SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

Fu il fascismo un vero totalitarismo?

Schema per l’introduzione alla tavola rotonda:

1 Scopo della tavola rotonda è stimolare la discussione sul rapporto fra la categoria generale di totalitarismo e l’esperienza storica del fascismo italiano. Si indicano qui di seguito alcuni temi che appaiono legati in modo particolare a questo problema. Va da sè che essi non sono gli unici meritevoli di trattazione e che i partecipanti alla tavola rotonda non sono da essi vincolati.
Nello sfondo si può comunque collocare la questione, dibattuta nella storiografia con discordi opinioni, se il secolo XX sia da definire “secolo dei totalitarismi”.
2. Sulla natura totalitaria del fascismo esistono pareri opposti, con varie posizioni intermedie. Le opinioni in tutto o in parte negative si basano in larga misura sul paragone con il nazionalsocialismo. Per Hannah Arendt, come è noto, il fascismo non regge il confronto né con il nazismo né con lo stalinismo. Per Robert Aron il fascismo è totalitarismo attenuato.Abbott Gleason (An inner History of Cold War, 1995) ha un primo capitolo che tratta delle Fascist Origins e un altro dedicato alla New Kind of State: Italy, Germany and the Soviet Union. Maurice Duverger considera il fascismo un totalitarismo, e lo stesso dicasi per Dante L. Germino (The Italian Fascist Party in Power.A study on Totalitarian Rule, 1959). Nella loro classica opera, che è del 1956, Friedrich e Brezinski, pur non facendo del fascismo il loro oggetto principale, polemizzano contro coloro che negli anni venti interpretavano il fascismo come semplice forma di governo dei ceti medi, con i treni in orario e i mendicanti fuori delle strade.
Subito dopo l’arrivo del fascismo al potere furono gli oppositori democratici – Amendola, Dorso, Salvatorelli – a definire totalitario il nuovo regime (J. Petersen, La nascita del concetto di Stato totalitario in Italia, in “Annali dell’Istituto storico italo-germanico di Trento”, 1975). Alberto Aquarone, che pur intitola il suo libro pionieristico L’organizzazione dello Stato totalitario, nega che lo Stato fascista avesse pienamente quel carattere data la sussistenza di due distinti centri di potere, la monarchia e la Chiesa cattolica. Renzo De Felice appare poco convinto che il fascismo possa a pieno titolo essere qualificato totalitario; i suoi giudizi in merito sono peraltro oscillanti e tengono conto della evoluzione del regime dagli anni venti agli anni trenta.
Le recise affermazioni dei fascisti, e innanzi tutto dello stesso Mussolini, sul carattere totalitario del regime da loro fondato sono, com’è noto, numerose. Ma esse appartengono più al regno delle fonti che a quello delle interpretazioni.
L’opinione a mio avviso più convincente è quella che Emilio Gentile esprime fin dal titolo del suo libro La via italiana al totalitarismo (1995). Come un tempo si diceva che esistessero le vie nazionali al socialismo, così può dirsi che esistono le vie nazionali al totalitarismo. Si tratta in sostanza di un invito al metodo storico-comparativo.
3. Nella costruzione del totalitarismo come categoria generale, premessa alla verifica della sua applicabilità al fascismo, sembra opportuno tenere presenti i punti che qui di seguito sommariamente si elencano.
3.1. Al livello puramente teorico il totalitarismo non assurge all’altezza di categorie quali libertà, eguaglianza, democrazia, potere, Stato, società, le quali tutte costituiscono in realtà un prius per le discussioni sul totalitarismo, che da esse quindi in vario modo dipendono. Non contengono, ad esempio, la voce totalitarismo il Lessico della politica , a cura di G. Zaccaria (Edizioni Lavoro, 1987) e il Pensiero politico contemporaneo, a cura di G.M. Bravo z S. Rota Ghibaudi (F. Angeli, 1987). Lo stesso accade in alcune raccolte di saggi sul Novecento: La Storia (Utet), La Storia d’Italia (La Nuova Italia), Storia e miti del Novecento (Laterza). E’ vero che queste omissioni sono da collegare all’ostracismo che le cultura di sinistra di ispirazione comunista aveva, soprattutto durante la guerra fredda, decretato contro il concetto stesso di totalitarsimo. Ma esistono anche difficoltà teoriche indipendenti dalle contingenze politiche.
