IMMAGINARIO MERIDIONALE TRA OTTO E NOVECENTO – G. Aliberti (Salerno), N. Perrone (Bari) – 1989
L’EMIGRAZIONE ITALIANA ALL’ESTERO E I SUOI RIFLESSI SULLA MEMORIA A. De Clementi (IUO Napoli), Gallina (Salerno), A. Trova (Sassari) – 1988: 20 m.
L’IMMAGINE DELL’EUROPA IN RUSSIA E IN EUROPA ORIENTALE: QUESTIONE AGRARIA, “MODERNIZZAZIONE” E MODELLI OCCIDENTALI B. Valota (Milano), G. Petracchi (Firenze) – 1988: 10 m. / 1989
L’ISTRUZIONE PUBBLICA E PRIVATA TRA ANTICO REGIME E ETA CONTEMPORANEA – x Toscani (Pavia), M. C. Giuntella (Perugia), M. L. Trebiliani (Roma) -1988:15 m.
L’ITALIA REPUBBLICANA: ORIGINI, CARATTERI, LINEE DI SVILUPPO P. Melograni (Perugia), G. Sabbatucci (Macerata), N. Zapponi (Roma) – 1988 / 1989
LA CULTURA GIURIDICO-POLITICA GERMANICA NELL’ITALIA DEL SETTEOTTOCENTO – C. Ghisalberti (Roma), E. Maserati (Trieste) – 1988
LA DOMINAZIONE LORENESE IN TOSCANA – Z. Ciufoletti (Firenze), R P. Coppini (Pisa) -1988
LA FORMAZIONE DEL REGIME FASCISTA COME REGIME DI MASSA E. Collotti (Firenze), [P. Corner (Siena)], [G. Procacci (Modena)], M. Salvati (Bologna) 1989: 16 m.
LA FORMAZIONE DELL’OPINIONE PUBBLICA ATTRAVERSO I MEDIA – R Paci (Macerata), [A. Caracciolo (Roma)], [R. Covino (Perugia)], [D. Ellwood (Bologna)], M. Moretti (Sc. Normale Pisa), E. Vitale (L’Aquila) – 1989: 16 m.
LA FORMAZIONE DELLA DIPLOMAZIA ITALIANA – F. Grassi (Lecce), M. Pizzigallo (Bari) -1988
LA FORMAZIONE DELLA NAZIONE CANADESE – V. Gennaro Lerda (Genova), L. Accati (Trieste), M. Rubboli (Firenze) – 1988 (8)
LA GUERRA CIVILE IN ETA CONTEMPORANEA – C. Pavone (Pisa), T. Sala (Trieste) -1988:15 m. / 1989:16 m.
LA PERCEZIONE DEL MUTAMENTO PAESAGGISTICO NEL DECOLLO INDUSTRIALE – V. Castronovo (Torino), M. Degl’Innocenti (Siena) – 1989
LA SOCIETA’ URBANA TRA XVII E XIX SECOLO – A. Arru (IUO Napoli), R. Ago (Roma), L. Tittarelli (Perugia) – 1989
MAFIA E CRIMINALITÀ NELLA SICILIA DELL’OTTOCENTO – P. Pezzino (Pisa), G. Fiume (Palermo), R. Mangiameli (Catania), G. Raffaele (Messina) – 1988: 20 m / 1989: 20 m. (9)
MEDIO ORIENTE ED EUROPA – S. Marchese (L Aquila) – 1988
ORGANIZZAZIONI SANITARIE, PROFESSIONE MEDICA, RUOLO SOCIALE DELLA MEDICINA NELL’ITALIA MODERNA E CONTEMPORANEA-A. Pastore (Trieste), [E. Cucciniello (Venezia)], U. Levra (Torino), F. Mondella (Milano), G. Olmi (Trento), P. Sorcinelli (Bologna) – 1989: 30 m. (10)
PARTITI E SINDACATI OPERAI NEGLI ANNI TRENTA: CRISI, FASCISMO, GUERRA -G. Manacorda (Roma), A. Agosti (Torino), A. Di Biagio (Firenze), [M. Sylvers (Venezia)], [M. Telò (Salerno)] – 1988: 30 m. / 1989: 29 m. (11)
PLURIATTIVITA, MOBILITA TERRITORIALE E SOCIALE NEL MEZZOGIORNO CONTEMPORANEO – P. Villani (Napoli), [G. Barone (Catania)], P. Bevilacqua (Roma), A. Massafra (Bari) – 1989: 25 m.
