SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

La cultura italiana e il «secolo americano»

Coordinatore: Antonio Donno (Università di Lecce)
Convegno Sissco: Cantieri di Storia II
Venerdì 26 settembre
II Sessione: 9.00-13.00
Aula Sp5

C’è un vasto consenso nel definire il XX secolo come “secolo americano”. Gli studi storici, politici e sociologici che sono apparsi in questi ultimi anni concordano nel giudicare il XX secolo come un secolo largamente influenzato, se non proprio dominato, dalla presenza e dall’influenza del modello di vita americano. Nonostante che nella seconda metà del secolo la divisione del mondo in due blocchi abbia visto la contrapposizione del modello liberale americano al modello sociale comunista, quest’ultimo non ha mai avuto quell’appeal necessario per contrastare efficacemente il primo. E’ questo una problematica di vasta portata che, tuttavia, non attiene l’argomento del panel che si propone.
In che modo il modello americano è stato recepito e come ha influenzato la mentalità italiana nel corso del XX secolo? V’era la consapevolezza, nei primi anni del secolo, delle straordinarie potenzialità del sistema economico americano e della possibile influenza del suo modello sociale? A differenza di quanto scrivevano, con grande lungimiranza, due intellettuali inglesi dei primi del Novecento (William Th. Stead e Herbert G. Wells), l’americanizzazione del mondo non sfiorava neppure la cultura italiana prima della Grande Guerra. Durante gli anni del fascismo, poi, l’americanismo fu considerato come l’antitesi del sistemi dei valori dominante. Vi sono, quindi, due momenti nella storia dell’influenza americana in Italia: una cesura fin troppo nota nella storia complessiva del Novecento. Fino alla seconda guerra mondiale, la conoscenza dell’America e la ricezione del suo modello sociale fu assai frammentaria, lacunosa e spesso rifiutata. Prima dalle élites politiche del periodo giolittiane, poi dalla cultura fascista, che vedeva nell’americanismo e nel bolscevismo due facce della stessa medaglia. In un caso e nell’altro, tuttavia, è indiscutibile che il mito dell’America fosse prepotentemente presente, minacciosamente democratico, potenzialmente destabilizzante gli assetti di una società profondamente diseguale. E’ questo il compito che si prefiggono i due primi contributi del panel che si propone (Donno e Nacci). Ma sono gli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, come è noto, a sancire il trionfo dell’americanismo (non nel senso che il fascismo dette a questa parola). Su questo argomento gli studi non mancano, ma sono abbastanza datati. I quattro successivi contributi (Mariano, Ellwood, Iurlano, Del Pero) tendono a cogliere la complessità del fenomeno dell’americanismo in Italia in specifici ambiti culturali e politici. Non vi può essere presunzione di completezza perché il fenomeno, nella seconda metà del secolo, ha acquisito dimensioni molto grandi e profili assai diversificati. Si tratta di offrire spunti di riflessione e di ulteriore approfondimento per una tematica che meriterebbe ricerche di gruppo prolungate e meticolose.

Programma

  1. Daniele De Luca (Università di Lecce) – Presidente

  2. Antonio Donno (Università di Lecce)- Echi della lontana America nella società italiana prima della Grande Guerra (relazione)

