SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

Colonialismo e formazione della nuova Africa

istituzioni e società

Convegno Sissco: Cantieri di Storia II
Coordinatore: Giampaolo Calchi-Novati (Università di Pavia)
Giovedì 25 settembre
I Sessione: 16.00-20.00
Aula Sp5

Ormai assestato lo Stato postcoloniale, la storiografia sull’Africa dedica sempre più attenzione al rapporto di successione ma anche di scambio con le trasformazioni e dislocazioni istituzionali e sociali intervenute in epoca coloniale. Il periodo da prendere in considerazione è compreso dunque fra la metà dell’Ottocento e l’attuazione della decolonizzazione dopo la seconda guerra mondiale. La stessa dicotomia fra colonialismo e società tradizionale o fra “conquista” e “resistenza” va riletta alla luce delle continue trasfusioni di esperienze, interessi e progetti nei due sensi. Da una parte il dominio e dall’altra l’evoluzione di una realtà sempre oscillante tra emulazione e identità. Molte fonti coloniali, come la memorialistica di viaggiatori, amministratori o missionari, sfruttate soprattutto ai fini della ricostruzione dell’espansione dell’Europa, possono tornare utili per descrivere e discutere i processi politici, economici, culturali e sociali dell’Africa indipendente. La fase coloniale viene così incorporata a tutti gli effetti nella storia dell’Africa con l’Africa come principale centro d’attenzione e di studio. Partendo da un “sapere coloniale” si potrà rintracciare così la genealogia e gli sviluppi di un “ordine” specifico che riguarda l’Africa senza altre qualifiche. Anche l’analisi antropologica dal vivo può fungere da premessa per una storia a ritroso che, ricercando la lunga durata, identifichi i caratteri costitutivi della realtà africana in termini di potere (lo Stato), di relazioni fra gruppi e interpersonali, di controllo o ridefinizione del territorio, di insediamenti umani. Il colonialismo italiano si è esplicato soprattutto nel Corno d’Africa, oltre che in Libia, e le ex-colonie italiane saranno un tema prioritario, ma contributi verranno anche sulle aree in cui ha operato il colonialismo di altre potenze europee.

Programma
  1. Alice Bellagamba (Università del Piemonte Orientale) – L’Indirect Rule e la sua ambivalente eredità. Storie di capi e funzionari coloniali nel Protettorato britannico del Gambia, Africa Occidentale (1901-1964) (relazione)

    La politica dell’Indirect Rule – ha sostenuto l’ugandese Mamhood Mamdami – ha dato vita ad una forma di dispotismo indiretto. Consolidando nelle strutture di governo locale l’autorità dei capi e delle persone di prestigio, li ha trasformati in agenti diretti della dominazione coloniale. Nel tempo, questa strategia politica ha generato una concezione biforcata della cittadinanza, un modo di concepire l’appartenenza alla comunità statale che vede le zone urbane contrapposte a quelle rurali.
    In questo contributo intendo discutere le tesi avanzate da Mamdami applicandole all’analisi di un caso particolare, la costruzione delle strutture di governo locale nel protettorato britannico del Gambia, dagli inizi del Novecento fino al momento dell’indipendenza. Come dimostrerà il paper, la dominazione inglese ha lasciato in eredità allo Stato post-coloniale una forte disparità fra le province, un tempo parte del protettorato, e la capitale, una disparità che i governi del Gambia indipendente non sono riusciti a colmare. Per costruire la mia argomentazione, centrerò l’attenzione sui capi distretto e sulle loro relazioni con l’amministrazione. Nella discussione farò riferimento sia alla documentazione depositata nell’archivio coloniale sia alle fonti orali: mentre i documenti coloniali consentono di cogliere le ambiguità e le negoziazioni della politica inglese nel protettorato, le fonti orali aiutano a valutare le tracce che il dominio britannico ha lasciato nelle coscienze contemporanee. Documenti e memoria popolare, letti gli uni in relazione all’altra, aiutano anche a costruire una storia coloniale – che superata la rigida dicotomia fra "dominio" e "resistenza" – diventi attenta alle sfumature. In grado di cogliere le negoziazioni di potere fra colonizzatori e colonizzati, essa diviene allora testimone delle minute strategie con cui questi ultimi hanno cercato di mantenere il controllo delle proprie vite.

