SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

I miti politici in America, Asia e Africa, il loro influsso sulla cultura italiana negli anni sessanta e settanta del XX secolo

Coordinatore: Luigi Guarnieri Calò Carducci (Università di Teramo)
Convegno Sissco: Cantieri di Storia II
Sabato 27 settembre
III Sessione: 9.00-13.00
Aula Sp3

Si propone uno studio sull’influenza delle esperienze politiche e culturali realizzatesi in “altre parti del mondo” nel dibattito politico e culturale italiano. L’arco di tempo oggetto di studio va dalla fine degli anni Cinquanta alla fine degli anni Settanta. In quegli anni una serie di eventi e di percorsi di cambiamento politico che si svolgono nello scenario internazionale riecheggiano in vario modo: la questione algerina, che ha dato l’avvio alla solidarietà politica internazionale, l’affermazione dell’Urss come potenza globale, la rivoluzione cubana, la presidenza Kennedy negli USA, la rivoluzione culturale di Mao Tse-tung in Cina, il Viet Nam come simbolo della resistenza all’imperialismo statunitense, i processi d’indipendenza di molti paesi africani, a cominciare da quelli dell’Africa lusofona, la guerriglia in diversi paesi dell’America latina. Si tratta di considerare eventi che hanno contribuito, anche in forma indiretta, all’ampliamento delle conoscenze su altre realtà storiche e dimensioni culturali. Lo scopo è quello di mettere in rilievo la maggiore o minore visibilità di altri contesti politici in relazione a determinati periodi della storia italiana, in cui più urgente si faceva il desiderio di cambiamento e più pressante diventava la necessità di conoscere una determinata esperienza realizzatasi in un altrove, geograficamente lontano, poco conosciuto e poco frequentato dal punto di vista storico e di vedere come questo maggiore interesse abbia ampliato, oppure no, gli orizzonti della storiografia e della saggistica, e quanto eventualmente sia rimasto di quell’originario interesse a distanza di qualche lustro. A questo proposito si reputa congruo un confronto tra studiosi di diverse aree geografiche e culturali, non tanto in una prospettiva comparata, quanto in una prospettiva italiana, che tenga conto proprio delle immagini e degli echi che personalità, eventi e rapporti stabilitisi al tempo hanno contribuito a creare e in alcuni casi a perpetuare nel campo della cultura: negli atti parlamentari, ma anche nella stampa, libraria e delle riviste, nel cinema e negli altri mezzi di comunicazione; quali discorsi ideologici, storici e politici, anche in quanto reputati “strumentali” al dibattito italiano, sono stati scelti e sviluppati; quali strategie sono state adottate per conoscere un altrove contemporaneo, e come quest’ultimo è stato infine interpretato.

Programma

  1. Francesco Montessoro (Università di Milano)- Il mito del Vietnam nella cultura italiana (relazione)

    L’origine del “mito del Vietnam” nella pubblicistica italiana, a partire dalla guerra d’Indocina (1946-54) e in sincronia con l’affermazione di temi quali la decolonizzazione, il non-allineamento, il terzomondismo. Importanza e ruolo della francofonia, e in generale dell’influenza della cultura francese, sul mondo culturale italiano.
    Il “mito del Vietnam” al tempo dell’intervento americano, tra gli anni ’60 e ’70, tra rifiuto del neo-colonialismo e antiamericanismo, tra pacifismo e riconoscimento della “guerra giusta”. Il condizionamento della guerra fredda, che porta ad intendere la lotta dei vietnamiti come fattore dell’ampliamento del blocco socialista, e le contraddizioni di questa interpretazione. Il peso delle influenze esterne sul conflitto vietnamita, dal contenzioso cino-sovietico alle sovrapposizioni delle coeve vicende cinesi (la rivoluzione culturale e il maoismo), e le loro ripercussioni nel mondo politico e culturale italiano. Perché è legittimo parlare di “mito” del Vietnam in seno al mondo culturale italiano: un tentativo di conclusione.

