SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

Percorsi di vita e modelli disciplinari nei pubblici apparati

Coordinatrice: Carolina Castellano (Università di Napoli “Federico II”)
Convegno Sissco: Cantieri di Storia II
Sabato 27 settembre
III Sessione: 9.00-13.00
Aula Sp1

Negli ultimi anni la storia delle istituzioni ha dedicato particolare attenzione allo studio prosopografico dei corpi pubblici, privilegiando l’analisi degli apparati funzionali e degli individui che li compongono, e superando così i confini di un’analisi tutta rivolta alle vicende delle dottrine giuridiche. Il panel si propone di seguire questa traccia, aprendo la discussione su alcuni aspetti particolari della funzione pubblica in epoca contemporanea.
Le istituzioni esaminate dai relatori – la scuola e l’esercito, la magistratura ordinaria e quella amministrativa, il corpo prefettizio – costituiscono altrettanti casi attraverso i quali seguire l’intreccio delle lealtà multiple che legano i funzionari al pubblico potere, o la tensione tra le richieste che lo stato da una parte, i gruppi sociali dall’altro, pongono agli apparati. Si tratta quindi di risalire il crinale che separa le molteplici identità (da quella politica, a quella religiosa, familiare, professionale), di militari, burocrati e magistrati.
Due le prospettive prescelte. La prima si concentra sui momenti di crisi politica e di transizione da un regime all’altro. La transizione viene considerata qui come occasione in cui gli individui vengono chiamati a dichiarare le proprie appartenenze, mettendo così in gioco il proprio patrimonio di valori e la propria ideologia funzionariale. Il secondo percorso segue invece la costruzione della normativa disciplinare. L’idealtipo funzionariale disegnato dalla regolamentazione dei comportamenti professionali riflette le scelte ideologiche dello stato che lo produce; allo stesso tempo, la fitta rete di informazioni e note personali prodotte dagli apparati di controllo burocratico diventa il luogo privilegiato del dialogo tra il potere ed i suoi rappresentanti.
Gli interventi coprono un ampio spettro cronologico – dal regno delle Due Sicilie all’Italia liberale, fino alla lunga transizione del 1943-’48 -, che possa offrire spunti ad una discussione su categorie e problemi di lungo periodo della storia istituzionale.

Programma

  1. Carolina Castellano (Università di Napoli “Federico II”)- Introduzione

  2. Teresa Bertilotti (Istituto universitario europeo, Fiesole) – “Là dove solo penetra lo sguardo confidente della donna”: le ispettrici scolastiche (1875-1905)

    Nel 1875 i ranghi del ministero della pubblica istruzione si accrescevano di una nuova figura: l’ispettrice scolastica. Le motivazioni che avevano spinto a declinare al femminile quella funzione erano chiare: consolidatasi ormai l’opera degli ispettori scolastici e riconosciuta la sua utilità, questa, però, risultava arrestarsi “là dove solo penetra lo sguardo confidente della donna” (RD 21 marzo 1875, n. 2434), cioè le istituzioni preposte all’istruzione femminile.
    L’intervento prenderà in esame, anche attraverso la ricostruzione dei percorsi personali e di carriera delle ispettrici, i meccanismi attraverso i quali veniva definendosi l’ideologia di questi funzionari. Parallelamente, si cercherà di delineare la loro azione, che si sviluppava all’interno di quella “dialettica” tra volontà di riforma e resistenze poste in sede locale all’attuazione della politica liberale nel campo dell’istruzione femminile. Sarà così possibile cogliere la discrasia fra lo Stato e la società: la distanza tra le politiche dello Stato – e quindi l’azione dei suoi funzionari – e la società, infatti, è evidenziato in tutto il suo spessore dall’operato delle ispettrici, il quale ci consente di analizzare alcuni dei motivi del fallimento di una politica che, al contrario, avrebbe dovuto favorire la condivisione di valori ed il senso di una comune appartenenza.

  3. Agostino Bistarelli (Universitat Autonoma de Barcelona) – Fedeli a chi, fedeli a cosa? I militari italiani durante i periodi di crisi

    Come è stato osservato per la storia europea fino alla metà del XX secolo, nei periodi di guerra si pone con tutta evidenza la centralità del sovrano nella riformulazione “della concatenazione semantica Stato/nazione/patria” (Meriggi 1993). Questa centralità assume il carattere di polo separato, giocato sull’etica, da quello rappresentato dallo Stato come apparato nella definizione delle pratiche di fedeltà e di appartenenza. Nel momento della sconfitta il problema di una verifica della legittimità si pone in maniera radicale e allora l’insieme delle “crisi” personali dei militari può separarsi dalla crisi istituzionale e anzi assumere un carattere di palingenesi una volta che venga meno il ruolo di garanzia per la sopravvivenza della comunità nazionale da parte della classe dirigente. Da questo punto di vista il comportamento del re e dell’apparato di comando dopo l’annuncio dell’armistizio possono essere visti non tanto come la dimostrazione della catastrofe nazionale quanto del fallimento della loro idea di nazione: fallimento questo sì etico che costringe i militari a fare i conti con una propria lettura del senso del giuramento, della fedeltà, dell’onore: a verificare nella propria coscienza il significato dell’appartenenza, prima che al “corpo” alla comunità nazionale.
    Questa relazione cercherà di approfondire come incide la qualità delle vicende belliche in queste pratiche e in particolare come nel caso italiano forse si possa parlare di un rovesciamento del significato di fedeltà di fronte alle crisi: quando dinastia e Stato si separano nella definizione del senso della patria e della nazione è il ricorso alla personale idea di fedeltà che funziona da collante e da guida nei comportamenti dei militari. E’ lì che si misura la tenuta dell’idea di nazione proposta, il suo valore culturale nel tenere unito il tessuto sociale.