  2. Francesca Bruschi (Università di Pavia) - "Le sol français rend libre ce qui le touche": status personale e lavoro nei quattro comuni e nei villages de liberté del Senegal (relazione)

    In un periodo che vede la partecipazione degli africani alla politica locale nei quattro comuni senegalesi espandersi progressivamente, nuove entità amministrative sono istituite per evitare un afflusso incontrollabile di indigeni nelle zone urbane e limitare le migrazioni. Un esempio interessante è fornito dai "villages de liberté", villaggi costituiti in zone rurali – ma anche adiacenti ad aree urbane – che ospitavano prigionieri di guerra o schiavi liberati, al servizio dell’amministrazione francese per guadagnarsi un "certificat de liberté". I villages de liberté, in parallelo alle isole di cittadinanza costituite dai comuni liberi, avrebbero dovuto fornire un esempio tangibile del desiderio dell’amministrazione di portare la civiltà anche alle popolazioni soggette all’autorità francese nelle regioni di protettorato, ma servivano in realtà più a garantire manodopera a basso costo per gli avamposti francesi lungo il corso del fiume Senegal.
    Affievolendosi le preoccupazioni filantropiche che avevano fornito la necessaria motivazione all’istituzione dei villages de liberté negli anni 1884-1885, dal 1904 in poi si verifica una progressiva scomparsa di questi ultimi. Attraverso la lettura dei Bollettini del Comité Historique de l’AOF, delle circolari e dei rapporti inviati al Bureau des Affaires Indigènes nel periodo considerato, delle opere di amministratori coloniali come Gallieni e Archinard, delle ricostruzioni storiche di Marti, Hardy, Schoelcher e Delafosse, si cercherà di spiegare il dibattito intorno alle questioni della schiavitù e del lavoro nelle società dell’"Haut-Sénégal-Niger", utilizzando come caso di studio alcuni dei villages de liberté istituiti in Senegal e nel Soudan occidentale. Dall’analisi del dibattito coloniale e storiografico si può infatti ottenere preziose informazioni sulle trasformazioni istituzionali intervenute nel periodo coloniale, sulle trasformazioni delle politiche indigene, ma soprattutto si può evincere un chiaro orientamento "riformatore" e insieme "di controllo" rispetto all’organizzazione del lavoro nelle società africane.

  3. Carlo Carbone (Università della Calabria, Cosenza) – Crisi e tracollo delle monarchie del Rwanda e del Burundi (relazione)

    La crisi e la fine delle istituzioni monarchiche – o, almeno, dei loro vertici: i re (bami) – in Burundi e in Rwanda seguono percorsi e cadenze parecchio diversi fra loro. È un momento cruciale della politica coloniale verso e contro il complesso sistema dell’autorità tradizionale.
    La diversità si manifestano sotto molteplici aspetti: a) temporali, perché la crisi rwandese precipita in un lasso di tempo molto ristretto, fra il 1958 e il 1959, e rapidamente si conclude in un periodo molto precoce rispetto alla crisi burundese (1966); b) politico-internazionali, perché le istituzioni tradizionali del Rwanda, alla cui classe dirigente, pure, il Belgio aveva dedicato grandi attenzioni, vengono travolte dalla stessa potenza amministrante che si pone come garante originaria di un nuovo corso, mentre il Burundi, le cui relazioni con il Belgio, per quanto più distaccate, erano tradizionalmente meno problematiche, ne diviene un fastidioso oppositore internazionale; c) politico-interni, perché la realtà interetnica dei due paesi rovina in un vortice di azioni e reazioni incontrollabili e, comunque, in Rwanda non più controllate dalla natura totalitaria della protettiva e osmotica monarchia e, in Burundi, vengono alimentate da una crisi istituzionale che tende a divenire cronica.
    In tutto ciò gioca un ruolo decisivo il pressante, anzi irresistibile, appello che la comunità internazionale, non più quindi solo il Belgio, rivolge ai due paesi perché si schierino – e la scelta dello schieramento sarà opposta – nel clima della guerra fredda che, in Africa, non riesce a essere meno teso per i timidi tentativi di disgelo del periodo.

