SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Pubblicazioni

Le caratteristiche fondamentali del Welfare State italiano

Ugo Ascoli
La Collana degli Archivi di Stato
Cittadinanza.
Individui, diritti sociali, collettività nella storia contemporanea

a cura di C. Sorba

Con questo intervento intendo riflettere con voi, sinteticamente, sulle specificità del Welfare-state italiano, cercando di seguire le tracce e l’evoluzione nel tempo di tali elementi.
Se dovessi identificare quelle che chiamo le “caratteristiche fondamentali del welfare-state italiano”, ne indicherei cinque; su queste cinque proverò a fare con voi un ragionamento. Solo per combinazione corrispondono a quelle che Maurizio Ferrera definisce in un suo recente lavoro “i cinque peccati originali” del Welfare italiano; in realtà io preferisco non usare quel termine e mantenere una visione un po’ più’ laica (!) del funzionamento di questo sistema. Per di più le mie “caratteristiche fondamentali” non coincidono perfettamente con i suoi “peccati originali”.
Il nostro Welfare-state corrisponde, innanzitutto, a un modello che possiamo definire – ed è la prima delle caratteristiche che vorrei evidenziare – particolaristico. Inoltre, e continuo a enumerarle, è un modello largamente appoggiato su culture clientelari, profondamente dualistico, basato prevalentemente su trasferimenti di reddito, piuttosto che su servizi (quello che un tempo nella letteratura comparata sul Welfare si definiva come “modello continentale”); infine, ultima delle cinque caratteristiche, è largamente basato su una cultura familistica, paternalistica e patriarcale.
Le caratteristiche fondamentali di tale modello affondano le loro radici nel diciannovesimo secolo e sono ben leggibili nella storia sociale e politica dell’Ottocento, così come delle prime decadi del Novecento; occorre inoltre evidenziare come siano rimaste alla base anche delle politiche sociali degli ultimi decenni. Naturalmente cinquant’anni di storia repubblicana non sono passati invano: nuove questioni, nuovi attori collettivi, nuove culture e nuovi interventi si sono succeduti sulla scena, ma mi sembra di poter sottolineare come le caratteristiche fondanti siano ancora le stesse. Tutto ciò contribuisce a spiegare come sia così difficile modificare in profondità gli elementi costitutivi della cittadinanza in questo nostro paese.
C’è ormai accordo, almeno fra sociologi e scienziati della politica, ma immagino anche fra storici, sul fatto che le origini delle moderne politiche sociali, e quindi del Welfare state, vadano rintracciate nella grande intuizione di Bismarck sulle “assicurazioni sociali obbligatorie”: anche l’Italia ha seguito la via bismarckiana. A partire dal 1898 tali forme di protezione sociale sono state introdotte anche nel nostro paese proprio per integrare le classi operaie dell’industria nel sistema politico e istituzionale italiano; si è trattato di interventi “concessi” dall’alto, mirati su determinati gruppi sociali. Da quel momento in poi tutti gli interventi pubblici a fini sociali hanno sempre avuto come punto di riferimento una categoria, un ceto o un gruppo, facendo così assumere alle politiche sociali un carattere particolaristico, dove cioè le prestazioni appaiono fortemente differenziate a seconda del soggetto cui si riferiscono. Abbiamo così assistito al sorgere e al consolidarsi di un sistema di protezione sociale dove la gran parte delle prestazioni e dei programmi appaiono calibrati sulla base dello “status” acquisito dall’individuo tramite la partecipazione al mercato del lavoro. Tutto ciò rappresenta un elemento forte che continua a caratterizzare l’impianto di fondo del nostro sistema, anche dopo mezzo secolo di legislazione sociale, di programmi spesso innovativi, di mobilitazione sociale, di attivismo riformistico.