    La relazione intende affrontare la presenza del mito americano in Italia in un periodo (il quindicennio che precede la Prima Guerra Mondiale) in cui, nonostante la massiccia emigrazione di italiani al di là dell’Atlantico, le notizie sulla vita negli Stati Uniti e sul modello americano transitavano sull’onda di un’immaginazione collettiva spesso deformata, sia in senso apologetico che denigrante. Se le classi povere recepivano un’immagine dell’American way of life come strumento di liberazione da una vita di sofferenza e di privazioni, le classi colte conservavano un atteggiamento di sufficienza e di disprezzo verso una cultura ed un modello di vita considerati rozzi e spesso disumani. Un atteggiamento che connoterà intellettuali e classi abbienti per molto tempo. Il modello americano, dunque, si dimostrerà un modello popolare, democratico per vaste masse di italiani poveri. E la vita di milioni di italiani in America nei decenni successivi confermerà la superiorità di un sistema sociale come quello americano rispetto all’arretratezza di quello italiano. La ricezione dell’America e del suo modello di società fu contraddittorio, parziale ed inefficace. Benché la parte liberale e di socialismo riformista del mondo politico italiano guardasse con attenzione allo sviluppo del capitalismo americano ed ai tentativi di riforme liberali, il provincialismo della nostra cultura politica impedì che l’Italia giolittiana recepisse e applicasse alcune ricette utili per far decollare il sistema capitalistico del nostro paese. Il provincialismo italiano si manifestava prevalentemente in un atteggiamento di sufficienza verso un paese giudicato volgare perché dedito esclusivamente all’acquisizione di ricchezze materiali. In realtà, la conoscenza dell’America e del suo modello di sviluppo era quanto mai approssimativa e le notizie riportate dai giornali e dalle riviste dell’epoca erano imprecise, lacunose, discontinue e quasi sempre concentrate su aspetti secondari della vita americana.
    Il mito dell’America, al contrario, funzionò presso la grande massa di gente povera e diseredata, la cui sopravvivenza era impossibile nell’Italia del tempo. Per tutti costoro l’idea stessa dell’America, per dirla con la Arendt, era un’idea rivoluzionaria: perché dietro l’immagine della Statua della Libertà v’era una possibilità di salvezza. E così fu. In ciò consiste la frattura che il mito americano operò nell’Italia dei primi anni del secolo: una provinciale sottovalutazione delle potenzialità del modello americano da parte delle classi ricche e di gran parte del mondo politico, sia conservatore che liberale; un’accettazione incondizionata, perché imposta dai fatti e soprattutto dal desiderio di riscatto, da parte delle massa di gente umile e povera.

