SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

Sguardi incrociati sulla storia del corpo

Rappresentazioni, soggettività e strategie di potere nel Novecento

Coordinatrici: Enrica Capussotti (Robert Schuman Center-IUE di Fiesole – IRS London) – Liliana Ellena (Kulturwissenschaftliches Institut di Essen)
Convegno Sissco: Cantieri di Storia II
Sabato 27 settembre
III Sessione: 9.00-13.00
Aula Sp5

Negli ultimi decenni le scienze sociali hanno riconosciuto nel corpo un luogo rilevante e significativo della ricerca storica. Accogliendo alcune delle istanze portate in primo piano dalla critica femminista, dall’analisi testuale e dalla semiotica, dalla psicanalisi e dalla riflessione filosofica, hanno messo in questione la fissità biologica del corpo, facendo così emergere nella trama fisica le possibilità di una storia dei corpi. Il corpo si è rivelato uno spazio nel quale si addensano e sedimentano significati ed effetti di potere, sorta di interfaccia che permette di percepire i precipitati dei dispositivi di potere-sapere ma al tempo stesso la dinamica e la costruzione delle soggettività.
Il panel intende esplorare alcune delle direzioni di ricerca più significative, richiamando l’attenzione in particolare su quella che sembra essere una duplicità intrinseca dell’esperienza storica e sociale del corpo: essere al tempo stesso uno spazio in cui si sedimentano gli effetti di potere ed uno spazio che crea e produce significati e quadri di senso. In quest’ottica, ad esempio, i meccanismi e i processi di inclusione-esclusione che sono inscritti nei corpi stessi emergono come un luogo della ricerca ricco di elementi euristici: donne, ebrei, giovani, neri, omosessuali possiedono corpi che sono costruiti sulla dicotomia eccesso-difetto, che sono rappresentati come eccessivi – nell’emotività, nella fisicità, nella sessualità – o mancanti – nell’intelligenza, nel controllo, nella forza – rispetto ad un modello normativo che appare essere quello del corpo del maschio bianco, adulto ed eterosessuale. Tale costruzione si rivela essere uno dei meccanismi che legittima la presa in carico di tali ‘soggetti’ da parte del dispositivo di disciplinamento.
Aderendo alla matrice interdisciplinare della storia dei corpi, il panel porrà una forte attenzione agli aspetti culturali del corpo, cercando di mantenere e restituire la complessità di soggetti e quadri di senso che sono coinvolti nella sua costruzione. Da questo punto di vista avrà un ruolo particolare il confronto con alcuni spazi discorsivi con una forte capacità di significazione – scienza, politica, religione, cultura di massa – così come con fenomeni storici significativi – Shoah, colonialismo, razzismo – nell’ottica di combinare la comprensione delle procedure di costruzione del corpo nel loro rapporto dinamico con le soggettività. Tra i principali obiettivi del panel sarà quindi l’analisi critica delle categorie, delle fonti e dei percorsi che permettono di mettere a fuoco questo rapporto dinamico, richiamando l’attenzione sulle diverse rilevanze che esso assume sia sul piano metodologico sia alla luce dei diversi contesti storici di riferimento.

Programma

  1. Enrica Capussotti (Robert Schuman Center-IUE, Fiesole – IRS London) - Corpi e/migranti: memoria, migrazioni e cinema italiano

