SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

Contributi alla discussione

Si riportano di seguito i contributi alle discussioni dei diversi panels inviate alla segreteria dei “Cantieri” da persone che non siano i relatori previsti dal programma:

panel “Dittature e guerre. Gli specchi della memoria: Italia, Germania e Spagna nel lungo secondo dopoguerra” (M. Angelini – C. Poesio)

ITALIA E SPAGNA: COMPLICI ED ESTRANEE NEL CONFLITTO E NELLA PACE
di L. Branciforte e M. Huguet 
La storia italiana e spagnola, accomunata da uno stesso scenario, il Mediterraneo, é caratterizzata da momenti di complicità ma anche di reciproco sospetto. Nella prima quindicina del ventesimo secolo convivono in perfetta armonia il mutuo disinteresse e la scoperta occasionale. La Spagna costituisce una sfida per la modernizzazione ancora in fieri, e l’Italia soffocata dal nazionalismo e dalla pressione demografica è ansiosa di raggiungere come nuova patria, geografie extra-europee.
Sebbene la comunanza risulti difficile, scomoda, esiste nonostante tutto un rifiuto comune e definitivo da parte di entrambi gli Stati al modello dell’Ancient Regime. Nessun evento che le unisce si concretizzerà una svolta nella memoria di nessuna delle due nazioni. In una II Repubblica volenterosa ed allo stesso tempo erronea, la Spagna lotta per dimenticare la fallimentare figura di Amadeo I di Savoia alla guida dello storico esperimento del rinnovamento monarchico. Sotto il regime prolungato del fascismo, l’Italia diffiderà, seppur senza motivo, della concorrenza imperiale spagnola.
Al di là di una storia politica in parte azzardata si evidenzia una smisurata indifferenza che si supera solo grazie al valore che i popoli affidano ai miti e alle supposte tradizioni che conferiscono identità all’altro. Dato che niente é ciò che sembra e ciò che sembra spesso é solo la caricatura di ciò che dovrebbe essere, conviene analizzare questo momentaneo braccio di ferro che mantennero due Stati ipoteticamente uguali nella loro mediterraneità, giovani e vecchi allo stesso modo, ma soprattutto profondamente ignoranti l’uno dell’altro.
1. Spazi imperiali.
Man mano che ci si accingeva alla conclusione della Prima Guerra Mondiale, negli ambiti politici e letterari europei si avvertiva il bisogno di portare a termine il denominato Blocco Occidentale Mediterra­neo sotto forma di una Lega Panmediterranea, il cui fondamento risiedeva nella supposta spiri­tua­lità condivisa tra le denominate nazioni latine, Francia e Italia. Sotto ogni punto di vista sembrava inimmaginabile ipotizzare una pretesa egemonia medite­rra­nea alla fine del conflitto, sebbene si sentissero riflessioni di questo tipo:
“Il nous faut un programme bien défini, à nous comme à nos alliés. Et nous ne parviendrons a le realiser, les uns et les autres, que par la securité de nos frontières, l’association de nos richeses et de nos efforts, l`union pernanente et progresive de nos forces militaires, économiques, financieres, intelectuelles, par l’alliance latine d’abord, par le Bloc Occidental en suite”.[1]
I mediterraneisti spagnoli riservarono a questo progetto una calorosa accoglienza. Nel contesto del dopoguerra, un programma con queste caratteristiche offriva vantaggi ad un paese in procinto di modernizzare le proprie strutture interne[2]. Vale la pena prendere ad esempio la politica nettamente mediterraneista della Dittatura di Primo de Rivera; sebbene la sua prassi politica non andò oltre un avvicinamento, sicuramente povero tra l’Italia e la Spagna – con il trattato di amicizia del 1926[3]- il cui valore consistette nel limitare l’eccessivo potere francese nel bacino del Mediterraneo, piuttosto che nella realizzazione del progetto “panmediterraneo” che proponeva Bertrand il decennio precedente[4].
Fu l’Italia a premere sulla comunità internazionale affinché rispettasse gli interessi spagnoli nella zona di Tangeri, oggetto delle attenzioni delle nazioni nel bacino del Mediterraneo. L’incoraggiare la Spagna a mantenersi determinata sulle proprie rivendicazioni, in cambio di un suo appoggio, richiedeva l’applicazione del protocollo dell’alleanza già menzionata. Niente faceva supporre, ad ogni modo, che esistesse alcun tipo d’accordo formale tra l’Italia e la Spagna sulla questione “tangerina”.