  2. Roberto Valle (Università di Roma “La Sapienza”) - Le metamorfosi del mito dell’Urss in Italia tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta (relazione)

    Tra la fine degli anni Quaranta e la prima metà degli anni Cinquanta il mito dell’Urss in Italia ha assunto una dimensione di massa e si è epitomato sia nello slogan “Faremo come la Russia” (per esorcizzare la delusione della “rivoluzione mancata” del 1948), sia nel culto di Stalin (quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della morte del “padre dei popoli” e il mito di Stalin in Italia ha esercitato un influsso ben oltre il 1953). Dopo il XX Congresso del 1956 e l’invasione dell’Ungheria, il mito dell’Urss ha cominciato a declinare tra le élites intellettuali (“il dio che è fallito”), mentre è rimasto vivo tra le masse comuniste nonostante l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968. Tra gli anni Sessanta e Settanta, il mito dell’Urss è entrato nella zona grigia del “socialismo reale” e si è deideologizzato (la mitopoiesi marxista-leninista ha perduto il suo slancio religioso ed è diventata un arido catechismo). Più resistente è stato il mito dell’Urss come “grande potenza” globale capace di contrastare, a livello planetario, l’egemonia degli Stati Uniti. Tale mito ha ancora un’attrattiva tra i nostalgici dell’Urss e del mondo bipolare, che non accettano il “nuovo ordine mondiale” imposto dall'”impero” americano (per es. Asor Rosa in La guerra). Alcuni ex comunisti (ma anche alcuni ex fascisti antioccidentalisti) aderiscono a quell’orientamento geopolitico “neoeurasista” che già negli anni Settanta si era imposto in Urss nell’ambito della nomenklatura e che oggi viene riproposto da quei politici ed ideologici rosso-bruni (come Zjuganov e Dugin) che sostengono la necessità di un mondo multipolare: lo spazio ex sovietico si deve, perciò, ricomporre sotto l’egida della Russia, quale “grande potenza” eurasia.

  3. Cristina Fiamingo (Università di Milano) – Movimenti anti-apartheid in Italia: documenti (e memoria) a rischio (relazione)

    La ricerca sulla quale si relazionerà verte sull’individuazione degli organismi della società civile italiana interessati alla questione dell’apartheid in Sudafrica, e sui metodi di propaganda, i target, gli obiettivi del coinvolgimento in tale interesse, a fronte del linguaggio e degli approcci ideologici concorrenti, sviluppati tra i tardi anni ’60 e gli anni ’70, focalizzando l’attenzione sui mezzi di comunicazione adottati per diffondere la conoscenza del fenomeno dell’apartheid, sulla qualità di tale informazione e sulla conservazione della documentazione relativa alle prime campagne. Certo, rispetto all’epoca sulla quale si concentra l’attenzione di questo “laboratorio”, l’interesse era piuttosto sporadico, ancora, stimolato da certi ambienti intellettuali, nonché da missionari ed ecclesiastici e con relativi interventi da parte dei movimenti sindacali, il cui interesse per l’argomento, di fatto, registrò un’effettiva impennata tra la seconda metà degli anni ’70 e gli anni ’80, in concomitanza con una chiara recrudescenza del regime e di una più decisa presa di posizione internazionale nei confronti della delicata questione delle sanzioni economiche, nonché per una generale attenzione maggiormente vincolata alla regione australe, uno dei teatri della guerra fredda, interessata dalle guerre in atto in Angola e Mozambico e dalla strategia di destabilizzazione regionale attuata dal Sudafrica.
    Documentazione a rischio
    Fino alla fine degli anni ’90, si registrava ancora, in Europa, un notevole interesse per la raccolta e la catalogazione di tutto il materiale prodotto dai movimenti e dai comitati di solidarietà anti-apartheid. Un forte segno in tal senso è stato dato da un convegno tenutosi nel 1999, The Anti-Apartheid Movement: A 40-year Perspective, organizzato presso la South Africa House, a Londra, il 25 e 26 giugno, e dalla sua “coda”: una consultazione internazionale tra istituti europei e sudafricani, in merito all’opportunità di creare un network fra i vari archivi dei movimenti anti-apartheid tra Europa e Sudafrica, tenutasi presso l’Institute of Commonwealth Studies, il 27 giugno seguente. Ero l’unica rappresentante italiana, allora, e portavo la testimonianza del Centro Amilcar Cabral di Bologna. Il Centro e Biblioteca comunale bolognese, che notoriamente si occupa di paesi extra-Europei, tentava allora di realizzare un centro-studi specializzato sull’Africa australe, anche al fine di raccogliere l’eredità del Comitato bolognese anti-apartheid discioltosi qualche anno prima, nel 1992 con un atto di fiducia simbolico, allorché proprio nella sala comunale di Bologna si era svolto un convegno internazionale “Sudafrica: processi di mutamento politico e costituzionale” (1-3 aprile), (Atti del Convegno, curati da A.M. Gentili, Rimini 1993) che celebrava i lavori del CODESA in Sudafrica, ovvero di quel comitato che raccoglieva vari rappresentanti della Società civile sudafricana per giungere ad una Costituzione sulla quale progettare un nuovo Sudafrica democratico.
    Sin da allora, in questo settore, si denunciava in Italia una notevole dispersione dei materiali prodotti, sebbene in passato, specie nella Regione Emilia Romagna, a Roma e nel Milanese si fossero svolte manifestazioni di solidarietà nelle forme più diverse, nei confronti dell’Africa del Sud. Il discorso è caduto e vieppiù, anche con la cessione all’Olanda dell’archivio IDOC di Roma, avvenuta un paio di anni fa, si è dimostrato come, una volta di più, una notevole mole di questa documentazione storica fosse destinata ad andar dispersa, se non, nei casi peggiori, perduta. Con la presente nota si attesta la ripresa di questa attività. La ricerca si svolge tra le città di Milano, Bologna e Roma, ma è destinata a diffondersi in Italia ed a proiettarsi in una dimensione europea con raffronti con iniziative analoghe promosse da istituti di ricerca europei attivatisi da tempo nello specifico settore di ricerca e documentazione.

