SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

Immaginazione

L’Italia tra discorso e scrittura

Convegno Sissco: Cantieri di Storia II
Coordinatrice: Simona Troilo (Istituto Universitario Europeo di Fiesole)
Venerdì 26 settembre
II Sessione: 9.00-13.00
Aula Sp3

“Comunità immaginata” e “invenzione della tradizione” costituiscono oggi i modelli interpretativi più ricorrenti nello studio del sistema concettuale organizzato attorno al termine nazione. La storiografia ha infatti recepito le sollecitazioni provenienti dal paradigma culturalista rivelando il modo in cui singole comunità di individui, in determinate fasi del proprio divenire storico, si auto-/rappresentino come nazione. Numerose proposte analitiche hanno svelato il carattere artificiale del fenomeno ideologico nazionale e decostruito la presunta naturalità reclamata per esso dall’idea nazionalista. Studiata di volta in volta nei miti, riti e tradizioni che ne delineano il repertorio simbolico, la nazione e’ stata colta nel suo carattere costantemente transitorio e nella sua dissonante tensione a proporsi quale evento coerente ed unanimemente condiviso. Anche il panorama storiografico italiano si e’ negli ultimi anni arricchito di lavori che suggeriscono l’opportunità di ampliare lo studio di modalità, contenuti e soggetti impiegati nella costruzione della nazione italiana. E’ soprattutto in relazione alle formazioni discorsive e alle strategie testuali usate nella rappresentazione e appropriazione di questo manufatto culturale che il terreno di indagine risulta tuttora promettente. Le ambivalenze rintracciate nell’operazione di elaborazione del discorso nazionale indicano, infatti, l’estrema problematicità di questo costrutto, evidente anche nei contesti in cui esso presenti un potere evocativo ed emozionale politicamente e socialmente fortemente legittimante.
Il seminario proposto prende spunto dalle continuità/discontinuità rivelate nel “caso italiano” per approfondire l’esame della complessa opera di tessitura di questa specifica narrativa nazionale. Gli interventi previsti, frutto di varie contaminazioni disciplinari, mirano ad analizzare la trama di significati racchiusa nel nome “Italia” nell’arco temporale compreso tra l’Unita’ e la prima guerra mondiale. Nell’ambito di questo peculiare spazio di senso essi cercheranno di individuare il rapporto dialettico tra appartenenze, tradizioni e memorie di natura molteplice. Le relazioni tenteranno inoltre di evidenziare fasi e protagonisti della costruzione del linguaggio dell’identità e di mettere in luce la negoziazione di valori e concetti implicita nella costruzione del discorso patriottico italiano. Gli interventi saranno commentati dal discussant che ne intreccerà temi e problematiche in vista di una più ampia discussione.

Programma
  1. Mariapia Casalena (Università di Bologna) – Tra poesia e storiografia: l’immagine della nazione negli scritti storici di donne italiane (1861-1915) (relazione)

    Nella produzione storiografica di autrici di eta’ liberale e’ possibile trovare rappresentazioni della comunita’ nazionale e interpretazioni della sua storia attraverso le quali si coglie tanto l’apporto originale della soggettivita’ femminile, quanto un’interpretazione della scrittura della storia nazionale a volte lontana da quelle all’epoca dominanti. Nelle opere in questione la nazione, il suo passato e il suo presente sono rappresentati da particolari punti di vista, con scelte tematiche e linguistiche che talvolta restituiscono in pieno il ruolo del gender e la coscienza dell’appartenenza imperfetta alla stessa comunita’ nazionale. Pertanto la presenza e l’efficacia di originalita’ e critica nella ricostruzione della storia nazionale costituiscono un dato saliente, ma limitato all’esperienza di poche autrici fortemente coinvolte nelle vicende narrate o nella lotta politica, nonche’ in grado di opporre ai modelli imperanti la ricchezza di diverse tradizioni e di altri "canoni" europei.

