SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

Nazione, religione, rivoluzione

 Intellettuali patrioti della Restaurazione e religioni politiche del Risorgimento italiano

Convegno Sissco: Cantieri di Storia II
Coordinatore: Simon Levis Sullam (Università di Venezia)
Giovedì 25 settembre
I Sessione: 16.00-20.00
Aula Sp3

L’incontro si propone di inserire l’analisi del primo Risorgimento italiano (anni Trenta e Quaranta) nel dibattito sulle religioni politiche rivoluzionarie e post-rivoluzionarie, attraverso l’analisi dei percorsi intellettuali e politici di quattro figure chiave del Risorgimento e della cultura italiana dell’Ottocento: Silvio Pellico, Giuseppe Mazzini, Niccolò Tommaseo e Vincenzo Gioberti. Data l’importanza e l’influenza avuta nei progetti politici e nelle ideologie del Risorgimento, sembra oggi necessaria una riconsiderazione del problema della religione e della religiosità nell’Ottocento e più specificamente della trasformazione e mobilitiazione politica delle categorie, del vocabolario, delle parole d’ordine religiose (di diversa origine, matrice e interpretazione) e del loro vario utilizzo politico nell’ambito del movimento per l’unificazione nazionale. Il tema è stato da tempo affrontato soprattutto dalla storiografia idealistica crociana e gentiliana: pensiamo alla “religione della libertà” di Croce, ma anche ad importanti lavori di Gentile e di Adolfo Omodeo. E più tardi agli studi dei Passerin d’Entreves o, su un piano diverso, di Giorgio Spini. E’ possibile però oggi una nuova riflessione su questi temi che sia legata al dibattitto storiografico recente sulle religioni politiche moderne, incentrato finora prevalentemente sul XX secolo.
Il problema della religione politica appare infatti centrale, anche se in modo diverso, sia nell’ideologia mazziniana che nel progetto politico giobertiano, ma anche nella riflessione e nelle pagine letterare e politiche di due intellettuali influenti come Tommaseo e Pellico. Queste figure, tra l’altro, si incontrano, direttamente o indirettamente, tra la Francia e la Svizzera degli anni Trenta e Quaranta, influenzandosi reciprocamente. Essi pongono al centro della loro opera il problema della religione: che esso sia soprattutto di origine sansimoniana come per Mazzini, o prevalentemente cattolica come per Pellico, Tommaseo e Gioberti. Il tema è, del resto, importante e per certi aspetti decisivo nella riflessione filosofica, storica e letteraria europea, soprattutto francese e tedesca, del periodo della Restaurazione, quando – per dirla in estrema sintesi – vengono ripensati e riformulati anche in chiave religiosa, per contrastarli o rilanciarli, ideali e principi della Rivoluzione francese. Religione e religiosità sono d’altra parte elementi fondamentali della sensibilità e dell’elaborazione filosofica, politica, letteraria ed artistica del Romanticismo europeo. Qui, comunque, interessa innanzitutto metterne a fuoco le specifiche versioni e interpretazioni propostane dai grandi patrioti risorgimentali e, indirettamente, gli effetti nella costruzione politica della moderna nazione italiana.

Programma
  1. Simon Levis Sullam (Università di Venezia) – Nazione, religione, rivoluzione. Introduzione