3.2. La categoria storico-teorica di totalitarismo non va confusa con i modelli che costruiscono le scienze sociali, pur indispensabili per comprendere pienamente un fenomeno tanto complesso.
3.3. La definizione più sintetica di totalitarismo mi sembra quella elaborata in più occasioni da Bobbio e da altri studiosi: il completo assorbimento della società civile nello Stato. Questo è certamente l’obiettivo ultimo cui mirano i regimi totalitari. Ma è stato mai raggiunto? è veramente raggiungibile?
Stato e società civile si sono venuti sempre più, dai tempi di Hegel e di Marx, intrecciando e sovrapponendo, così che è divenuto difficile stabilire fra i due termini una chiara distinzione, che dia senso all’ asserito assorbimento dell’uno nell’altro. “Credo”, ha scritto ad esempio Koselleck, “che la distinzione Stato-società civile, specifica del XIX secolo, non sia più utilizzabile per una diagnosi attuale”, poiché tutti gli elementi propri della società civile “appaiono integrati nei meccanismi decisionali”, in USA come in URSS e in Cina (intervista a “il Manifesto”, 5 febbraio 1987).
La società civile ha organizzato spazi istituzionalizzati in proprio, non facilmente riassorbibili, mentre lo Stato si è preso cura di ampi settori della società, spesso su richiesta della società stessa. Quando l’equilibrio che si crea nelle interconnessioni fra Stato e società entra in crisi – e nel secolo XX è accaduto tante volte – vengono a crearsi le condizioni per l’affermarsi di regimi totalitari che si affaticano a ristabilire un equilibrio autoritario e onnicomprensivo. E’ sulla piena riuscita di questi progetti, e sulla loro varietà, che deve misurarsi la ricerca storica.
Nella Germania nazista – per fare un esempio fra i più noti ed eloquenti – la società civile riuscì ad impedire lo sterminio dei minorati fisici e psichici (ma non quello degli ebrei), e, più in generale, si difese utilizzando quello che Fraenkel ha chiamato il doppio Stato.
3.4. La ipotesi su cui si invita a discutere è dunque questa: nemmeno il totalitarismo più feroce e pervasivo riesce a realizzare il programma massimo del totale assorbimento della società.
Ha osservato Ansart (1985, cit. da Simona Forti) che “nella realtà il terrore totalitario raramente giunge alla completa distruzione di ogni forma di raggruppamento sociale e alla totale abolizione delle differenziazioni, distinzioni e gerarchie sociali”.
Nel volume Totalitarismes (sous la direction de G. Hermet, 1984), Howe ha scritto più icasticamente: “Peut on dire, selon l’expression de Michel Walzer, que tout totalitarisme réellement existant est un totalitarisme manqué (failed totalitarianism)”.
3.5. Quanto sopra schematizzato non intende ovviamente diminuire in nessun modo la terribile realtà di chi è stato vittima degli orrori dei regimi totalitari, né la responsabilità di chi li ha perpetrati. Si è voluto soltanto ricordare che, come non esiste il bene assoluto, non esiste il male assoluto, nemmeno nella veste del totalitarismo: se esistessero, non esisterebbero più né la libertà né la storia.
Ai fini del nostro discorso ne consegue che se il fascismo non è un totalitarismo perfetto, questo non significa che esso non sia una delle forme in cui il totalitarismo si è manifestato nel secolo XX. Il confronto con il nazismo e con lo stalinismo non può dunque spogliare il fascismo del suo carattere totalitario.
4. Sul terreno storiografico va sottolineata la priorità storica del fascismo. Il fascismo fu il primo movimento della destra eversiva, antiparlamentare, antiliberale, antidemocratica, antisocialista che abbia conquistato il potere per virtù propria. La cultura del fascismo è la cultura europea dell’irrazionalismo, del volontarismo, dell’attivismo che si incontra con quella dell'”ordine della gerarchia” (Battini), dell’autoritarismo, dell’elitarismo, del riciclaggio di materiali antilluministici coltivati nel secolo XIX dai nostalgici dell’Ancien Régime e da una parte non indifferente del mondo cattolico.
