SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

Scienza e razzismo nell’Italia del Novecento

Coordinatore: Francesco Cassata (Università dei Torino)
Sabato 24 settembre
III Sessione: 9.00-13.00
Aula B – Sezione Stecca

Oggetto di innumerevoli studi in Gran Bretagna, Germania, Francia, Stati Uniti, il binomio scienza-razzismo solo recentemente ha cominciato ad interessare la storiografia italiana. Il panel proposto per Cantieri di Storia III, che si avvale di ricerche in larga parte inedite, affronta tale problema a partire da un’impostazione basata essenzialmente su due criteri. In primo luogo, si tenta di render parzialmente conto della molteplicità di discipline scientifiche coinvolte nell’elaborazione dell’ideologia razzista: dall’antropologia alla biologia, dalla medicina alla demografia. In secondo luogo, l’articolazione degli interventi sottolinea la continuità, riscontrabile anche nel panorama italiano, dell’intreccio fra cultura, scienza e ideologia razzista, il quale non si limita soltanto al ventennio fascista, oggetto delle relazioni di Raspanti e Capristo, ma risulta ben presente anche nel secondo dopoguerra, come mostrano, in particolare, le relazioni di Pogliano e Cassata. La scelta, come discussant del panel, di una figura come quella di Alberto Piazza, genetista di fama internazionale, dall’ampia cultura umanistica e dal costante impegno nella denuncia del razzismo, e il paper di Gilberto Corbellini sugli usi pubblici della storia medico-scientifica contemporanea, potranno inoltre consentire l’apertura di un interessante dialogo fra scienza e storiografia, importante sia per conoscere gli antidoti al razzismo maturati all’interno stesso del sapere scientifico sia per impostare, tanto sul piano teorico quanto su quello della prassi, un’efficace strategia antirazzista.

Programma
  1. Annalisa Capristo (Centro Studi Americani – Roma) – Francesco Severi, il Convegno Volta sulla Matematica e l’esclusione degli studiosi ebrei

    Nel gennaio 1938 a Francesco Severi venne affidato il compito di organizzare il nono Convegno Volta, dedicato alla matematica contemporanea, che avrebbe dovuto svolgersi nell’ottobre del 1939. Il convegno fu poi rinviato e quindi annullato a causa della situazione internazionale, ma le relazioni degli studiosi invitati furono pubblicate nel 1943. Dopo l’avvio ufficiale della campagna antiebraica, nell’estate del 1938, si pose il problema di «indire un convegno completamente ariano» nell’ambito di una disciplina come la matematica, in cui la presenza degli scienziati ebrei era particolarmente rilevante. Severi, però, procedette lo stesso nell’organizzazione dell’incontro, allo scopo di dimostrare che esso sarebbe riuscito perfettamente anche senza la partecipazione dei colleghi ebrei. Sulla base di documentazione in gran parte inedita, questo intervento ripercorre la vicenda della selezione dei partecipanti, che obbedì a criteri non soltanto scientifici, ma di tipo politico e «razziale» e comportò l’esclusione di studiosi contrari al fascismo e di origine israelita, non soltanto italiani ma anche stranieri. Oltre alle adesioni, però, si registrarono anche dei rifiuti da parte di alcuni invitati stranieri; in un caso – testimonianza rara e quindi particolarmente significativa – il rifiuto fu motivato esplicitamente dal dissenso nei confronti della politica antisemita adottata dal governo italiano e dell’esclusione dei matematici ebrei dal convegno.

  2. Francesco Cassata (Università di Torino) – Contro l’Unesco: il razzismo scientifico italiano nelle pagine del Mankind Quarterly

    Organo dell’associazione eugenetica e razzista americana, dal roboante nome di International Association for the Advancement of Ethnology and Eugenics (IAAEE), il periodico statunitense “The Mankind Quarterly” costituisce forse uno degli esempi più evidenti dell’intersezione, realizzatasi a partire dalla fine degli anni cinquanta, fra il razzismo scientifico basato soprattutto sullo strumento degli IQ tests, il neofascismo europeo e le organizzazioni neonaziste americane (quali Liberty Lobby e The Northern League), uniti in un’alleanza strategica volta a contestare, sul piano internazionale, le posizioni antirazziste dell’Unesco, e ad impedire, a livello di politica interna statunitense, il processo di integrazione degli afro-americani. Il primo numero di “The Mankind Quarterly”, organo dell’IAAEE con sede ad Edimburgo, esce nel giugno 1960: editor è Robert Gayre, associate editors sono Henry Garrett e Reginald Ruggles Gates. Fra gli italiani, sono quattro i nomi che spiccano, fin dal primo numero di “The Mankind Quarterly”, fra i membri dell’Honorary Advisory Board: Luigi Gedda, Corrado Gini, Gaetano De Martino e Sergio Sergi. Sul ruolo dei primi due, i più attivi nell’ambito dell’eugenica italiana, si concentra il contenuto del paper, tentando di verificarne le convergenze con le posizioni del razzismo scientifico americano.

