SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Pubblicazioni

L’evoluzione dei “diritti sociali” in URSS (1917-1956)

Andrea Graziosi
La Collana degli Archivi di Stato
Cittadinanza.
Individui, diritti sociali, collettività nella storia contemporanea

a cura di C. Sorba

Introduzione
La questione dei diritti sociali in Urss è stata spesso oggetto di analisi ispirate dalla politica e legate alle forme della legislazione sovietica, più che di studi che si sforzassero di ricostruirne realtà ed evoluzione. La cosa pone problemi particolarmente seri in un contesto come quello sovietico che, dopo l’apertura degli archivi, ci appare caratterizzato dalla presenza di una molteplicità di livelli e provvedimenti, coperti da diversi gradi di segreto, e che ha conosciuto, nel corso della sua breve vita, una rapida evoluzione, che ne ha a più riprese alterato tratti anche essenziali.
Se a questo si aggiunge che tale questione non è mai stata al centro dei miei interessi, è facile capire perché l’invito ad affrontarla – per di più in assenza di un corpo sto-riografico cui poter fare riferimento – mi ha procurato qualche grattacapo. Mi sembrava però importante contribuire a far sì che non ci si basasse sulle sole esperienze occidentali, accettando implicitamente questa o quella delle immagini, più o meno mitologiche, che dell’esperienza sovietica sono state via via elaborate [1]. Una parziale giustificazione di tale scelta è poi venuta dal dibattito, dove è stata riconosciuta l’estraneità della storia sovietica al modello di sviluppo storico fondato, in base alle ipotesi marshalliane, sull’evoluzione dei diritti. Ma se questo è vero, più che espungere per questa o quella via l’esperienza sovietica dal materiale con cui cerchiamo di costruire il nostro modello, dovremmo ab-bandonare quest’ultimo, che francamente non mi sembra in grado di sostenere una interpretazione della storia europea degli ultimi secoli, e sforzarci di trovarne un altro, al tempo stesso più complesso e più solido [2].
Data la già ricordata, veloce evoluzione della realtà sovietica – che tanto contrasta con l’apparenza di staticità proiettata all’esterno dal sistema, specie nella seconda parte della sua vita, e spesso introiettata dalle analisi di ispirazione “totalitaria” – nelle pagine che seguono ho cercato di schizzare una serie di quadri corrispondenti alle sue fasi principali. Credo infatti che il primo passo necessario alla comprensione dell’oggetto sto-rico sovietico sia la ricostruzione della sua evoluzione concreta, che ha come premessa l’abbandono di ogni modello che ne fissi questa o quella immagine più o meno ingannevole, o anche questa o quella seria ricostruzione di una delle sue fasi principali, proiettandola poi in maniera anacronistica a ricoprire immagini e fasi precedenti o successive.
Si è invece spesso fatto il contrario: un po’ per la già ricordata prevalenza di una serie successiva di miti rispetto alla conoscenza reale, un po’ per l’affermazione negli anni Set-tanta di un’idea dell’URSS come paese dello scambio tra diritti sociali, tanti, e diritti politici, pochi. È interessante notare come dietro questo concetto, o meglio dietro questa pretesa, incarnata dalla Costituzione brezneviana del 1977, che soppiantava quella staliniana del 1936, vi fosse l’implicito riconoscimento, anche da parte dei vertici sovietici, che il loro socialismo reale era cosa diversa da quella originariamente e per lungo tempo promessa o pretesa (come del resto dimostrava la scelta di aggiungere un aggettivo carico di significati al vecchio sostantivo) [3]. Nell’impostazione ideologica originaria che, almeno in parte dell’élite sovietica, ha direi retto fino all’epoca krušceviana, quello scambio non vi era affatto. E proiettarlo all’indietro come si è spesso fatto, sovrapponendo sia la realtà sovietica degli anni ‘60 e ’70 sia la giustificazione che di essa dava il regime a delle fasi precedenti, costituisce uno di quegli anacronismi di cui si è fatta menzione.
