SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

Minoranze: identità, conflitto e integrazione nell’Italia del XIX e XX secolo

Ricerche a confronto

Convegno Sissco: Cantieri di Storia II
Coordinatrice: Barbara Armani (Istituto Universitario Europeo, Fiesole)
Giovedì 25 settembre
I Sessione: 16.00-20.00
Aula Sp6

La discussione e la produzione di studi sulla storia dei gruppi di minoranza in età contemporanea si sono organizzate, nel dibattito europeo, intorno a un’opposizione concettuale largamente accettata: da un lato la comunità, il gruppo, la corporazione, con le sue caratteristiche specifiche: autonomia e condivisione di una serie di regole e statuti formali (lingua, religione, codici normativi), centralità del soggetto, delle reti di relazione, del potere inerziale della memoria che si coniuga a pratiche e abitudini (sia mentali che materiali) peculiari e di lunga durata; dall’altro la società più larga, lo stato, le istituzioni (politiche, religiose, amministrative) aventi funzioni di controllo e di contenimento delle spinte centrifughe azionate dalla presenza di gruppi particolari e organizzati.
In questa prospettiva società e istituzioni sono lette come organismi muniti del potere invasivo e corrosivo dell’omologazione (e della ri-organizzazione) normativa, politica, sociale e culturale imposta dai sistemi complessi. Si tratta, com’è evidente, di una semplificazione voluta. Com’è noto, le maglie della nuova società liberale e ugualitaria, sono piuttosto lasche, lasciando ampie possibilità all’agire collettivo. Sempre tuttavia entro limiti stabiliti, e compatibili con la salvaguardia di equilibri sociali o politici ritenuti intangibili. Tra questi due poli si aprono, secondo i risultati di un numero consistente di studi di caso, quasi sempre stranieri, spazi di resistenza, contrattazione e contaminazione – sia sociale che culturale – all’interno dei quali si sviluppano e si ricreano, sul piano individuale e collettivo, le identità di minoranza (definite spesso in termini di sub-cultura) determinando il tipo di relazione col contesto.
In questa chiave, conflitto, integrazione e identità (nei termini in cui essa esprime e tende a riprodurre la differenza), sono concetti e percorsi ineludibili. Tuttavia non sono da intendersi come esiti necessari o processi fra loro alternativi nel disegnare, all’interno o all’esterno dei propri confini, l’esperienza dei gruppi di minoranza. Piuttosto rappresentano le direttrici lungo le quali si sono sviluppati, specialmente fuori d’Italia, ricerca e dibattito teorico sulle minoranze. In ambito socio-economico, socio-antropologico, e storiografico. Con tali concetti il seminario si propone di fare i conti ricercandone, attraverso l’esposizione di concrete esperienze di ricerca, le potenzialità e i limiti intrinseci. Il seminario raduna volutamente casi molto diversi esulando, anche, dai limiti geografici richiamati nel titolo. L’idea infatti e’ quella di presentare e discutere la natura complessa e talvolta sfuggente dell’oggetto in questione, cogliendone scarti e opacità. Per questo e’ utile, io credo, intrecciare , moltiplicare e confrontare le esperienze e i casi, poiché si sta parlando di un soggetto plurale e concreto , non di un soggetto astratto. La storia particolare di ciascun gruppo e’ un caso a sé. Le minoranze appunto: minoranze come quella ebraica secolarmente discriminate e insediate da sempre sul territorio italiano; minoranze religiose, linguistiche e nazionali in certo senso “avvantaggiate” o di recente immigrazione come furono la comunità protestante in Lombardia e le diverse comunità etnico-religiose che s’innestarono fruttuosamente nel porto triestino. Infine l’esperienza spaesante delle comunità italiane fuori d’Italia: provenienti da una cultura maggioritaria o dominante rispetto ai gruppi sin qui nominati, che diventa essa stessa, e suo malgrado, cultura di minoranza.
Finalità del seminario :

1- confrontarsi sul terreno della ricerca per esplorare, e ridiscutere, i confini e le potenzialità euristiche del concetto di minoranza. Nel fare ciò si punta a dialogare con le suggestioni – teoriche e di metodo – provenienti dal dibattito, ormai molto ricco, che fuori d’Italia ha percorso le scienze sociali (specialmente l’antropologia sociale), contaminando , credo felicemente, la pratica storiografica. Mi riferisco, sul versante delle scienze sociali, agli studi avviati dalla sociologia anglosassone sull’identità etnica e i percorsi di acculturazione ,spesso conflittuale, sperimentati dai gruppi di minoranza nelle società contemporanee. In ambito più strettamente storiografico e socio-politico, penso invece alle ricerche sulle dinamiche profonde -politiche, sociali e culturali – che hanno guidato e orientato, sovrapponendosi le une alle altre, il processo di nation building fra otto e novecento, discutendo il ruolo che all’interno di tale processo hanno giocato le comunità particolari, i gruppi etnici e religiosi. E di come questi soggetti sono stati a loro volta utilizzati nella costruzione, concreta e retorica, della nazione.