Ci sono stati tentativi significativi, per la verità, di dare una spallata a questo impianto particolaristico e occupazionale, come evidenzia Ferrera in un suo precedente lavoro, per andare nella direzione contraria, verso l’universalismo. Ci sono stati momenti, che coincidono con la vita della Commissione Rava (1919) e, più tardi, della Commissione d’Aragona (1947), che hanno visto nascere progetti fortemente innovatori: hanno costituito seri tentativi di svolta. Sappiamo, tuttavia, che sono rimasti a livello progettuale e non sono arrivati a produrre riforme.
Non voglio entrare nel merito; è vero, come diceva chi mi ha preceduto, che l’impianto d’Aragona non era pienamente universalistico; cionondimeno, la stessa citazione che ha fatto del buon vecchio Coppini, secondo il quale dopo qualche anno sarebbero rimasti fuori dal sistema assicurativo solamente i capitalisti ereditieri, i detenuti e le prostitute, sta a dimostrare che al suo interno c’era una molla fortemente universalistica; se pure vi si trovava qualche elemento d’esclusione nei principi, avrebbe però dato vita, una volta dipanato, a un sistema assicurativo “abbastanza universalistico”, se mi concedete questa espressione.
Nel successivo dopoguerra ci sono stati altri tre momenti che credo si possano identificare come momenti di spinta, nuove “spallate” verso un’impronta più universalistica del sistema; il primo, addirittura nel 1949, allorché si decide che il collocamento della forza lavoro sia una funzione pubblica, avvenimento importantissimo in sé, a prescindere dal fatto che poi lo stesso collocamento non abbia funzionato bene. Affermare in quell’anno, sia pure per impedire che cadesse sotto il controllo delle organizzazioni sindacali, la volontà dello stato di governare il meccanismo del collocamento, ponendo alla base di tutto ciò la chiamata numerica e non nominativa, rappresentò un fatto assai significativo. Si promuoveva una componente importante del “diritto al lavoro”, uno fra i più rilevanti diritti sociali di cittadinanza previsti dalla Costituzione: la tutela e la piena garanzia in una fase importante della vita, quale l’ingresso nel mercato del lavoro.
Un altro episodio rilevante per superare la cultura particolaristica va sicuramente individuato nella riforma della scuola dell’obbligo (1962): si è trattato dell’unica vera grande riforma universalistica realizzata in questo paese, dal momento che ha creato un sistema di prestazioni uguali per tutti, finanziato dalla fiscalità generale, che di lì a dieci anni si sarebbe basata addirittura su un sistema progressivo. Certo, si può obiettare che la progressività non ha funzionato, è rimasta carente, ma a me, qui, interessa mettere a fuoco i principi ispiratori delle politiche.
Va infine menzionata la riforma istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, la legge 833 del 1978, con cui si dà vita a un sistema prepotentemente universalistico. Viene affermato per tutti il diritto alla tutela della propria salute, vengono previsti livelli minimi garantiti di assistenza sanitaria, le prestazioni sono totalmente gratuite e finanziate, anche qui, dalla fiscalità generale; quest’ultimo aspetto, tuttavia, non ha mai trovato piena applicazione e ciò ha indubbiamente indebolito l’impianto universalistico complessivo.
Vale la pena, forse, di evidenziare anche un passaggio intermedio fra il ’62 e il ’78, allorché viene istituita la pensione sociale (1969): è l’unico momento in cui fa breccia nella cultura previdenziale italiana l’idea che anche il cittadino che diventa anziano (65 anni), senza aver maturato con il proprio lavoro il diritto a una pensione di vecchiaia, sprovvisto di mezzi, abbia diritto a una qualche tutela da parte della collettività. La pensione sociale non diverrà mai un vero strumento di lotta all’esclusione e alla povertà economica degli anziani; l’attuale ammontare di questa prestazione, ancora oggi, non può certamente garantire a una persona di sopravvivere decorosamente, qualora sia sprovvista di altri mezzi; tuttavia ha rappresentato un elemento innovatore, una piccola breccia introdotta, con la riforma del 1969, nella cultura lavoristica e occupazionalistica del sistema di previdenza sociale.