Una volta fatta la scelta di cercare di mettere insieme una overview di un periodo abbastanza lungo, i cui limiti cronologici sono stati scelti sulla base tanto della mia competenza quanto dell’accumulazione di conoscenze storiche generali (è lecito dire che la ricerca ha da poco preso ad affrontare seriamente i problemi del dopoguerra e ha appena cominciato a esplorare il periodo successivo al 1956), si è posto il problema di cosa privilegiare in essa: il percorso delle immagini e dei miti, quello della legislazione formale, o quello degli sviluppi storici concreti? Nel caso sovietico il problema è reso particolarmente complicato dal fatto che in esso questi percorsi sono stati a lungo separati da un abisso. Parliamo in fondo del paese che ha creato il realismo socialista – per definizione chiamato a descrivere la realtà come doveva essere piuttosto che come essa era – e dove erano stati inventati, e poi riscoperti, i villaggi Potemkin, un termine ormai ricorrente per descrivere le pretese della propaganda sovietica persino nelle opere dei capifila di quella che era considerata la corrente revisionista [4]. Per quanto riguarda poi il piano legislativo, un’accurata ricostruzione della cui evoluzione sarebbe di grande importanza, c’è il già menzionato problema del segreto che ha fin qui coperto i decreti che spesso con-traddicevano apertamente la legislazione ufficiale [5], decreti presi – uso il termine ufficiale dell’epoca – per “via cospirativa” da organi di partito che, almeno fino al 1936, in base alla stessa Costituzione sovietica, non avevano alcun diritto di imporre le loro decisioni allo stato (di qui, appunto, il loro operare per via cospirativa) [6].
Aggiungo che non ritengo interessante concentrarsi sul confronto, certo importante, tra miti, legislazione formale e realtà, un confronto che non è comunque riducibile allo smascheramento, dato che quella realtà era a volte frutto dei decreti cospirativi di cui sopra e altre volte più semplicemente distante anni luce dalle regole che il potere cercava di imporle, anche a causa delle loro molteplici contraddizioni e inattese conseguenze.
Occorrerebbe piuttosto chiedersi come quella realtà si sia prodotta, come essa sia cambiata nel corso del tempo e cosa essa abbia voluto di volta in volta dire, cioè come sia possibile interpretarla. Non potendo far ciò, cercherò comunque di evocare qualche immagine e di sollevare alcuni problemi lungo queste linee, nella speranza che ciò serva almeno a diradare qualche nebbia, come quella che circonda l’estensione, la portata e i principi del “welfare” (le virgolette sono, come vedremo, indispensabili) sovietico.

1. Rivoluzione e guerra civile
È impossibile parlare dei diritti della popolazione del nuovo stato sovietico, e dell’immagine che di essi l’occidente ha ritenuto, senza partire dai famosi decreti varati dal primo governo bolscevico tra l’ottobre 1917 e il trattato di Brest-Litovsk. Questi decreti, che ancor oggi è impossibile leggere senza provare una certa emozione, non riguardarono solo pace e terra, ma anche libertà religiosa, di pensiero e di movimento (ricordiamo che nella Russia zarista, così come nell’impero ottomano, vigeva un sistema di passaporti interni destinato a limitare soprattutto la libertà contadina) e diritti delle donne e dei minori, salari e ferie retribuite, giornata di otto ore e diritto alla pensione, ecc. Si arrivò presto al varo di Codici – del lavoro, della famiglia e infine della terra – avanzatissimi, che si rifacevano alla migliore tradizione ed elaborazione socialdemocratica e democratica, cioè a quel socialismo rivendicativo (un termine che uso per sottolinearne la differenza rispetto al socialismo statalista cui esso è stato però innegabilmente intrecciato) di fine Ottocento-inizio Novecento.
La grande serie di decreti che seguì la rivoluzione era insomma il prodotto di una delle grandi fucine in cui è stato forgiato il moderno sistema dei diritti sociali europei, quello che avremmo poi chiamato lo stato sociale. Siamo qui di fronte a una delle radici del mito sovietico in occidente – perché non credere alle sincere parole di chi finalmente “decretava” quanto in Europa si chiedeva da decenni? – subito analizzato come tragedia dai menscevichi, ben coscienti che quelle parole non solo erano destinate a restare tali, ma testimoni diretti del loro rapido coprire una realtà che si evolveva in direzione opposta.
