SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

Uso pubblico

Lo storico come consulente

Convegno Sissco: Cantieri di Storia II
Coordinatore: Raffaele Romanelli (Università di Roma "La Sapienza")
Giovedì 25 settembre
I Sessione: 16.00-20.00
Aula Sp2

Sotto l’etichetta “uso pubblico della storia” cade oggi di tutto. In Italia ci si rifesce prevalentemente al modo in cui la polemica politica quotidiana fa riferimento ad alcune vicende storiche e/o agli interventi di storici, accademici e non, sulla stampa periodica. Il panel intende discutere un diverso e specifico aspetto del problema che è meno presente all’opinione italiana e rinvia a pratiche meno consuete alle nostre istituzioni. In varie parti del mondo, e particolarmente nell’Europa che a partire dall’olocausto sente il bisogno di “processare” eventi passati – di “giuridificare” la storia -, accade sempre più spesso che in varie istanze pubblicistiche – dai tribunali nazionali e internazionali alle commissioni parlamentari, governative, o inter-governative – degli storici vengono convocati come consulenti, o come “tecnici” o testimoni, o che vengano commissionati loro indagini, rapporti e relazioni. Ciò accade con frequenza assai diversa nei vari paesi, a seconda delle materie considerate e delle diverse tradizioni politico-costituzionali e culturali. E’ proprio questa varietà che si vorrebbe mettere a confronto con il caso italiano, dove sembra che questa pratica sia meno sperimentata, e dove comunque la distinzione tra l’istanza politica o giurisdizionale e quella professionale storiografica è meno definita.
Nel panel si vorrebbe innanzi tutto illustrare la varie casistiche (quando, in che modo, in che occasione) quindi discutere: il tipo di domande che vengono rivolte agli storici (appurare i fatti, stabilire la verità, fare ricerca in archivio?), e dunque la nozione corrente di storia, o di verità storica che ne emerge; i limiti che vengono posti al lavoro, le risorse coinvolte, gli spazi concessi, le fonti messe a disposizione, etc., così esaminando ad un tempo il contributo che il sapere professionale può dare alle istituzioni giudiziarie e politiche dei vari paesi, e l’influenza che tali pratiche hanno sui paradigmi storici prevalenti.

Programma
  1. Raffaele Romanelli (Università di Roma "La Sapienza") – Introduzione. Uno sguardo d’insieme

  2. Sacha Zala (Università di Berna) – Lo storico come "troubleshooter". Pratiche di legittimazione della politica estera tra professionalizzazione, deontologia e ragion di Stato (relazione)

    Tra la molteplicità di ruoli assunti dallo storico "come consulente", uno dei primi ad essere istituzionalizzato e professionalizzato in epoca moderna è quello dell’editore di fonti diplomatiche. La pratica di legittimare la propria politica estera attraverso la pubblicazione di documenti ha inizio in Gran Bretagna nel XVII secolo e diventa uno strumento corrente della politica estera delle potenze europee nel corso del XIX secolo, generando una vera prolificazione di "libri colorati", editi da anonimi funzionari. L’uso dell’arma della propaganda durante la Prima guerra mondiale crea una crisi di legittimità, costringendo gli Stati a ricorrere a degli esperti esterni accademici. Non è un caso che il fenomeno si sviluppa dapprima in Germania, con una monumentale edizione di documenti, concepita per legittimare storicamente il revisionismo contro l’ordine di Versailles, ciò che costringerà gli altri paesi ad adottare la stessa prassi professionale di pubblicazione. Nasce così un nuovo mestiere per lo storico, quello d’editore assoldato dallo Stato, un ruolo che pone tutta una serie di questioni legate all’etica professionale, ma che nel contempo ha rappresentato un importante apporto per l’istituzionalizzazione della storia contemporanea quale disciplina. Partendo da queste considerazioni generali, l’intervento intende discutere il ruolo dello storico quale troubleshooter della politica estera con un approccio comparativo, per inquadrare infine il caso della controversia internazionale sul ruolo della Svizzera durante la Seconda guerra mondiale. A più riprese, durante tutto il dopoguerra e fino al tempo presente, la Svizzera ufficiale si vide costretta ad assoldare degli storici universitari per controbattere a pesanti critiche dall’estero. Nel contempo l’amministrazione svizzera, con il controllo sugli archivi, perseguì una politica repressiva contro la ricerca indipendente, non fermandosi davanti a dei veri e propri intrighi per bloccare l’accesso a storici svizzeri anche agli archivi all’estero.