Credo voi conveniate sul fatto che questi episodi abbiano una loro rilevanza; tuttavia rappresentano pur sempre cinque momenti all’interno di un secolo; ciò significa che c’è una prevalenza, anzi che c’è stata sempre una prevalenza, nel nostro paese, di un’impostazione particolaristica.
Mi ha fatto molto piacere la citazione che faceva Di Nucci allorché evidenziava come nell’inchiesta condotta nel ’44 da una rivista italiana specializzata sugli orientamenti dei partiti in merito al tema scottante della previdenza sociale emergesse una generale presa di distanza dal caso inglese che, come si scrisse allora: “fissava tanto per il baronetto quanto per il suo cameriere la stessa misura di contributo e di benefici” ; guardate, è incredibile come su “Rinascita”, periodico del Partito Comunista Italiano, ancora nel 1988-89, quando alcuni studiosi e intellettuali progressisti propongono una riforma pensionistica in senso universalistico e parlano di diritto alla pensione come di un diritto di cittadinanza, alla pari del diritto al lavoro, all’istruzione o alla tutela della salute, le reazioni siano le seguenti: “Ma come? Dovremmo dare ad Agnelli e agli operai lo stesso tipo di pensione, a carico della collettività?!”.
In sostanza il pregiudizio anti-cittadinanza, anti-universalistico, così come una cultura dei diritti conquistabili solo con la partecipazione al mercato del lavoro regolare, hanno sempre albergato profondamente nella cultura italiana, in generale, e in quella riformista, in particolare.
La seconda questione da affrontare è il carattere clientelare delle politiche sociali. Il Welfare state italiano ha posto sempre, o quasi sempre, alla base delle sue prestazioni meccanismi di “scambio politico”: le prestazioni venivano utilizzate, sia al livello “alto” del Parlamento, che a livello “basso”, per una manipolazione di tipo clientelare (prestazioni contro adesioni, o lealtà politiche, che poi si fossero espresse nel voto). Vi potrei citare due o tre spunti, a questo proposito, che mi sembrano particolarmente significativi.
Allorché ci siamo occupati del volume sul “Welfare State all’italiana”, ormai tanti anni fa, chi lavorava alla ricostruzione delle politiche pensionistiche giunse a scoprire come fra il 1976 e il 1980 l’INPS si fosse dovuta uniformare a ben 200 disposizioni di leggi sul sistema pensionistico: c’erano state mediamente, ogni anno, 40 leggi nuove, sempre sostitutive delle precedenti. Ciò significa che il nostro Parlamento, fra il ’76 e l’80, sfornava mediamente ogni dieci giorni una legge, una leggina, un articolino, un emendamento o quello che fosse, per modificare il sistema pensionistico vigente. Ciò sta a dimostrare come la risorsa “pensione” venisse largamente utilizzata per scambi clientelari di grande o piccolo cabotaggio. Le grandi riforme non “uscivano” dal Parlamento, mentre le piccole riforme “striscianti”, magari camuffate in questo o in quel disegno di legge che aveva un titolo assolutamente “lontano”, procedevano spedite.
Se guardiamo al sistema pensionistico fino alla metà degli anni ’90, con i suoi cinquanta programmi pensionistici ben differenziati per categoria, ci accorgiamo che convivono al suo interno lavoratori dell’industria che possono andare in pensione con un importo massimo pari all’80% del salario/stipendio medio calcolato tenendo in considerazione gli ultimi cinque anni e dipendenti di Enti Locali che possono arrivare a una pensione pari a oltre il 100% dell’ultimo stipendio! Questo Paese ha tollerato ingiustizie sociali straordinarie, senza mai mobilitarsi veramente su ciò. Si pensi ancora alle pensioni di invalidità, un altro “gioco” straordinario che suscita incredulità e stupore quando raccontato all’estero o ai giovani: siamo di fronte a un caso emblematico di manipolazione clientelare che non avviene con grandi riforme, né con clamore, e trova, invece, attuazione in un circuito “basso” di manipolazione clientelare popolato di attori collettivi quali le organizzazioni sindacali, i partiti politici, le burocrazie pubbliche periferiche.