    Fino agli anni settanta gli italiani hanno percepito se stessi, e sono stati percepiti, come un popolo di e-im/migrati. La cultura popolare registra l’esistenza di vari canzonieri dell’emigrazione, le memorie famigliari annoverano la presenza di parenti emigrati, le storie del lavoro sono fatte da donne e da uomini che si spostavano stagionalmente alla ricerca di denaro e di sostentamento. Nel secondo dopoguerra, le profonde trasformazioni che attraversano l’intera società italiana sono sostenute dal movimento di milioni di donne e di uomini che si spostano dalle campagne alle città, dal sud al nord del paese. Storie di emigrazioni che cambiano a seconda del periodo storico: oltreoceano oppure all’interno dei confini nazionali; stagionali oppure permanenti; nelle quali gli uomini sono i principali protagonisti; in cui le donne sembrano soprattutto inchiodate al ruolo di mogli, madri e sorelle (benché sia possibile che un discorso critico interessato alla storia delle donne riveli un protagonismo femminile finora nascosto dalle ricostruzioni che assumono il giovane uomo come attore e modello dei processi migratori italiani). L’insieme di questi fattori ha definito memorie, private e pubbliche, delle emigrazioni italiane verso gli Stati Uniti e il Sud America, l’Australia. In questo panorama, le migrazioni interne del secondo dopoguerra si presentano come una rottura forte: si tratta di movimenti di popolazione così consistenti da cambiare la geografia fisica e mentale del paese; inoltre pregiudizi, razzismo, tensioni accompagnano questo incontro tra donne e uomini cresciuti in luoghi disparati e che sembrano proprio tanto “diversi”. Il cinema è uno dei mass media che più registra, costruisce e riproduce questo incontro tra donne e uomini; le storie raccontate al cinematografo alcune volte sembrano spiegare gli uni agli altri, altre volte sembrano ripresentare luoghi comuni e stereotipi, altre volte ancora inscrivere in specifici luoghi e segni i termini delle molteplici differenze. Un cinema che ha inoltre contribuito a fissare le immagini della memoria di queste migrazioni del dopoguerra, a definirne il visibile e il rappresentabile. Un esempio paradigmatico è quel Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, che nel 1960 rappresentava uno dei principali punti di vista sulle migrazioni contemporanee mentre oggi, nel 2003, è uno dei testi ampiamente condiviso del “come eravamo…“. Un ultimo fondamentale processo si innesta sui precedenti provocando ulteriori trasformazioni nelle rappresentazioni e nelle percezioni collettive: si tratta dei processi migratori internazionali degli anni ottanta e novanta, che trasformano l’Italia in un paese di accoglienza e transito di migranti provenienti dai paesi del sud del mondo, dalle zone dell’est dell’Europa. In che modo i migranti contemporanei si inseriscono nella rappresentazione degli italiani come emigranti? Quali discorsi sono attivati? Come si trasforma la memoria? Perché, e secondo quali meccanismi, dobbiamo aspettare i primi anni del nuovo millennio per ritrovare riflessioni che mettono in relazione la memoria collettiva e pubblica dell’emigrazione italiana con i nuovi processi migratori? Se queste sono le principali domande che guidano il mio sguardo, l’intervento presenta le prime ipotesi interpretative di una ricerca ancora in corso sul ruolo dei corpi come testi culturali che raccontano sia le azioni normative del biopotere sia la soggettività migrante collocata nel tempo e nello spazio.

  2. Paula Diehl (Graduiertenkolleg Koerper-Inszenierungen FU-Berlin) – Il corpo delle SS-Man e l’utopia del “nuovo uomo”

    “La visione del mondo nazional-socialista come più profonda espressione dell’essere tedasco rivendica giustamente l’esclusiva composizione e determinazione dell’uomo tedesco” (Mensch).
    “Non esiste compromesso nella lotta per la construzione dell’anima tedesca.
    Possono ambire a diventare gli educatori del popolo per un nuovo e miglior futuro solo coloro che portano in se questo nuovo futuro”.
    (Das Schwarze Korps (Pubblicazione delle SS) del 19.06.1933
    “Le conseguenze della politica tedesca della razza sarano determinanti per tutte le altre leggi. Perche’ essa crea l’Uomo Nuovo”.
    Adolf Hitler, discorso pubblico del 07.09.1937, a Domarus
    Devono essere alti, biondi e con gli occhi azzurri; devono reppresentare la razza ariana e portare nel loro corpo la perfezione. Heinrich Himmler considerava i membri delle SS una selezione della razza e attribuiva loro un ruolo di esempio e di guida per il futuro del nazionalsocialismo. Nella propaganda nazionalsocialista gli uomini della SS rappresentavano l’impegno, il potere e la violenza. Ancora oggi nella memoria collettiva sono impresse le immagini stereotipiche della propaganda nazista, riprese e riprodotte dall’industria cinematografica e dalla storiografia. All’interno dell’ideologia nazista, però, il significato maggiore attribuito alle SS era quello di rappresentare e incarnare l’utopia dell’Uomo Nuovo.
    L’immagine nazionalsocialista della “selezione razzista” e dell’”ariano” non fu molto originale. I corpi “ariani” visualizzavano qualità e connoati che al tempo venivano considerati positivi come salute, disciplina, bellezza e purezza, valori ripresi dalla cultura occidentale e nella quale continuano ad essere ben presenti. Piuttosto ciò che infondeva forza all’Utopia “ariana” era il connubio tra il corpo, inteso come unità idealizzata e protetta dalla contingenza, e il razzismo biologico.
    Soprattutto durante la fase di consolidamento del potere nazionalsocialista dal 1933 al 1938 la propaganda nazista si concentrò sulla produzione di immagini del “corpo ariano”. Immagini che venivano usate nel discorso politico e trasformate nel simbolo del desiderio della sicurezza e della perfezione. Il membro delle SS, ricoprendo il ruolo di “elite” di razza, rappresentava così l’Uomo Nuovo e la speranza di poter determinare il corpo perfetto. Nel mio intervento mi concentrerò sulla tipologia del corpo delle SS e sul suo rapporto con i progetti sociali dell’Uomo Nuovo.