  2. Carlotta Ferrara degli Uberti (Scuola Normale Superiore di Pisa) – Identità italiana/identità ebraica: la stampa periodica ebraica tra otto e novecento

    La recente fioritura di studi sul tema della nazione, analizzato nelle sue forme discorsive e retoriche e nella sua capacità di coinvolgimento a livello emotivo e viscerale, non può non influenzare anche gli studi sulle trasformazioni in corso nell’ebraismo italiano nel periodo che va dalla metà dell’Ottocento alla Grande Guerra. Si tratta di un tema molto complesso e dalle mille sfaccettature, che vede un’interazione continua fra identità italiana e identità ebraica, interazione che porta nella maggior parte dei casi alla costruzione più o meno consapevole di un’identità molteplice, composta di elementi diversi e non sempre in accordo fra loro. Complica ulteriormente il quadro la natura di per sé sfuggente dell’identità ebraica, di difficile definizione e tradizionalmente ricca di elementi potenzialmente confliggenti con l’appartenenza ad un’entità nazionale, quale viene concepita e rappresentata nel corso dell’Ottocento. C’è inoltre una certa discrepanza fra rappresentazione e auto-rappresentazione della minoranza ebraica, nonché fra la complessità dei processi reali di emancipazione e integrazione e l’immagine edulcorata che spesso traspare dalle testimonianze dell’epoca, e ancor di più dalle prime riflessioni "storiche" su questi temi. La diffusa ignoranza riguardo all’ebraismo, alla sua storia e ai suoi insegnamenti morali non facilitava certamente una piena comprensione reciproca. Nel mio contributo mi propongo di affrontare questi temi attraverso una fonte ancora poco studiata, nonostante la sua indubbia importanza e ricchezza. Penso alla stampa periodica ebraica che, dopo vari tentativi a partire dagli anni Quaranta dell’Ottocento, conosce una certa fortuna dopo l’Unità. Gli interventi e le discussioni che si susseguono sulle pagine delle riviste principali ci offrono un quadro articolato delle tensioni e delle aspirazioni che attraversavano il mondo ebraico dell’epoca, o almeno quella fetta di esso che non voleva rompere i ponti con una qualche forma di appartenenza ebraica.

  3. Giuseppe Finaldi (Istituto Universitario Europeo di Fiesole) – La prima guerra d’Africa e il mito della nazione italiana (relazione)

    La prima guerra d’Africa è spesso stata vista come un campagna militare voluta da un governo distante ed isolato, poco in sintonia con le aspirazioni dell’Italia "reale", ed incapace di cogliere l’occasione per sviluppare temi trainanti da diffondere nelle culture della penisola. Sulla base di una documentazione nuova ed originale, si vuole mostrare che nell’Italia di questo periodo, al pari di quanto accadeva in altri paesi dell’Europa occidentale, una cultura coloniale si sia invece diffusa grazie all’attività svolta da individui ed istituzioni non solo a livello centrale, ma anche –e soprattutto- a livello locale. Dal materiale analizzato appare come la cultura coloniale italiana fosse inestricabilmente legata a miti risorgimentali e a preoccupazioni nazionali. Il suo esame rivela come la narrativa degli avvenimenti africani sollecitasse una partecipazione più ampia di quanto si è finora postulato, e che essa fu funzionale allo sviluppo dell’identità italiana in senso "nazional-patriottico". La guerra coloniale costitui’, in questo senso, un momento peculiare della creazione di un immaginario relativo all’essere italiano. Partendo da queste premesse si cerchera’ di indicare quanto la cultura coloniale sia stata necessaria alla narrativa nazionale dell’Europa degli anni dello Scramble, quando cioe’ "l’invenzione della tradizione" nazionale assunse aspetti pedagogici di grande rilievo in ciascuna delle immaginazioni.

  4. Simona Troilo (Istituto Universitario Europeo di Fiesole) – Il bene della patria. Retoriche del bene culturale nell’Italia di fine ottocento (relazione)

    L’impiego materiale e simbolico del bene storico-artistico nell’Italia di fine secolo produsse rappresentazioni della patria differenti e composite. Funzionali all’identificazione di un senso di comunanza tra i membri della comunità local/nazionale, esse riflettevano motivi ed istanze peculiari degli spazi di appartenenza in cui vennero elaborate. Discorsi di natura istituzionale, religiosa, cetuale, politica produssero significati che rimandavano a loro volta a identità, percezioni dello spazio, competenze e saperi spesso profondamente differenti. Il mio intervento vuole analizzare alcune di queste formazioni discorsive, elaborate in relazione a specifici manufatti e a determinati contesti socio-culturali. Esso intende inoltre indicare come, rielaborando elementi comuni alle varie narrazioni, le singole rappresentazioni costruite sul manufatto intrecciassero prospettive ideologiche diverse, restituendo immagini della patria interpretabili da più prospettive. Da questo tipo di analisi risultera’ come le molteplici letture del bene d’arte e d’antichità producessero altrettanto molteplici ipotesi di società, improntate al bene della comunità e alla sua durevole coesione.