La riforma di fine anni Sessanta aveva dato vita a uno strumento straordinario per contrastare l’indigenza e la disoccupazione: una pensione di invalidità non più riservata agli invalidi e ai disabili fisici, ma resa disponibile anche per una disabilità che potremmo definire di natura “sociale”.
Coloro che abitano in un’area caratterizzata da un elevato livello di disoccupazione, prevedendo i confini dell’area a una distanza di alcune decine di chilometri dal comune di residenza, hanno diritto, anche se sani, perfettamente sani, alla pensione di invalidità. Ciò fa sì che già nel 1974 l’Italia abbia più pensionati per invalidità che per vecchiaia, un vero primato: un caso esemplare di attivazione dei meccanismi clientelari. Il circuito parte dalla domanda per ottenere la pensione di invalidità: talvolta è persona poco alfabetizzata e quindi si avvale di un patronato sindacale; il patronato a sua volta viene remunerato dallo Stato per ogni pratica di invalidità portata avanti, a prescindere dal buon fine della pratica; si moltiplicano così i patronati e si apre un importante canale di finanziamento pubblico di un’attività sindacale; dopodiché la pratica arriva al vaglio del Comitato Provinciale INPS, dove siedono in maggioranza i rappresentanti delle organizzazioni sindacali più rappresentative (i cui patronati, per altro, hanno il peso maggiore nel Paese), che hanno evidentemente rapporti assai stretti con le principali formazioni politiche; la normativa lascia ampi margini di interpretazione e di discrezionalità agli attori; può quindi accadere che una pratica venga “velocizzata” o approvata grazie a facili contiguità politiche locali; tali prestazioni o “grazie ricevute” si scambiano facilmente nel mercato politico con consenso elettorale (voti di preferenza); se la pratica non viene approvata può essere ripresentata, ri-finanziata e si può ritentare “l’avventura”.
Ciò che sto raccontando potrebbe sembrare una favola; in realtà è un pezzo importante della storia di questo paese, nel quale le pensioni di invalidità e i sussidi di disoccupazione in agricoltura hanno rappresentato una delle poste più significative dello scambio clientelare in gran parte delle regioni italiane, non solo nel Mezzogiorno. Quando questo circolo è esploso, ci si è resi conto che si era messo in moto un meccanismo distruttivo, eversivo degli equilibri finanziari dell’INPS e del sistema previdenziale; si è così giunti alla riforma nel 1984 tramite la quale la pensione di invalidità è tornata a riguardare solamente i disabili fisici. Successivamente, dall’84 al ’90 le pensioni di invalidità erogate dall’INPS sono calate di 712.000 unità. Non si può dire però che si sia chiuso definitivamente il capitolo giacché nello stesso periodo sono aumentate di 510.000 le pensioni di invalidità concesse dal Ministero degli Interni: c’è un bellissimo grafico che dimostra come, proprio mentre vanno giù le pensioni di invalidità INPS, salgono quelle targate Ministero degli Interni, dove operano criteri diversi, dove altri sono i medici e altra è la composizione delle commissioni; la domanda, probabilmente alimentando nuovi scambi politici, ha dirottato il suo corso dalle commissioni INPS alle commissioni del Ministero.
Questa manipolabilità clientelare elevatissima delle nostre prestazioni pensionistiche deriva anche da alcune caratteristiche della legislazione che i giuristi hanno messo ben in evidenza: innanzitutto la farraginosità dei procedimenti, quindi la molteplicità delle norme, che non facilitano l’orientamento all’interno di una normativa soggetta a cambiamenti continui.