Non si trattò, tuttavia, solo di una rapida divaricazione tra parole e realtà: nei primi atti del governo bolscevico comparve subito con forza anche l’altra faccia del socialismo. Prendiamo la prima Costituzione del luglio 1918: in essa non vi è alcun riferimento a eventuali diritti sociali dei cittadini e si parla per esempio di obbligo, non di diritto al lavoro, un obbligo necessario “per distruggere gli strati parassitari e organizzare l’e-conomia”. Va da sé che l’esperienza della guerra civile, presto combattuta anche e soprattutto contro le campagne e non solo contro i bianchi, selezionò (favorì) velocemente questo aspetto costruttivo, statale e coercitivo del bolscevismo (un termine che, seguendo quanto fatto dagli stessi bolscevichi nel 1919, potremmo anche noi sostituire con co-munismo).
Scorrendo per esempio la lista dei decreti emessi dal secondo governo bolscevico ucraino a fine 1918, si scopre che il primo ad avere un qualche contenuto sociale è il ventitreesimo, dedicato alla nazionalizzazione dell’economia, e quindi anch’esso, in fin dei conti, teso al rafforzamento del nuovo stato. Esso era stato preceduto da decreti relativi alla costruzione dei commissariati agli Interni e alla Guerra, degli organi di potere locale ecc. [7].
Questo secondo socialismo si rivelò presto prevalente anche nelle relazioni tra il nuovo stato e gli operai che pure, almeno in teoria, continuarono a costituirne per lungo tempo la “base sociale” e i figli privilegiati, vale a dire i cittadini per eccellenza del nuovo sistema. Pensiamo alla rapidissima evoluzione dei vertici del commissariato al Lavoro. Alla sua te-sta venne nominato _ljapnikov, un ex operaio intimo di Lenin, che presiedette al varo di una grande ondata di legislazione filo-operaia. Il fatto che però lo stesso _ljapnikov fosse di lì a tre anni a capo della prima seria, e seriamente perseguitata, opposizione interna al regime e al partito – l’Opposizione operaia appunto – la dice lunga sull’evoluzione reale della situazione che _ljapnikov aveva creduto di poter regolare coi suoi decreti.
Questa evoluzione era dominata dalla tendenza verso la militarizzazione del lavoro, naturalmente accompagnata da una drastica riduzione dei diritti reali dei lavoratori. Era questo il frutto della pressione delle contingenze (le stesse che avevano portato alla com-parsa di forme di militarizzazione del lavoro in tutti i paesi coinvolti nel primo conflitto mondiale e che si manifestavano ora in Russia in forme estreme) ma anche quello di una impostazione ideologico-economica che abbiamo già visto presente nella prima costituzione sovietica, nonché della feroce determinazione con cui i dirigenti bolscevichi sapevano applicare le misure necessarie alla sopravvivenza del nuovo stato una volta deciso, es-senzialmente in occasione dei grandi dibattiti intorno all’opportunità di firmare il trattato di Brest-Litovsk, che questa sopravvivenza era la considerazione suprema.
Già nel 1920-1921, intere regioni, come il Donbass, erano state trasformate in enormi company towns statali in cui, al di là di ogni legge ma spesso anche formalmente, at-traverso decreti più o meno segreti, i diritti dei lavoratori erano completamente sottomessi alle necessità economiche e politiche dello stato. In quest’ottica, era per esempio normale per i dirigenti bolscevichi ordinare la ripulitura di interi centri abitati, facendo deportare nelle campagne vicine e lontane chi era sospettato di poter costituire un problema per il regime o, più semplicemente, non era ritenuto utile alla vita produttiva [8].
È a questo proposito interessante notare che anche alcuni di quelli poi presentati come diritti sociali, e come tali probabilmente intesi nel 1917-1918, abbiano conosciuto per questa via una rinascita nel 1919-1921.