  2. Roberto Pertici (Università di Bergamo) - Nazione e religione in Silvio Pellico

    La figura e l’opera di Silvio Pellico presentano non pochi problemi da esaminare con una certa cura. La prima fase della sua biografia, quella milanese (1809-13 ottobre 1820): l’eredità alfieriana e foscoliana nella formazione della prima generazione di "patrioti" (quella – per intenderci – che fu dispersa dalle repressioni del 1820-1822), il rapporto (o meno) col mondo classico come fucina di miti e di atteggiamenti, la fine del Regno Italico e la situazione degli intellettuali ex-napoleonici nella Milano della Restaurazione, la sua concezione del teatro tragico anche in rapporto alla "nazione", la Francesca da Rimini e il suo successo, le tragedie successive, "Il Conciliatore" e la sua posizione rispetto alla precedente tradizione italiana, etc. Le lettere di Pellico (ripubblicate integralmente nel 1963) sono – con quelle di Ludovico de Breme – una delle testimonianze più importanti su questi anni cruciali, ma da leggere attentamente sono, ovviamente, i suoi articoli sul "foglio azzurro".
    L’arresto, il processo, la prigionia allo Spielberg: l’inizio del "mito" di Pellico. Egli diventa uno dei primi casi in Europa (ma la cosa è da verificare), in cui intorno a un intellettuale imprigionato si sviluppa un ampio movimento d’opinione trans-nazionale (Berchet, Bazzoni, Chateaubriand), Byron, Stendhal e "Le Globe"; Silvio Spaventa gli deve il suo nome, etc.). Il suo mito successivo: almeno in Mazzini e in Gioberti, che gli dedica il Primato nel 1842. Le mie prigioni, Torino, Bocca, 1832 e la loro fortuna (nella Francia orleanista, in particolare). Il problema della "nazione" e universalismo cristiano negli ultimi scritti: ci sarà da chiedersi se si tratti solo di "gesuitesimo" (l’idea di nazione pericolosa per il potere pontificio, spirituale e temporale) o, non si possa trattare anche di una percezione, ovviamente ancora a uno stadio iniziale, delle conseguenze che possono derivare dall’ipostatizzazione della patria a valore ultimo, in riferimento al quale ogni norma di condotta trovi il suo significato e la sua giustificazione (in tal senso anche Manzoni e la sua polemica contro gli odî nazionali teorizzati da Alfieri). O, se si vuole, del carattere potenzialmente esclusivo della "religione della patria" (almeno in certe accezioni) in quanto religione politica, rispetto a quella cristiana.

  3. Simon Levis Sullam (Università di Venezia) – Il nazionalismo mazziniano come religione politica

    Lo studio del progetto politico mazziniano come "sistema culturale", negli anni della sua genesi tra la nascita della Giovine Italia e quella della Giovine Europa (1830-1835), ci consente di indagare la nascita di una nuova ideologia politica che diede forma concettuale, discorsiva e simbolica alle aspirazioni unitarie e indipendentistiche italiane, già da tempo presistenti sul piano letterario e più recentemente anche politico. Le origini di questo progetto si collocano, com’è noto, negli anni dell’esilio francese e svizzero di Giuseppe Mazzini, ma risentono in generale sia della formazione del genovese nell’Italia della Restaurazione, che delle influenze culturali e politiche soprattutto francesi e tedesche precedenti all’esilio. Il periodo francese mette Mazzini a diretto contatto con il mondo politico e culturale in fermento dopo la Rivoluzione di Luglio: soprattutto, da un lato col movimento repubblicano francese e europeo (ad es. belga e polacco) dall’altro con esperienze come quella del movimento sansimoniano, che si afferma in Francia proprio nei primi anni Trenta. Una delle caratteristiche fondamentali del nazionalismo mazziniano, come si delinea in questo periodo negli scritti del genovese soprattutto nel periodico "La Giovine Italia" ma anche nelle lettere, è la dimensione religiosa di questo pensiero, sia sul piano linguistico e retorico, che su quello concettuale e simbolico. Non solo vi si affermano continuamente i caratteri religiosi dell’ideologia e della lotta politica risorgimentale italiana, ma si invoca, ad esempio, ripetutamente, la divinità, sia in celebri formule come: "Dio e l’umanità" o "Dio e il Popolo" che nella stessa definizione di "nazione" italiana, voluta e quasi creata da Dio.
    Le origini di questo pensiero e le diverse influenze che lo originano, benché in parte conosciute, non sono ancora state interamente rintracciate, né è stata approfonditamente studiata, nelle sue forme e nei suoi significati storici specifici, questa importante dimensione religiosa, che può stare oggi al centro di uno studio dell’ideologia nazionalista mazziniana come "religione politica" del Risorgimento italiano e dell’Ottocento europeo.