POLITICHE SOCIALI E ORGANIZZAZIONE DEL CONSENSO NEGLI ANNI VENTI E TRENTA – E. Collotti (Firenze), [P. Dogliani (Modena)], M. Salvati (Bologna) 1988: 15 m.
PRESENZA E RUOLO DELLE DONNE NELLA REPUBBLICA ITALIANA – M. Addis Saba (Sassari), M. L. De Cristofaro (Bari), M. Ferrari Occhionero (Roma) – 1988 / 1989
PROFILI DELL’ASSOCIAZIONISMO ECONOMICO IN ITALIA DAL 1880 AD OGGI – A. Pepe (Bari), F. Fabbri (Salerno) – 1988: 10 m.
RELAZIONI INDUSTRIALI E SVILUPPO ECONOMICO-SOCIALE – M. Reberschak (Venezia), [E. Franzina (Verona)], [L. Ganapini (Trieste)], M. Isnenghi (Torino), G. Roverato (Padova) -1989: 20 m.
RELIGIONI, ISTITUZIONI, SOCIETÀ NEI PAESI MEDITERRANEI – A. Giovagnoli (Sassari), R Morozzo Della Rocca (Calabria), A. Riccardi (Roma), G. B. Varnier (Urbino) 1989
REPERTORIAZIONE E INDICIZZAZIONE DELLE LETTERE PASTORALI DEI VESCOVI ITALIANI NELL’OTTO-NOVECENTO – D. Menozzi (Lecce), B. Bocchini Camaiani (Firenze), M.Guasco (Torino), G.Miccoli (Trieste), X.Toscani (Pavia) – 1988: 30m.
SANITÀ E AMBIENTE SOCIALE NELL’ITALIA MODERNA E CONTEMPORANEA -U.Levra (Torino), [E.Cucciniello (Venezia)], F.Mondella (Milano) – 1988: 15m.
SANITÀ, ARCHITETTURA E SOCIETÀ NELL’ITALIA MODERNA E CONTEMPORANEA – U. Levra (Torino), E. Cucciniello (Venezia), F. Mondella (Milano) 1989 (12)
STORIA DELL’ALTO COMANDO E DELL’ORDINAMENTO DELLA DIFESA IN ITALIA – L. Ceva Valla (Pavia), V. Ilari (Macerata) – 1989
STORIA DELL’ITALIA REPUBBLICANA – F. Barbagallo (Napoli), G. Barone (Palermo), F. De Felice (Bari), M. G. Rossi (Firenze), N. Tranfaglia (Torino) – 1989: 30 m.
STORIA DELLA PREPARAZIONE, SVOLGIMENTO E CONTESTO DEL CONCILIO VATICANO II (1958-1965) – G. Alberigo (Bologna), M. Guasco (Torino), G. L. Potestà (Milano), A. Riccardi (Roma) – 1989
STORIOGRAFIA ITALIANA E STORIA DEL NORDAMERICA – A. M. Martellone
(Firenze), [N. Clerici (Genova)], R. Cambria (Milano) – 1988:15 m. / 1989: 16 m. (13)
STORIOGRAFIA SOCIALE – A. Caracciolo (Roma), R Covino (Perugia), [M. Scardozzi (Pisa)], E. Vitale (L’Aquila) – 1988: 8 m.
STRATEGIE E ASPETTI STRUTTURALI DELLA MODERNIZZAZIONE IN ITALIA - M. Reberschak (Venezia), [E. Franzina (Verona)], G. Roverato (Padova) – 1988: 15 m.