Io ho citato il periodo ’76-’80, ma se andassimo a esaminare i periodi successivi troveremmo continui cambiamenti: normative, circolari applicative, testi e direttive creano una specie di ginepraio in cui il cittadino non è spesso in grado di orientarsi. Tutto ciò contribuisce ad alimentare una generale incertezza nel diritto alle prestazioni e rende possibile questi circuiti clientelari di manipolazione a basso livello.
I rapporti clientelari sono tutt’altro che scomparsi: oggi, ad esempio, mentre salgono le tensioni per riorganizzare ulteriormente il comparto delle pensioni dei lavoratori dipendenti, allo scopo di mantenerne sotto controllo il costo complessivo, registriamo l’entrata definitiva del Fondo degli elettrici, categoria fortemente privilegiata, e da sempre “coccolata” all’interno del sistema italiano, nel Fondo Pensione dei Lavoratori Dipendenti dell’INPS. Gli elettrici hanno potuto godere di una riduzione dell’aliquota contributiva dal 34% al 32,5%, quindi di uno “sconto” su ciò che debbono pagare; nel contempo, il deficit precedentemente accumulato dal loro Fondo Speciale, allorché erano fuori dall’INPS, è stato totalmente ripianato e risanato in grandissima parte con le risorse della fiscalità generale, tramite l’inserimento nella Legge Finanziaria.
Ci stiamo avvicinando, con non poche tensioni, a una prima verifica del funzionamento della riforma Dini (1995), rivista poi dal governo Prodi, e nel contempo una categoria è entrata nel Fondo Pensionistico Lavoratori Dipendenti dell’INPS, con tutti i suoi privilegi, anzi ottenendo uno sconto e avendo soprattutto “scaricato” i suoi debiti previdenziali sugli italiani (senza che la gran parte dei contribuenti se ne sia accorta). Già si fanno i conti sui pensionamenti anticipati che dovranno essere elargiti agli elettrici con la privatizzazione dell’ENEL.
Siamo di fronte all’ulteriore riprova del fatto che il clientelismo di tipo categoriale-corporativo rimane ancora alla base del nostro sistema di Welfare.
Ma veniamo al terzo punto: un modello dualistico di Welfare. Qui c’è ben poco da dire in casa degli storici. Dualistico lo è sempre stato, questo nostro sistema: già nell’800 lo Stato si guardava bene dal pensare alla tutela della salute, alla previdenza, o alla sicurezza dei nostri lavoratori e i veri sistemi di protezione sociale erano incentrati, come sappiamo, sulle Opere Pie e sulle Società Operaie di mutuo soccorso. Sia le Opere Pie, che le Società Operaie di mutuo soccorso (queste ultime in progressione vertiginosa, dalle 445 nel 1862, alle 6535 nel 1904) erano molto più diffuse nel Nord che nel Sud, e nei centri urbani piuttosto che nelle campagne: fin da allora assume, quindi, rilievo una precisa differenziazione territoriale della capacità di autoprotezione sociale e di tutela. Le Società Operaie di mutuo soccorso non coprivano zone marginali del benessere dei cittadini, ma aree primarie quali le pensioni, i sussidi di disoccupazione, l’indennità per la disabilità se non si poteva lavorare, il sussidio alla vedova, agli orfani per consentire loro di studiare: possiamo parlare con cognizione di causa di sistemi onnicomprensivi, di vere e proprie “welfare communities”.