  3. Michela Nacci (Università dell’Aquila) – Americanismo e bolscevismo: due sguardi dall’Italia (relazione)

    Prenderò in esame nel mio intervento il parallelismo che venne stabilito soprattutto (ma non esclusivamente) nell’Italia degli anni Trenta fra l’America e l’Unione Sovietica. Tale parallelismo aveva un duplice significato: da un lato, si sosteneva che la Rivoluzione russa aveva preso la strada dell’”americanismo”, dall’altro si affermava che gli Stati Uniti covavano al loro interno una forma strisciante di collettivismo. Il primo dei due significati è la tesi di una buona parte dei critici dell’esperimento sovietico (in Francia viene espressa ad esempio da André Gide al ritorno del suo celebre viaggio in Unione Sovietica). Non necessariamente, però, il giudizio che ciò comportavasulla rivoluzione del 1917 era negativo: gli osservatori dell’epoca notavano che il produttivismo tipico delle società occidentali, capitaliste e rapaci, era una caratteristica che si riproduceva nel nuovo regime comunista ma all’interno di una proprietà non più privatizzata bensì centralizzata dallo Stato. Fra i comunisti italiani, ad esempio, non era questo il tratto che colpiva negativamente chi manifestava delusione e avviava una riflessione critica sull’esperimento russo: l’industrializzazione forzata di un paese che non aveva conosciuto rivoluzione industriale e dunque aveva fatto la rivoluzione “contro Marx” veniva letta o come una necessità nata dal confronto con gli altri paesi oppure come una saggia scelta.
    Per chi vedeva l’Unione Sovietica assomigliare all’America, qualunque fosse il motivo, l’Italia aveva una possibilità di differenziarsi da quella che era stata seguita a est e a ovest ma che non era una via obbligata. Per alcuni, si trattava del fascismo, concepito come terza via fra capitalismo e comunismo (a maggior ragione se capitalismo e comunismo convergevano in un modello unico); per altri, si identificava invece con l’Europa e con il suo patrimonio di storia, tradizioni, cultura, politica. Quel passato alle spalle faceva sì che gli europei non potessero identificarsi né con l’esperimento americano né con l’esperimento sovietico (a maggior ragione se i due esperimenti convergevano).
    Il secondo dei due significati che ha il parallelismo fra Unione Sovietica e Stati Uniti coincide, invece, con la tesi del collettivismo nascosto che matura dentro la società americana. Tesi dalla vita secolare, già avanzata con scandalo da Tocqueville ne La democrazia in America, ha a che fare con il fatto che gli Stati Uniti sono una democrazia. Questo regime politico è stato talvolta interpretato come omologazione di tutte le differenze in un anonimo uomo medio che diventa il fulcro dell’opinione pubblica e il sovrano al quale ogni potere e ogni competenza si inchina. Mentre gli osservatori degli anni Trenta riecheggiano l’immagine della “democrazia del modo di vita” presentata da Tocqueville, da parte fascista viene proposto un rovesciamento della contrapposizione fra dittatura e libertà: non è dittatoriale il governo italiano – sostengono alcuni commentatori dell’epoca -, ma lo è piuttosto l’America che si dice libera e dove invece tutti si assomigliano fra loro, leggono gli stessi giornali, pensano le stesse cose, dove la “libera” stampa è in realtà asservita a precisi interessi economici. In questo quadro interpretativo, l’Italia sembrava essere più simile all’Unione Sovietica: due rivoluzioni dei giovani che avevano portato una ventata di freschezza nel mondo della politica.
    Il rapporto stabilito da molti intellettuali italiani degli anni Trenta tra il fascismo e la rivoluzione russa non fu affatto di sola contrapposizione politica e ideologica, come si potrebbe pensare: spesso fu fatta valere la profonda affinità tra le due esperienze. In primo luogo, si era trattato di due rivoluzioni, ma soprattutto si era trattato in entrambi i casi di una brusca sterzata rispetto ai regimi liberali: questi erano rappresentati come istituzioni vecchie, irrigidite, del tutto staccate dalle forze vive della produzione, della cultura e della politica. Rispetto a tali istituzioni rappresentative divenute vuote e meramente rituali, la rivoluzione fascista, così come quella sovietica, veniva dipinta come l’irruzione della concretezza e della forza nella storia. È interessante ricostruire questi dibattiti assai poco considerati anche nella storiografia sul fascismo. Negli ultimi decenni si è prestata molta attenzione alle somiglianze esistenti tra fascismo e New Deal: se è vero che tali somiglianze esistono e vennero rilevate negli stessi anni in cui si verificavano, è anche vero che i settori dell’ideologia fascista nei quali viene elaborato il parallelismo tra America e Unione Sovietica, e l’ulteriore parallelismo tra il fascismo stesso e la Rivoluzione russa, sono stati trascurati. Invece queste discussioni, tutt’altro che isolate, hanno caratterizzato ambienti e intellettuali non solo fascisti, non solo italiani, non solo degli anni Trenta, su due modelli di civiltà rappresentati dall’America e dalla Russia.

  4. Marco Mariano (Università del Piemonte Orientale) – “Noi abbiamo avuto Mussolini, voi Roosevelt, siamo pari”. Ricezione dell’American way of life e memoria dell’occupazione alleata, 1950-55 (relazione)