  3. Nico Randeraad (Università di Maastricht) – The Public Use of Expert Commissions. A comparative overview (relazione)

    The increasing involvement of governments in historical research raises the question of impartiality. What each first-year student learns about the objectivity of scientific research (and subsequently tends to forget because it does not seem to play a significant role) comes dramatically to the fore, when historians are called upon as experts, be it in official inquiries, in lawsuits, as writers of "authorized" histories, or even as new Tiresias of the world order. First, the possibilities of historians to destroy popular historical myths are annoyingly limited, particularly if the myths are held by those in power. This is quite obvious under dictatorial rule, but it is difficult for historians to make a case against national, allegedly "democratic" consensus. Second, whereas it can be satisfying for historians to provide an account "in accordance with the necessarily fragmented observations drawn on, which are found embedded in the evidence", this is often not equally satisfying for their "clients", the public. It is revealing that the expert (a historian of Latin America) called in by the Dutch prime minister to investigate the activities of Jorge Zorreguieta (father of the wife of the Dutch crown prince) under the Videla regime in Argentina was tempted to formulate his opinion in terms of "right" and "wrong" – terms that have acquired their meaning in the aftermath of the Second World War in the Netherlands, but are perhaps inadequate in this particular case. In recent years a number of expert commissions in various countries have investigated "big issues" in national and international history (the Srebrenica killings by a Dutch commission, Bloody Sunday by a British commission, Sweden’s role in the Cold War, etc.). What are the limits and possibilities of such official inquiries? And, what are the opportunities and hazards for professional historians taking part in such inquiries?

  4. Paolo Pezzino (Università di Pisa) – ‘Esperto di verità’. Quando lo storico collabora con i giudici (relazione)

    Si è spesso riflettuto sui rapporti fra giudice e storico sottolineando le differenze fra le due figure: di solito si richiama la distinzione, posta da Carlo Ginzburg, secondo la quale se giudici e storici hanno entrambi a che fare con "l’accertamento dei fatti e quindi della prova", i secondi possono supplire alle lacune documentarie ricorrendo al "contesto, inteso come luogo di possibilità storicamente determinate": ne deriva "un giudizio di compatibilità storica […] congetture, non fatti accertati. Chi arrivasse a conclusioni diverse negherebbe la dimensione aleatoria e imprevedibile che costituisce una parte importante (anche se non esclusiva) della vita del singolo" (Carlo Ginzburg, Il giudice e lo storico. Considerazioni in margine al processo Sofri, Torino, Einaudi, pp. 106-108).
    Altri hanno sottolineato che lo storico non può aspirare al "vero", tutt’al più vi si può avvicinare nella consapevolezza "della propria incapacità di ricostruire un mondo scomparso nella sua interezza, per quanto esaustiva e rivelatrice possa essere la documentazione in suo possesso. Certo, egli cerca di cavarsela in altro modo: formula problemi, fornisce spiegazioni su cause e effetti. Ma la certezza delle risposte resta comunque condizionata dalla loro irrimediabile lontananza dall’oggetto" (Simon Schama, Le molte morti del generale Wolfe. Due casi di ambiguità storica, Milano, Mondatori, 1992 [1991], p. 258).
    Ma cosa succede nei casi nei quali lo storico collabora apertamente col giudice in qualità di consulente? Quando ciò un ufficio inquirente, o un tribunale, chiede allo storico di ricostruire un avvenimento per il quale pende un processo penale, o di dire l’ultima parola sulla veridicità di un fatto o di un documento? O quando, altro caso possibile, una comunità chiede direttamente allo storico di dirimere una controversia su quanto è successo nel passato, di accertare quale, fra le due memorie che si contrappongono nella rappresentazione di un evento, sia quella corrispondente a quanto avvenuto? In questi casi si cerca lo storico per scoprire come "veramente sono andate le cose", con una ricorso alla sua "professionalità" come esperto di verità, ed una straordinaria fiducia nella ricerca della "verità", e nello storico, "con la sua rigorosa passione per i fatti, per le prove e le testimonianze" (Yosef Hayim Yerushalmi, Riflessioni sull’oblio, in Aa. V., Usi dell’oblio, Parma, Pratiche Editrice, 1990 [1988], p. 23).
    All’operazione storiografica, quando questa tocchi temi scottanti del nostro recente passato (totalitarismi, genocidi, stragi) viene attribuito anche un valore di giustizia, intesa prevalentemente come opposizione all’oblio, alla cancellazione delle responsabilità e della stessa memoria dei fatti. Ma nella collaborazione con un magistrato inquirente, od un tribunale, od una comunità attraversata da un dissidio sul proprio passato, allo storico viene richiesto di fare giustizia in senso proprio, cioè collaborare ad istruire un vero e proprio processo, a valutare le responsabilità dei singoli. In tale situazione, tendono a cadere le sottili distinzioni tra "vero" e "verosimile", "prove" e "possibilità", "narrazione" e "spiegazione", riprendendo ancora alcune considerazioni proposte da Carlo Ginzurg, e si pone la nuda e dura domanda di accertare la "verità": chi, come e dove ha commesso un determinato atto con rilevanza penale. Insomma, in questo caso rendere giustizia vuol dire non solo opporsi all’oblio, ma attribuire responsabilità sul piano penale.
    Personalmente ritengo che lo storico non debba sottrarsi alla domanda di verità che in tali circostanze gli viene avanzata, e che questa sottoponga ad una singolare tensione le sue conoscenze professionali. Il richiamo alla professionalità, del resto, mi sembra importante in un momento nel quale il riferimento quasi ossessiva alla memoria, anzi al dovere della memoria, rischia "di trasformare la storia in memoria": lo storico, il cui "Dio dimora certamente nei dettagli" (Yerushalmi), si muove invece su un terreno opposto a quelle di comunità – nazionali o locali che siano decise a impedire che i "dettagli" portati alla luce dalle sue ricerca si oppongano a quella narrazioni dotate di senso che esse elaborano sul passato: è il mestiere di storico, in altre parole, con le sue regole ferree e l’analisi critica delle fonti, che viene in ultima analisi sollecitato quando allo storico viene chiesto di farsi giudice.

