SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

La «società civile» nell’Italia degli anni Sessanta

Coordinatore: Simone Neri Serneri (Università di Siena)
Convegno Sissco: Cantieri di Storia II
Venerdì 26 settembre
II Sessione: 9.00-13.00
Aula Sp2

Il panel recupera il concetto fecondo, ma talora abusato, di “società civile”, identificandola con la trama di spazi e soggetti sociali auto-organizzati e auto-regolati, che scaturisce dalla spontanea aggregazione degli interessi ‘sociali’, dalla loro accettazione di una prassi di ‘competizione regolata’ e dalla loro autonomia relativa rispetto alle organizzazioni e alle istituzioni politiche. Su questa base, il panel intende sperimentare l’utilità del concetto di “società civile” per l’analisi del periodo compreso tra ‘il miracolo economico’ e la crisi degli anni Settanta. Si ritiene infatti che la grande trasformazione socio-economica della fine degli anni Cinquanta abbia aperto una lunga fase di transizione della società e del sistema politico italiani, da un lato promuovendo la formazione di soggetti sociali ‘nuovi’ e dall’altro mettendo in questione gli assetti consolidati e i rapporti tra gruppi sociali, organizzazioni politiche e istituzioni.
A questo scopo il panel propone i primi risultati di cinque ricerche, ancora largamente in progress, dedicate a soggetti ad un tempo originali e significativi nel nuovo contesto socio-politico creatosi in quel decennio. Dopo una breve introduzione del coordinatore, le relazioni sui casi del nuovo protagonismo sindacale; dei fermenti e della mobilitazione in seno al movimento cattolico; del proliferare delle reti di volontariato; del generalizzarsi di una marcata identità e di una cultura generazionali; del rinnovamento politico-progettuale tra gli imprenditori dell’industria daranno modo di delineare e comparare i processi di identificazione ed aggregazione di alcuni tra i più interessanti tra i soggetti protagonisti delle dinamiche socio-politiche dell’Italia degli anni Sessanta e di delineare, considerando le loro modalità di interazione reciproche e con le forze politiche e le istituziono pubbliche, i processi ri-costitutivi, le dimensioni e la vitalità della “società civile”.
Più in generale, il panel intende verificare l’ipotesi che in quel delicato passaggio storico solo alcuni di quei soggetti intesero o poterono divenire parte della “società civile” e perciò integrare il circolo virtuoso della democrazia politica, mentre altri soggetti non furono riconosciuti – dai competitori o dalle istituzioni politiche – come legittimi protagonisti della “società civile”. Presumibilmente, questa divaricazione alimentò l’eccezionale conflittualità sociale e la concomitante crisi politico-istituzionale degli anni Settanta.

Programma

  1. Simone Neri Serneri (Università di Siena) - Introduzione (relazione)

    Nell’Italia degli anni Sessanta, dalle trasformazioni sociali sinteticamente riconducibili al “miracolo economico” emersero una serie di nuovi soggetti (lavoratori, giovani, donne, ecc.), riconoscibili e, talora, mobilitati collettivamente. Ciò avvenne nel contesto di un generale incremento dei processi di differenziazione e aggregazione sociale: reagendo alla compressione degli anni precedenti, all’allentarsi dei vincoli comunitari e gerarchici e al diffondersi della cultura di massa, una crescente molteplicità di interessi e identità (sociali, culturali, economici, religiosi, generazionali, ecc.) si presentò sulla scena sociale entrando in competizione per tutelare la propria esistenza.
    In quale misura ciò accrebbe lo spessore della “società civile”, ovvero di quel complesso di forme associative, autonomamente e reciprocamente legittimate a formare una ‘sfera intermedia’, tra la dimensione privata e familiare e il sistema politico? In quale misura ne fu rafforzata la “società civile”, quale spazio di confronto e mediazione diretta tra i soggetti sociali collettivi, essenziale per il consolidamente di una moderna “democrazia sociale di massa”?
    Un simile approccio consente di superare una rappresentazione dicotomica del rapporto tra società e istituzioni, quale chiave di lettura principale della vicenda italiana, e di allargare lo sguardo sia alle relazioni tra i diversi soggetti sociali organizzati, sia alla loro collocazione rispetto al sistema politico-istituzionale. Se il ceto politico si dimostrò sostanzialmente incapace di governare quelle trasformazioni rispettando l’autonomia della “società civile”, occorre anche chiedersi quali gruppi sociali si mobilitarono muovendosi sostanzialmente nella prospettiva di farsi parte della “società civile”, come sopra definita, e, parimenti, quali, tra i soggetti dominanti nella “società civile”, si adoperarono per favorire o, al contrario, interdire quell’integrazione. Quali soggetti mirarono a rafforzare la propria posizione dominante tramite un’intesa privilegiata con il sistema politico e quali invece reagirono all’esclusione tendenziale accentuando la propria autonomia e la contrapposizione al sistema politico e agli altri interlocutori? Quanto, infine, le mobilitazioni e i conflitti del 1968-69 e dei primi anni Settanta furono l’esito di queste precedenti dinamiche di associazione-esclusione in seno alla “società civile” e di un’inadeguata interazione positiva tra questa e il sistema politico?