Nel fondo della questione si rendeva evidente un profondo disconoscimento della posizione regionale spagnola. In questa come nelle altre questioni di politica estera, la Spagna sosteneva una propria collaborazione nel mantenimento dello statu quo della zona senza con questo doversi avventurare in azioni di grande iniziativa, confondendo, chiaramente, i valori della pace e della neutralità con mancanza d’azioni concrete. Le limitazioni della politica estera spagnola, a spese dell’equilibrio franco-britan­nico nell’area, rimasero chiaramente riflesse nella questione di Tangeri, che non fu, nonostante i ripetuti tentativi della diplomazia (Statuto Internazio­nale del 1923 e riesame del 1928), inclusa nella zona spagnola del Marocco[5].
Durante la Seconda Repubblica Spagnola, le tensioni interna­zio­nali accumulate ravvivarono la denominata questione mediterranea. Alcune iniziative, come per esempio l’invasione italiana dell’Etiopia nel 1935, rivestite di una notevole aggressività, suscitarono certo sospetto in una Spagna che vedeva come, a causa della sua tradizionale posizione umbratile, il Mediterraneo veniva diviso in zone d’influenza in fori internazionali ai quali non era chiamata a partecipare.[6]
Come accadde nel caso degli accordi di Roma ‑gennaio 1935‑, risultato delle conversazioni tra Laval e Mussolini. La nazione spagnola, malgrado le smentite del governo, prese pienamente coscienza del fatto che il destino del Mediterraneo era stato messo in gioco senza che la Spagna potesse prendere parte al tavolo delle trattative. L’ Italia, l’alleata e amica del 1926, si stava trasformando in un motivo di pericolo, non solo virtuale, non solo per lo statu quo del Mediterraneo, ma anche per gli interessi della Spagna nella zona. Ragion per cui, il trattato fu oggetto di un rinnovamento automatico nel 1936, a dieci anni dalla sua firma, forse anche perché la tanto temuta guerra civile si prevedeva già come lo scontro di modelli che sarebbero esplosi poco dopo in Europa. Riconoscere, mediante il rinnovamento del patto firmato nel periodo della dittatura di Primo de Rivera, il bando insorto significava scavare la fossa della discordia europea[7].
Il destino spagnolo fu sempre nelle mani delle potenze, mai delle nazioni del Bacino del Mediterraneo. Lo scorrere internazionale degli eventi fu interrotto, lo statu quo fu rotto, la Spagna si vide immersa in un conflitto civile. Entrambi i bandi –Repubblicani e insorti- si videro incapaci di creare un immaginario coerente con lo sviluppo di una politica estera naturale e favoreggiatrice degli interessi del Bacino. Così facendo, si arriva al momento in cui, istituito il regime di Franco e in una situazione di pace interna, ma non internazionale, si cominciarono ad evidenziare i limiti dell’incostante e incerta politica mediterranea del nuovo Stato spagnolo e delle sue relazioni con l’Italia fascista.
Finita la Guerra Civile, alla politica estera spagnola le toccava dover affrontare una serie di sfide ineluttabili che non lasciavano spazio a digressioni teoriche. Fra tutte le vie possibili d’azione, le rivendicazioni africaniste occuparono buona parte degli sforzi del regime. Nei saggi di politica, nei cui testi risultava difficile delineare le linee teori­che di una proiezione esteriore, andavano in frantumi idee come il mediterraneismo, l’ arabismo o l’africa­ni­smo, inserite nell’esperienza confusa di una prosa contorta e carente di un significato chiaro.
In nessun momento in quegli anni, si contemplò la possibilità di integrare l’attività socio-economica, politica e culturale di entrambi i versanti del Mediterraneo. Se prima persis­teva la tradizionale divisione del mare in due frange: quella del Nord, europea e cristiana, civilizzata e nazionale; ora esisteva quella del Sud, nordafricana e araba, esotica e dunque bisognosa dell’azione civilizzatrice dell’Europa del Sud. Questa duplicità, eredità di un passato ideologico non superato e proiezione sterile per il futuro, produsse, per quanto riguarda il caso spagnolo, la totale assenza d’ interazione tra i tre concetti di africanismo, arabismo e mediterraneismo. Non valeva nemmeno la pena provare a sondare le sfumature e le differenze.