2- presentare, valutare e discutere il contributo degli studi di minoranza o di etnia all’indagine storiografica sui processi costitutivi delle identità di gruppo (sociali e culturali) nelle società complesse. In questo panorama emergono, a mio parere, due percorsi investigativi particolarmente fecondi e interessanti: uno si fonda sull’utilizzo di un approccio relazionale che punta l’attenzione sulle pratiche sociali, sfruttando in maniera più o meno consapevole le potenzialità offerte dalla network analysis; l’altro invece si centra sullo studio dei soggetti, sulla rappresentazione che i singoli e i gruppi offrono di sé. Questi due percorsi, originati da impostazioni teoriche e prassi differenti, non si escludono a vicenda ma possono filtrare all’interno di una stessa ricerca. Si potrebbe anche immaginare un terzo filone che mette in relazione i cambiamenti normativi e politici con l’assetto delle relazioni interne alla minoranza e con la ridefinizione di una certa immagine di sé , in termini individuali e collettivi.

Esaminando la produzione di studi di caso sui gruppi di minoranza emergono due nodi che sembrano di particolare interesse assumendo, sia detto con molta cautela, valore di costanti: 1)la costruzione di una trama relazionale molto fitta- sul piano personale, sociale e familiare – che alimenta la solidarietà di gruppo favorendo l’affermazione sociale e culturale della minoranza;2) la creazione di forme culturali ibride e specifiche che fondono, o accostano in maniera a volte contraddittoria, elementi della cultura originaria con i fondamenti e gli stili di vita della cultura maggioritaria. La creazione di circuiti “vantaggiosi” è particolarmente evidente , ad esempio nella sfera delle attività economiche, commerciali e imprenditoriali. E tuttavia a seconda dei contesti (e dei soggetti) il “vantaggio etnico” si trasforma in penalità, inibendo la crescita, ostacolando l’integrazione, provocando vistose smagliature nel tessuto sociale delle comunità. Sul piano dell’auto-rappresentazione – nella sua forma “spontanea” e in quella “mediata” della produzione culturale in senso stretto – la percezione di sé resiste o si modifica sotto lo sguardo dell’ “altro”, contribuendo alla creazione di soggetti sociali in permanente evoluzione i quali, tuttavia , presentano caratteri e confini ben ritagliati.
Queste due angolazione della ricerca restano troppo spesso separate. L’ambizione del seminario è invece quella di farle incontrare, incrociando l’analisi delle pratiche collettive (azionate si badi bene da singoli soggetti o gruppi di soggetti), con la rappresentazione di sé e la memoria che si trasmette, non senza deformazioni, da una generazione all’altra : attraverso gesti, pratiche, scelte materiali e , contestualmente, attraverso i ricordi e l’elaborazione scritta (pubblica e privata) della propria idea di vita e della propria immagine identitaria, come individui e come gruppi. Temi, percorsi e approcci investigativi:
a) La minoranza come rete: approccio relazionale (circuiti economici, matrimoniali, di sociabilità)
b) la minoranza vissuta e immaginata: biografia ed auto-rappresentazione (storie individuali, memoria , auto-percezione)
c) la minoranza e le norme: statuto giuridico, cittadinanza e religione (l’evoluzione dei legami formali intra-comunitari in relazione ai cambiamenti normativi imposti dalla creazione delle società nazionali, il passaggio dallo status di comunità a quello di minoranza) d) la minoranza e il “genere”: le differenze di genere nella costruzione dell’identità di gruppo (le donne e gli uomini nelle reti di relazione, nel matrimonio, nell’educazione e nella produzione dell’immagine di sé).