  4. Anna Maria Medici (Università di Urbino) – Tradurre in arabo il colonialismo. Le élites tunisine e l’avvio del protettorato francese (relazione)

    In Tunisia, a partire dal 1881, la Francia mette in atto una politica coloniale vicina al modello cosiddetto "indiretto", con l’istituzione di un protettorato. È in quella fase iniziale di impianto della dominazione coloniale che la potenza occupante si trova a dover porre le basi di una nuova "comunicazione politica" con le istituzioni locali ispirate alla shari’a, senza tuttavia poter ancora disporre di una adeguata élite di mediazione (solo alcuni anni dopo, la riforma dell’istruzione consentirà la formazione di una élite locale più sensibile e ricettiva ai temi coloniali). I primi rilevanti provvedimenti che delineano la nuova architettura coloniale devono tuttavia poter essere inseriti nel contesto tunisino attraverso una loro opportuna "traduzione" non solo in lingua, ma anche e soprattutto nei canoni della concezione politica e religiosa locale. A Tunisi, la dominazione indiretta esalta così – nella primissima fase coloniale – lo sforzo di traduzione dei provvedimenti di uno Stato coloniale che eredita, con la formula del protettorato, istituzioni e pratiche dello Stato tradizionale.
    Chi sono, dunque, i primi intermediari traduttori del colonialismo e dei suoi provvedimenti nella lettera e nella consuetudine delle istituzioni tradizionali che governano il paese? Paradossalmente, sono alcuni esponenti delle raffinate élites politiche precoloniali che avevano lottato contro la prospettiva del colonialismo, e avevano tentato un riformismo aperto al dialogo con l’Europa, a divenire candidati naturali per questo compito. Con una legittimazione sociale indiscussa e con le necessarie competenze in questioni politiche europee (in quanto già traduttori del sapere europeo in età precoloniale, ma in una prospettiva di emancipazione), gli esponenti riformisti di Tunisi – i pochi che non abbandonarono il paese all’avvio del protettorato e anche questo "esodo" si presta a considerazioni sul tema dell’interazione Europa-Maghreb – si trovarono a fare i conti sul territorio con le pressioni politiche, e non solo, di un potere coloniale ansioso di corredare i suoi provvedimenti di una qualche ratifica convalidata dal crisma della tradizione.

  5. Adriana Piga (Università di Roma "La Sapienza") – Colonialismo francese e saperi islamici nell’Africa Occidentale fra marginalizzazione e creazione di nuove identità (relazione)

    Il paper si propone di focalizzare l’attenzione sulla politica coloniale francese nei confronti dell’Islam nell’Africa Occidentale e, in particolare, verso gli ordini Sufi, considerati a lungo come potenziali cellule sovversive e simbolo dello spettro del pan-Islamismo. Si passeranno rapidamente in rassegna le strategie di Rinn, Coppolani, Le Chatelier e Binger nei primi anni del 1900e poi, in particolare, di Paul marty e di Maurice Delafosse. Si puntualizzeranno poi le relazioni ambigue tra lo shaykh Ahmadou Bamba e le autorità coloniali come alleanza di ferro fra il khalifa tijani Malick Sy e le stesse autorità coloniali francesi.
    Dopo uno sguardo critico alla vasta letteratura ad opera di storiografi africani sul jihad di Al-Hajj Umar Tal, la discussione verterà su una delle figure più emblematiche del complesso rapporto, oscillante fra emulazione e alienazione, che caratterizza la dialettica tra sufismo e potere coloniale, cioè Seydou Nourou Tall. In definitiva, sulla falsariga delle recenti opere edite da storici quali David Robinson e Jean Luis Triaud, si cercherà di riconsiderare e in ultima istanza di sfatare il mito della "connivenza" in epoca coloniale fra le confraternite islamiche e le autorità francesi.

