SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

Lo studio del razzismo italiano

percorsi e prospettive di ricerca
Coordinatore: Olindo De Napoli (Scuola di alta formazione Università di Napoli “Federico II”)
Venerdì 26 settembre
II Sessione: 9.00-13.00
Aula B – Sezione Stecca

Lo studio del problema della razza nella storia italiana del Novecento non è certo nuovo, ed anzi è da tempo al centro di un dibattito vivo, che coinvolge la coscienza e la percezione di sé degli italiani. A partire da una certa impostazione che considerava gli italiani ‘antropologicamente’ impermeabili, o comunque restii al razzismo, si sono approfondite nel tempo le complicità e le molteplici responsabilità durante il periodo fascista. Si è messo in discussione il persistente mito degli ‘italiani brava gente’, legato ad una interpretazione bonaria del nostro colonialismo, interpretazione, purtroppo, dura a morire. Infatti, “le discussioni riguardanti il fascismo accendono la passione civile, mettono in gioco persuasioni formatesi nel corso di sanguinose battaglie per la democrazia, coinvolgono un patrimonio morale e politico costitutivo dell’identità europea”; il dibattito è tanto più acceso perché “fanno la loro comparsa usi pubblici della storia scomposti e distorti”. Parallelamente, il dibattito sul razzismo tocca un nervo scoperto della sensibilità degli italiani, perché mette in discussione una percezione storica di sé radicatasi nel tempo. Un importante apporto all’analisi del fenomeno è stato dato dallo studio del fenomeno coloniale, che sarà analizzato in più di un intervento, sotto diversi punti di vista, quali il diritto, le pratiche sociali, l’antropologia. Fu, infatti, nelle colonie che si sperimentarono le prime leggi razziste, ed è dal ’36, ossia dalla proclamazione dell’impero, che il regime inizia a prendere posizioni esplicitamente in favore del razzismo. Diversi problemi si posero successivamente, con le leggi antiebraiche del ’38-’39, leggi che furono precedute ed accompagnate da una mole significativa di provvedimenti amministrativi discriminatori. L’originalità di tali provvedimenti rispetto ai precedenti, come si metterà in luce nella discussione, fu quella di colpire dei cittadini italiani, peraltro integrati nella società italiana e nel regime stesso. In quest’ambito si approfondiranno le relazioni tra dottrine razziste italiane e tedesche, focalizzando particolarmente su alcune vicende del razzismo ‘nordicista’. Il seminario si propone di affrontare il fenomeno del razzismo con una lettura multilaterale, all’incrocio tra varie discipline, ponendo in luce le acquisizioni storiografiche più recenti da un lato, e dall’altro le prospettive di ricerca che si aprono grazie alle diverse metodologie.

Programma
  1. Cristina Lombardi Diop (American University of Rome) – Pratiche coloniali e memoria culturale del discorso razzista: per un’analisi del presente

    Il presente saggio si apre con una considerazione generale sul razzismo sottolineando la necessità, oltre a denunciarne la presenza, di capirne le modalità, i luoghi di intervento, le pratiche discorsive. La prima parte prende quindi in considerazione alcuni testi coloniali dell’800 per mostrare come a pratiche sociali e di scambio di tipo coloniale ed espansionista corrispondano teorie evoluzionistiche di stampo razzista e come, al contrario, tali teorie non siano presenti al momento in cui le pratiche sociali avvengono ad un livello di scambio al di fuori della nascente economia coloniale. Nel discorso coloniale interviene inoltre una forma di sentimentalismo nostalgico (il cosiddetto “mal d’Africa”) i cui connotati razzisti meritano una maggiore attenzione da parte della critica in quanto è appunto “la nostalgia delle colonie” e la loro simultanea scomparsa dagli interessi della politica, della storiografia e della memoria culturale a caratterizzare l’Italia post-coloniale. La seconda parte del saggio analizza come la critica italiana e statunitense abbiano analizzato gli elementi razzisti del discorso coloniale ma non abbiano ancora affrontato con dovuta sistematicità quali di questi elementi riaffiorano attraverso la memoria culturale determinando la coscienza razziale del presente.