  4. Luigi Guarnieri Calò Carducci (Università di Teramo) – La guerriglia in America Latina all’inizio degli anni Settanta: cambiamenti di prospettiva e riflessi sulla situazione italiana (relazione)

    Il fallimento della modello guevariano di guerriglia, tragicamente terminato nel 1967 in Bolivia, segna l’inizio della stasi nella strategia politica rivoluzionaria latinoamericana. La rivoluzione che partiva dalle campagne aveva conosciuto una vasta eco in Europa e in particolare in Italia. Se dal punto di vista strettamente politico l’influenza castrista e guevariana in Italia costituisce terreno d’elaborazione soprattutto nella sinistra extraparlamentare, il livello d’attenzione per gli avvenimenti latinoamericani resta relativamente alto anche in ambiti di diverso orientamento.
    Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta c’è una nuova fiammata, provocata dai successi, militari e politici, delle formazioni rivoluzionarie in alcuni paesi del Cono Sud, in particolare Argentina e Uruguay. I successi della guerriglia urbana, fino a poco tempo prima impensabile da applicare, praticata da alcune formazioni armate in Argentina e dal Movimento de Liberación Nacional – Tupamaros in Uruguay, danno nuova linfa al mito della rivoluzione praticabile con una pianificazione degli obiettivi da colpire, minimo spargimento di sangue e rapporti con l’area politico sociale di riferimento. Tutto ciò induce una nuova considerazione internazionale delle possibilità della guerriglia che non tarda ad avere i suoi epigoni in Italia. Soprattutto, costituisce il punto di riferimento di una nuova elaborazione strategica nei confronti delle possibilità rivoluzionarie. A partire dalla notorietà che raggiunge l’esperienza politica e militare della guerriglia urbana in Italia, soprattutto l’azione dei Tupamaros in Uruguay, si sviluppa una particolare distinzione nell’analisi politica, anche di vario segno, che tende a scomparire, ma non del tutto, solo con l’esplosione della lotta armata anche in Italia: quella tra guerriglia e terrorismo.

  5. Maddalena Tirabassi (Fondazione Giovanni Agnelli – Università di Teramo) – Le ricadute della protesta degli anni sessanta e settanta negli Stati Uniti- femminismo e new ethnic history – sulla cultura e la storiografia italiana (relazione)

    La presentazione avrà per oggetto la ricaduta della protesta degli anni sessanta e settanta negli Stati Uniti sulla cultura e la storiografia italiana. In particolare esaminerà come da movimenti di protesta quali il femminismo e la scoperta dell’etnicità negli Stati Uniti siano nate discipline di studio come gli women’s studies e la new ethnic history. Verrà altresì analizzato come in Italia il primo movimento abbia avuto una quasi immediata influenza in campo politico e storiografico, mentre il secondo, recepito a livello storiografico abbastanza presto, solo in anni recenti abbia costituito un referente per il dibattito politico sulle migrazioni.