SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

Al di qua e al di là della cortina di ferro

Forze politiche, risorse ideologiche e vincoli nazionali

Coordinatori: Marina Cattaruzza (Universität Bern) – Gaetano Quagliariello (LUISS)
Convegno Sissco: Cantieri di Storia II
Venerdì 26 settembre
II Sessione: 9.00-13.00
Aula Sp7

Il panel, in cui verranno presentati e discussi contributi di ricerca di giovani studiosi, si propone di analizzare in chiave comparata gli “spazi di intervento” di diverse formazioni politiche, considerando che lo spazio dell’agire politico venga delimitato sia da obbligazioni – più o meno negoziabili – di carattere ideologico ed organizzativo che dalla dimensione della lealtà nazionale.
Come asserito alcuni anni fa da Emilio Gentile per il caso italiano, tutte le forze politiche si richiamarono almeno fino agli anni Sessanta all’interesse nazionale come fondamento di legittimazione del proprio agire politico. Ciò valeva anche per un partito dichiaratamente internazionalista come il Partito Comunista.
Nel panel verranno presi in considerazione diversi case studies relativi sia all’Europa orientale che a quella occidentale per un arco di tempo che va dagli anni Quaranta agli anni Sessanta del secolo XX. La sezione ha carattere fortemente sperimentale e si propone di verificare se le coordinate scelte possano contribuire a costruire una storia politica dell’Europa tendenzialmente unitaria, le cui categorie permettano di superare sia le tradizionali divisioni ideologiche nell’ambito dei singoli stati nazionali che la separazione del continente in due blocchi contrapposti.

Programma

  1. Lucia Bonfreschi (Università di Bologna) – Aron militante politico tra cosmopolitismo e nazionalismo

    La formazione filosofica di Aron si svolse all’ombra dei neokantiani negli anni venti e si completò più tardi con lo studio di un’altra filosofia universalista, quella di Marx. La comprensione della dimensione nazionale fu dovuta soprattutto al soggiorno in Germania tra il 1930 ed il 1933, che per Aron significò da un lato la scoperta della sociologia di Max Weber, della sua concezione del ‘bellum omnium contra omnes’ alla base della ‘lotta tra i valori’, dall’altro la presa di coscienza della minaccia che Hitler rappresentava non solo per i confini dello Stato francese, ma per la stessa nazione francese. Ne risultò un pensatore liberale, conscio allo stesso tempo che gli individui per vivere hanno bisogno di comunità che si difendano e si perpetuino nel tempo.
    L’intervento si propone di analizzare attraverso le fasi del pensiero di Raymond Aron (seconda guerra mondiale, guerra fredda, distensione) l’articolazione della dimensione nazionale nella sua riflessione, vale a dire del suo essere cittadino francese, della sua attenzione alla politica dell’Esagono e del suo posizionamento in rapporto a questa, e della dimensione sopranazionale, del suo essere un intellettuale che pensò i rapporti internazionali ed il farsi dell’Occidente durante la guerra fredda, la costruzione dell’Europa quale entità sopranazionale, il diffondersi della democrazia e della civiltà industriale quali fenomeni transnazionali.

  2. Stefano Bottoni (Università di Bologna) – Nazionale nella forma, stalinista nel contenuto. La Regione Autonoma Ungherese in Romania, 1952-1960 (relazione)

    La Regione Autonoma Ungherese (RAU) venne costituita nel 1952 nell’area sud-orientale della Transilvania abitata compattamente da ungheresi (detti anche secleri). La creazione di un’entità amministrativa territoriale formalmente autonoma all’interno della Romania fu imposta alla dirigenza comunista di Bucarest dai sovietici e da Stalin in persona. La vicenda della RAU, come evidenzierò nella mia trattazione, costituisce un problema storico a 3 diversi livelli. In primo luogo, la RAU va analizzata come l’unico esempio centro ed est-europeo di applicazione (quantomeno negli anni ’50) del modello di politica nazionale leninista (e della sua variante stalinista) fondato su ciò che Terry Martin ha definito “affirmative action”, ovvero la promozione di élites locali non-russe (in questo caso non-romene) leali al partito comunista.
    In secondo luogo, la costituzione di una regione autonoma che comprendeva soltanto un terzo degli appartenenti al gruppo etnico ungherese in Romania segnò l’avvio della localizzazione e della periferizzazione della competizione etnica in Transilvania tra romeni e ungheresi, in quanto le città più sviluppate tradizionalmente a maggioranza ungherese (Cluj, Oradea, Arad) ma non comprese nella RAU divennero oggetto, a partire dai primi anni ’50, di un intenso programma di nazionalizzazione e di promozione del gruppo etnico romeno condotto dal potere centrale di Bucarest.
    In terzo luogo, la ricostruzione della storia della RAU diventa occasione per analizzare la storia sociale delle cosiddette Terre seclere (Szèkelfold) negli anni ’50 e ’60, e dunque le drastiche trasformazione socio-economiche (nascita dell’industria pesante, effetti sociali della collettivizzazione) di una regione storicamente arretrata, la formazione di una nuova élite (la burocrazia comunista locale etnicamente ungherese) e la sua successiva, graduale eliminazione a partire dai tardi anni ’50, quando il gruppo dirigente romeno guidato da Gheorghiu-Dej si rese conto che la promozione di un peculiare local-patriottismo etnico seclero-ungherese metteva a rischio il progetto di omogeneizzazione nazionale le cui prime teorizzazioni e manifestazioni datavano già alla seconda metà degli anni ’50.
    Le fonti del mio intervento si poggiano, oltre che sulla letteratura scientifica sulla storia della Romania nell’età comunista e su uno spoglio sistematico della stampa quotidiana e periodica pubblicata in Romania in lingua ungherese, su un vasto materiale archivistico proveniente dagli Archivi Nazionali Romeni, dalla sezione di Tirgu-Mures (capoluogo della RAU tra il 1952 e il 1968) degli Archivi Nazionali, dagli Archivi Nazionali Ungheresi e dal fondo del Foreign Office del Public Record Office britannico.