  4. Alessandro Volpi (Università di Pisa) – Morale, lingua e scrittura in Niccolò Tommaseo. La politica in cerca di aiuto

    Nella riflessione di Tommaseo, soprattutto negli anni della collaborazione all’"Antologia" di Giovan Pietro Vieusseux e nel successivo decennio, vissuto in gran parte in esilio, si profila uno strettissimo rapporto fra morale, letteratura e politica, nell’ambito di una prospettiva in cui il linguaggio politico si presentava del tutto privo di una propria autosufficienza e trovava nell’artificio letterario, nell’invenzione "verosimile", l’ausilio decisivo per costruirsi una propria riconoscibile tradizione identitaria. Questo processo di creazione quantomeno parziale della verità storica del passato, su cui avrebbe dovuto fondarsi la certezza di una comune esistenza italiana e della sua primogenitura europea, rinveniva la propria legittimazione nelle finalità etiche e pedagogiche nei confronti di una costituenda coscienza nazionale condivisa. Se l’Italia non disponeva, per Tommaseo, di una compiuta maturità istituzionale, occorreva comporla ricorrendo a piene mani al repertorio dei sentimenti, piuttosto che a quello della ragione; in tale prospettiva arte e morale si fondevano offrendo non solo mezzi e fini, ma anche contenuti per una politica della passione, del sacrificio e dell’istinto attraverso la quale scuotere l’animo collettivo. Il cattolicesimo, spontaneamente democratico e popolare, rappresentava nel caso italiano l’espressione migliore di simili esigenze avendo connotato una sterminata produzione letteraria, una miriade di esemplari storie biografiche e un modello di civiltà ben superiore a qualsiasi frattura di ordine temporale. Si trattava quindi di una formidabile sintesi che la lingua, la scrittura e il senso estetico avevano materializzato e reso immediatamente percepibile alla nazione italiana che di essa era parte integrante.

  5. Francesca Sofia (Università di Bologna) – Nazionalità e cattolicesimo in Vincenzo Gioberti

    Alla luce delle recenti focalizzazioni storiografiche sui temi della religioni politiche, sembra essere necessaria una rivisitazione dei testi di Vincenzo Gioberti. Prendendo come termine ad quem e come esito provvisorio del suo percorso intellettuale la sua opera più nota, Del primato morale e civile degli italiani del 1843, questo contributo si propone essenzialmente tre obiettivi. Il primo è quello di reinserire Gioberti all’interno dei dibattiti coevi. Tradizionalista in un primo tempo, poi razionalista, e insieme panteista, quindi integralmente saintsimonista e repubblicano, e solo nel 1834 (dopo la sfortunata spedizione mazziniana in Savoia e la non felice parentesi parigina del suo esilio) caposcuola di una cattolicesimo rinnovato, Gioberti segue per buona parte di quest’evoluzione le orme di moltissimi altri intellettuali europei. La domanda che ci si pone è quanto questo percorso abbia condizionato per sedimentazioni successive la scrittura stessa del Primato, quanto cioè la sua "restaurazione" cattolica sia stata condizionata da categorie interpretative attinte a ben diversi contesti epistemologici e antropologici. La rivendicazione di una presunta "eccellenza" della nazione italiana sulle altre europee non sarebbe allora per Gioberti nient’altro che la sua idoneità (etnico, culturale, ma soprattutto religiosa) a condensare alcuni requisiti ritenuti fondamentali in molti dei progetti politici circolanti ai suoi giorni (e per giunta come esito di un divenire oggettivo capace di contraddire le altre filosofie della storia).
    Secondo obiettivo è quello di analizzare i contenuti di quella religione che Gioberti continua a denominare cattolicesimo. Anche sotto questo aspetto il problema del confronto con le religioni laiche del suo tempo è fondamentale. Se per queste ultime, come mi sembra ormai acquisito, ciascuna tradizione risultava monca e incompleta, era pur sempre vero che ciascuna poi non rinunciava affatto a porre i propri garanti nelle pieghe del racconto scritturale. Si può dire lo stesso di Gioberti? E quali sono le contaminazioni più appariscenti del suo cattolicesimo costitutivo dell’italianità?
    Terzo ed ultimo obiettivo è quello di recuperare la statura di Gioberti tra i grandi veggenti del suo tempo, togliendolo dall’icona moderata e consolatoria in cui spesso è stata costretta e dal pensiero idealista e da quello cattolico.