Prendiamo per esempio il principio della distribuzione gratuita di cibo, servizi, abitazioni ecc. a una parte degli abitanti delle città – i non socialmente estranei od ostili – affermato a più riprese nella legislazione del 1920. Anche nel caso della sua introduzione forte e in-negabile è il peso delle contingenze: ovunque in Europa l’economia di guerra, con i connessi fenomeni di statizzazione e naturalizzazione dell’economia, e di crescente scarsità dei beni, aveva portato all’introduzione di principi di distribuzione non fondati sullo scambio monetario e definiti in base a priorità stabilite dallo stato, tenuto conto dei suoi interessi qui e là moderati da considerazioni morali o religiose (sarebbe a questo proposito interessante fare una rassegna delle legislazioni europee sul razionamento e il relativo tesseramento in ambito urbano dopo il 1916).
Nel caso russo però è presente un’estremizzazione del fenomeno, dovuta da una parte al proseguimento del conflitto in condizioni sempre più difficili ben oltre il 1918, dall’altra alla fortissima caratterizzazione ideologica del gruppo dirigente il nuovo stato. Penso alla scelta radicale a favore dell’abolizione dei diritti economici di proprietà e commercio nonché di mercato e moneta fatta dopo la vittoria su Denikin a fine 1919. Da questo punto di vista, la generalizzazione – su basi, notiamo, gerarchiche e non egualitarie (ma su questo punto torneremo tra breve) – di razionamento e distribuzione dall’alto di beni, servizi e lavoro nel corso dell’anno successivo non appare più figlia di un movimento teso a garantire i diritti sociali ed economici dei cittadini, ma piuttosto della costruzione di uno stato centralizzato capace, tra l’altro, di regolare l’accesso graduato dei suoi soggetti a beni scarsi in base ai suoi interessi. Che poi nel 1920 si trattasse di pretese più che di realtà, ché senza il mercato nero la popolazione urbana, pur ridottasi del 30 e in alcuni casi anche del 50%, non sarebbe sopravvissuta, è altra storia, che punta ai limiti, presto manifesti, di una gestione completamente statalizzata dell’economia (vale a dire di quello che Polanyi avrebbe chiamato un sistema redistributivo puro).
Quanto detto finora si applica essenzialmente agli abitanti dei centri urbani, la cui percentuale sulla popolazione generale del paese era in forte calo a causa di guerra, guerra civile e difficoltà alimentari, e che, in ogni modo, già allo scoppio della guerra superava di poco il 20%. In altri termini, la stragrande maggioranza della popolazione era esclusa, anche formalmente, da buona parte dei diritti sociali introdotti nel 1917. È questo un dato essenziale, che resterà vero – sia pure con importantissime variazioni – per gran parte dell’esperienza sovietica, alla cui comprensione è quindi indispensabile una chiara coscienza di questo disequilibrio.
Credo sia però possibile sostenere che almeno nei primi anni del regime sovietico, e poi soprattutto durante la NEP, il riconoscimento da parte dello stato della conquista e della divisione della terra da parte dei contadini – un obiettivo, ricordiamolo, a lungo osteggiato dal marxismo – possa essere considerato una sorta di equivalente dei diritti sociali formalmente garantiti a certi strati urbani. Il possesso della terra diventava insomma la garanzia della sopravvivenza e della riproduzione della famiglia contadina, che però restava così, di fatto, estranea alla vita dello stato. Aggiungiamo subito che specie tra il 1919 e il 1921, la brutalità e la spietatezza delle requisizioni costituirono una fortissima limitazione, quando non la cancellazione, di questo diritto: come centinaia di assemblee contadine ripetevano indignate, a che valeva il possesso della terra se non era assicurato quello dei suoi prodotti, e garantita la possibilità di scambiarne l’eccedenza?[9]
Ricordiamo che i contadini non erano discriminati solo dal punto di vista del mancato riconoscimento dei diritti sociali, trasformati nel loro caso, come abbiamo appena visto, in un’appendice di un diritto economico male accetto all’ideologia dei vertici del regime. Essi erano discriminati anche dal punto di vista dei diritti politici, che sappiamo essere una garanzia fondamentale del contenuto reale di diritti sociali magari generosamente ri-conosciuti nella forma. Ai contadini era per esempio vietato organizzarsi per la difesa dei propri interessi economici, diritto invece almeno formalmente garantito agli operai (di qui la, pur grama, vita dei sindacati sovietici). Soprattutto, ai contadini venne, sin dal principio, negata la parità di voto. La costituzione del 1918 confermava a questo proposito i principi del voto cetuale già tanto contestati dai socialdemocratici prima della rivoluzione: per eleggere un deputato al soviet panrusso c’era bisogno di 25.000 voti cittadini e di 125.000 voti contadini. In altre parole, il voto contadino valeva un quinto del voto urbano (aggiungiamo che si votava in forma palese e non segreta). Gli abitanti delle campagne furono quindi subito, e anche per legge, cittadini di seconda classe nel nuovo stato “operaio e contadino”.