    Il paper studia alcuni aspetti importanti della presenza americana nella cultura di massa dell’Italia del secondo dopoguerra. In particolare è focalizzato sul modo in cui tra il 1950 e il 1955 settimanali come “Oggi”, il rotocalco più diffuso in quegli ultimi anni dell’era pre-televisiva, da un lato interpretano l’American way of life, che si affaccia in Italia dopo la fase più difficile della ricostruzione, dall’altro ricostruiscono – tra memoria e usi del passato – l’intervento degli Stati Uniti come occupanti/liberatori nel triennio 1943-45. Partendo dal presupposto secondo cui la memoria collettiva è il frutto di una ricostruzione parziale e selettiva del passato in funzione del presente (Halbwachs), si sottolineano le ambiguità e le resistenze all’”americanizzazione” da parte di media che esprimevano gli umori di ampi settori dell’”Italia profonda” e le si pone in relazione con una rivisitazione dell’occupazione alleata dai toni per nulla celebrativi e non di rado risentiti.
    Gli anni 1950-55 sono un primo momento di stabilizzazione istituzionale e politica dopo la cesura del 1943-45 e la transizione dall’unità antifascista al centrismo. Superate in qualche misura le emergenze materiali della ricostruzione, in Italia si creano le premesse del miracolo economico e l’industria culturale ritrova un pubblico di massa a cui vendere i primi frammenti della società dei consumi. Tra questi frammenti c’è la memoria, la rielaborazione di un passato prossimo traumatico con il quale si deve fare i conti per ridefinire un’identità nazionale dai contorni particolarmente incerti dopo la seconda guerra mondiale e la guerra civile. E’ difficile comprendere la ridefinizione di questa identità senza fare riferimento alla presenza americana nella politica e nel quadro socio-culturale dell’Italia del tempo. Gli Stati Uniti diventano un punto di riferimento obbligato, e ambivalente, per la vicenda politica e per la stessa identità del paese. A livello politico, l’aggregazione dell’Italia al blocco occidentale non cancella né le radicate, diffuse perplessità dei vincitori sull’accettazione dell’Italia, paese sconfitto, screditato e per tradizione tutt’altro che ‘atlantico’, né le forti resistenze interne – social-comuniste, cattoliche, neofasciste – all’ingresso nella Nato. Nella società, la forte attrazione esercitata sul pubblico italiano dalle icone cinematografiche e musicali della cultura di massa d’oltreoceano si accompagna ad atteggiamenti assai sfumati e diversificati per quanto riguarda i comportamenti reali (D’Attorre).
    I media sono un luogo centrale sia della mediazione tra ‘americanizzazione’ e costume nazionale, sia della rielaborazione della vicenda della guerra, ed in particolare dell’occupazione/liberazione americana dell’Italia. Anche grazie alla tradizionalmente bassa circolazione dei quotidiani, la diffusione di settimanali illustrati ebbe dimensioni straordinarie: a differenza dei quotidiani, i nuovi settimanali erano solitamente presenti su tutto il territorio nazionale, volti ad aderire agli orientamenti e ai gusti del pubblico che intendevano raggiungere più che a imporre i propri, e capaci di utilizzare un linguaggio facilmente fruibile da parte di ampi settori popolari. Prodotti aderenti alle pieghe della società italiana e adatti a riflettere e influenzare umori e stati d’animo diffusi in parti consistenti del paese, i rotocalchi risultano efficaci nel veicolare valori, norme sociali, memorie collettive che concorrono alla formazione di una “comunità immaginata” (B. Anderson). In particolare “Oggi”, il più venduto, ci consegna il ritratto di un paese a disagio sia di fronte all’irruzione dell’American way of life nella sfera pubblica e in quella privata, sia nello sguardo retrospettivo verso l’intervento militare americano in Italia, visto principalmente come lesivo dell’orgoglio nazionale e causa della “sconfitta” del 25 aprile 1945.

  5. Giuliana Iurlano (Università di Lecce) – Tra New Deal e guerra fredda: l’America nella cultura liberale italiana degli anni Cinquanta (relazione)