La Seconda Guerra Mondiale diede un carattere maggiormente storico alla questione, perché concentrò parte degli interessi delle potenze implicate, sul bacino del mediterraneo. La Spagna formalmente neutrale (4 settembre 1939) ma in pratica[8] collaboratrice dell’Italia e della Germania, non rimase estranea ai benefici che si potevano ottenere da una possibile ripartizione del Mare, se –secondo i desideri del regime franchista- avesse vinto l’Asse. La Spagna, come il resto delle nazioni, conosceva l’intenzione dell’Italia di non rimanere esclusa dalla ripartizione delle aree d’influenza in Europa. Un trattato d’amicizia con il regime spagnolo, quando ancora non si era conclusa la Guerra Civile (Patto Anti-Komintern[9]), fu sufficiente per porre le basi di un ulteriore sviluppo delle relazioni bilaterali tra i paesi. Il modello al quale ricorsero fu il testo dell’accordo già firmato tra Iugoslava e Italia. La Spagna veniva nuovamente trascinata dai fascismi europei, in uno scenario bellico che non le conveniva.
Ciò nonostante, lo sforzo imperiale di una Spagna indebolita e sofferente in pieno conflitto mondiale era una sfida tanto inevitabile  quanto sproporzionata per il regime. La rivalità italiana costituiva un grande handicap, ma anche se la Spagna avesse avuto la possibilità di guidare un piano d’integrazione dei paesi membri del Bacino del Mediterraneo, le costanti annessioni e perdite territoriali nella zona durante la congiuntura bellica, così come la fragilità delle colonie, e la limitazione delle loro risorse, avrebbero reso difficile delimitare gli interessi dei suoi inter­locutori.
Indipendentemente dall’intransigenza italiana nei confronti dei benefici spagnoli nel Mediterraneo, l’evoluzione della guerra – lo sbarco alleato nelle coste italiane (luglio-agosto 1943) – privò di significato le aspirazioni africaniste di Franco che dovette abbandonare persino l’amministrazione di Tangeri (di nuovo sotto il controllo internazionale, tra il 1945 e il 1956) e rinunciare al progetto di ampliare la sua zona d’influenza in Marocco fino a Fez. Una volta terminato il conflitto, la Spagna non solo non aveva ottenuto l’ampliamento dei propri domini coloniali, ma dovette anche assistere senza essersi preparata adeguatamente all’avvio del processo pro-independentista del nazionalis­mo marocchino, che avrebbe raggiunto il punto culminante negli anni cinquanta. Nonostante tutto, nella difesa degli interessi di quest’area, Franco aveva vinto la partita, sconfiggendo Mussolini nella gara per la riconciliazione del Mediterraneo.
Lo Stato spagnolo inaugurò allora una timida linea d’azione culturale con il fine di salvare le apparenze, spinto senza dubbio dalla volontà di costruire un ideale internazionalista solido e affine ai principi del nuovo Stato. Prodotto di questa volontà, sarà l’iniziativa di Serrano Suñer, Ministro degli Affari Esteri, che fomentò nel 1941 la creazione del denominato Ins­tituto Español de Estudios Mediterráneos, e inoltre di un organo di espres­sione, la Revista de Estudios Mediterráneos, scritta in quattro lingue e illustrata. La rivista fu ben accolta nei ridotti circoli interessati a questa materia. Con il fine di svincolare il progetto dalla dimensione ufficiale della politica esteriore dello Stato, se le diede una caratterizzazione accademica, che escludeva ogni possibilità di lucro. Tra i tanti progetti avviati, si pensò di creare una Casa Metropolitana con sede a Barcellona, e cattedre in tutti gli ambiti della docenza per specialisti spagnoli e invitati da altri Paesi dell’area. Il progetto dotava all’Istituto di una proiezione aperta affinché le sue attività avessero una dimensione plurale ed este­riore. Includeva la creazione di un sistema di borse per l’estero, ed anche l’organizzazione di viaggi marittimi annuali per il Me­di­terraneo. Si arrivò a creare un preventivo per l’acquisto di una nave scuola nella quale portare a termine studi sul Mediterraneo.
L’Istituto Spagnolo di Studi sul Mediterraneo avviò la sua attività nel 1943, con un programma di studi umanis­tici. Tra le informazioni a disposizione da parte dell’Istituto si evidenziò il lavoro giornalistico di Wenceslao González Oliveros. Cosciente della povertà informativa esistente in Spagna sul Mediterraneo, González Oliveros diede al suo lavoro una dimen­sione di diffusione e d’impegno personale. Il progressivo avvicinarsi della fine delle ostilità nell’estate del 1943 sti­molava a riflettere sulla pace e la concordia nel Mare. Nel mezzo del conflitto mondiale e mentre l’Italia era sottomessa alle ristrettezze di una prossima sconfitta, González Oliveros evitava la polemica e preferiva parlare dell’interazione culturale delle parti costiere del Medi­terraneo, suggerendo che la Spagna si convertisse nel fulcro dei processi di pacificazione della zona [10].