  6. Anna Tylusinska (Università di Varsavia) – La religione della patria in Towianski e Mickiewicz: influenze polacche sul Risorgimento italiano

    I contatti politici italo-polacchi, affinità spirituali dei programmi nonché le interinfluenze sui rispettivi moti patriottico-rivoluzionari all’epoca del Risorgimento italiano rimangono un campo di ricerca storica finora poco studiato. Il presente approccio si pone l’obiettivo di metterne in luce una fetta di primaria importanza: l’influenza che il pensiero politico polacco che dal 1832 con Mickiewicz (data della pubblicazione parigina dei suoi Libri del Pellegrino Polacco) e dal 1834 con Towianski (l’inizio della consolidazione del suo credo religioso-messianico) esercita sui vari aspetti della religione della patria dell’ideologia di Mazzini, Tommaseo e Gioberti. Mazzini per primo, ai tempi del suo breve esilio francese entra in contatto con il pensiero di Mickiewicz, legge il Pellegrino Polacco, ne resta la prova lo scritto intitolato Alcune parole sulla questione polacca in cui si riferisce esplicitamente alle idee di Mickiewicz cogliendo il messaggio della missione religioso-storica affidata alla nazione polacca. Questa dimensione universale della missione nazionale, la convinzione che "la sorte degli Italiani equivale alla sorte del mondo" deriva direttamente dal concetto polacco che Mazzini sviluppa a modo proprio: quella nazione a cui è prescritto quel destino irreversibile si assume la responsabilità di porre la base al segno di uguaglianza tra la realtà e il dovere, nella certezza che il reale è costruibile secondo quel che dovrebbe divenire. Anche Niccolò Tommaseo legge con interesse il Pellegrino Polacco (ne lascia la testimonianza nei suoi scritti personali) durante i primi mesi del suo esilio volontario a Parigi, il momento delle correzioni dell’abbozzo di Dell’Italia e il messaggio patriottico-religioso di esso, le prime scintille del messianesimo risulteranno affini al pensiero sulle sorti e missione dell’Italia in Europa, Europa delle nazioni, dirà il dalmata. In Dell’Italia (Libro V) verrà menzionato il gen. Skrzynecki, valoroso soldato della resurrezione polacca del 1831, leggenda di patriottismo unito alla profonda fede che solleva il morale nei momenti più disperati della patria. In quel tempo, Skrzynecki aveva ormai aderito alla "religione della patria" di Towianski, dottrina religioso-messianica cristalizzatasi nei primi anni ’30, (anche, in parte dopo la lettura del Pelligrino di Mickiewicz e del dramma i Dziady in cui il poeta predice l’arrivo di un messia per salvezza spirituale-patriottica dei polacchi). La dottrina diventa profezia dopo il famoso sermone pronunciato in presenza di Mickiewicz, suo grande sostenitore fino al 1848, alla Notre Dame di Parigi nel 1841. Alcuni concetti mistico-religiosi di Tommaseo rimangono sorprendentemente affini all’insegnamento morale di Towianski. Il profeta che viene dalla Lituania non incita all’azione militare, anzi riposa sul concetto di un’Europa pacifica, le cui nazioni per Opera di Dio restano unite nello spirito religioso. È un grande elogio della collettività ("Dio e Popolo" poi in Mazzini). Esistono nazioni cui spetta un compito particolare: diffondere quell’amore insegnatoci da Cristo (che sarebbe un nuovo messia, incarnato nella nazione-martire, i polacchi). Agli italiani viene affidato un compito vicino essendo una nazione oppressa: accettare la dottrina nel nome di libertà della nazione che però avendo sul proprio territorio la Massima Autorità nella persona del Papa, dovrebbe conciliare il messaggio messianico con le istituizoni ecclesiastiche che vanno riformate e ravvicinate alle funzioni primitive che svolgevano un tempo. È risaputo che, espulso da Parigi, Towianski capitò nel 1842 a Bruxelles e la sua presenza non passò inosservata nella capitale belga. Vi soggiornava in quell’epoca Vincenzo Gioberti che si apprestava a dare alle stampo la sua opera Del primato degli italiani. Esistono le testimonianeze storiche che confermano che Gioberti entrò in contatto con i discepoli di Towianski e che era al corrente della dottrina. Gioberti non aderì mai alla religione della patria professata dal profeta polacco ma anche nella sua concezione per l’Italia risorta, il programma neoguelfo attinse alcune idee del suo pensiero. Per questo il nome di Mickiewicz e di Towianski vanno annoverati tra i pensatori-profeti che in parte direttamente in parte indirettamente influirono sul Risorgimento italiano.