Bisogna inoltre considerare che una tale definizione dei diritti e un simile sistema elettorale avevano importanti conseguenze nelle aree non russe dell’impero, dove spesso gli abitanti delle città erano dal punto di vista linguistico, etnico, e religioso diversi da quelli delle campagne circostanti. Malgrado le tante, e spesso almeno nei primi anni non vuote, parole a favore dell’eguaglianza dei suoi popoli, il nuovo stato – che rifiutò dapprima, in nome di principi generali, l’idea di favorire i gruppi prima oppressi applicando quelle che si sarebbero in seguito chiamate politiche di indigenizzazione (ucrainizzazione ecc.) – si ri-trovava così a introdurre di fatto nuove discriminazioni, sociali e politiche, che colpivano i soggetti non russi.
Siamo qui di fronte al problema cruciale dei diritti nazionali, e del loro stretto rapporto con i diritti sociali e politici laddove le divisioni sociali sono complicate da quelle nazionali, un problema dalla cui analisi è impossibile prescindere se si vuole avere un quadro realistico della situazione dei diritti sociali in qualunque contesto multietnico.
Occorre infine ricordare che tra gli abitanti urbani, oltreché nelle campagne, vi fu da subito anche un gruppo escluso da ogni diritto, politico o sociale che fosse. Si tratta dei cosiddetti li_ency, vale a dire i cittadini privati dei diritti in base alla loro appartenenza a questa o quella categoria di çi-devants o di nemici del regime. Notiamo che si trattava in genere di categorie costruite secondo criteri che si volevano oggettivi, e non di colpa soggettiva. Esse comprendevano chi aveva fatto uso di lavoro salariato, i rentiers di vario tipo, gli ex nobili e alti funzionari zaristi, gli ex gendarmi, i religiosi, i condannati a certi tipi di reati ecc. Spesso la privazione dei diritti era estesa anche ai loro famigliari, e presto divenne pratica comune applicare la misura ad almeno parte delle famiglie di zone resesi responsabili di ribellioni contro il nuovo regime, anche se formalmente appartenenti a ceti popolari (in altre parole, il criterio politico-soggettivo fece presto valere i suoi diritti sulla pretesa oggettività dell’originaria classificazione). Il numero dei li_ency conobbe im-portanti oscillazioni, ma raramente fu sotto le centinaia di migliaia [10].
All’altro capo della scala sociale, stava intanto emergendo una nuova élite legata alla costruzione del nuovo stato e al partito che ne se faceva carico, molto spesso di estrazione popolare, cui presto furono riconosciuti, con provvedimenti in genere segreti, diritti – o meglio privilegi – molto estesi.