¿Che grado di distorsione soffrirono le relazioni italo- spagnole rispetto allo scenario storico-culturale che rappresentò la fine della II guerra mondiale? ¿Di quali elementi si dovette avvalere l’ invenzione dell’altro a partir dai cambiamenti che si avvicendarono tra il 1943 e il 1945?
2. La Spagna franchista nella retina storico – culturale dell’Italia sul finire della Seconda Guerra Mondiale. 
Se questa era l’immagine che sul finire della seconda guerra mondiale, offriva o per meglio dire voleva trasmettere la Spagna di se stessa come elemento d’equilibrio nel disorientamento generale di questi anni traumatici, quale fu l’immagine che l’Italia plasmò e mostrò della stessa Spagna?
Negli anni 1943 -1945 si assistette in Italia al declino delle armi fasciste, fatto che suppose per ciò che riguarda la Spagna una contemporanea e parallela accelerazione della defascistizzazione, processo quest’ultimo che deve essere compreso e inquadrato dentro dei limiti ben determinati, tanto dal punto di vista cronologico(1939 -1941), quanto ideologico dell’avvenuta fascistizzazione in Spagna[11]. Un processo d’allontanamento dai presupposti fascisti che coincise, inoltre, con l’avvenuto declino in Spagna della Falange, contrassegnato in 1942 dalla caduta di Serrano Suñer[12] e dei suoi seguaci. Sono questi ( 1942-1945) gli anni in cui con l’elezione di Gómez Giordana si entra nel periodo della denominata neutralità “attiva” [13]che coincise con il definitivo declino delle mire espansionistiche nel Mediterraneo. Una Spagna che in questi ultimi anni di guerra vide vacillare il mantenimento della sua ultima «reliquia imperial»[14].
Malgrado Italia e Spagna dovettero abbandonare le speranze e gli interessi comuni nel Bacino del Mediterraneo, dato l’avvicendarsi degli eventi bellici, e sebbene in Italia fosse scemato già da tempo l’interesse per un eventuale ingresso della Spagna nel conflitto[15], un legame ancora ininterrotto, sembrava contrassegnare le relazioni italo-spagnole. Di fronte all’indebolimento del fascismo in Italia, la Spagna franchista rappresentava, nonostante fossero ormai quasi del tutto sparite le ragioni di una comune identità ideologica, un ultimo baluardo della “ragione” fascista. Per mezzo della Spagna sembrava ancora possibile ribadire la viabilità di contenuti e programmi fascistizzanti ormai alla deriva in Italia. La cordialità delle relazioni tra Italia e Spagna sopravviveva, anche se, non si alimentava più d’obiettivi concreti e comuni, ma solo del ricordo delle relazioni instauratesi tra i due Paesi durante la guerra civile.
Una relazione che non venne messa in crisi neanche dall’armistizio dell’ 8 settembre del 1943, sebbene questo abbia segnato un punto di cesura nelle relazioni tra Italia e Spagna[16]. Il riconoscimento ufficiale del Re d’Italia sicuramente non fu privo di contrasti e di divisioni all’interno dell’ambiente conservatore politico e militare spagnolo. Di fronte ad una Spagna dove l’armistizio, fece dell’Italia l’oggetto di diverse e contrastanti posizioni, l’idea che si diffuse e che circolò della Spagna in Italia fu molto più definita e interessata.   
Di fronte all’obbiettivo indebolimento delle relazioni italo-spagnole e di un impossibile avvicinamento ideologico prevalse in Italia, sin dal 1940, un tentativo di confronto, uno sforzo di “pedagogia assimilativa” anche quando Spagna si stava allontanando dall’Italia e dal modello fascista. Questa fu per esempio l’immagine che si diffuse della Spagna attraverso i canali extra-ufficiali, attraverso l’informazione (i cinegiornali), la pubblicistica, il cinema.  
É l’immagine della Spagna che ci descrive, per esempio, Renato Moro attraverso l’analisi dei cinegiornali e dei documentari che l’Istituto Luce e la Incom le dedicarono[17]. Una rappresentazione del Paese che non si riferisce solo agli anni della Guerra civile, ma anche agli anni successivi, nel tentativo di ribadire le affinità e le comuni politiche economiche, così come le comuni rivendicazioni mediterranee, fino al punto di arrivare ad avvicinare “il culto del capo spagnolo al modello mussoliniano”.
L’immagine del franchismo che ci offre Alfonso Botti attraverso la pubblicistica negli anni dal 1939 al 1943 evidenzia tra tanti altri aspetti la comune esaltazione delle rivoluzioni spagnola, italiana e tedesca, rivoluzioni dal carattere nettamente popolare come si legge in “Civiltà fascista”: “Franco ha fatto più di una rivoluzione la principale di aver trasformato […] la nazione in armi”[18].