  7. Gilles Pécout (Ecole normale superieure, Parigi) – Discussants
    Convegno Sissco: Cantieri di Storia II

    Nazione, religione, rivoluzione. Intellettuali patrioti della Restaurazione e religioni politiche del Risorgimento italiano

    Coordinatore: Simon Levis Sullam (Università di Venezia)
    Giovedì 25 settembre
    I Sessione: 16.00-20.00
    Aula Sp3

    L’incontro si propone di inserire l’analisi del primo Risorgimento italiano (anni Trenta e Quaranta) nel dibattito sulle religioni politiche rivoluzionarie e post-rivoluzionarie, attraverso l’analisi dei percorsi intellettuali e politici di quattro figure chiave del Risorgimento e della cultura italiana dell’Ottocento: Silvio Pellico, Giuseppe Mazzini, Niccolò Tommaseo e Vincenzo Gioberti. Data l’importanza e l’influenza avuta nei progetti politici e nelle ideologie del Risorgimento, sembra oggi necessaria una riconsiderazione del problema della religione e della religiosità nell’Ottocento e più specificamente della trasformazione e mobilitiazione politica delle categorie, del vocabolario, delle parole d’ordine religiose (di diversa origine, matrice e interpretazione) e del loro vario utilizzo politico nell’ambito del movimento per l’unificazione nazionale. Il tema è stato da tempo affrontato soprattutto dalla storiografia idealistica crociana e gentiliana: pensiamo alla "religione della libertà" di Croce, ma anche ad importanti lavori di Gentile e di Adolfo Omodeo. E più tardi agli studi dei Passerin d’Entreves o, su un piano diverso, di Giorgio Spini. E’ possibile però oggi una nuova riflessione su questi temi che sia legata al dibattitto storiografico recente sulle religioni politiche moderne, incentrato finora prevalentemente sul XX secolo.
    Il problema della religione politica appare infatti centrale, anche se in modo diverso, sia nell’ideologia mazziniana che nel progetto politico giobertiano, ma anche nella riflessione e nelle pagine letterare e politiche di due intellettuali influenti come Tommaseo e Pellico. Queste figure, tra l’altro, si incontrano, direttamente o indirettamente, tra la Francia e la Svizzera degli anni Trenta e Quaranta, influenzandosi reciprocamente. Essi pongono al centro della loro opera il problema della religione: che esso sia soprattutto di origine sansimoniana come per Mazzini, o prevalentemente cattolica come per Pellico, Tommaseo e Gioberti. Il tema è, del resto, importante e per certi aspetti decisivo nella riflessione filosofica, storica e letteraria europea, soprattutto francese e tedesca, del periodo della Restaurazione, quando – per dirla in estrema sintesi – vengono ripensati e riformulati anche in chiave religiosa, per contrastarli o rilanciarli, ideali e principi della Rivoluzione francese. Religione e religiosità sono d’altra parte elementi fondamentali della sensibilità e dell’elaborazione filosofica, politica, letteraria ed artistica del Romanticismo europeo. Qui, comunque, interessa innanzitutto metterne a fuoco le specifiche versioni e interpretazioni propostane dai grandi patrioti risorgimentali e, indirettamente, gli effetti nella costruzione politica della moderna nazione italiana.

    Programma

  8. Simon Levis Sullam (Università di Venezia) – Nazione, religione, rivoluzione. Introduzione
  9. Roberto Pertici (Università di Bergamo) - Nazione e religione in Silvio Pellico