Programma
  1. Barbara Armani ( Istituto Universitario Europeo, Fiesole) – Introduzione

  2. Cinzia Martignone (Università di Bergamo) – Né conflitto, né integrazione. Il valore della differenza nell’identità di una minoranza organizzata: imprenditori protestanti stranieri in Lombardia nell’Ottocento

    L’intervento presenta una riflessione sulla dinamica intergenerazionale di costruzione identitaria di due gruppi di minoranza – i protestanti stranieri insediati a Milano e Bergamo nel corso dell’Ottocento – ricostruendo attraverso varie fonti (dalle carte private agli edifici pubblici) l’accumulazione di un patrimonio relazionale additivo rispetto a quello precedente la migrazione, che consente al gruppo selezionato e organizzato di agire in vantaggio nel contesto economico, sociale e culturale lombardo. Pratiche religiose e culturali collettive, rappresentazione sociale, autorappresentazione, trasmissione della memoria, creazione istituzionale degli spazi sociali della differenza (la chiesa, la scuola) rappresentano tasselli di una complessa sintassi dell’identità collettiva, in cui i confini socialmente e culturalmente riconoscibili del gruppo non assumono l’orizzonte della identità minoritaria anche se ne conservano tenacemente l’origine differente; il concetto di minoranza serba così validità nell’analisi della dinamica organizzativa (formale) del gruppo: qui si addensano significati variabili in cui trova spazio il particolare (nel soggetto: l’individuo, la famiglia, la comunità; nei temi: la religione, la lingua, l’etica, l’educazione, la patria d’origine) che identifica e rende reciprocamente riconoscibili gli attori sociali nello scenario ampio del processo di sviluppo economico, sociale e politico della seconda rivoluzione industriale.
    La minoranza imprenditrice impone infine un confronto con il tema della formazione e del ruolo dell’imprenditorialità nello sviluppo economico contemporaneo: l’identità etnica complessa (come valenza comune organizzativa e coesione sociale) è analizzata quale dotazione immateriale dei membri del gruppo di minoranza per ricondurre il problema a un’ipotesi interpretativa "antieroica", nella misura in cui è documentabile una circolazione e gestione delle informazioni in circuiti privilegiati, l’assunzione dei rischi, degli oneri e degli onori, e la capacità decisionale il frutto di un addestramento al successo economico e sociale che interagisce in un contesto economicocapitalistico in rapida evoluzione.

  3. Luisa Levi D’Ancona (Università di Cambridge) – Norme e visioni, tradizioni e influenze nella borghesia ebraica ottocentesca in Europa: famiglia e gender in Francia, Italia, e Inghilterra

    L’oggetto del mio intervento è di dimostrare come uno studio comparato biografico- individuale e familiare- possa contribuire all’analisi di una minoranza come gruppo religioso e /o sociale e come a sua volta questo permetta di cogliere particolari relazioni nei rapporti tra individuo-famiglia-società civile e Stato. L’intervento si concentra sullo studio di varie famiglie della borghesia ebraica in Francia, Italia e Inghilterra nel XIX secolo, e si propone di analizzare vari percorsi di integrazione nei diversi contesti nazionali, attraverso una analisi specificamente rivolta a genere e famiglia. Ad uno studio comparato dei discorsi normativi della letteratura prescrittiva, caratterizzata da diversi elementi nei vari contesti nazionali, si confronteranno le voci individuali di uomini e donne della borghesia ebraica europea, come appaiono da corrispondenze e diari, trovati in archivi privati sparsi in tutta Europa. Casi specifici che non hanno la pretesa di essere estensivamente rappresentativi della borghesia ebraica europea – gruppo sociale difficilmente definibile, proprio per le diverse modalità d’integrazione della minoranza ebraica nei diversi tessuti sociali e culturali; ma voci e percorsi individuali che permettono di cogliere attraverso varie forme di rappresentazione e auto-rappresentazione, le diverse configurazioni e stratificazioni sociali, atteggiamenti e strategie d’integrazione sociale. L’intervento si basa sull’analisi della visione di famiglia e ruoli di genere nella letteratura prescrittiva ebraica nei tre paesi tra il 1848 e il 1914: in particolare si analizzeranno articoli in Archives Israèlites e Univers Israèlite per la Francia, Jewish Chronicle e Jewish Manual per l’Inghilterra, L’Educatore Israelita e il Vessillo Israelitico per l’Italia. Questi discorsi normativi saranno confrontati con voci, lettere e comportamenti sociali di uomini e donne di varie famiglie ‘borghesi’ francesi, inglesi e italiane, con un attenzione particolare alle rappresentazioni dell’altro- Gentili e ebrei nei rispettivi altri contesti nazionali.

  4. Marta Verginella (Università di Lubiana) – La contrattazione dell’identità nascosta. Gli Sloveni a Trieste da comunità a minoranza

    L’emporio triestino tra Sette e Ottocento è stato e continua ad essere studiato per le sue caratteristiche di città cosmopolita e contenitore di minoranze religiose e etniche. In un panorama storiografico oramai vastissimo, nel quale predominano gli studi di carattere politico istituzionale ed economico, è stata invece quasi del tutto emarginata la prospettiva di tipo antropologico e sociale, fondamentale a mio avviso per capire le pratiche identitarie e la loro configurazione sociale. Esplorare la realtà cittadina sette e ottocentesca privilegiando lo studio di comunità compatte e unodimensionali significa rendere invisibili comunità che tali non sono. Lo studio della popolazione di Trieste da un punto di vista relazionale fa emergere invece una comunità come quella slovena (nel Settecento carniolina) presente nel tessuto urbano ben prima della sua politicizzazione avvenuta nella seconda metà dell’Ottocento. Nell’assenza di confini comunitari dovuti all’appartenenza religiosa o diasporica è stato il percorso biografico quello che mi ha permesso di indagare le forme e i tempi della contrattazione dell’identità.