  4. Carolina Castellano (Università di Napoli) – Statistiche e disciplina: la magistratura delle Due Sicilie, 1821 – 1831

    Strumento di quel costante “sforzo di razionalizzazione” (Sofia 1988) che lo stato opera sui rapporti sociali, la statistica appare, nella prima metà del XIX secolo, come luogo privilegiato del dialogo tra i governi e le élites locali, consapevoli del valore che la rilevazione dei dati economici e demografici svolge nella formazione della coscienza nazionale (Patriarca 1996; Favero 2002). Quale posto occupano le statistiche giudiziarie in questo processo? E quale funzione esplicano nel delicato equilibrio tra il corpo professionale e l’amministrazione centrale?
    L’intervento affronta questi interrogativi a partire da un caso particolare, quello del regno delle Due Sicilie. Qui il maggiore momento di riflessione sull’attività statistica, ed in particolare su quella giudiziaria, si colloca nel decennio 1821 – ’31, in seguito alla rivoluzione costituzionale, alla quale avevano partecipato massicciamente corpi istituzionali rilevanti come la magistratura e l’esercito. Nel riflettere sulle strategie preventive in grado di evitare che si ripetesse una tale frattura tra il potere pubblico ed i suoi rappresentanti, la classe dirigente borbonica elaborò il sistema delle “statistiche morali e materiali”, nelle quali i singoli funzionari registravano, all’atto del giuramento, i propri dati anagrafici e professionali. Le statistiche burocratiche – che ritroviamo in forma simile in molti altri paesi europei – inauguravano così un nuovo codice di comunicazione tra l’apparato e gli individui che vi venivano ammessi. Nel caso della magistratura, alla valutazione “materiale e morale” si aggiungeva il controllo esercitato attraverso le statistiche giudiziarie, che offrivano alle autorità centrali un quadro complessivo dell’attività collegiale, nel quale si dava particolare risalto a quelle scelte individuali che si discostassero dalle politiche repressive dettate dal codice.
    Le attività di rilevazione dei dati criminali e di quelli personali rivelano così molteplici implicazioni nel processo di “privilegiamento e disciplinamento” del corpo giudiziario.

  5. Giovanni Focardi (Società per la storia delle istituzioni, Firenze) – Consiglieri di Stato, magistrati, prefetti, nella transizione istituzionale del 1943-‘48

    Il periodo 1943-48 è forse quello in cui si è verificato il maggior numero di cambiamenti a livello istituzionale nella società italiana: la lunga transizione dalla monarchia alla repubblica ha visto il repentino avvicendamento, innescato dalle sorti della guerra mondiale, di varie forme di governo ‘nazionali’, tutte a sovranità limitata e costrette a fare i conti con altri poteri ‘esterni’.
    L’obiettivo è di mettere a fuoco percorsi professionali di alcuni gros bonnets che furono coinvolti, a vario titolo, nelle vicende storico-politiche di quegli anni.
    Come vissero in concreto questi passaggi coloro che furono i reggenti di apparati fra i più delicati dell’amministrazione pubblica? Cosa percepirono i grands commis nei confronti delle nuove autorità alle quali dovevano ri-confermare il loro attaccamento, la loro fedeltà? E come si comportarono verso le formule di giuramento che gli furono continuamente riproposte? Vi fu un ripensamento sui precedenti valori, insiti nelle cariche ricoperte, che all’improvviso divennero ‘proibiti’ determinando rovesciamenti nei comportamenti, nelle prassi, nella mentalità? Quali leggi ‘morali’ e quali diritti ‘positivi’ ritennero leciti o legittimi in situazioni quotidiane che si opponevano di continuo? A chi si rivolsero le élites della ‘cittadella’ dell’amministrazione pubblica per farsi appoggiare e per farsi proteggere dalle epurazioni? Chi legittimò la loro presenza?
    In un periodo assai setacciato dalla ricerca storiografica, si propone un’analisi che metta in correlazione questi temi sulla scorta di un’ampia, e talora inedita, documentazione archivistica (per esempio: i fascicoli personali, i carteggi privati con alcune personalità politiche dell’epoca) e dunque foriera di ulteriori riflessioni.

  6. Guido Melis (Università di Sassari) – Discussant