  2. Lorenzo Bertucelli (Università di Modena) – Il sindacato industriale nella modernizzazione repubblicana (relazione)

    Gli anni Sessanta si aprono e si chiudono con due fasi di forte iniziativa e mobilitazione sindacale. Seppure molto diverse tra loro, esse rappresentano – per la prima volta nella storia d’Italia – l’espressione matura della conflittualità sociale in un contesto industriale di tipo fordista. Ciò muta radicalmente le caratteristiche della mobilitazione collettiva dei lavoratori – anch’essi in questo senso sono un soggetto nuovo del decennio – e il profilo delle organizzazioni sindacali, in primo luogo le federazioni industriali. Sono proprio queste ultime a canalizzare le istanze di un mondo del lavoro che, sulla spinta del miracolo economico, rompe la barriera dei consumi proletari, esce gradualmente da una dimensione comunitaria tradizionale legata alle culture e ai saperi della civiltà contadina o urbano-artigianale, pone l’esigenza di diverse forme di rappresentanza sociale e politica.
    Le federazioni industriali portano il conflitto nel cuore dello sviluppo e della modernizzazione italiana e mettono così in crisi equilibri politici e di poteri fondati sull’esclusione del movimento operaio: significativa in questo senso la parabola seguita nel decennio dalle federazioni industriali della Cisl. Seguire il nesso esclusione-inclusione diviene così potenzialmente molto fecondo per analizzare la capacità del sistema politico di governare queste profonde trasformazioni. Il sindacato italiano esplicita nel corso degli anni Sessanta la sua caratteristica di istituzione intermedia, proprio perché cerca di superare l’esclusione operata a suo danno dal sistema politico e perché contemporaneamente deve trovare nuovi modelli di organizzazione per rappresentare le istanze che i lavoratori pongono sulla via della modernizzazione industriale.
    E’ qui che il sindacato “complica” i suoi rapporti con i partiti, articola le proprie traiettorie culturali ed entra autonomamente in relazione con i diversi soggetti della “società civile” che abitano la grande trasformazione del decennio fino ad essere individuato, dopo il culmine conflittuale dell’autunno caldo, come una possibile alternativa rispetto ad un sistema politico bloccato su cui fondare un nuovo equilibrio di potere negli anni Settanta.