Si nota in questi ultimi anni del regime fascista, il tentativo di accostare, per convenienza, alcuni aspetti del regime franchista al fascismo, elementi come per esempio la Falange, la Sección femenina, il ruolo dell’Auxilio Social, di tutti quegli elementi, insomma, più facilmente avvicinabili al fascismo. Una Spagna che nel frattempo, si trovava ad affrontare il difficile adattamento della società spagnola alla situazione del dopo guerra. Uno Stato franchista alla ricerca di un’identità propria che non poteva, pur volendolo, liberarsi velocemente del modello fascista, che non poteva neanche accantonare, data la amplia diffusione nelle trame dello Stato.
Come ci dimostra per esempio la propaganda diffusa attraverso il NO-DO[19], intorno al 1945, la Falange costituiva un elemento preponderante: “si bien hubo que renunciar a los coqueteos con la estética y el estilo fascistisotides, lo cierto es que a esas alturas la Falange había implantado tan eficaz sus organizaciones y métodos sobre el aparato de Estado que ya no lo abandonaría hasta el final del Régimen”[20].
L’immagine della Spagna in Italia a partire dal ’39 si era alimentata dell’ intensa relazione che si era instaurata precedentemente, della comune aspirazione che aveva alimentato durante gli anni della guerra civile entrambi i Paesi mediterranei in vista di una nuovo equilibrio nel bacino del mediterraneo occidentale. Magari nella vana speranza che la supremazia italo-spagnola potesse privilegiare quella della Francia e Inghilterra[21].
Un ricordo della guerra di Spagna che anche la Chiesa si occupò di diffondere sempre più incessantemente negli ultimi anni della guerra mondiale sotto la veste della crociata cristiana, soprattutto quando, nel 1944 nel 1945, l’avanzata delle truppe russe e gli eventi bellici preoccuparono maggiormente la Santa Sede. La ripresa del “mito negativo” delle persecuzioni contro i cristiani fu sintomatico della ripresa dei clichè della guerra civile. Il ricordo e l’utilizzazione della forza del cattolicesimo in Spagna che fu ben diversa negli ambienti fascisti dove, il modello del nazional-cattolicesimo, non era mai stato fonte d’ammirazione. Ed é per questo che della nuova Spagna rigenerata si difese l’attaccamento del popolo spagnolo alla religione cattolica, ma non venne mai rappresentata agli spettatori italiani l’istituzione ecclesiastica spagnola come un modello.
Malgrado, dunque, andassero scomparendo i tratti relativi alla costruzione di una comune identità ideologica e si andava rompendo la precedente identificazione tra la Spagna di Franco e l’Italia di Mussolini, continuava tuttavia a resistere un reale o fittizio sottofondo storico-cultural. Un sostrato sicuramente basato, in parte, nell’invenzione e distorsione della realtà ma anche in certa continuità che non corrispose con le differenti posizioni assunte da Franco e Mussolini nelle rispettive forme di partecipazione nel conflitto bellico.
Durante gli ultimi anni del regime fascista gli elementi di differenziazione sembravano ormai essersi stemperati e affievoliti per lasciare spazio a quell’affinità e amicizia stipulata nel trattato sin dal 1926 che sigillava l’idea de un antico intendimento italo – spagnolo. Una visione della Spagna che fu ricostruita più a immagine e somiglianza dell’Italia o di quello che si sperava che potesse ancora essere l’Italia. Si evince in questo gioco di specchi l’aspirazione a vedere nella Spagna ciò che l’Italia già non poteva essere. “Il gioco degli specchi forse aveva abbagliato lo stesso regime fascista”[22].
Potremmo dunque concludere che da queste due diverse sponde del mediterraneo si andavano creando le basi fittizie per la creazione di obiettivi comuni che in realtà già si erano dileguati dato che entrambe realtà si trovavano ormai a confrontarsi con la ricostruzione di una nuova funzione e identità e che ben presto reagiranno alla fine del conflitto bellico con due risposte diametralmente opposte. L’intercambio di momenti di ammirazione e di disaccordo tra le rispettive costruzioni politiche e culturali spagnola e italiana continuerà a caratterizzare la storia dei due paesi, in un avvicendarsi di momenti di progresso culturale, politico ed economico che a fasi alterne e senza riuscire quasi mai coincidere si susseguiranno sino ai giorni d’oggi. 