    La figura e l’opera di Silvio Pellico presentano non pochi problemi da esaminare con una certa cura. La prima fase della sua biografia, quella milanese (1809-13 ottobre 1820): l’eredità alfieriana e foscoliana nella formazione della prima generazione di "patrioti" (quella – per intenderci – che fu dispersa dalle repressioni del 1820-1822), il rapporto (o meno) col mondo classico come fucina di miti e di atteggiamenti, la fine del Regno Italico e la situazione degli intellettuali ex-napoleonici nella Milano della Restaurazione, la sua concezione del teatro tragico anche in rapporto alla "nazione", la Francesca da Rimini e il suo successo, le tragedie successive, "Il Conciliatore" e la sua posizione rispetto alla precedente tradizione italiana, etc. Le lettere di Pellico (ripubblicate integralmente nel 1963) sono – con quelle di Ludovico de Breme – una delle testimonianze più importanti su questi anni cruciali, ma da leggere attentamente sono, ovviamente, i suoi articoli sul "foglio azzurro".
    L’arresto, il processo, la prigionia allo Spielberg: l’inizio del "mito" di Pellico. Egli diventa uno dei primi casi in Europa (ma la cosa è da verificare), in cui intorno a un intellettuale imprigionato si sviluppa un ampio movimento d’opinione trans-nazionale (Berchet, Bazzoni, Chateaubriand), Byron, Stendhal e "Le Globe"; Silvio Spaventa gli deve il suo nome, etc.). Il suo mito successivo: almeno in Mazzini e in Gioberti, che gli dedica il Primato nel 1842. Le mie prigioni, Torino, Bocca, 1832 e la loro fortuna (nella Francia orleanista, in particolare). Il problema della "nazione" e universalismo cristiano negli ultimi scritti: ci sarà da chiedersi se si tratti solo di "gesuitesimo" (l’idea di nazione pericolosa per il potere pontificio, spirituale e temporale) o, non si possa trattare anche di una percezione, ovviamente ancora a uno stadio iniziale, delle conseguenze che possono derivare dall’ipostatizzazione della patria a valore ultimo, in riferimento al quale ogni norma di condotta trovi il suo significato e la sua giustificazione (in tal senso anche Manzoni e la sua polemica contro gli odî nazionali teorizzati da Alfieri). O, se si vuole, del carattere potenzialmente esclusivo della "religione della patria" (almeno in certe accezioni) in quanto religione politica, rispetto a quella cristiana.

  10. Simon Levis Sullam (Università di Venezia) – Il nazionalismo mazziniano come religione politica

    Lo studio del progetto politico mazziniano come "sistema culturale", negli anni della sua genesi tra la nascita della Giovine Italia e quella della Giovine Europa (1830-1835), ci consente di indagare la nascita di una nuova ideologia politica che diede forma concettuale, discorsiva e simbolica alle aspirazioni unitarie e indipendentistiche italiane, già da tempo presistenti sul piano letterario e più recentemente anche politico. Le origini di questo progetto si collocano, com’è noto, negli anni dell’esilio francese e svizzero di Giuseppe Mazzini, ma risentono in generale sia della formazione del genovese nell’Italia della Restaurazione, che delle influenze culturali e politiche soprattutto francesi e tedesche precedenti all’esilio. Il periodo francese mette Mazzini a diretto contatto con il mondo politico e culturale in fermento dopo la Rivoluzione di Luglio: soprattutto, da un lato col movimento repubblicano francese e europeo (ad es. belga e polacco) dall’altro con esperienze come quella del movimento sansimoniano, che si afferma in Francia proprio nei primi anni Trenta. Una delle caratteristiche fondamentali del nazionalismo mazziniano, come si delinea in questo periodo negli scritti del genovese soprattutto nel periodico "La Giovine Italia" ma anche nelle lettere, è la dimensione religiosa di questo pensiero, sia sul piano linguistico e retorico, che su quello concettuale e simbolico. Non solo vi si affermano continuamente i caratteri religiosi dell’ideologia e della lotta politica risorgimentale italiana, ma si invoca, ad esempio, ripetutamente, la divinità, sia in celebri formule come: "Dio e l’umanità" o "Dio e il Popolo" che nella stessa definizione di "nazione" italiana, voluta e quasi creata da Dio.
    Le origini di questo pensiero e le diverse influenze che lo originano, benché in parte conosciute, non sono ancora state interamente rintracciate, né è stata approfonditamente studiata, nelle sue forme e nei suoi significati storici specifici, questa importante dimensione religiosa, che può stare oggi al centro di uno studio dell’ideologia nazionalista mazziniana come "religione politica" del Risorgimento italiano e dell’Ottocento europeo.

