SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

Cherubini-Dell’Era

Daniel Cherubini, I prigionieri italiani in Unione Sovietica. Tra storiografia e fonti d’archivio, Civitavecchia, Prospettivaeditrice, 176 pp., € 12,00

Il testo si propone di analizzare la vicenda dei prigionieri italiani dell’ARMIR (Armata Italiana in Russia) in Unione Sovietica attraverso l’esame della storiografia esistente e di alcune fonti d’archivio accessibili. Lo scopo dichiarato di Cherubini è quello di «aggiungere un ulteriore contributo alla comprensione della vicenda attraverso l’apporto delle carte diplomatiche – per larga parte inedite – dell’Archivio storico-diplomatico italiano del Ministero degli Esteri, dal marzo 1944 (ripresa rapporti diplomatici italo-sovietici) al febbraio 1954 (rimpatrio dall’URSS degli ultimi prigionieri ARMIR) e attraverso il contributo storiografico e memorialistico sull’argomento» (p. 8). Il libro si divide in quattro capitoli che intendono essere l’esposizione dei seguenti argomenti e la dimostrazione di altrettante tesi: 1) la ricostruzione dell’operazione Barbarossa, dell’intervento italiano in URSS, della situazione dell’Unione Sovietica dopo la guerra e dei rapporti italo-sovietici dal marzo 1944 all’aprile 1946; la tesi della conoscenza, da parte del governo italiano, del numero ristretto di prigionieri presenti in URSS e l’esposizione delle ragioni del mantenimento della segretezza su queste informazioni; 2) l’analisi dell’azione diplomatica italiana a Mosca relativamente ai dispersi e prigionieri dell’ARMIR dal 1944 al 1954, con l’indicazione dei limiti dell’intervento diplomatico nelle condizioni politiche e storiche dell’Unione Sovietica e dell’Italia dell’epoca; 3) l’esame delle testimonianze relative all’intera prigionia, il lungo processo di rimpatrio dei prigionieri, la «conoscenza del PCI sulla sorte dei dispersi e la scelta di mantenere il silenzio su di essi» (p. 9); 4) le ragioni che resero impossibile all’URSS la preservazione della vita di gran parte dei prigionieri italiani e il conseguente silenzio sulla loro sorte. Il lavoro di Cherubini, non esente da alcune inesattezze, presenta e riassume risultati già raggiunti o comunque ricavabili dalla storiografia precedente, anche attraverso l’utilizzo delle carte dell’archivio del Ministero degli Affari esteri italiano. In alcuni casi risente di giudizi in parte basati su argomentazioni non fondate o su fonti di memorialistica, in particolare a proposito del comportamento dei militari italiani in URSS, della loro mancata conoscenza sia dei crimini commessi dagli alleati tedeschi, sia delle finalità della guerra e della campagna di Russia. Va inoltre rilevata l’impressione, in alcuni luoghi, di un’eccessiva aderenza ai lavori storiografici pubblicati fino a oggi, assieme a un apparato di note spesso carente, che avrebbe richiesto ben più di una citazione, e alla mancanza di un indice dei nomi. Quanto alle fonti, infine, non si può tacere della totale assenza di documenti provenienti dagli archivi russi (che vengono ricavati dalla storiografia sul tema e quindi di seconda mano).
Tommaso Dell’Era

