SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

Le fonti fotografiche nella ricerca storica

Convegno Sissco: Cantieri di Storia II
Coordinatrice: Elisabetta Bini (New York University)
Giovedì 25 settembre
I Sessione: 16.00-20.00
Aula Sp8

Il panel intende sollevare una serie di questioni metodologiche riguardanti l’utilizzo delle fonti fotografiche nella ricerca storica. Da diversi anni la storiografia italiana incoraggia l’inclusione delle fonti fotografiche all’interno degli studi storici, ma raramente affronta in maniera sistematica i problemi metodologici relativi al loro impiego. Il panel intende riavviare un dibattito troppo spesso percepito come stantio e autoreferenziale, attraverso una discussione sia degli strumenti necessari ad un corretto uso delle fonti fotografiche, che delle questioni teoriche legate all’utilizzo di una fonte particolare come la fotografia.
Il panel lavorerà su diversi piani di analisi, che possono essere riassunti nei seguenti punti : A) messa in evidenza delle conoscenze richieste allo storico che voglia lavorare su fonti fotografiche. B) analisi del rapporto esistente tra la fotografia e altri tipi di fonti. C) individuazione delle domande cui occorre sottoporre le fonti fotografiche. D) precisazione delle forme di accumulazione e delle modalità di accesso necessarie ad un corretto uso delle fonti fotografiche. E) problematizzazione del tipo di scrittura storiografica, e dei criteri di edizione, da utilizzare nell’impiego di fonti fotografiche.
Oltre a muoversi intorno a temi metodologici generali, il panel intende applicare le questioni teoriche ad una serie di casi specifici.
Scopo del panel è anche quello di porre le basi per la costruzione di un dossier tematico interno al sito internet della SISSCO, dedicato al rapporto tra storia e fotografia, in cui si forniscano spunti di riflessione, strumenti metodologici, e una lista ragionata degli archivi nei quali trovare fonti fotografiche.

Programma
  1. Elisabetta Bini (New York University) – Fonti fotografiche e storia delle donne: la rappresentazione delle donne nere nelle fotografie coloniali italiane (relazione)

    L’intervento prenderà in considerazione il caso delle fotografie prodotte all’interno del progetto coloniale italiano, sia da parte dei fotografi ufficiali che da parte dei fotografi "privati", in modo da sollevare una serie di questioni interpretative riguardanti il rapporto tra fonti fotografiche e storia delle donne. La rappresentazione fotografica delle donne nere come esseri sensuali e lascivi, disponibili al dominio dell’uomo italiano, contribuì in maniera fondamentale a costruire un immaginario favorevole all’impresa coloniale italiana. Grazie alle possibilità offerte dalla fotografia istantanea, gran parte dei soldati italiani trasferitisi nelle colonie produsse la propria immagine della donna africana. Se questa spesso utilizzò un linguaggio iconografico simile a quella ufficiale, nelle fotografie scattate all’interno dei rapporti di madamato l’immagine delle donne nere assunse contorni in parte diversi. Un approccio di questo tipo permetterà di cogliere le sfaccettature esistenti all’interno dell’immaginario coloniale italiano, e di comprendere in che modo questo si sia trasferito nella vita privata dei colonizzatori. Inoltre, permetterà di gettar luce sulle possibilità offerte dalle fotografie coloniali per la ricostruzione della storia delle donne eritree

  2. Enrica Bricchetto (Università di Torino) - La fotografia dentro il giornale: l’archivio storico del "Corriere della Sera" e l’Africa Orientale (1935-1940)

