SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

Scienze sociali e costruzione dello spazio pubblico italiano tra le due guerre mondiali

Coordinatore: Francesco Cassata (Università di Torino)
Convegno Sissco: Cantieri di Storia II
Sabato 27 settembre
III Sessione: 9.00-13.00
Aula Sp6

Il panel si propone di analizzare il ruolo delle scienze sociali come “saperi strategici”, fautori di nuove tecniche biopolitiche di controllo sociale. L’arco temporale riguarda il periodo fra le due guerre mondiali, e quindi coinvolge essenzialmente, in un’ottica comparativa, le dinamiche di potere attuate dai fascismi. L’eterogeneità dei contributi, legata alla differente formazione degli studiosi chiamati a intervenire, rispecchia l’ampio ventaglio di discipline coinvolte nella ridefinizione dello spazio pubblico italiano negli anni considerati: sociologia, antropologia, medicina, psicologia, demografia, statistica, ecc.
Un particolare rilievo è stato riservato, per la sua importanza storiografica, al tema del razzismo fascista e alla discussione sul controverso concetto di biopolitica.

Programma

  1. Dario Padovan (Università di Padova)- Saperi di pianificazione, bio-politica e scienze sociali tra le due guerre mondiali (relazione)

    Questo paper analizza la diffusione dei “saperi strategici” tra le due guerre mondiali in Italia. I bisogni di pianificazione e di ingegneria sociale furono una conseguenza della diffusione di radicali conflitti sociali e politici, contestuali alle crisi economiche degli anni venti e trenta. Le scienze sociali del fascismo furono agitate da una tensione ordinatrice e pianificatrice, dove prevalsero elementi di analisi macro-sociologici, funzionali e sistemici. Il paper analizza la bio-politica varata dal fascismo in quegli anni, uno dei principali aspetti dell’ingegneria sociale messa a punto da varie discipline scientifiche. Le categorie di bio-politica e di bio-potere fanno riferimento a quel fenomeno, in virtù del quale il potere politico si prende cura della vita biologica dell’intero corpo sociale. Le trasformazioni del potere nel segno della bio-politica permisero anche il cambiamento delle tecniche disciplinari. Le tecniche di controllo del corpo individuale furono integrate da tecniche bio-politiche per il controllo della moltitudine standardizzata dei corpi. La coestensione dei due differenti meccanismi di potere, il primo di discplinamento, il secondo di regolazione, fu possibile grazie all’idea, presente nelle scienze sociali, mediche e biologiche, di un continuum evolutivo fra corpo individuale e corpo sociale. Il paper analizza perciò le argomentazioni scientifiche di discipline quali l’eugenetica, l’igiene, la medicina, la sociologia, l’antropologia, la psicologia, che servirono alla formulazione della bio-politica fascista.

  2. Massimo Moraglio (Università di Torino) – L’internamento di massa: la psichiatria manicomiale fra le due guerre (relazione)

    La relazione qui proposta intende centrare l’attenzione sugli elementi di forza e di debolezza dell’internamento asilare così come compiuto tra le due guerre. Da un lato infatti, i ricoveri in manicomio ebbero una notevole crescita statuendo la forza e la centralità dell’ospedale psichiatrico quale elemento dominante nella cura e nell’esclusione sociale della devianza psichiatrica. Il manicomio trovava continue conferme al proprio statuto, di cui la vicenda dello “smemorato di Collegno” ne rappresentò la migliore formula divulgativa e popolare.
    Gli anni venti e trenta del Novecento furono anche gli anni in cui entrarono profondamente in crisi i valori utopici e medici dell’ospedale psichiatrico il quale assumeva sempre di più il carattere di reclusorio e sempre meno quello di ricovero. I saperi manicomiali via via persero di rilevanza e smalto, ormai incalzati da altri saperi e da altri luoghi di azione (la clinica, le facoltà di medicina, la neurologia, la psicanalisi) che tendevano a essere sempre più distanti e indipendenti dall’internamento asilare.

  3. Mauro Raspanti (Centro Studi F. Jesi, Bologna) – Il mito della razza fra italianità e arianità

    Al fine di chiarificare, per quanto è possibile, la costruzione dell’ideologia razzista prodotta dal fascismo, la si dovrà rintracciare dove si annida, incorporata nelle pratiche discorsive e nei comportamenti discriminatori, nei testi teorici e nelle realizzazioni politico-legislative.
    La produzione e la diffusione della dottrina razzista verrà analizzata attraverso l’evidenziazione dei processi di razzizzazione, utilizzanti dispositivi biologizzanti e culturalisti, colti nel loro sviluppo all’interno della società italiana e attivi già nell’Italia liberale.
    I protagonisti, le pubblicazioni, le teorie, le istituzioni saranno analizzate nella loro dinamica, conflittuale, ma concorde nel riconoscere i principi razzisti come cardini dell’assetto futuro del nuovo ordine internazionale.
    Le diverse formulazioni del concetto di razza: razza italica, razza bianca, razza ariana confluirono infatti in un progetto di bonifica totale della società che andrà colto nel suo farsi, nelle sue accelerazioni e nei suoi momenti di stasi, avendo presente che l’obiettivo era l’attivazione di un laboratorio per la creazione di una nuova civiltà, una via alla modernità depurata di tutti gli elementi ritenuti incompatibili con il nuovo ordine razziale.