Se ricordiamo che già nel comunismo di guerra aveva fatto la sua comparsa una gerarchia dei diritti-privilegi garantiti dallo stato ai suoi servitori in base alla loro utilità e al loro rango, possiamo intuire l’importanza del concetto di segmentazione – politica, eco-nomica, sociale, etnica, poliziesca, giudiziaria – per capire il sistema sovietico. Si trattava di una segmentazione frutto dell’operato dello stato sulla società, da cui discendevano i diritti (o meglio a questo punto i privilegi e le discriminazioni) di questo o quel gruppo, e che traeva le sue origini tanto dall’iniziale patrimonio ideologico bolscevico quanto dalle pres-sioni e dalle contingenze della guerra civile. Fondamentali erano, infatti, i suoi legami con il progetto di radicale ingegneria – o meglio chirurgia – sociale di cui i bolscevichi erano por-tatori, ma non va mai dimenticato che questo patrimonio subiva a sua volta una veloce e-voluzione che rafforzava e/o deformava alcune delle sue parti e ne rendeva caduche altre.
Se è insomma innegabile che una primitiva divisione del mondo in amici e nemici, spesso fondata su categorie “oggettive” molto dubbie, era dentro la cultura bolscevica, insieme al sogno di rifare il mondo con la violenza, l’applicazione di questa logica a intere categorie e gruppi famigliari, etnici, religiosi, giudiziari, geografici, nazionali ecc., ne costituì un’estensione dai tratti spesso inattesi e innovativi [11].
Prima espressione compiuta, almeno nelle sue forme, di questa segmentazione fu l’esperienza del tesseramento del 1919-1920: li_ency e contadini ne erano esclusi, e operai e cittadini vennero suddivisi in varie categorie che ricevevano, o meglio avevano in teoria diritto a ricevere (ché in pratica, data la situazione, solo il vertice della piramide riceveva davvero una parte non trascurabile di quanto formalmente assicurato), beni e servizi in base a considerazioni di natura gerarchica, funzionale e ideologica, ovviamente temperate da corruzione, amicizie, legami particolari e iniziative personali.

2. La NEP
La crisi e l’abbandono del comunismo di guerra portarono tra il 1921 e il 1922 alla definizione di un nuovo modello di stato. Nelle campagne, la sia pur lenta fine delle requisizioni e l’introduzione della libertà di commercio delle eccedenze e di conduzione del-le aziende famigliari, poi formalizzate dal nuovo codice agrario, corrispondevano all’ac-cettazione, certo temporanea, degli obiettivi della rivoluzione agraria degli anni precedenti, nonché del programma delle grandi rivolte antibolsceviche del 1919-1921. Per i motivi che abbiamo discusso, questo riconoscimento dei fondamentali diritti economici dei contadini equivaleva, in un certo senso, a una informale estensione – ora reale perché non minata da requisizioni e arbìtri – alle campagne dei diritti sociali proclamati nel 1917 [12].
Continuava però, sia sul piano legislativo-formale, sia su quello sostanziale, la di-scriminazione dei contadini, cui non erano estesi i diritti sociali formalmente riconosciuti agli operai e cui continuava a essere negata la possibilità di organizzarsi in “unioni” per difendere o rivendicare i propri diritti (la minaccia rappresentata dalla nascita di simili unioni, di ispirazione socialista-rivoluzionaria, è uno dei temi dominanti i rapporti della polizia politica sulle campagne nel corso degli anni Venti).
Continuavano anche le discriminazioni in materia di diritti di voto e la pratica del voto palese nelle elezioni degli organismi rappresentativi di villaggio, contro cui si sollevavano continue proteste. Queste ultime erano spesso allargate alla mancata estensione ai villaggi dei diritti (che diventavano perciò privilegi) almeno formalmente accordati agli operai: pensioni di vecchiaia e invalidità, indennità di disoccupazione, congedi per malattia retribuiti, facilitazioni nell’accesso agli studi ecc.
Fino alla liquidazione dell’opposizione nel 1927, almeno nel caso degli operai stabili (circa un 30-40% di una forza lavoro composta in larga parte da giornalieri e stagionali) tali diritti-privilegi ebbero un contenuto concreto. In quegli stessi anni gli articoli del codice del Lavoro erano, bene o male, rispettati e il sindacato giocava un certo ruolo nella vita di fabbrica e nell’assicurare il rispetto di quanto previsto dalle varie leggi, anche se non va dimenticato che i lavoratori comunisti occidentali stabilitisi in Urss già trovavano le condizioni e i diritti operai nel paese incomparabilmente peggiori di quelli vigenti nei paesi capitalistici [13].