[1]BERTRAND, L.: “Vers l´unité latine” en Revue de Deux Mondes (1916), 15 settembre.

[2] GONZÁLEZ CALLEJA, (2005): La España de Primo de Rivera. La modernización autoritaria 1923-1930. Alianza Editorial. Madrid.

[3] A metà degli anni venti Mussolini si preoccupa dell’azione d’espulsione della quale sono oggetto gli italiani in Marocco e Tunisia. In base ad un accordo firmato nel 1896 gli italiani presenti in Tunisia e in Marocco, un po’ di più di 100.000 e di 10.000 rispettivamente, mantengono la nazionalità italiana, un’anomalia che, specialmente nel caso di coloro che sono nati nella regione, irrita ai francesi. Ver: CAROCCI, G (1929): La politica estera dell´Italia fascista, 1925-1928, Bari,.

[4] Sulla questione si veda il lavoro di SUEIRO, S. (1987): “La política mediterránea de Primo de Rivera: el triángulo Hispano-Italo-Francés”, en Espacio, Tiempo y Forma, Revista de la Facultad de Geografía e Historia, UNED, Madrid.

[5]Su questa questione spiccano i lavori di PEREIRA, J.C. (1990): “La cuestión de Tánger en la Europa de entreguerras: España de entreguerras: España ante Francia y Gran Bretaña”, en Revista de Estudios Africanos, nº7; y NEILA, J. L. (1992): “Revisionismo y reajustes en el Mediterraneo: Tanger en las expectativas de la II República española (1934-1936)”, en Hispania, CSIC, Vol. LII/181, pp. 655-685.

[6]Le difficoltà della Seconda Repubblica influirono anche sull’attuazione spagnola nel territorio marocchino. I governi repubblicani cercarono di snellire la loro attività burocratica e di ridurre i costi dell’azione colonizzatrice, eccessivi per la malmessa economia spagnola, soprattutto se si prende in considerazione il contesto internazionale della Grande Depressione.

[7] SAZ, I. (1992) : Fracaso del éxito: Italia en la guerra de España, TIEMPO Y FORMA, Serie V, Historia Contemporánea, t. V, , pp. 105-128.

[8] Il 12 giugno 1940 il Consiglio dei Ministri specifica che “Ampliata la lotta al Mediterraneo per l’ingresso dell’Italia in guerra con Francia e Inghilterra, il Governo ha accordato la non belligeranza spagnola nel conflitto”. Così dunque, la “non -belligeranza”, che fu usata nello stesso conflitto dall’Italia e dagli Stati Uniti, conviene come formula allo Stato spagnolo. Il 14 giugno 1940 le truppe spagnole entrano a Tangeri e nominano un governatore, violando in tal modo lo statuto internazionale.