  2. Giulia Barrera (Dipartimento per i beni archivistici e librari, Roma) – Storiografia africanista e razzismo coloniale:questioni metodologiche

    La relazione analizza il modo in cui la storiografia africanistica ha trattato e tratta le questioni relative al razzismo coloniale. Evidenzia innanzi tutto come – a differenza di quanto ha fatto la storiografia italiana – la storiografia africanistica abbia di rado tematizzato il razzismo coloniale come tema specifico ed autonomo di studio (cosa che ha senso fare se il focus è sui colonizzatori ma non se è sui colonizzati). La relazione passa poi ad analizzare i motivi per cui, nel caso del colonialismo italiano, sia stato particolarmente povero il dialogo tra storiografia africanistica ed europeista (con conseguente impoverimento di entrambe). Nella terza e più corposa parte della relazione, si propongono alcune linee di ricerca sulle questioni razziali nelle colonie italiane, che capitalizzino le esperienze storiografiche maturate in altri contesti africani.

  3. Barbara Sòrgoni (Università di Bologna) – Antropologia e discorso coloniale

    La letteratura internazionale che ha analizzato il tema dei nessi tra antropologia e colonialismo è oramai cospicua, databile agli anni settanta del Novecento e rivolta a quasi tutte le principali ex-colonie. Rispetto a questo argomento, però, il caso italiano resta ancora largamente da esplorare. L’intervento avrà come fuoco dell’analisi il tema specifico della relazione tra lo sviluppo della disciplina antropologica in Italia ed il discorso coloniale. In particolare, prenderò in esame i modi in cui la nascente disciplina – utilizzata in campo giuridico per esigenze di politica amministrativa – contribuisca a costruire uno specifico discorso sui sudditi coloniali. Tale discorso ci consente di comprendere meglio l’affermarsi di politiche e pratiche discriminatorie, così come la successiva adozione delle leggi razziali. Alcuni accenni all’analisi del discorso coloniale condotta in altri paesi consentirà infine di indicare possibili percorsi di indagine futura.

  4. Olindo De Napoli (Scuola di alta formazione Università di Napoli “Federico II”) -Il diritto razzista in Italia: problemi interpretativi

    La prima norma italiana in cui troviamo il termine ‘razza’ è contenuta in una legge del 1933, e ad essa si può ricondurre la nascita del diritto razziale italiano. La relazione esaminerà il contesto di questa norma nella cultura giuridica, sottolineando particolarmente il nesso tra concetto giuridico di razza e cittadinanza. Con la proclamazione dell’impero, nel 1936, si attuò, per esplicito volere di Mussolini, una politica di supremazia della ‘razza dominatrice’ sui sudditi; tale politica segnò il passaggio dal diritto razziale al diritto razzista vero e proprio. Si analizzerà infine la svolta del ’38-’39, con le leggi antiebraiche, che erano norme razziste rivolte per la prima volta contro dei cittadini italiani.

  5. Andrea D’Onofrio (Università degli studi di Napoli Federico II) -Teorie razziste e problemi storiografici tra Italia e Germania

    Richard W. Darré, ministro dell’agricoltura e dell’alimentazione del Terzo Reich e teorico razzista del ruralismo del Blut-und-Boden, “sangue e suolo”, si era fatto promotore, attraverso un’interpretazione della storia universale come eterna lotta e scontro tra razza nordica contadina e razza semitica nomade, del razzismo nordicista.. L’esaltazione, proposta da tale pensiero, degli antichi Romani e degli antichi Greci come “pure razze nordiche”, che come gli antichi Germani avrebbero legato la loro purezza razziale alla loro essenza contadina, poteva accordarsi con l’esaltazione del romanesimo del razzismo fascista? Darré stabiliva nel ’36, in un suo discorso programmatico segreto, un’inconciliabile differenza tra le due concezioni razziali, rinfacciando al fascismo di essere incapace di proporre una concezione biologistica della razza e di considerarla invece come qualcosa di modificabile attraverso fattori esterni, ambientali e culturali.

Discussant: Aldo Mazzacane (Università di Napoli Federico II)