  11. Alessandro Volpi (Università di Pisa) – Morale, lingua e scrittura in Niccolò Tommaseo. La politica in cerca di aiuto

    Nella riflessione di Tommaseo, soprattutto negli anni della collaborazione all’"Antologia" di Giovan Pietro Vieusseux e nel successivo decennio, vissuto in gran parte in esilio, si profila uno strettissimo rapporto fra morale, letteratura e politica, nell’ambito di una prospettiva in cui il linguaggio politico si presentava del tutto privo di una propria autosufficienza e trovava nell’artificio letterario, nell’invenzione "verosimile", l’ausilio decisivo per costruirsi una propria riconoscibile tradizione identitaria. Questo processo di creazione quantomeno parziale della verità storica del passato, su cui avrebbe dovuto fondarsi la certezza di una comune esistenza italiana e della sua primogenitura europea, rinveniva la propria legittimazione nelle finalità etiche e pedagogiche nei confronti di una costituenda coscienza nazionale condivisa. Se l’Italia non disponeva, per Tommaseo, di una compiuta maturità istituzionale, occorreva comporla ricorrendo a piene mani al repertorio dei sentimenti, piuttosto che a quello della ragione; in tale prospettiva arte e morale si fondevano offrendo non solo mezzi e fini, ma anche contenuti per una politica della passione, del sacrificio e dell’istinto attraverso la quale scuotere l’animo collettivo. Il cattolicesimo, spontaneamente democratico e popolare, rappresentava nel caso italiano l’espressione migliore di simili esigenze avendo connotato una sterminata produzione letteraria, una miriade di esemplari storie biografiche e un modello di civiltà ben superiore a qualsiasi frattura di ordine temporale. Si trattava quindi di una formidabile sintesi che la lingua, la scrittura e il senso estetico avevano materializzato e reso immediatamente percepibile alla nazione italiana che di essa era parte integrante.

  12. Francesca Sofia (Università di Bologna) – Nazionalità e cattolicesimo in Vincenzo Gioberti

    Alla luce delle recenti focalizzazioni storiografiche sui temi della religioni politiche, sembra essere necessaria una rivisitazione dei testi di Vincenzo Gioberti. Prendendo come termine ad quem e come esito provvisorio del suo percorso intellettuale la sua opera più nota, Del primato morale e civile degli italiani del 1843, questo contributo si propone essenzialmente tre obiettivi. Il primo è quello di reinserire Gioberti all’interno dei dibattiti coevi. Tradizionalista in un primo tempo, poi razionalista, e insieme panteista, quindi integralmente saintsimonista e repubblicano, e solo nel 1834 (dopo la sfortunata spedizione mazziniana in Savoia e la non felice parentesi parigina del suo esilio) caposcuola di una cattolicesimo rinnovato, Gioberti segue per buona parte di quest’evoluzione le orme di moltissimi altri intellettuali europei. La domanda che ci si pone è quanto questo percorso abbia condizionato per sedimentazioni successive la scrittura stessa del Primato, quanto cioè la sua "restaurazione" cattolica sia stata condizionata da categorie interpretative attinte a ben diversi contesti epistemologici e antropologici. La rivendicazione di una presunta "eccellenza" della nazione italiana sulle altre europee non sarebbe allora per Gioberti nient’altro che la sua idoneità (etnico, culturale, ma soprattutto religiosa) a condensare alcuni requisiti ritenuti fondamentali in molti dei progetti politici circolanti ai suoi giorni (e per giunta come esito di un divenire oggettivo capace di contraddire le altre filosofie della storia).
    Secondo obiettivo è quello di analizzare i contenuti di quella religione che Gioberti continua a denominare cattolicesimo. Anche sotto questo aspetto il problema del confronto con le religioni laiche del suo tempo è fondamentale. Se per queste ultime, come mi sembra ormai acquisito, ciascuna tradizione risultava monca e incompleta, era pur sempre vero che ciascuna poi non rinunciava affatto a porre i propri garanti nelle pieghe del racconto scritturale. Si può dire lo stesso di Gioberti? E quali sono le contaminazioni più appariscenti del suo cattolicesimo costitutivo dell’italianità?
    Terzo ed ultimo obiettivo è quello di recuperare la statura di Gioberti tra i grandi veggenti del suo tempo, togliendolo dall’icona moderata e consolatoria in cui spesso è stata costretta e dal pensiero idealista e da quello cattolico.