[9] L’accordo si pianificò a Burgos, tra gli ambasciatori d’Italia, Germania e Giappone, in vista dell’avvicinamento franco-britannico. Malgrado ciò, il nuovo governo spagnolo vincolò l’adesione a condizione che il patto si rendesse pubblico solo alla fine della guerra. Cfr.: AMAE, R 833127, telegrammi 209-212, Roma, 14 de febbraio de 1939 y nº25, Burgos, 21 febbraio de 1939.

[10] Risulta imprescindibile consultare il lavoro di GAY DE MONTELLA (1943): Mediterraneísmo y Atlantismo. Così come si segnala nel testo, un lavoro specifico su questo tema fu quello di Wenceslao GONZÁLEZ OLIVEROS, (1941): “El Instituto español de Estudios Mediterráneos restablecerá las relaciones españolas con los países de la cuenca mediterránea”, Mundo, año II, nº 53, pp. 43-45.

[11] Cfr. SAZ CAMPOS, ISMAEL (2004), Fascismo y franquismo. Universitat de Valencia.

[12] TUSELL X y QUEIPO DE LLANO GARCÍA, G. (1985): Franco y Mussolini, la política española durante al segunda guerra mundial, Planeta, Espejo de España, Madrid.

[13] Il 3 ottobre 1943, Franco abbandona la non belligeranza e torna alla neutralità. MORO, R., DI FEBO GIULIANA, (2005): Fascismo e franchismo Relazioni, immagini, rappresentazioni, Rubbetino, Torino.

[14] SUEIRO, S.“España en Tánger durante la Segunda Guerra Mundial: La consumación de un viejo anhelo” in Espacio, Tiempo y Forma, Serie V, i-I.’ Contemporánea, t. 7, 1994, págs. 135-163

[15] Già dal 1940 l’Italia sembra poco interessata: “nella convinzione che una Spagna amica assecondasse molto meglio le esigenze strategiche e gli obiettivi di Roma, sia in chiave antitedesca che antifrancese. GUDERZO, M.: (1995), Madrid e l’arte della diplomazia, Il maestrale, Firenze pp. 472-473

[16] Malgrado l’ambasciatore spagnolo in Italia Raimundo Fernández Cuesta, viene fatto rientrare in Spagna su richiesta del Ministro degli Esteri spagnolo, Jordana, il governo spagnolo “considera immutato il riconoscimento dei rappresentanti di Sua maestà il Re d’Italia”, questo secondo quanto diceva l’ ambasciatore italiano in Spagna Paulucci al maresciallo Badoglio il 25 settembre. Cfr. TASSANI, G. (2003), Dopo l’8 settembre l’Italia continua a Madrid in “Nuova Storia Contemporanea”, VII, N.5, PP. 97-132.

[17] MORO R., “L’immagine del franchismo nei cinegiornali” in MORO, R., DI FEBO GIULIANA, (2005): Fascismo e franquismo Relazioni, immagini, rappresentazioni , pp. 277-305

[18] BOTTI, A. “L’immagine del franchismo nella pubblicistica”, in MORO, R., DI FEBO GIULIANA, (2005): Fascismo e franchismo Relazioni, immagini, rappresentazioni, op. cit.p. 322.

[19] Il notiziario Cinematografico Spagnolo, conosciuto popolarmente come NO.DO, fu trasmesso per la prima volta nelle sale cinematografiche a gennaio del 1943.

[20] “ Anche se si dovette rinunciare a civettare con la estetica e lo stile “fascistoide”, é certo che arrivato a questo punto la Falange aveva impiantato così efficacemente le sue organizzazioni e metodi nell’apparato dello Stato che già non lo abbandonerà fino alla fine del Regime” TRANCHE R, y SANCHEZ BIOSCA V. (2006), NO-DO. El tiempo y la memoria, Ed. Catedra, Madrid, 8ª Edizione.

[21] Espadas, M. (1987), Franquismo y política exterior, Rialp, Madrid.

[22] MORO R., “L’immagine del franchismo nei cinegiornali” in MORO, R., DI FEBO GIULIANA, (2005): Fascismo e franchismo Relazioni, immagini, rappresentazioni ,op. cit. p .305.