  5. Vanni D’Alessio (Universita’ di Padova) – Il Risorgimento non solo. Rappresentazioni d’italianita’ nel confronto etnico istriano (relazione)

    In Istria, in Dalmazia, a Trieste, il Risorgimento nazionale italiano si evolse a stretto contatto con quello sloveno e croato. Come nel resto dell’Austria, l’accavallamento di etnie in uno stesso territorio produsse la pluristratificazione dei progetti di emancipazione nazionale e dei movimenti politici ad essi connessi. Se a Trieste e in Dalmazia fermenti culturali sloveni e croati si ebbero ben prima dell’unificazione italiana, in Istria la forte carenza di una classe media slava ritardò la nascita dei Risorgimenti croato e sloveno fino agli anni ’60 dell’Ottocento. La struttura sociale istriana diede modo agli italiani di portare all’estremo quelle tendenze tipicamente presenti nei discorsi nazionalisti italiani e degli altri gruppi dominanti dell’Impero sulla propria naturale superiorità culturale, economica e sociale. Gli intellettuali italiani di metà Ottocento si sforzavano di mettere in rilievo ciò che faceva dell’italiano un elemento distinto e da distinguere dal resto della popolazione. Lo slavo istriano, contadino, nazionalmente indistinto, senza cultura e senso della cosa pubblica ("barbaro") diventò poi il bersaglio delle invettive della stampa e dei politici italiani quando, dalla sua tranquilla vita contadina (rispettosa di un ordine naturale), fu "oggetto" di una propaganda e di una mobilitazione (portata avanti da agenti "stranieri") che mettevano in serio pericolo l’egemonia politica italiana in Istria. Le forme che assunse l’identità italiana in queste zone, come e più che a Trieste, Fiume e Spalato, dipesero dallo sviluppo di un discorso nazionale che attingeva al mito di Roma e di Venezia e che faceva della stripe italica un motore della civilizzazione con una missione, più che un ruolo, di governo. Data la complessità dei rapporti etnici, i leader istriani italiani, molti dei quali con cognomi di origine chiaramente slava, non professavano un’idea di italianità chiusa, anzi la legavano a un inevitabile processo di crescita culturale e civile. Sforzandosi di credere nella perpetuazione di un processo di assimilazione etno-nazionale tra gruppi etnici di diverso status sociale, che in realtà mostrava evidenti crepe, fino alla vigilia della Grande Guerra (e malauguratamente anche oltre), rappresentanti politici italiani continuavano a sostenere pubblicamente che "incivilirsi significa italianizzarsi".

  6. Andrea Baravelli (Università di Bologna) – L’immagine virile della nazione fra guerra di Libia e Fascismo (relazione)

    Negli anni a ridosso della Prima guerra mondiale, con un significativo ritardo rispetto alle esperienze vissute da altre nazioni europee, anche il Italia giunse a maturazione un processo – insieme culturale e politico – di radicale trasformazione delle forme di rappresentazione della comunità nazionale. Anche nel nostro paese, cioè, s´impose quella lettura nuova, aggressiva e virile, dell´identità collettiva che, prima del nostro, aveva supportato le ambizioni imperialistiche del governo britannico, tedesco o francese. Alla base di tale processo stava, come è stato recentemente osservato dall´antropologia storica, la profonda modificazione dei modi di iniziazione alla comunità maschile e l´assunzione della nazione (e, quasi automaticamente, della guerra) quale nuova "tradotta" dell´identità di genere. In ogni caso, la trasformazione dei modi di rappresentazione della nazione ebbe innegabili effetti sulla vita politica del paese. La relazione in programma esaminerà alcuni passaggi di tale processo storico prendendo quale osservatorio privilegiato la vita parlamentare degli anni compresi fra la Guerra di Libia e l´affermazione del Fascismo. In particolare, si proverà a evidenziare quanto l´affermazione del nesso fra virilità e aggressività abbia influito sulla progressiva trasformazione della vita politica italiana.

  7. Alberto Banti (Università di Pisa) – Discussant