  4. Sandro Rinauro (Università di Milano) – Il sondaggio d’opinione in Italia dagli anni Trenta ad oggi: dal lungo rifiuto alla repubblica dei sondaggi (relazione)

    Nato negli Stati Uniti durante il New Deal dalle esigenze politiche e di indagine sociale della società di massa, il sondaggio recava con séuna concezione democratica del ruolo dell’opinione pubblica. Tali esigenze e valenze politiche si affermarono lentamente in Europa e l’Italia fu la nazione che più a lungo ignorò il sondaggio, sino alla “sondomania” degli anni Novanta.
    L’ostilità idealista e socialcomunista verso la sociologia e la psicologia sociale, l’antiamericanismo e soprattutto la scarsa competitività sociale ed economica e la scarsa fluidità elettorale furono i fattori che resero tanto a lungo osteggiata e superflua in Italia l’indagine dell’opinione pubblica.
    La nuova fluidità elettorale all’indomani della caduta del “muro” e il rapporto sempre più impersonale tra rappresentanti e rappresentati ne ha decretato l’attuale trionfo. L’utilizzo del sondaggio a scopo di propaganda politica ha però prevalso sulle sue originarie valenze democratiche.

  5. Pierangelo Di Vittorio (Università di Bari) – Il concetto di biopolitica (relazione)

    La nozione di biopolitica della specie umana, elaborata da Michel Foucault verso la fine degli anni settanta, designa una tecnologia di potere che si è affermata intorno alla metà del XVIII secolo, sovrapponendosi alla tecnologia disciplinare del corpo umano, sviluppatasi invece a partire dal XVII secolo in istituzioni come l’ospedale psichiatrico, il carcere, la caserma, la fabbrica. Rispetto al potere del sovrano, che era essenzialmente un diritto di far morire o di lasciar vivere, il biopotere moderno è un potere di far vivere e di lasciar morire. Le conseguenze di questa nuova tecnologia di potere sono, da un lato una presa in carico totale della vita da parte del potere (al fine di potenziarla, migliorarla, prolungarne la durata, renderla più sicura ecc.), dall’altro, effetto paradossale di questa statalizzazione del biologico, un’inscrizione del razzismo nei meccanismi dello Stato.
    Il biopotere è una nozione complessa, che si presta a diversi usi e abusi. A causa della sua capacità di abbracciare sinteticamente gli aspetti individualizzanti e quelli totalizzanti del potere moderno, essa ha per esempio consentito una ricezione filosofica che, attribuendo a Foucault una “teoria” del potere da lui esplicitamente rifiutata, ha teso a ricondurre il “disparato” del potere, ossia la sua complessa e persino contraddittoria stratificazione storica, a un unico principio d’intelligibilità di ordine speculativo. Più opportunamente, invece, la nozione di biopotere può funzionare come un valido strumento critico e analitico in ambiti di ricerca di tipo storico, politico e sociale, e come bussola per esplorare la problematica zona di confine tra il liberalismo e i totalitarismi del XX secolo.

  6. Francesco Cassata (Università di Torino) – L’eugenica in Italia dal Congresso di Londra (1912) al fascismo (relazione)

    Il paper intende ricostruire le caratteristiche fondamentali della “via italiana all’eugenica” in una prospettiva comparativa, fondata essenzialmente sul confronto con le situazioni tedesca e anglosassone. Nel 1912, l’eugenica in Italia conosce il suo battesimo con la partecipazione al Primo Congresso di Londra di una compagine scientifica, che comprende, fra gli altri, autorità come Morselli, Sergi, Michels, Niceforo, Gini. A partire da questo esordio improvviso sullo scenario internazionale, che tuttavia risultava profondamente radicato nella cultura scientifica positivista e lombrosiana, l’eugenica italiana si contraddistingue per il suo percorso complesso e multiforme, caratterizzato da una propria originalità. Se centrale appare la fase del primo dopoguerra, che pone all’ordine del giorno il tema della “degenerazione della razza”, è dall’alleanza fra fascismo e Santa Sede che si delinea una “via italiana all’eugenica”, attraverso la sconfitta delle proposte di certificato prematrimoniale, promosse soprattutto da Pietro Capasso e dalla Società per lo Studio delle Questioni Sessuali, e l’affermazione, per contro, di un’eugenetica incentrata sulla demografia pronatalista giniana, sulla biotipologia costituzionalista di Nicola Pende e sulla medicina sociale dell’IPAS e dell’ONMI.

  7. Filippo Barbano – Pensiero strategico nelle scienze sociali e idee nuove sulla guerra e sulla pace