  5. Tullia Catalan (Università di Trieste) – Comunità etnico-religiose nella Trieste ottocentesca: comportamenti economici e sociali a confronto. Convergenze e divergenze

    L’intervento intende mettere a confronto l’agire economico e sociale delle maggiori comunità etnico-religiose presenti a Trieste nel corso dell’Ottocento. Partendo da recenti contributi storiografici sulla presenza ebraica, protestante ed ortodossa e analizzando anche fonti documentarie fra le quali testamenti, patti dotali, ventilazioni ereditarie e carteggi privati riguardanti i gruppi in questione, si tenterà di tratteggiare un primo quadro d’insieme, che prenda in esame, attraverso la comparazione, soprattutto le strategie economiche, le reti di relazione ed i rapporti con i territori di origine.
    Più che concentrare la ricerca sul ruolo politico e culturale svolto in ambito cittadino da questi gruppi, in quanto già indagato a suo tempo da Anna Millo, intendo pormi una serie di interrogativi quali: la permanenza o meno di un’identità collettiva, la capacità di reciproca collaborazione sul piano economico, la struttura delle rispettive reti di relazione.

  6. Gloria Nemec (Istituto Regionale per la Storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia-Giulia, Trieste) – I Rimasti. Le comunità italiane dell’Istria dall’egemonia culturale alla condizione di minoranza,. 1945-1960

    Premessa:
    la guerra al confine orientale e il rovesciamento delle prospettive comunitarie. Verranno presi in esame alcuni tratti della secolare egemonia culturale ed economica italiana in Istria, in particolare riguardanti il rapporto tra civiltà urbana e contado, per chiarire come dal settembre 1943 l’Istria apparve ai connazionali residenti come appendice della guerra balcanica; la crisi delle identità cittadine iniziò con la prima e drammatica esperienza di esposizione a un processo rivoluzionario che aveva avuto nelle campagne il suo luogo d’incubazione. All’indomani del conflitto la disgregazione comunitaria procedette al ritmo delle partenze, sino all’esodo di massa dalla zona B con il memorandum di Londra.
    L’esperienza dello spaesamento nella Jugoslavia di Tito
    Gli italiani assistettero – e talvolta presero parte – alla gigantesca opera di state building che la Jugoslavia socialista aveva avviato e che prevedeva una radicale ristrutturazione dell’economia e l’insediamento, con i poteri popolari, di una nuova élite dirigente. Mentre la mortificazione dei diritti civili e delle libertà fu un fatto generalizzato, due livelli di progettualità colpirono in particolare le comunità italiane: uno in termini di snazionalizzazione, di un depauperamento economico, sociale e culturale, che portava all’inesorabile declino etnico e all’assimilazione; l’altro diretto a perseguire i potenziali sostenitori di un’opposizione politica, i meno disposti alla mobilitazione e alla propaganda, o aperti sostenitori del Cominform dopo il 1948. L’incertezza riguardò a lungo anche quelle minoranze di italiani che rimasero nei luoghi d’origine; spettatori dello svuotamento dei loro paesi, superarono i momenti di crisi acuta e finirono con l’avviare processi d’integrazione con altri gruppi etnici, protagonisti di un nuovo ripopolamento. La permanenza dipese da condizioni e motivazioni diverse, spesso presenti in uno stesso ambito familiare: l’identità etnicamente composita di molte famiglie istriane giocò un ruolo determinante; tante opzioni furono conseguenza di vincoli economici e consuetudinari; molti per responsabilità e limiti di vario genere si ritrovarono ad essere una sorta di retrovia del processo migratorio che coinvolgeva i congiunti più liberi. Per alcuni la fede nel progresso socialista e nella sua virtù unificatrice, trasformava la questione nazionale in mero residuo della cultura borghese. Ridotte al punto di rischiare l’estinzione, isolate e lontane dall’Italia, le comunità affrontarono una crisi di dimensioni senza precedenti, sino alla prima metà degli anni ’60: esemplare in tal senso la vicenda dell’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume.

  7. Fabio Levi (Università di Torino) – Discussant