Il fascismo indicò così una possibile via di uscita ai contraddittori fermenti manifestatisi nella società europea a cavallo dei due secoli. “Italia docet” è il titolo che, con riferimento agli anni venti, Wolfgang Schieder diede qualche anno fa ad una conferenza tenuta presso l’Istituto storico germanico di Roma. L’essere stato prior in tempore ha favorito l’uso di “fascismo” per indicare esperienze di analoga natura pur diverse da quella italiana. Soverchiato dal nazionalsocialismo, il fascismo non riuscì a rimanere anche potior in iure, anche se in Unione Sovietica era corrente chiamare gli invasori nazisti “fascisti tedeschi” e anche se l’uso generalizzato di “fascismo” non è ancora scomparso.
5. Oltre quelli finora adombrati, si elencano qui di seguito alcuni altri problemi che potrebbero essere tenuti presenti (progetti, ideologie, prassi) nella prospettiva dell’analisi del rapporto fascismo/totalitarismo .
5.1. Mancanza di contropoteri visibili e organizzati
5.2. Regime di massa e atomizzazione degli individui che coesistono con la solidità della famiglia
5.3. Plebiscitarismo e abolizione di ogni elettività delle cariche
5.4. Partito unico, dotato di una propria forza armata
5.5. Capo carismatico, che appare alle masse “come una figurazione sintetica della teoria delle élites, élite tra le élites, profeta, Dio della politica” (R. Michels, Corso di sociologia politica)
5.6. Polizia segreta
5.7. “Le dèvoir de la delation”, “l’education de la haine”(J.J. Walter, Les machines totalitaires)
5.8. Ambizione a governare non solo il corpo ma anche l’anima
5.9. Ambizione a fare di ogni individuo un agente volontario dell’autorità (G. Germani)
5.10 Politicizzazione forzata e spoliticizzazione di fatto
5.11. Uso del disordine in funzione dell’ordine. Combinazione di violenza illegale e di violenza legale.
5.12. Affievolimento della distinzione fra pubblico e privato
5.13. Direzione statale dell’economia che convive con l’assetto proprietario.
5.14. Ruolo ambiguo della proprietà privata, che svolge in modo nuovo il suo antico ruolo di sostegno del potere e insieme di contropotere (il codice civile del ’42 e i suoi lavori preparatori offrono al riguardo ampia materia di riflessione).
5.15. Antisemitismo e razzismo
5.16. Nazionalismo, imperialismo: a) per scaricare verso l’esterno le tensioni del sistema; b) come mezzo per favorire la fusione fra Nazione e Stato (Mar. Salvati), che può essere considerata la versione nazionalista della piena immissione della società nello Stato
5.17. Sussistenza della monarchia: vi coesistono funzionalità al regime e potenziale alternativa ad esso
5.18. Fascismo e Chiesa cattolica: anche in questo caso, funzionalità e potenziale alternativa. Tre possibili punti di vista: a) affinità culturali; b) compromessi istituzionali; c) compromessi delle coscienze.
6. Riprendendo l’impostazione iniziale di questo schema si può ricordare qualche ulteriore motivo della sottovalutazione del carattere totalitario del fascismo.
6.1. Sul piano internazionale: a) l’Italia faceva meno paura della Germania; b) il fascismo, in quanto anticomunismo, aveva goduto di una iniziale benevolenza da parte di vari paesi democratici; c) il fascismo era interpretato come un fenomeno del folclore mediterraneo.
6.2. Sul piano italiano: a) il mancato esame di coscienza collettivo del popolo italiano; b) il mito della bontà degli italiani; c) l’aver fatto della RSI il tubo di scarico di tutte le nequizie del fascismo; d) l’avere a lungo la storiografia italiana inteso rispondere più alla domanda: “come è potuto avvenire?” (“nascita e avvento del fascismo”), che a quella: “come ha funzionato”?