    Negli anni Cinquanta, sulle principali riviste italiane di area laica e socialista (“Il Mulino”, “Nuova Antologia”, “Nord e Sud”, “Comunità”, “Tempo Presente”, “Il Ponte”) si fa strada un interessante e vivace dibattito sul ruolo della cultura liberale nella vita politica interna italiana ed europea. Di fronte al riconoscimento delle responsabilità delle classi dirigenti liberali europee nel non essersi adeguatamente opposte all’emergere dei movimenti autoritari e totalitari, tali riviste si fanno portatrici di una riflessione sulla proposta di un nuovo liberalismo che si configuri in sintonia reale con le nuove esigenze storiche e culturali del paese. Il modello emergente di intellettuale – talvolta in maniera inconsapevole, più spesso con convinzione profonda – è quello del new dealer americano, capace di coniugare teoria e prassi, competenza e innovazione, e di collegarsi in maniera “organica” a quell’emergente società di massa, dinamica e complessa, che comincia in quel decennio ad intravedersi in Italia. Gli aspetti salienti del dibattito sono costituiti da una serie di temi, per così dire, “caldi” e, comunque, non privi di contraddizioni interne, che vanno dal rifiuto delle “ideologie” ad un rapporto nuovo e costruttivo tra cultura e politica, dal federalismo europeo all’atlantismo ed al ruolo dell’Italia nel Patto Atlantico. Sottostante a tutti questi temi è, appunto, il rapporto con la cultura americana, rapporto non sempre vissuto in maniera chiara e coerente (come avvenne, per esempio, per il gruppo fondatore de “Il Mulino”, autodefinitosi una sorta di brain trust il cui notevole potenziale non avrebbe – per dirla con Gino Giugni – ancora trovato in Italia un’adeguata espressione politica), tanto da suscitare appassionate discussioni sulla scelta atlantica dell’Italia.
    La critica prende le mosse dalla frattura esistente tra cultura e politica, dall’incapacità insomma da parte della politica italiana – o, per meglio dire, dei partiti italiani – di cogliere e di far proprie le esigenze di rinnovamento del paese, di rivedere seriamente il concetto di “democrazia cifrata” (Nicola Chiaromonte) su cui esso si fonda, senza tema di cedimento nei confronti delle spinte contrapposte esercitate dal nazionalismo e dal comunismo. Sarà proprio tale polemica nei confronti dell’incapacità dei partiti italiani – “vecchi nelle ideologie, autoritari nelle strutture e corporativi nell’azione politica”, dirà Nicola Matteucci nel 1954 – a stimolare un ruolo nuovo e diverso degli intellettuali, parte attiva e trainante della società di fronte a quella che appare l’irrimediabile inerzia delle masse. La riscoperta, dunque, del liberalismo di matrice americana caratterizza la riflessione degli intellettuali di quell’area culturale italiana che si sente aperta al nuovo, ma con un discrimine di fondo: l’antifascismo e l’anticomunismo. E tuttavia, il liberalism americano cui si fa riferimento è quello rooseveltiano, quello che accoglie il contributo dei “cervelli” e che sembra avere accantonato l’anti-intellettualismo tradizionale della società americana, ma che, in sostanza, accetta il ruolo fondamentale dello Stato nello gestire la contrattazione economica e politica tra le parti. Il liberalism “conservatore” – quello basato sulla massima libertà individuale e sulla minima interferenza dello Stato – continua ad essere guardato con sospetto e diffidenza, così come ambigua resta pure – nonostante le dichiarazioni di principio – la riflessione rispetto al totalitarismo comunista ed al ruolo forte di contrapposizione che i valori autenticamente liberal americani possono svolgere.

  6. Mario Del Pero (Università di Bologna-Forlì) – La distensione e la diplomazia kissingeriana viste dall’Italia (relazione)

    OGGETTO
    La relazione prenderà in esame le modalità con cui la diplomazia di Henry Kissinger e il processo di distensione tra le due superpotenze vennero recepite dal mondo politico italiano. In particolare, s’intende analizzare le interpretazioni della situazione internazionale elaborate dai responsabili di politica estera dei due maggiori partiti italiani – Pci e Dc – che erano allora impegnati in un processo distensivo interno a sua volta strettamente legato al quadro internazionale e alla sua evoluzione. Oltre che sulle “letture” politiche della distensione, la relazione si concentrerà anche su quelle elaborate all’epoca da esperti italiani di relazioni internazionali e da quelle figure del mondo diplomatico e di quello governativo (ambasciatori e ministri degli esteri) che ebbero maggiori occasioni d’interagire con interlocutori statunitensi e con lo stesso Kissinger.
    OBIETTIVI
    La relazione poggia sul presupposto che la distensione abbia costituito per gli Stati Uniti una strategia finalizzata al disciplinamento degli equilibri geopolitici europei, attraverso una cristallizzazione dei tradizionali assetti bipolari della guerra fredda. Rappresentante per molti aspetti un superamento della guerra fredda, laddove essa determinava quel reciproco riconoscimento di legittimità tra le due potenze che era fino ad allora mancato, la distensione promossa da Kissinger si poneva però l’obiettivo di permettere agli Usa di rilanciare su nuove basi, formalmente a-ideologiche, la competizione per l’egemonia globale con l’Unione Sovietica. Essa poggiava su di una interpretazione strettamente bipolare del quadro mondiale (solamente due erano le potenze in grado di definire il comune denominatore del sistema internazionale) e mirava a produrre una stabilizzazione della divisione bipolare dell’Europa. Nello specifico teatro europeo, il bipolarismo come categoria interpretativa della situazione internazionale generava, circolarmente, il bipolarismo medesimo come orizzonte strategico ultimo. Un bipolarismo raggiungibile, secondo il segretario di Stato statunitense, grazie alla capacità disciplinante degli Usa sui propri tradizionali alleati. Capacità che era però smentita dall’evoluzione politica in atto in alcuni paesi europei, tra cui l’Italia, caratterizzati da una crescente legittimazione politica dei partiti nazionali comunisti che la distensione stessa favoriva e che li trasformava di fatto in forze legittimate ad assumere responsabilità governative.
    L’obiettivo della relazione è pertanto duplice:

    1. Verificare in che modo i soggetti politici italiani coinvolti nel tentativo di formare una nuova alleanza governativa (“compromesso storico”) interpretavano la situazione internazionale e la distensione Usa-Urss.
    2. Comprendere come essi ritenevano di poter sfruttare a proprio vantaggio il nesso sistemico nazionale/internazionale, individuando nei vari passaggi della distensione lo strumento per uno scongelamento delle rigide logiche divisive che la guerra fredda aveva contribuito ad imporre al sistema politico italiano.

    STRUMENTI E FONTI
    La relazione si avvarrà principalmente di fonti giornalistiche dell’epoca (riviste e quotidiani) e di una serie di fonti documentarie provenienti da archivi italiani e statunitensi. Tra i primi s’intendono consultare le collezioni del Partito Comunista Italiano, disponibili presso la Fondazione Istituto Gramsci di Roma, e quelle della DC, depositate presso la Fondazione Sturzo di Roma. Tra le seconde, già consultate ai National Archives di College Park (Maryland) e alla Gerald P. Ford Library di Ann Arbor (Michigan), vi sono i fondi della segretaria di Stato di Henry Kissinger, quelli del Consiglio di Sicurezza Nazionale, guidato fino al 1975 dallo stesso Kissinger, e la corrispondenza tra l’ambasciata statunitense di Roma e il dipartimento di Stato.

  7. Ellen Ginzburg Migliorino (Università di Trieste) – Dopo le leggi razziali. Gli ebrei italiani in America: prime impressioni (relazione)

    L’intervento raccoglie materiale ed impressioni che riguardano persone che furono costrette a lasciare l’Italia a causa delle leggi razziali approvate nel 1938. Si è cercato, in particolar modo, di far luce sulle prime osservazioni fatte da persone che decisero di lasciare l’Italia recandosi negli Stati Uniti. La maggior parte delle impressioni raccolte si trovano in lettere scritte in russo da Nicola Ginzburg ai suoi parenti rimasti in Italia: sua madre, Vera Griliches ed i suoi fratelli, Marussia e Leone. A quell’epoca Vera e Marussia si trovavano ad Orsogna in provincia di Chieti dove quest’ultima era internata civile di guerra, mentre Leone era a Pizzoli con la sua famiglia, anche lui internato civile di guerra. Emergono in particolar modo dalle lettere dagli Stati Uniti il senso d’isolamento, la solitudine e l’obiettiva difficoltà d’inserimento nel nuovo ambiente americano. L’arrivo delle lettere dall’Italia rappresentava un momento di felicità e di sollievo che interrompeva quell’attesa densa di preoccupazioni per la sorte dei familiari rimasti in Italia. L’intervento intende mettere a fuoco l’immagine dell’America in una parte dell’ebraismo italiano perseguitato dalle leggi razziali. L’America non era vista soltanto come terra di rifugio dalle persecuzioni, ma un approdo sicuro e definitivo dove i valori democratici avrebbero consentito agli ebrei italiani perseguitati di ricostruire le proprie esistenze. Nella scelta dell’America come terra di rifugio e ricostruzione, dunque, giocò un ruolo decisivo quanto era percepito in Italia in termini di democrazia, tolleranza, sicurezza.

  8. Peppino Ortoleva (Università di Torino) – Discussant