SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

Il diritto di fare la guerra

Fonti culturali, giuridiche e politiche di legittimazione della “guerra giusta”
Coordinatori: Luca Baldissara (Università di Pisa) – Silvia Salvatici (Università di Teramo)
Venerdì 26 settembre
II Sessione: 9.00-13.00
Aula 6

Le esplosioni più recenti di quelle che Mary Kaldor ha chiamato le “nuove guerre” – formula efficace ma non priva di contraddizioni – hanno prepotentemente messo in campo anche significative operazioni di legittimazione degli interventi armati, che con intensità e ruoli diversi hanno coinvolto i governi che li hanno decisi, i militari che li hanno condotti e i cittadini che sono stati chiamati a condividerne lo spirito. Il panel intende quindi restituire caratura e profondità storica ai processi di costruzione della “guerra giusta”, rintracciandone le fonti nelle elaborazioni del diritto e della politica, del discorso pubblico e della cultura militare, cercando nello stesso tempo di capire in che modo le pratiche di legittimazione della violenza del tempo presente si distinguono da quelle del passato. Gli interventi proposti rispondono dunque ad uno sforzo di concettualizzazione di un rilevante – ma rimasto sinora ai margini della riflessione storiografica – problema storico. L’attenzione si incentrerà non su singoli momenti o episodi di guerra e violenza, ma piuttosto sulla tematizzazione di tale questione attraverso punti di osservazione differenti e in una prospettiva di lungo periodo. A tal fine, Leone Porciani e Vincenzo Lavenia focalizzeranno la loro attenzione su come nel corso dell’età contemporanea percorsi di rilettura della storia antica e di quella moderna si sono offerti come luoghi di rielaborazione delle ragioni di giustificazione della guerra. E Lidia Santarelli si occuperà di ripercorrere le modalità attraverso le quali la memoria collettiva e le narrative ufficiali del secondo conflitto mondiale divengono ambiti di riclassificazione delle guerre in “giuste” e “ingiuste”, fornendo in prospettiva le basi culturali della concezione di “guerra preventiva”. Procedendo su questa via, Luca Baccelli analizzerà il punto di vista della legittimazione giuridica, a partire dalle discussioni seguite ai due conflitti mondiali per poi risalire sino al tempo presente (dal diritto delle genti al diritto internazionale, sino al diritto di ingerenza “umanitaria”; dalla definizione di “crimine di guerra” all’elaborazione della categoria di “conspiracy”, sino alla sanzione della guerra d’aggressione). Ponendosi da un altro angolo di visuale, Nicola Labanca affronterà il medesimo problema ripercorrendo l’evoluzione nel secondo dopoguerra della cultura dei militari italiani, con particolare riferimento alle motivazioni con cui si sono sostenute e presentate le missioni dell’esercito all’estero. Infine, Nicole Janigro fornirà un percorso di lettura delle rappresentazioni letterarie che hanno contribuito a fondare, nella storia lunga dei Balcani, la scelta di schierarsi e di combattere nella guerra civile della ex Yugoslavia.

Programma
  1. Leone Porciani (Università di Pavia, sede di Cremona) – La nascita delle categorie di causa e di legittimazione della guerra nella storiografia greca

    L’intervento si concentra sugli inizi della storiografia greca (Erodoto e Tucidide) e vuole mettere in rilievo i nessi del concetto di causa di guerra con la nozione di “ingiustizia” in Erodoto, e con quella di “giustificazione” in Tucidide. Si intende quindi mostrare come ciò non sia senza rapporto con la maggiore fortuna contemporanea di Tucidide, rispetto a Erodoto, come storico e “teorico” della guerra.

  2. Vincenzo Lavenia (Scuola Normale Superiore, Pisa) – Guerre in età moderna. Antiche e nuove legittimazioni dei conflitti

    Il soldato cristiano, la conquista coloniale extraeuropea, la nobiltà senza armi, la guerra d’Impero. L’età moderna segna il passaggio da un discorso sulla guerra tutto di ordine giuridico-teologico (giusto-ingiusto) a teorie della legittimità dei conflitti complesse e mobilitanti. La relazione affronterà anzitutto la nascita di una letteratura destinata a motivare i soldati in nome della fede o di una causa, soprattutto nella guerra contro eretici e turchi tra il Cinquecento e il Seicento. In secondo luogo sarà vagliata la letteratura giuridico-teologica spagnola e portoghese intorno al problema della legittimità della spoliazione degli indios americani. Con l’allargamento dello spazio geografico occidentale nasce infatti un nuovo modo di rappresentare la guerra, di cui è parte fondamentale la ripresa di una dicotomia barbaro-civilizzato che affonda le sue radici in Aristotele. Da Machiavelli, e dalla riflessione sulla storiografia di Roma antica, nasce invece il discorso della guerra come discorso di classe, che è proprio della reazione nobiliare tra Sei e Settecento. Infine, alla soglia delle rivoluzioni, l’analisi sarà estesa alle riflessioni sul concetto di Impero, che hanno animato il recente dibattito storiografico, soprattutto in area anglosassone.