  3. Nick Dines (University College London) – Città come corpo, città di corpi. Rappresentazioni e controllo dello spazio urbano a Napoli (relazione)

    L’intervento si concentra sul rapporto tra la città e il ‘corpo’ assumendo Napoli come oggetto di analisi. Si intende dimostrare come il corpo sia stato un paradigma ricorrente nelle rappresentazioni della città post-unitaria, sia nella letteratura che nelle narrative pubbliche e politiche che hanno riguardato la città. In particolare, riferimenti corporali sono stati utilizzati spesso per sottolineare il rapporto problematico tra la città e la modernità o l’apparente mancanza di controllo e ordine sociale che furono caratteristiche di altre metropoli moderne come Londra e Parigi. I tentativi di ‘modernizzare’ la città furono spesso definiti attraverso metafore somatiche quali ‘sventramento’ o ‘risanamento’. Un lessico che non si riferiva soltanto all’assetto urbano della città ma che conteneva esplicite connotazioni socio-culturali. Fino agli anni ottanta del novecento, infatti, il termine ‘ventre di Napoli’ veniva ancora usato dalla stampa locale e nazionale per descrivere i quartieri popolari del centro storico.
    Lo sviluppo storico di queste rappresentazioni e stereotipi verrà poi considerato nel contesto dei processi di rinnovo urbano degli anni novanta, durante i quali lo spazio pubblico e il discorso politico sulla cittadinanza hanno avuto un ruolo determinante nella elaborazione di una nuova visione della città. Attraverso lo studio di due piazze nel centro storico, verranno esaminate la costruzione e rappresentazione di un pubblico ‘ideale’ e la contemporanea esclusione, sia fisica che discorsiva, di soggetti ritenuti incompatibili con la nuova immagine urbana. Mentre, da un lato, verrà esaminata la questione del corpo come sito di disciplinamento e controllo, dall’altro, un’analisi etnografica degli usi e significati dei due spazi farà emergere il corpo come strumento di resistenza e di produzione di una narrativa alternativa a quella dominante.

  4. Liliana Ellena (Kulturwissenschaftliches Institut Essen e Università di Torino) – Corpi, sessualità e sentimenti nell’immaginario coloniale degli anni Venti e Trenta in Italia

    La sfera dell’intimità, del contatto sessuale e dei sentimenti costituisce uno degli ambiti privilegiati attraverso cui il discorso antropologico, legislativo e politico del colonialismo ha definito e riprodotto i confini tra razze, culture e civiltà. Il corpo in questa prospettiva costituisce il tramite attraverso cui non solo viene marcata la differenza tra “indigeni” ed europei, ma viene rinegoziata la tensione tra amore e sessualità, tra legame individuale e legame sociale. L’oggetto della presente relazione è l’analisi dell’instabilità di questi confini nell’immaginario coloniale degli anni Venti e Trenta in Italia tra pagina scritta e immagine cinematografica. La prima parte si concentra in particolare sugli anni Venti quando l’intreccio tra esplorazione, viaggio africano e avventura coloniale è al centro di numerosi documentari cinematografici e resoconti di viaggi e spedizioni, mentre contemporaneamente prende forma una produzione di finzione in cui predominano toni e moduli narrativi del romance orientalista. Osservazione e reificazione, attrazione e repulsione, ambivalenza e desiderio caratterizzano il documentario Aethiopia di Guelfo Civinini, il lungometraggio a soggetto Siliva Zulu girato dal maggiore Attilio Gatti in occasione della spedizione antropologica di Lidio Cipriani, cosi’ come Kiff Tebby di Mario Camerini. La seconda parte dell’intervento affronta invece l’irrigidimento dell’opposizione amore/sessualita’ durante gli anni Trenta attraverso l’analisi della trilogia africana di Arnaldo Cipolla, della spedizione cinematografica di Ernesto Quadrone in Somalia e infine delle vicende che accompagnarono l’uscita del romanzo di Mura Sambadù, amore negro, primo sequestro di una pubblicazione che “offende la dignità di razza”, al centro dell’accellerazione della definizione delle nuove disposizioni che a partire dal 1934 regolano la censura preventiva. La connessione tra le rappresentazioni che pertengono il campo dell’immaginario coloniale e le valenze politiche assunte da questi temi intende richiamare l’attenzione sulla tensione che caratterizza l’esperienza coloniale tra la violenta incorporazione di territori e culture e il consolidamento delle frontiere intere, tra le pretese universalizzanti della missione civilizzatrice e la rivendicazione dell’inaccessibile fonte della superiorita’ europea.

  5. Patricia Montenegro (Birbeck College, London) – Il corpo di Peron nel cinema argentino
  6. Luisa Passerini (Kulturwissenschaftliches Institut Essen e Università di Torino) – Discussant