  3. Vera Capperucci (Università di Bologna) – Vincolo partitico e vincolo nazionale nelle correnti della Democrazia Cristiana (1945-1960)

    Tutta la storia del movimento cattolico e della partecipazione dei cattolici alla vita politica passa inevitabilmente attraverso la necessità di conciliare il riferimento ideologico ad un sistema di valori e di principi universalistici con la difesa di interessi nazionali e, dunque, particolaristici. L’invenzione di una specifica forma di patriottismo cristiano in cui la nazione acquista un particolare significato in rapporto alla valorizzazione del suo legame con la religione, rappresenta la soluzione a partire dalla quale i cattolici non soltanto escono da quello “splendido isolamento” in cui la rottura con il processo risorgimentale li aveva costretti, ma arrivano a conquistare nel secondo dopoguerra una centralità che manterranno inalterata per quasi un cinquantennio. La lunga esperienza governativa della Democrazia Cristiana mostra, infatti, come proprio la conciliabilità delle due dimensioni possa essere tradotta in una sintesi politica efficace che consente al partito non solo di guidare la transizione dal fascismo alla Repubblica, ampliando e rafforzando la propria base di consenso, ma di elaborare una serie di scelte programmatiche che, in politica interna come in quella estera, riflettano questa aspirazione. In particolare nel ventennio preso in considerazione in questa sede l’idea di dar vita ad una nazione cattolica, sebbene declinata nelle sua diverse valenze, rappresenta il punto di partenza al quale possono essere ricondotti alcuni momenti fondamentali delle scelte ricostruttive elaborate dal partito cattolico tanto nel contesto nazionale (alleanze governative, strategie elettorali, scelte economiche), quanto nel contesto internazionale (atlantismo, europeismo, neo-atlantismo). In questo intervento, dunque, si cercherà di evidenziare come proprio attraverso questo legame sia possibile, anche nel secondo dopoguerra, tradurre l’ispirazione ad un sistema di valori “generali” e sovranazionali in un programma politico rispondente ad esigenze reali e contingenti.

  4. Andrea Guiso (Università di Bologna) – Prospettiva nazionale e internazionalismo ideologico nelle campagne anti-americane del PCI

    La relazione prenderà in considerazione il rapporto tra la prospettiva nazionale e la risorsa ideologica dell’internazionalismo nelle campagne antiamericane del PCI negli anni 1945-1954. In particolare, verranno analizzate la strategia politica, la struttura discorsiva e l’articolazione organizzativa della mobilitazione contro gli Stati Uniti, in tre momenti particolari: la campagna contro il Patto Atlantico, la mobilitazione antiamericana negli anni della guerra di Corea e i riflessi antiamericani della campagna contro la CED.
    Si vedrà, infine, come le campagne antiamericane del PCI abbiano interagito con il “lavoro culturale” e con il progetto dell’egemonia sociale del partito comunista, nel tentativo di dar vita ad una sorta di religione politica antioccidentale, vista come fondamento di una cittadinanza separata e intessuta sui miti, i simboli, i riti e le idee dell’antiamericanismo e, in modo speculare, del sovietismo.

  5. Monica Rebeschini (Università di Trieste) – Edvard Kardelj e l’interesse “nazionale” jugoslavo dopo la rottura con l’Unione Sovietica (relazione)

    La relazione intende analizzare il contributo teorico di Edvard Kardelj alla questione “nazionale” iugoslava dopo la rottura con il Cominform del 1948. E’ noto che la scomunica staliniana ebbe un’eco in tutta la costellazione comunista e, nella fattispecie, pose il gruppo dirigente iugoslavo nelle condizioni di dover superare una vera e propria crisi di identità, che questi cercò di risolvere attraverso la cosiddetta via iugoslava al socialismo; esso si trovò inoltre di fronte alla necessità di doverla giustificare al proprio pubblico su una base ideologica che fosse coerente con l’interpretazione della società data dal marxismo. Fa da sfondo a questa esperienza il ben più ampio e complesso processo di revisione del marxismo che si avvia dopo la morte di Stalin nel 1953 e che negli anni Cinquanta e Sessanta ha sviluppi di polemica ideologica nelle diverse realtà statali.
    Kardelj (1910-1979) – protagonista e teorico accanto a Tito nella gestione della difficile realtà statale jugoslava dall’immediato dopoguerra al 1979- riveste in questo contesto un ruolo chiave ed è possibile guardare alla sua figura di ideologo come ad una posizione di equilibrio in cui convergono le dinamiche di questo processo: sul piano interno, produzione di normativa ed istituzioni legittimanti con lo scopo di salvaguardare gli interessi della Jugoslavia; su quello esterno, analisi delle dinamiche internazionali; su quello ideologico, rimessa in discussione dell’ortodossia staliniana.