  6. Pierluigi Valsecchi (Università di Urbino) – Guerra coloniale come "intervento umanitario": un caso della Costa d’Oro ottocentesca (relazione)

    Nel 1848 una coalizione di forze locali, organizzata e capeggiata dall’amministrazione degli insediamenti commerciali inglesi in Costa d’Oro, invade il Regno di Appolonia (si tratta della regione Nzema dell’odierno Ghana), catturando, deponendo e deportando il sovrano, Kaku Aka, che nel corso dei due decenni precedenti si era costituito come potere politico, militare ed economico concorrente degli europei. Gli inglesi di Costa d’Oro si sentono in dovere di giustificare l’intervento – attuato al di fuori delle zone di giurisdizione europea e contro un capo indigeno indipendente – ricorrendo al principio dei "diritti delle nazioni" lesi dai comportamenti "aggressivi" di Kaku Aka nei confronti dei vicini – africani ed europei – nonché dalle sue pretese di monopolismo commerciale, ma specialmente dalla sua politica interna, spregiudicata, autocratica e crudele. L’iniziativa degli amministratori locali viene duramente criticata dal governo britannico e da un irritato Lord Grey, il quale accetta con difficoltà la spiegazione circa il processo e la condanna inflitti a Kaku Aka ad opera di una corte composta dai leader della coalizione che lo ha sconfitto come giustificabili in base al precedente costituito dal processo a Napoleone Bonaparte.
    Il paper servirà a verificare, attraverso un "caso di studio", le interferenze anche a livello istituzionale dell’Europa in Africa nella fase che precede e prepara il colonialismo in senso proprio.

  7. Mario Zamponi (Università di Bologna) – Politiche di tutela ambientale e meccanismi di controllo e coercizione dello stato coloniale in Africa australe (1920-1960) (relazione)

    In gran parte dell’Africa orientale e meridionale (dal Kenya allo Zimbabwe, dalla Namibia al Malawi e ovviamente al caso specifico del Sud Africa) l’intervento dello Stato coloniale, con le sue misure di controllo, si è intimamente legato agli ampi processi di trasformazione che hanno coinvolto i meccanismi di accesso alla terra e i sistemi di produzione agricola.
    Il paper intende pertanto prendere in esame le questioni salienti relative alle modalità con cui lo Stato coloniale è intervenuto nella destrutturazione e riformulazione delle società africane, al fine anche di favorire l’insediamento dei coloni europei, e in che maniera abbia rafforzato il suo apparato amministrativo e di controllo coercitivo, partendo proprio dal riassetto dei sistemi fondiari tradizionali africani e dalle politiche agrarie sviluppate nel corso del tempo.
    Quattro sono gli ambiti principali di intervento che verranno presentati: la ridefinizione del regime fondiario e la riorganizzazione dei sistemi di accesso alla terra (in particolare in quei casi caratterizzati da massicci espropri della terra); il ruolo svolto dai sistemi di autorità native e dalla tradizione usati dai sistemi coloniali al fine di ottenere consenso ma, al tempo stesso, rielaborati dalle popolazioni indigene (o da alcuni gruppi al loro interno) per far fronte alle innovazioni prodotte dal sistema economico coloniale; il lavoro migrante, una componente essenziale delle politiche di sviluppo dello Stato coloniale nella regione (esemplare è il caso del Mozambico, anche se il lavoro migrante sarà fenomeno socio-economico rilevante in tutta l’area esaminata); le politiche di intervento che, partendo dalla questione del cosiddetto degrado ambientale, definiranno un nuovo ambito normativo finalizzato al riassetto dei sistemi agricoli, producendo, più che la tutela delle risorse, fenomeni di ulteriore controllo sulle comunità rurali.