  13. Anna Tylusinska (Università di Varsavia) – La religione della patria in Towianski e Mickiewicz: influenze polacche sul Risorgimento italiano

    I contatti politici italo-polacchi, affinità spirituali dei programmi nonché le interinfluenze sui rispettivi moti patriottico-rivoluzionari all’epoca del Risorgimento italiano rimangono un campo di ricerca storica finora poco studiato. Il presente approccio si pone l’obiettivo di metterne in luce una fetta di primaria importanza: l’influenza che il pensiero politico polacco che dal 1832 con Mickiewicz (data della pubblicazione parigina dei suoi Libri del Pellegrino Polacco) e dal 1834 con Towianski (l’inizio della consolidazione del suo credo religioso-messianico) esercita sui vari aspetti della religione della patria dell’ideologia di Mazzini, Tommaseo e Gioberti. Mazzini per primo, ai tempi del suo breve esilio francese entra in contatto con il pensiero di Mickiewicz, legge il Pellegrino Polacco, ne resta la prova lo scritto intitolato Alcune parole sulla questione polacca in cui si riferisce esplicitamente alle idee di Mickiewicz cogliendo il messaggio della missione religioso-storica affidata alla nazione polacca. Questa dimensione universale della missione nazionale, la convinzione che "la sorte degli Italiani equivale alla sorte del mondo" deriva direttamente dal concetto polacco che Mazzini sviluppa a modo proprio: quella nazione a cui è prescritto quel destino irreversibile si assume la responsabilità di porre la base al segno di uguaglianza tra la realtà e il dovere, nella certezza che il reale è costruibile secondo quel che dovrebbe divenire. Anche Niccolò Tommaseo legge con interesse il Pellegrino Polacco (ne lascia la testimonianza nei suoi scritti personali) durante i primi mesi del suo esilio volontario a Parigi, il momento delle correzioni dell’abbozzo di Dell’Italia e il messaggio patriottico-religioso di esso, le prime scintille del messianesimo risulteranno affini al pensiero sulle sorti e missione dell’Italia in Europa, Europa delle nazioni, dirà il dalmata. In Dell’Italia (Libro V) verrà menzionato il gen. Skrzynecki, valoroso soldato della resurrezione polacca del 1831, leggenda di patriottismo unito alla profonda fede che solleva il morale nei momenti più disperati della patria. In quel tempo, Skrzynecki aveva ormai aderito alla "religione della patria" di Towianski, dottrina religioso-messianica cristalizzatasi nei primi anni ’30, (anche, in parte dopo la lettura del Pelligrino di Mickiewicz e del dramma i Dziady in cui il poeta predice l’arrivo di un messia per salvezza spirituale-patriottica dei polacchi). La dottrina diventa profezia dopo il famoso sermone pronunciato in presenza di Mickiewicz, suo grande sostenitore fino al 1848, alla Notre Dame di Parigi nel 1841. Alcuni concetti mistico-religiosi di Tommaseo rimangono sorprendentemente affini all’insegnamento morale di Towianski. Il profeta che viene dalla Lituania non incita all’azione militare, anzi riposa sul concetto di un’Europa pacifica, le cui nazioni per Opera di Dio restano unite nello spirito religioso. È un grande elogio della collettività ("Dio e Popolo" poi in Mazzini). Esistono nazioni cui spetta un compito particolare: diffondere quell’amore insegnatoci da Cristo (che sarebbe un nuovo messia, incarnato nella nazione-martire, i polacchi). Agli italiani viene affidato un compito vicino essendo una nazione oppressa: accettare la dottrina nel nome di libertà della nazione che però avendo sul proprio territorio la Massima Autorità nella persona del Papa, dovrebbe conciliare il messaggio messianico con le istituizoni ecclesiastiche che vanno riformate e ravvicinate alle funzioni primitive che svolgevano un tempo. È risaputo che, espulso da Parigi, Towianski capitò nel 1842 a Bruxelles e la sua presenza non passò inosservata nella capitale belga. Vi soggiornava in quell’epoca Vincenzo Gioberti che si apprestava a dare alle stampo la sua opera Del primato degli italiani. Esistono le testimonianeze storiche che confermano che Gioberti entrò in contatto con i discepoli di Towianski e che era al corrente della dottrina. Gioberti non aderì mai alla religione della patria professata dal profeta polacco ma anche nella sua concezione per l’Italia risorta, il programma neoguelfo attinse alcune idee del suo pensiero. Per questo il nome di Mickiewicz e di Towianski vanno annoverati tra i pensatori-profeti che in parte direttamente in parte indirettamente influirono sul Risorgimento italiano.

  14. Gilles Pécout (Ecole normale superieure, Parigi) – Discussants