Risposta di Daniel Cherubini

Il prof. Tommaso Dell’Era, probabilmente per assenza nel suo curriculum accademico di specializzazione sull’argomento, non ha ravvisato elementi di novità nel mio lavoro, riconosciuti invece in ambito specialistico. Infatti, se antesignani nello studio della tragedia dei prigionieri e dispersi ARMIR furono Morozzo della Rocca (1985) sull’azione della Diplomazia italiana a Mosca, Andreucci-Bigazzi (1992) sulla condotta di Togliatti in URSS, Aga Rossi-Zaslavsky (1998) sulle ragioni del silenzio del PCI in Italia e Giusti (2002) sulla conferma di circostanze e numeri, io (2004), ho completato il lavoro di Morozzo della Rocca già fermo al 1948 e ho introdotto, con altrettanto antesignano approccio, un tema mai studiato prima e cioè quello delle movenze sulla tragedia poste in essere dai Governi e dai Partiti nati dalla Resistenza. Nello specifico: sull’azione diplomatica ho documentato (carte Farnesina 1949/54, ambasciatore Di Stefano) il suo ripiegarsi sui pochi prigionieri trattenuti per crimini di guerra e il suo esaurirsi sulle decine di migliaia non restituiti; sulle movenze ho documentato i prodromi di una prassi (che diremmo oggi bipartisan e che si sarebbe consolidata nei successivi decenni) tesa a non suscitare sulla tragedia imbarazzo al PCI e all’URSS entrambi politicamente sensibili sull’argomento, seppure per ragioni diverse. Sui rilievi mossi da Dell’Era, reputo necessario replicare a due: tralascio quelli dal Docente ascritti alla mia interpretazione soggettiva in quanto, ancorché opinabili, non sostanziali. Sul primo che verte sul “rimprovero” di avere utilizzato carte diplomatiche già note, ribadisco che la mia ricerca alla Farnesina (2004) ha riguardato l’intero decennio 1944/54, di cui solo gli anni 1944/48 erano stati studiati, ma non lo erano stati gli anni 1949/53 e tanto meno il 1954, appena desecretato nel 2004. Sul secondo che verte sul limitato apparato di note, osservo che la mia Tesi di laurea, che è all’origine del libro ed è accessibile sul sito http://www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=10918, ne contiene 333 a fronte delle 57 conservate nel libro e selezionate in accordo con l’Editore che si è peraltro assunto gli oneri di pubblicazione. Limite di note che tuttavia nulla toglie al valore del libro, sia per la trattata vicenda dei prigionieri/dispersi (che, duole dirlo, la recensione di Dell’Era non ha contribuito né ad illuminare né a divulgare), sia come compendio dell’Alfa e dell’Omega della folle avventura in terra di Russia. Rinvio infine, se di interesse, alla mia intervista sulla genesi del libro disponibile sul sito dell’Editore: http://www.prospettivaeditrice.it/libri/interviste/dettaglioautori/cherubini.htm.
Daniel Cherubini

Replica di Tommaso Dell’Era

La risposta del Dr. Cherubini conferma il giudizio da me espresso nella recensione. Allo stato attuale delle ricerche pubblicare un volume con quel titolo senza attingere di prima mano agli archivi russi è evidente dimostrazione di carente specializzazione sull’argomento. Ancor più ridurre il libro di Giusti (2003), la più ampia ricostruzione disponibile sul tema, alla conferma di circostanze e numeri. Né si può seriamente sostenere che l’atteggiamento di governi e partiti nati dalla Resistenza sia un tema mai studiato prima (pur riconoscendo la natura inedita di una parte delle carte del MAE, come ho fatto a differenza di quanto sostiene Cherubini). L’uso della memorialistica, ampiamente nota, non è supportato da un’adeguata base documentaria. Compito del recensore non è valutare la tesi di laurea, del resto da me a suo tempo esaminata, ma il volume e le sue scelte editoriali. Chiunque, come il sottoscritto, sia stato per lunghi anni precario conosce le difficoltà di pubblicazione: proprio per tale motivo ritengo corretto valutare come scientificamente valide quelle opere che rispettano i canoni della materia riconosciuti dalla comunità degli studiosi. Quanto alle considerazioni del Dr. Cherubini sulle mie competenze (che comprendono, tra l’altro, la conoscenza della storiografia e degli archivi di entrambi i paesi, la ricerca sul campo e l’individuazione di sepolture di militari italiani) non credo proprio che, almeno per ora, egli sia in grado di valutarle.
Tommaso Dell’Era