  3. Gilberto Corbellini (Università di Roma “La Sapienza”) – L’eugenica nella storia e l’uso pubblico della storia (medico-scientifica) contemporanea

    La storia delle dottrine e delle pratiche eugeniche ricorre regolarmente nel dibattito odierno riguardante le applicazioni mediche della genetica e delle tecnologie del trasferimento nucleare (clonazioni). La storia degli abusi e delle tragedie causati dalla trasformazione delle teorie eugeniche leggi volte al controllo delle scelte riproduttive e alla discriminazione sociale su basi razzistiche viene normalmente presentata come l’esito a cui porterà, secondo il noto argomento della china scivolosa ovvero dell’analogia nazista, la liberalizzazione dell’uso delle attuale conoscenze e tecnologie biomediche nel contesto delle pratiche di fecondazione assistita o nella prospettiva della clonazione di embrioni per scopi terapeuticI. Il contributo mostrerà che una corretta lettura storica delle conseguenze prodotte dai movimenti e dalle legislazioni eugeniche, e soprattutto il diverso statuto metodologico e conoscitivo della genetica di oggi rispetto a quella che ispirava le dottrine eugeniche, rende insostenibile e fuorviante l’utilizzazione dell’argomento storico per denunciare la pretesa immoralità delle nuove tecnologie biogenetiche applicate alla riproduzione. L’esempio consentirà di sviluppare una riflessione di carattere generale sull’uso della storia della scienza e della medicina nel contesto delle argomentazioni etico-filosofiche e socio-politiche riguardanti questioni di stretta attualità.

  4. Claudio Pogliano (Università di Pisa) – Le razze e i popoli della Terra di Renato Biasutti: specchio di una comunità “prudente”

    Dopo un quinquennio di gestazione, nel 1941 uscirono presso l’Unione Tipografico Editrice Torinese i tre volumi di Le razze e i popoli della Terra (RPT), al fine di sostituire con un’opera moderna e “interamente italiana” l’ormai classico libro di Friedrich Ratzel in catalogo dalla fine dell’Ottocento. Il loro curatore e principale autore, Renato Biasutti, aveva allora sessantatre anni e dal 1926 insegnava Geografia all’Università di Firenze. Un piccolo gruppo di collaboratori rese possibile l’impresa, ognuno recando la propria competenza su specifici argomenti o sulle popolazioni di determinate aree geografiche. Quei tre volumi rappresentano il culmine di una lunga ascesa iniziata nel 1899 quando, con Cesare Battisti, Biasutti diede vita ad un’effimera rivista, “La cultura geografica”. Entrato poi a far parte della cerchia di collaboratori che Paolo Mantegazza aveva raccolto attorno al Museo fiorentino, egli ne fu indirizzato a studi di geografia antropologica dove già s’intravede il germe di RPT. La lunga e curiosa vicenda editoriale che si snodò attraverso RPT – un trentennio abbondante dalla fase preliminare sino alla quarta edizione – è emblematica di un’imperturbabile fedeltà alla tradizione vissuta dagli antropologi italiani nel corso del XX secolo. Senza alcun dubbio RPT svolse un’importante funzione per la loro comunità (guardinga e restia alle innovazioni), che vi trovò la silloge del sapere in cui riconoscersi ; che, inoltre, dal ricomparire periodico di quei massicci volumi fu tratta fuori dagli anni del razzismo di Stato sino alla ricostruzione del paese ed alla gravosa riconversione che la sua cultura dovette affrontare dopo la guerra. Il merito di RPT coincise singolarmente con il suo limite, e consisté nell’avere assecondato il passaggio da un’epoca alla successiva come se nessuna cesura vi si fosse interposta, per mezzo di minimi, indolori aggiustamenti che seppero evitare con grande diligenza l’imbarazzo e la fatica del rendiconto autocritico. Già soltanto a scorrerne gli indici, fra la prima edizione del ’41 e l’ultima del ’67, quasi non si direbbe che il mondo esterno fosse nel frattempo cosí drammaticamente mutato.

  5. Mauro Raspanti (Centro Studi “F. Jesi” – Bologna) – Scienza e strategie del disconoscimento ne La difesa della razza

    Il più celebre periodico del razzismo fascista, “La difesa della razza”, (1938-1943), diretto da Telesio Interlandi, si era strutturato in tre sezioni (Scienza, documentazione, polemica) di cui la prima, dedicata ai temi scientifici, avrebbe dovuto costituire la sede di enunciazione dei presupposti teorici della corrente ideologica di cui era portavoce, col progetto di farla diventare egemonica nel dibattito in corso sulla campagna razziale della fine degli anni Trenta. La rivisa prende sin dai suoi primi numeri posizione a favore delle logiche della razzizzazione basate su dispositivi biologizzanti e di sostegno delle politiche razziste che dovevano trovare la loro verifica nelle scienze antropologiche. Nel corso del tempo, si caratterizza sempre più nella progressiva espulsione di voci contrastanti che sostenevano un diverso approccio alla razza, più attente a dispositivi culturalisti, differenzialisti e spiritualisti (Julius Evola). Fra i suoi temi più dibattuti, la ricerca di una specificità ebraica nella patologia, che si trasformava facilmente nell’idea che l’ebreo stesso rappresentasse qualcosa di patologico e la ossessiva denuncia del meticciato come causa della decadenza della razza italica. Resta aperta la questione se il disconoscimento fondato sull’approccio scientifico producesse discriminazione, o piuttosto lo rendesse accettabile attraverso la sanzione legittimante del discorso scientifico.

Discussant: Alberto Piazza (Università di Torino)