  3. Daniela Saresella (Università di Milano) – Il mondo cattolico tra Concilio e post concilio (relazione)

    Diverse sono le valutazioni storiografiche della svolta rappresentata dal pontificato giovanneo e dal Concilio Vaticano II, ma è indubbio che tra gli anni Cinquanta e Sessanta il mondo cattolico sperimentò un profondo cambiamento. Dopo decenni di contrapposizione alla modernità, la Chiesa parve disposta a confrontarsi con essa e con le sue implicazioni politiche e sociali: ciò portò ad un modo diverso di vivere la Chiesa, intesa come “popolo di Dio”, anziché istituzione gerarchica e autoritaria, e a un nuovo interesse per gli “ultimi” delle società industrializzate e per i problemi della povertà che investivano il sud del mondo. In questo contesto nacquero interessanti esperienze, espresse da riviste come “Testimonianze”, “Questitalia”, “Il Gallo”, “Il Tetto”, “Relazioni sociali”, “Il Momento”, “Note di cultura”, etc. e da gruppi di fedeli che spesso anticiparono istanze poi esplicitate dal Concilio. Peraltro, il discrimine tra riviste e gruppi che si allontanarono dalla Chiesa “ufficiale” e i gruppi del “dissenso” non sempre fu chiaro proprio perché, come scrisse Mario Caminetti, la contestazione ecclesiale “nacque dallo sforzo di attuare le indicazioni teologiche del Vaticano II”.
    E’ pure noto che i documenti ufficiali del Concilio mediarono tra posizioni diverse e tennero conto delle resistenze delle componenti più conservatrici ad abbandonare la cultura intransigente. Nella comunità dei fedeli esistevano, dunque, istanze di rinnovamento radicale sia in ambito religioso che politico, ben espresse all’epoca, ad esempio, dall’Azione Cattolica, dal Movimento laureati, dalla Fuci, dalle Acli e dalla Cisl, che ormai teorizzavano l’abbandono del collateralismo alla Dc e il superamento della dottrina sociale cattolica. Queste esperienze ben si inserivano nel clima sociale e culturale degli anni Sessanta, caratterizzato da un nuovo protagonismo della “società civile”, da un’attenzione privilegiata ai soggetti sociali più deboli e da una marcata critica di ispirazione ‘antistituzionale’. Ciò avrebbe avuto ulteriore sviluppo negli anni Settanta, quando si verificò una nuova radicalizzazione, ma anche il tentativo di Paolo VI e soprattutto di Giovanni Paolo II di riportare tutte le esperienze di fede nell’alveo della tradizione.

  4. Fulvio Conti (Università di Firenze) – Il volontariato sociale: l’esperienza delle associazioni di pubblica assistenza e di soccorso
    (relazione)
    L’intervento intende presentare i primi parziali risultati di una ricerca in fase di svolgimento sulla storia dell’Associazione nazionale delle società di pubblica assistenza e di soccorso (Anpas), che costituisce un segmento importante e quantitativamente significativo del cosiddetto volontariato sociale. La relazione si prefigge anzitutto di delineare una geografia di questa tipologia associativa di matrice essenzialmente laica, che ebbe (ed ha) i suoi punti di forza nelle regioni centrosettentrionali, ma con presenze di un qualche rilievo anche in alcune aree del Mezzogiorno. Si tratta, fra l’altro, di un ambito di ricerca rimasto fino ad ora poco battuto dall’indagine storiografica, ove si eccettuino gli sporadici studi dedicati a talune singole associazioni, e che appare pertanto ricco di spunti di interesse con riferimento a problematiche tipiche della storia dei movimenti associativi: il rapporto fra dimensione locale e nazionale, la capacità di porsi come strumento di mediazione fra l’individuo e le istituzioni, la sua connotazione politica, il suo essere luogo o momento di selezione di una classe dirigente, la dialettica con altri settori della società civile.
    Il decennio in questione si configura come un periodo di estremo interesse per cogliere le trasformazioni che investirono queste forme associative in conseguenza dei grandi cambiamenti che si ebbero in Italia per effetto del “miracolo economico”. In particolare, nella prospettiva di misurare i fattori di crescita della società civile, si tratterà di verificare quali furono le questioni che il moderno Welfare State lasciò irrisolte e quindi quali spazi si aprirono per un rifiorire delle tradizionali associazioni di assistenza e di solidarietà. Nella consapevolezza che proprio in questi anni si posero probabilmente le premesse per quella espansione delle azioni volontarie, che avrebbero rappresentato il perno di un terzo settore alla ricerca di una propria identità e collocazione fra lo Stato e il mercato.
  5. Diego Giachetti (ITIS Amedeo Avogadro, Torino) – Giovani in cerca di identità (relazione)