    Il mio intervento dà conto di una ricerca in corso all’archivio fotografico del "Corriere della Sera" sull’ampio tema dell’Africa, con particolare attenzione all’Etiopia e alla Somalia, durante la campagna d’aggressione italiana del 1935-1936. L’idea di fondo è quella di analizzare l’uso della fotografia nel più vasto discorso propagandistico portato avanti dal "Corriere della sera" in un momento di così grande fermento organizzativo,  studiandone le relazioni con il testo del quotidiano e con il genere specifico della corrispondenza di guerra. In questo senso una riflessione si svilupperà sui giornalisti che nella quasi totalità si improvvisano fotografi. Spesso nell’archivio fotografico del "Corriere"si trovano foto con il loro nome. Il discorso del "Corriere" sulla guerra d’Etiopia pertanto  si può articolare su più fronti: la corrispondenza di guerra, gli scatti del corrispondente, le sezioni del giornale  in cui vengono pubblicati, e, infine, le lettere che i giornalisti dal fronte  inviano al redattore capo facente funzioni di direttore (il direttore Borelli è in Etiopia) in cui affrontano anche tutti problemi e le difficoltà di scattare foto in una guerra in cui censura e autocensura sono rigorose e pianificate.

  3. Giovanni Contini (Sovrintendenza archivistica per la Toscana) – Fonti orali e audiovisive e fonti fotografiche (relazione)

    L’intervento si incentrerà sugli archivi fotografici dei dilettanti, cioè di quei borghesi o aristocratici che, tra la fine dell’ottocento e la prima metà del novecento, amavano fotografare. Spesso si tratta di dilettanti per modo di dire: raggiungevano non di rado risultati esteticamente molto notevoli, sperimentavano tecniche d’avanguardia, fotografavano soggetti che il fotografo non dilettante spesso ignorava: la vita quotidiana  e lavorativa delle cosiddette classi subalterne, per esempio. Il professionista invece tendeva più di frequente, quando usciva dallo studio, alla fotografia di manifestazioni pubbliche, o di eventi eccezionali. Le foto dei professionisti spesso conservano le informazioni essenziali: il nome dell’autore, l’ambito del suo lavoro, l’arco cronologico della sua attività. Per i dilettanti spesso invece l’archivio viene trovato privo di qualsiasi informazione di supporto: presso librerie antiquarie, o nella soffitta di un discendente che non ricorda nulla di quell’avo fotografo. La ricerca dei dati basilari della sua biografia è interessante quanto lo studio delle immagini. L’uso dell’intervista videoregistrata può essere un elemento strategico della ricerca, perché la scoperta di un testimone informato, che quasi sempre esiste ma si tratta di saper raggiungere, permette improvvisamente non solo di dare un nome ed un cognome all’autore delle foto, ma di poter nominare e datare le situazioni ritratte. Conservando tutto nella registrazione audiovisiva. Questa ricerca consente insieme di ricostruire la vicenda della fotografia dei dilettanti, ma apre anche uno spiraglio molto significativo sulla vita sociale delle borghesie, soprattutto sulla vita sociale e famigliare di quei professionisti di paese che la passione fotografica spinse a documentare il mondo che li circondava. Ci aiutano a costruire quel censimento visivo degli italiani che venne tanto discusso ma mai attuato.

  4. Luigi Tomassini (Università di Bologna-Ravenna) – Fotografia e morale in Europa fra Ottocento e Novecento

    Nel 1908 uno scrittore francese si chiedeva come mai nel sobborgo industriale di Le Creusot, nell’unico chiosco di giornali di una cittadella operaia di 12.000 abitanti, fossero esposte e ben vendute 6 riviste d’arte . La ragione era naturalmente nelle foto di nudo accademico, il  "fameux nu destiné aux futurs génies de notre pays", pittori e artisti, ma che evidentemente godeva di un pubblico più largo.
    Secondo i virtuisti francesi, la fotografia aveva un effetto dirompente sulla morale comune, dovuto sia al suo particolare modo di rappresentare la realtà, sia al peculiare rapporto che intratteneva con l’arte. Il dibattito, che si può seguire sulle colonne dei giornali e nelle aule dei tribunali, verteva sui confini stessi del concetto di morale comune, e sul modo in cui i nuovi canali di trasmissione della visione finivano per  influenzarne i limiti.
    Dall’altro canto, la Chiesa manifestava un interesse altrettanto accentuato e in direzione opposta per il nuovo mezzo, come potente veicolo educativo. La politica e gli apparati statali, la polizia in primo luogo,  non potevano non porsi il problema: che arrivò a determinare, nel 1910, una conferenza internazionale sul tema della "circolazione delle pubblicazioni oscene", titolo ampio, ma in cui la fotografia ebbe un ruolo dominante.