Tale dualismo territoriale non è affatto venuto meno. Oggi abbiamo a disposizione alcuni lavori molto buoni, cito fra tutti l’ultimo libro di Valeria Fargion, La geografia della cittadinanza sociale, in cui vengono analizzate, puntualmente, tutte le politiche socio-assistenziali delle Regioni italiane fra gli anni ’70 e gli anni ’80; vi si dimostra che proprio la differenziazione nel tipo di interventi, nella quantità e nella qualità delle prestazioni conferma il dualismo territoriale, profondamente consolidato nel comparto dei servizi sociali alle persone. Se volgiamo il nostro sguardo alla Sanità, occorre evidenziare come tutte le ricognizioni e gli studi sul funzionamento del Servizio Sanitario Nazionale giungano, sotto questo profilo, agli stessi risultati: il Sud soffre di un’offerta quantitativamente e qualitativamente inferiore al Centro-Nord. Lo stesso vale per le pensioni. Mi ricordo che alcuni anni fa ci siamo messi a ragionare sul Mezzogiorno con Emilio Reyneri, con Fortunata Piselli e altri, e ne derivò una totale smentita degli stereotipi correnti, secondo cui i meridionali godrebbero del primato nazionale di “acchiappa-pensioni”.
In realtà il volume medio delle pensioni pagate ai cittadini del Centro-Nord era di gran lunga superiore al volume medio di pensioni pagate nel Sud: nel Nord soprattutto pensioni di anzianità, cioè pensioni ricche, mentre nel Sud avevano molto peso le pensioni sociali e di invalidità, cioè pensioni povere. Era quindi vero che una famiglia del Sud magari accumulava due, tre o quattro pensioni, ma, andando a misurare l’ammontare complessivo di tali trasferimenti, emergeva chiaramente come le quantità di reddito trasferite mediamente pro-capite dallo Stato al cittadino fossero, di gran lunga, maggiori nel Centro- Nord.
Se volessimo completare la riflessione con la problematica fiscale, dovremmo indubbiamente riconoscere che il contribuente medio del Centro-Nord paga di più rispetto a chi vive nelle regioni meridionali; ciò, come è noto, è alla base della cosiddetta Questione Settentrionale. Tutto questo, però, accade non perché il napoletano sia più ingegnoso o malavitoso del modenese o del veneziano, bensì per fattori di carattere strutturale: l’economia meridionale ha avuto da lungo tempo un tasso di crescita molto più basso, ha prodotto quindi molto meno reddito, è maggiormente caratterizzata dall’economia sommersa (e dall’economia criminale).
Il vero Welfare per il Sud è stata l’abbondante disponibilità di occupazione pubblica, tanto da spingere Sabino Cassese a parlare di “meridionalizzazione della Pubblica Amministrazione”: questo è il vero volto che ha assunto il Welfare state per i cittadini del Mezzogiorno.
Un dualismo di tale spessore rende assai più difficili e incerte le innovazioni e le riforme. Oggi che si sta sperimentando il “reddito minimo di inserimento”, si devono progettare e realizzare i nuovi sistemi regionali integrati per gli interventi e i servizi sociali e si stanno trasferendo deleghe, funzioni e poteri alle Regioni, risulta addirittura inquietante pensare agli squilibri, così come ai differenziali di “rendimento” tra gli apparati amministrativi e burocratici che dovrebbero realizzare il nuovo Welfare nelle città del Sud come in quelle del Centro-Nord.
Il quarto punto indicato all’inizio è forse quello più noto, indagato ed evidenziato dalla letteratura, come pure dal dibattito politico sulla riforma del Welfare: la gran parte delle risorse pubbliche impegnate nel nostro sistema di protezione sociale è costituita da trasferimenti di reddito. Si è parlato, a tal proposito, di una “distorsione allocativa” del nostro Welfare state.
Faticoso e difficile appare uno spostamento significativo di risorse sul fronte dei servizi e delle prestazioni non monetarie; ciò richiederebbe anche una vera e propria “rivoluzione culturale”, che rimetterebbe in gioco profondamente professionalità e percorsi formativi consolidati, così come i circuiti dello “scambio politico”. Stiamo assistendo a un tentativo molto importante di avviare una nuova cultura dei servizi, nonché modalità di intervento in cui servizi sociali, sanità, politiche del lavoro e della formazione, almeno, possano fare “sistema”, dando così vita a un nuovo modo di “farsi carico” dell’altro.