  5. Paola Carucci (Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Roma) - Oggettività e interpretazione nell’uso delle fonti archivistiche per fini pubblici su incarico di istituzioni di governo (relazione)

    Da diversi anni si è diffusa anche in Italia la tendenza a chiedere la consulenza di storici o archivisti per la ricostruzione di eventi al centro di indagini giudiziarie, o a includerli come componenti di Commissioni parlamentari o governative, proprio in ragione della loro specifica competenza di ricercatori. Sembra, cioè, che l’inquirente o la Commissione incaricata di far luce su eventi di un passato recente o meno recente – si pensi alla persecuzione degli ebrei, ai crimini di guerra o a stragi e eventi eversivi verificatisi venti o trenta anni fa, ancora non pervenuti a un giudizio penale definitivo – ritengano utile affiancare ai consueti metodi di indagine basati sulla raccolta e analisi di prove e testimonianze, anche l’esperienza di chi è considerato esperto, non già dell’analisi dei fatti di cronaca, bensì della ricerca storica, basata essenzialmente sull’uso critico e tecnico dei documenti. I lunghi tempi della giustizia e la complessità della storia del nostro paese degli anni della RSI alla caduta del Muro di Berlino hanno dato una connotazione particolare al problematico rapporto tra cronaca e storia. Ne consegue un interessante confronto tra l’indagine che, nell’ambito di una ipotesi interpretativa, mira a evidenziare ciò che costituisce prova oggettiva dei fatti, propria dell’inquirente, e l’indagine dello storico che, dai fatti appurati, cerca di interpretare il fenomeno in termini di ipotesi plausibili.
    L’intervento, in considerazione dell’esperienza diretta come consulenti in due indagini della Procura (archivio Gladio e archivio del Ministero dell’interno) e come componente della Commissione governativa per lo studio dei beni sottratti ai cittadini ebrei, a seguito delle leggi razziali del ‘38-’39 e del ’44, si propone di concentrare l’attenzione sulla difficoltà della formulazione dei quesiti, nella modalità di intervento (accesso alle fonti, tempi, risorse disponibili) anche in riferimento a esperienze straniere. In particolari si evidenzia come gli obiettivi possono essere posti in termini corretti nel rispetto reciproco delle specificità della metodologia di indagine o vice versa possano essere interpretati da chi conferisce l’incarico o da chi lo svolge come proposta di una "verità" ufficiale.