  3. Lidia Santarelli (Università di Roma “La Sapienza”) – “Guerra giusta” e “guerra preventiva”. Come si giustificano i conflitti dopo il 1945

    Il dibattito sulle cosiddette “nuove guerre” dell’età globale ha sollecitato la riflessione sul rapporto tra guerra e politica nella storia contemporanea. A questo riguardo, è stata segnalata in particolare la crisi di alcuni principi cardine del diritto internazionale moderno e il ricorso sempre più frequente agli assoluti morali nei processi di legittimazione politica dei conflitti armati. La relazione, pur riconoscendo in generale gli elementi di rottura e di discontinuità delle “nuove guerre”, discute la possibilità di rintracciarne almeno sotto alcuni profili una genealogia politica e culturale nella storia delle guerre novecentesche. L’attenzione si concentra sulla Seconda guerra mondiale, sulla sua funzione costituente per la creazione di un nuovo ordine internazionale dopo la crisi del sistema di Versailles e la sfida lanciata dal progetto totalitario dei , sulle narrative ufficiali che dopo il 1945 bandirono la guerra come illecito internazionale. In riferimento a questo ambito di problemi, la relazione tenta di individuare i percorsi non lineari, e talvolta contraddittori, attraverso i quali si è storicamente definito l’intreccio tra guerra, politica e diritto internazionale: da un lato, in riferimento alla dimensione ideologica del conflitto e ai modi nei quali sui due versanti del fronte furono declinati i principi della guerra “preventiva”, della guerra “giusta” e della guerra come “scontro di civiltà”; dall’altro, in relazione alle ricadute di queste concezioni sulle strategie e le pratiche della violenza militare. Da questa angolazione, la relazione analizza il nesso tra guerra “giusta” e guerra totale. Essa solleva alcuni interrogativi in merito all’eredità controversa lasciata dall’esperienza della Seconda guerra mondiale nel rapporto tra guerra e democrazia, per quel che riguarda in particolare le concezioni del nemico, i meccanismi di mobilitazione psicologica delle società in guerra, la legittimazione politica della violenza militare esercitata nei confronti delle popolazioni civili.

  4. Luca Baccelli (Università di Pisa) – Ritorno a Vitoria? La parabola della teoria della ‘guerra giusta’

    La teoria medievale della ‘guerra giusta’ viene elaborata nel contesto della respublica christiana sul presupposto di un generale riconoscimento di autorità etico-giuridiche ‘universali’ (l’Impero e, soprattutto, il Papato). Sulla soglia della modernità, tale teoria viene rielaborata nel contesto della discussione sulla conquista dell’America, con il fondamentale contributo di Francisco de Vitoria. Secondo la classica interpretazione di Carl Schmitt, la teoria di Vitoria rimane comunque premoderna: sarà soltanto con l’affermazione della sovranità statale e con il reciproco riconoscimento degli Stati (europei) come iusti hostes che l’approccio medievale verrà superato. Entro lo spazio giuridico dello ius publicum europaeum la teoria dello ius ad bellum diviene obsoleta mentre si rende possibile una ‘messa in forma della guerra’. L’evoluzione novecentesca del diritto internazionale, attraverso i trattati di Versailles, l’istituzione della Società delle Nazioni, il Patto Briand-Kellog, introdurrà il crimine di aggressione e vedrà la graduale affermazione di principi di ius contra bellum. In questo senso la Carta delle Nazioni Unite potrà apparire come una parziale realizzazione del progetto kantiano e kelseniano della ‘pace attraverso il diritto’. Alcuni interpreti saluteranno la fine della Guerra Fredda come l’epoca in cui questo progetto potrà realizzarsi compiutamente. I blocchi hanno invece lasciato il campo all’egemonia di un’unica potenza globale superiorem non recognoscens, mentre la teoria della ‘guerra giusta’ è stata riabilitata e sviluppata. Nel dibattito contemporaneo su uso della forza, protezione dei diritti umani, affermazione dei valori ‘universali’ la teoria di Vitoria riacquista una sconcertante attualità.

  5. Nicola Labanca (Università di Siena) – La legittimazione della guerra nel discorso militare. L’esperienza delle missioni all’estero dell’esercito dell’Italia repubblicana

    A partire dalla fine degli anni Settanta, le forze armate della Repubblica italiana sono state impegnate in operazioni militari fuori dal territorio nazionale. Si è trattato di operazioni fra loro assai diverse e quindi presentate, dalle stesse istituzioni militari, in modo fra loro diverso. Dalla fine del bipolarismo, però, una retorica nuova è andata imponendosi ed ha finito per dover legittimare operazioni militari in aperto contesto bellico. La relazione intende analizzare, a partire dalla stampa militare e mettendo a confronto le retoriche delle prime operazioni di peacekeeping con le più recenti di (quantomeno) peaceenforcing, alcuni caratteri di questa ri-legittimazione della violenza bellica in una Repubblica che, secondo il testo costituzionale, “ripudia la guerra”..

  6. Nicole Janigro (Milano) – Dalla parte giusta: il gusto di uccidere nelle pagine letterarie della seconda Jugoslavia (1945-1991)

    Come ora pare toccare al cinema e alla letteratura elaborare il lutto della Jugoslavia finita nel sangue, affrontare l’orrore della violenza spinta fino al parossismo dell’autodistruttività, così è avvenuto per le vicende della seconda guerra mondiale trasformate per decenni in fiction cruenta. Personaggi inesorabilmente inseguiti dalla Storia hanno trovato rifugio nel romanzo epico, nell’intreccio letterario hanno cercato un senso al gusto di uccidere che sovrappone le tracce dell’umano al paesaggio. Azioni nefande e senso di colpa, tradimenti e sospetti, fosse comuni e vendette: l’inventario di un “giardino non zoologico, ma antropologico” dove la violenza compare come un fenomeno della natura, che di sé si nutre e che si autogenera, un virus che diffonde il suo contagio.