    Giudicati apatici, ingrati e consumistici, i giovani degli anni Sessanta costruirono una loro identità generazionale muovendo da elementi culturali e di costume del tutto “impolitici”, per esprimere un malessere esistenziale, che sfociava spesso in comportamenti ribellistici e stili di vita assai distanti dalle pratiche politiche e sindacali dell’epoca. La costruzione di quest’identità, peraltro, incrociò passaggi decisivi della storia del paese: dalle “magliette a strisce”, che nel 1960 scesero in piazza contro il governo Tambroni e il congresso genovese del Msi, ai “giovinastri” protagonisti degli scontri di piazza Statuto a Torino nel 1962, per i quali il “problema più importante” non era la produzione o il cottimo, bensì “avere una ragazza di sera”. La cultura giovanile si formò fuori dei canali tradizionali, nutrendosi di suggestioni musicali e contenutistiche nuove, mutuate dal rock, dal beat, dai cantanti “per i giovani”, e sfociando nella sfida dei capelloni e della minigonna. Si formò così quella “generazione”, che sul finire del decennio diede vita al ’68, alle lotte nelle scuole, nelle fabbriche e in tutte le istituzioni considerate autoritarie e repressive, dalla famiglia, al carcere, all’esercito, al manicomio, perché convinta di poter cambiare il mondo e la vita quotidiana in breve tempo, mettendo in gioco tutto, a cominciare dalla propria esistenza. Quella generazione crebbe avversando il mondo degli adulti e sentendosi affratellata con i giovani di tutto il mondo: dalla Guardie Rosse cinesi ai renitenti alla guerra del Viet Nam, dai neri del Black Panther ai barbudos castristi, dai beat inglesi ai giovani meridionali divenuti operai alla catena di montaggio a quelli che nella “primavera di Praga” cercavano un “socialismo dal volto umano”.
    Questo nuovo soggetto dovette spesso conquistarsi i propri spazi d’azione. Nella “società civile” diede vita a gruppi e associazioni informali, fondati sulla partecipazione diretta e strumentali a determinati obiettivi. Ne scaturì una rete di organismi relativamente fluidi e accomunati da una larga circolazione di persone e di idee, prefigurazione della “nuova sinistra” degli anni Settanta. L’apatia verso la politica, rimproverata ai giovani dalle organizzazioni tradizionali – sempre più chiuse nei loro confronti – divenne critica delle forme burocratizzate e istituzionalizzate di azione e, nel 1968-’69, sperimentazione di modalità innovative di partecipazione e mobilitazione, più coerenti con un impegno politico inteso come progettualità cosciente di un cambiamento sociale radicale.

  6. Paolo Soddu (Università del Piemonte Orientale) – Nuovi soggetti imprenditoriali: il rinnovamento di Confindustria (relazione)

    La relazione esamina le trasformazioni e i mutamenti che attraversarono le organizzazioni imprenditoriali e, in particolare, la Confindustria negli anni Sessanta. L’arco temporale considerato va dal ritorno di Angelo Costa alla guida dell’organizzazione (1966) fino all’elezione di Gianni Agnelli alla presidenza degli industriali (1974). In quegli otto anni, infatti, il dibattito che maturò tra gli imprenditori ridefinì i rapporti in seno all’organizzazione e pose le premesse del ritorno di Confindustria e dell’impresa privata ad un ruolo da protagonista nella società italiana. Alla metà del decennio, l’organizzazione degli imprenditori tornò sotto la guida di Angelo Costa, l’uomo che l’aveva guidata nel periodo della ricostruzione, dalla rifondazione postfascista fino alla metà degli anni Cinquanta. Il ritorno alla presidenza di Costa sanciva il fallimento delle ambizioni politiche che la Confindustria aveva coltivato dando vita a Confintesa e a un rapporto privilegiato con il Pli di Malagodi. Occorreva procedere al superamento di quella linea, che non solo aveva condotto l’organizzazione confindustriale a una sconfitta generalizzata su tutti i fronti, ma non aveva impedito che mutassero a sfavore dell’impresa privata i rapporti con quella pubblica e tra organizzazione degli imprenditori e sindacati dei lavoratori.
    L’ipotesi è che questo ritardo e la consumazione, con la presidenza Costa, del tentato ritorno alle “virtù del buon tempo antico” agevolarono nell’organizzazione degli imprenditori i settori riformatori, un coacervo di forze che andavano da alcuni grandi industriali a nuovi soggetti imprenditoriali. Al centro della relazione è, in particolare, l’iniziativa di un nuovo soggetto, i giovani industriali, che avviarono, con successo, quella riforma dell’organizzazione, che, dopo il “rapporto Pirelli”, realizzò una maggiore collegialità e, soprattutto, ridefinì i rapporti tra “grande” e “piccolo” imprenditore, tra grande e piccola impresa. Più in generale, nel medio periodo ciò portò ad innovare fortemente le relazioni tra gli imprenditori come soggetto sociale collettivo e i loro interlocutori, in particolare le altre forze sociali organizzate – a partire dai sindacati dei lavoratori –, i partiti politici e le istituzioni pubbliche.