Ciò, oltretutto, renderebbe il sistema meno manipolabile clientelarmente, più universalistico e meno drammaticamente differenziato fra i territori. La sfida è in atto.
Infine l’ultimo punto che mi preme sottolineare: il nostro Welfare state si è sempre appoggiato su una cultura della famiglia profondamente patriarcale e paternalistica. Ci sono voluti trent’anni, dopo la promulgazione della Costituzione, per avere una legge sulla parità tra uomo e donna nel mercato del lavoro, legge, per altro, che non ha sortito tutti gli effetti voluti: vi si affermava semplicemente che a uomini e donne caratterizzati dalla stessa mansione doveva essere riservato lo stesso trattamento economico. Gli elementi precedentemente analizzati del nostro sistema di protezione sociale, la natura particolaristica, clientelare, dualistica e incentrata sui trasferimenti, non avrebbero potuto assumere tutta la loro significatività se non fossero stati accompagnati da una diffusa cultura familistica, da una visione ideologica e funzionalistica della famiglia. Si immaginava e si idealizzava una complementare divisione dei ruoli fra i sessi, riservando alla donna quelli espressivi, volti alla socializzazione della prole e alla stabilizzazione psichica degli adulti. Tale impostazione ideologico-funzionalistica trovava un’importante ulteriore caratterizzazione nella visione “cattolica” della donna “regina del focolare”: la donna, in una condizione coniugale contraddistinta da una sostanziale sottomissione, veniva “sacralizzata” nel ruolo di madre dedita alla cura dei figli, che, conseguentemente, non doveva pensare di entrare nel mercato del lavoro, per non mettere in pericolo l’assolvimento dei propri compiti “naturali”.
Tali modelli culturali hanno esercitato a lungo la loro influenza nel nostro paese, tanto che l’Italia è fra gli ultimi paesi dell’Europa occidentale a conoscere quella che è stata chiamata “la rivoluzione femminista”: negli anni Ottanta e Novanta abbiamo così assistito a un ingresso massiccio delle donne nel mercato del lavoro. Si tratta di un cambiamento di grande spessore e rilevanza, di cui forse ancora non si è avuta piena consapevolezza: si enfatizzano solo il problema anziani e la cosiddetta “transizione demografica”. In realtà non si percepisce in pieno come il mutamento dei rapporti di genere stia reclamando la necessità di una profonda ri-formulazione delle politiche; solamente verso la fine dell’ultima legislatura ha preso avvio, per la prima volta in questo paese, una politica per le famiglie, a partire da quelle numerose (con almeno tre figli) e da quelle povere; così come si è cominciato a sperimentare la praticabilità di una soglia minima di sicurezza da garantire a tutti i cittadini, tradotta nella politica del “reddito minimo di inserimento”. Ciò sta a dimostrare ulteriormente come i caratteri fondamentali del nostro Welfare state rispecchino culture e comportamenti ben radicati nella nostra struttura sociale, così come nella nostra cultura politica. Occorre, tuttavia, non dimenticare come il divenire storico non sia caratterizzato da un andamento di tipo unilineare: non esiste alcuna “garanzia” che il processo appena iniziato non possa interrompersi o addirittura invertire il segno di marcia. Nessuno ci può esimere dal pensare alla possibilità di una reazione negativa: i prossimi anni potrebbero conoscere un attacco poderoso all’occupazione femminile o ad altri diritti di cittadinanza.
In conclusione, mi sento di poter evidenziare come, nonostante l’avvio di processi importanti di cambiamento, i cinque aspetti su cui mi sono brevemente soffermato continuino a caratterizzare il nostro sistema di protezione sociale; anche per questo, il cammino verso una piena affermazione dei diritti di cittadinanza e una riduzione significativa dell’incidenza dell’esclusione sociale appare così impervio.

BIBLIOGRAFIA
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