  6. Antonio R. D’Agnelli (Università di Pisa) – Conoscenza storica e giudizio politico. Il ruolo degli storici nelle Commissioni parlamentari d’inchiesta sul terrorismo (relazione)

    La "Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulla mancata individuazione dei responsabili delle stragi" è stata istituita, come organo bicamerale del Parlamento italiano, nel maggio del 1988. Dopo 14 anni di attività e dopo aver attraversato quattro legislature (dalla X alla XIII) ha chiuso i lavori nel marzo del 2002. Nella sua lunga vita, la cosiddetta Commissione Stragi ha accumulato un archivio che supera il milione e mezzo di fogli, svolgendo 220 audizioni e 240 sedute, e ha sviluppato innumerevoli filoni d’inchiesta. Tra i principali, vi sono il terrorismo sia di destra che di sinistra, le stragi, il caso Moro, le deviazioni dei servizi segreti, le strutture clandestine come Gladio.
    Nell’intero periodo, la Commissione si è avvalsa del contributo di una cinquantina di consulenti, in gran parte divisi tra magistrati che nel corso della loro carriera si erano occupati degli argomenti d’indagine e studiosi dei temi legati al terrorismo. Tra questi, vi sono stati anche degli esperti con una formazione più propriamente storica quali, per esempio, Franco Ferraresi e Giuseppe De Lutiis.
    Partendo da questi presupposti, l’intervento qui proposto mira a verificare quanti e quali storici abbiano contribuito ai lavori della Commissione Stragi, secondo quali criteri siano stati chiamati a farne parte, che tipo di lavoro sia stato loro richiesto e quale sia stato il loro reale apporto alle conclusioni, per altro non univoche, raggiunte dall’organismo parlamentare di inchiesta.

  7. Sabine Schweitzer (Università di Vienna) – Commissioni storiche e memoria collettiva

    Nel 1998 il governo austriaco istituì una „Commissione Storica ", con lo scopo di studiare l’insieme i fenomeni di esproprio o depauperamento patrimoniale [Vermögensentzug und Vermögensvorenthalt] avvenuti sul territorio della repubblica austriaca. Fu questa una cesura sia nell’atteggiamento politico sia nella memoria pubblica: dopo la seconda guerra mondiale. Riferendosi alla dichiarazione di Mosca del 1943, l’Austria si era considerata "prima vittima" del regime nazista, con ciò implicitamente negando ogni responsabilità per le atrocità del Terzo Reich. Come in altri paesi europei il "consenso anticomunista" ostacolava una riflessione approfondita sulla partecipazione della società austriaca ai delitti durante il regime nazista. Con la caduta della "cortina di ferro" i miti del dopoguerra diventarono sempre piu fragili. Inoltre, le cosidette "class actions" di avvocati degli Stati Uniti mettevano sotto pressione i paesi successori del Terzo Reich. La discussione sul compenso alle vittime del nazismo e gli accordi di indennità, sia da parte della Germania sia dalle banche svizzere, era il motivo ufficiale per l’insediamento della commissione storica. A livello politico e pubblico il governo austriaco accettò così la propria responsabilitò per i delitti comessi durante il regime nazista. La commissione ha ormai finito il suo lavoro, mostrando lacune storiografiche e la necessità di indagini più approfondite.
    La relazione discuterà gli effetti sulla memoria collettiva, sia delle indagini della commissione sia degli accordi compensativi paragonando la situazione austriaca a quella tedesca e – in parte – svizzera. A differenza che in Germania, dove la discussione sul compenso si è basata su ricerche storiche molto ampie, svolgere queste ricerche fu l’obiettivo della commissione storica austriaca. Sembra invece che l’obiettivo politico fosse metter fine all’indagine sul passato – almeno su quello nazista. Un effetto della discussione sul compenso alle vittime era una trasformazione di "colpa" in "debito". L’intenzione di questa trasformazione a livello politico è evidente: una volta regolati i debiti anche sensi di colpa possono essere annullati. E con questo anche il "lusso" di ricordare il passato potrà essere evitato. Sarà alla fine discusso l’effetto di quest’atteggiamento politico sulla ricerca degli storici e delle storiche, impiegate dalla commissione storica.