SVILUPPO E CICLO DELL’ECONOMIA ITALIANA NEL CONTESTO INTERNAZIONALE - L. Cafagna (Pisa), V. Negri Zamagni (Bologna), G. Toniolo (Venezia) 1988: 15 m. / 1989: 15 m. (14)
TENSIONI SOCIALI, CRIMINALITA’ E CONTROLLO IN TOSCANA 1700-1900 I. Tognarini (Siena), A. Salvestrini (Firenze) – 1988
UGUAGLIANZA/DIFFERENZA: VISIONI DEL GENERE – A. Buttafuoco (Siena), P. Bono (Roma), A. Cavarero (Verona), [C. D’Angeli (Pisa)], E. Donini (Torino), [F. Izzo QUO Napoli)], P. Magli (Bologna) – 1988: 25 m. / 1989: 25 m. (15)
UOMINI, FORME E STRUTTURE DELLA RAPPRESENTANZA POLITICA E SOCIALE NELL’AREA PADANA – A. Varni (Bologna), F. Della Peruta (Milano) – 1988: 30m. / 1989: 30 m.
URBANIZZAZIONE E AMBIENTE – A. Caracciolo (Roma), R Covino (Perugia), [R.Paci (Macerata)], M. Scardozzi (Pisa), [E. Sori (Ancona)] – 1989: 20 m.
NOTE
1 Nel 1989 si è aggiunta una UO a Trieste (resp. S. Pivato), mentre resp. dell’UO di Urbino diveniva R. Cerrato.
2 Nel 1989 la funzione di coordinatore centrale è stata assunta da F. Bonelli (Roma), è venuta meno 1’UO di Bari e si è aggiunta una UO a Catania (resp. L. Granozzi).
3 Nel 1989 è stata finanziata l?UO di Padova e non quella di Pisa.
4 Nel 1989 l’UO di Venezia non è stata finanziata e si è aggiunta una UO a Bari (resp. S. Russo).
5 Nel 1988 era presente una UO di Roma (resp. Battistelli), non ripresentata nel 1989.
6 Le UO provenienti dall’aggregazione del progetto su La formazione della nazione canadese, coordinato da V. Gennaro Lerda, non sono state riproposte nel 1989.
7 Nel 1988 era presente una UO di Ancona (resp. F. Amatori), non riproposta nel 1989.
8 Ricerca aggregata a quella su Il Canada da colonia a nazione coordinata da L. Codignola (Pisa).
9 Nel 1989 la funzione di coordinatore centrale è stata assunta da O. Cancila (Palermo) e non è stata finanziata MO di Catania.
10 Questa ricerca è il prodotto dell’aggregazione con il progetto su Sanità, architettura e società nell’Italia moderna e contemporanea coordinato da U. Levra (Torino).
11 Nel 1989 si sono aggiunte due UO di Viterbo (resp. L. Rapone) e Modena (resp. P. Dogliani), che però non sono state finanziate.
12 Ricerca aggregata a quella su Organizzazioni sanitarie, professione medica, ruolo sociale della medicina nell’ Italia moderna e contemporanea coordinata da A. Pastore (Trieste).
13 Nel 1988 era presente una UO di Pisa (resp. M. Ghilardi), poi non ripresentata. L’UO di Genova è stata finanziata nel 1989.
14 Nel 1989 non è stata finanziata l’UO di Bologna. 15 Nel 1989 non è stata finanziata MO di Bologna.
Enti e istituzioni di ricerca per la Storia contemporanea. Un primo censimento
Viene fornita di seguito una prima lista di enti (società, centri, istituti, ecc.) dei quali è stata verificata la disponibilità, o meno, a elargire finanziamenti a giovani laureati per effettuare ricerche nel campo della storia contemporanea.
Sono state distinte tre diverse “forme di finanziamento”: 1) borse di studio; 2) premi per tesi di laurea; 3) grants.
Con quest’ultimo termine ci si riferisce a quei casi in cui per ottenere il finanziamento è necessario presentare un progetto di ricerca al comitato scientifico dell’ente, che si riserva di concederlo qualora l’argomento sia di suo interesse e compatibilmente con la disponibilità di fondi.
Si è ritenuto utile segnalare anche quegli enti che hanno dichiarato di non aver mai svolto attività di finanziamento a studiosi esterni o di averlo fatto solo nel passato, mentre non vengono qui menzionate le borse di durata superiore ai due anni equivalenti ai dottorati di ricerca, che saranno oggetto di un articolo su questi ultimi.
Ci riserviamo di pubblicare ulteriori informazioni, anche avvalendoci delle eventuali segnalazioni dei soci.
Giuseppe Lauricella
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