  5. Monica Di Barbora (Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia "Ferruccio Parri", Milano) – Le raccolte fotografiche degli Istituti storici della Resistenza. Problemi di ordinamento, catalogazione e accesso (relazione)

    Il materiale fotografico conservato dai 63 istituti di ricerca, che compongono la rete nazionale degli Istituti storici della resistenza e della società contemporanea, assomma a varie centinaia di migliaia di fototipi ed è il più vario immaginabile, quanto a provenienza, tipologia formale e contenutistica, caratteristiche della produzione e della trasmissione. Nel corso degli anni, infatti, accanto alle preziosissime immagini clandestine realizzate tra il 1943-1945 si sono venuti accumulando negli archivi degli Istituti i materiali fotografici di partiti, organizzazioni sindacali e aziende che hanno ampliato, dal punto di vista cronologico, all’intero Novecento e in parte anche all’Ottocento la documentazione raccolta. Non pochi, e di notevole importanza, sono gli archivi omogenei, pervenuti già più o meno strutturati. Vi è poi il materiale eterogeneo, estremamente frammentario, disperso all’interno dei fondi cartacei: qui si spazia dalla singola foto di famiglia, all’interno dei fondi personali, a fotografie accumulatesi senza ordine in album, scatoloni, buste talvolta senza che sia rimasta più traccia della provenienza. Diventa complesso, per questo tipo di documentazione, individuare i più basilari elementi che devono caratterizzare il riordino dei fondi e la descrizione dei materiali: dove, chi, quando. Molto differenziate sono anche le tipologie dei fototipi: si va, infatti, dal materiale fotografico dell’Ottocento alle immagini realizzate su supporti digitali. Tutto questo comporta la necessità di una costruzione continua di competenze tecniche, in relazione al fatto che gli archivi devono affrontare accanto ai problemi di descrizione dei materiali anche quello della miglior conservazione di documenti che subiscono un facile degrado. La scarsa attenzione, o almeno la scarsa cura metodologica, riservata per anni negli archivi degli Istituti alla fotografia ha reso complessa la situazione e, in alcuni casi, l’improvviso impegno in questa direzione, non sempre sostenuto da competenze professionali sufficienti, per altro non facili da creare per diverse ragioni, ha rischiato (e tuttora rischia) di fare ulteriori danni. L’estrema difficoltà non poteva tradursi in una rinuncia a rendere disponibile agli studiosi un materiale ricco, vario e meritevole di essere studiato con maggiore attenzione. Alcuni anni fa, pertanto, accanto alla fondamentale decisione di procedere al riordino dei fondi fotografici con criteri adeguati alle tipologie del materiale, da parte della Commissione archivi della rete venne assunto l’impegno di elaborare strumenti di descrizione informatizzata degli archivi fotografici. Il progetto si diede alcuni obiettivi di fondo: – la costruzione di un prodotto informatico di facile uso e a costi bassissimi di acquisto e gestione – la descrizione dei materiali fotografici a vari livelli (accesso generale ai fondi, descrizione per aggregazioni intermedie, descrizione per singoli materiali) – un coordinamento centrale, che provveda alla verifica delle descrizioni – l’accesso in rete ai cantieri di lavoro da parte degli utenti degli archivi – la creazione di strumenti di formazione degli operatori con periodici momenti di formazione e di confronto.

  6. Adolfo Mignemi (Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia "Ferruccio Parri", Milano) – Discussant