In ogni caso, nel 1928-1929 si spendevano complessivamente per i diritti sociali del proletariato industriale e della popolazione urbana circa 1150 milioni di rubli, una cifra grosso modo equivalente a quella degli investimenti industriali, vale a dire notevole ma non troppo grande e comunque di gran lunga inferiore in percentuale a quella che caratterizza gli stati sociali moderni.
L’indubbio miglioramento della condizione contadina e di quella operaia attenuò, durante la NEP, il carattere segmentato e paracastale, con diritti-privilegi (sociali ma non solo) distribuiti gerarchicamente e tenuti il più nascosti possibile, della società sovietica formatasi nel 1918-1922, ma non lo cancellò. Almeno per quel che riguarda i gruppi dirigenti il partito e lo stato, esso venne anzi rafforzato dalle disposizioni più o meno segre-te adottate anche durante la NEP per fare di essi un ceto a sé stante. I privilegi della nuo-va élite – un termine qui inteso in senso paretiano, senza alcuna implicazione valutativa – vennero per esempio estesi sino a includere un diverso trattamento giudiziario, vale a dire il diritto a essere giudicati da organi particolari in base a principi particolari [14].
Fondata su un compromesso tra il nuovo stato e le nazionalità, oltreché tra quest’ultimo e i contadini, la NEP fu caratterizzata infine da importanti passi avanti in materia di diritti nazionali. Premessa di ciò fu la decisione di creare uno stato federale, dal cui stesso nome era assente ogni riferimento alla Russia, e pour cause come sappiamo oggi dopo la pubblicazione dei documenti relativi ai conflitti tra Lenin e Stalin sulla denominazione e la struttura del nuovo stato. A conferma del peso ora apertamente riconosciuto alla questione nazionale, nella costituzione adottata nel 1924 si parlava poco di diritti e molto di stato e della sua forma federale, vale a dire della soluzione trovata al problema della rinascita di un nuovo stato plurinazionale (in particolare, la questione dei diritti sociali era piuttosto affrontata nei nuovi codici approntati in quegli anni, e nella le-gislazione federale e repubblicana).
Soprattutto, vi fu la piena accettazione del principio dell’indigenizzazione, che durante la guerra civile era stato violentemente osteggiato dai bolscevichi, e aveva costituito il cuore dei programmi nazionalisti, tutti tesi a difendere e promuovere le lingue, le culture, le attività e le posizioni dei vari gruppi non russi. Almeno dal punto di vista legislativo, e fino al 1929-1930 anche sostanzialmente, a questi ultimi vennero riconosciuti, in ogni campo, dei diritti speciali (quindi, in realtà, dei privilegi) per rimediare alle conseguenze dell’oppressione zarista e del nazionalismo russo. Nasceva così quello che Terry Martin ha con espressione ironica, ma non fuori luogo, chiamato l’affirmative action empire sovietico. Pur mantenendo anche negli anni Venti un nocciolo duro di controllo nel partito, nella polizia politica, nella grande industria e nell’esercito, mai “repubblicanizzati” se non per pura forma (il GPU ucraino redasse per esempio quasi sempre i suoi documenti in russo), il nuovo stato assegnava così un peso particolare alla cittadinanza etnica nella definizione dei diritti individuali, di fatto estendendo segmentazione e costruzione para-castale a comprendere il fattore nazionale [15].

3. Gli anni Trenta
La crisi e la successiva liquidazione della NEP con il lancio della “rivoluzione dall’alto” staliniana aprì le porte del decennio in cui furono gettate – in parte, ma solo in parte, riprendendo l’esperienza del comunismo di guerra – le basi della società sovietica. Dal nostro punto di vista, ciò si risolse nell’emergere di una società che è lecito definire paracastale. Ciò avvenne in un contesto segnato da esperienze traumatiche, in cui la con-traddizione tra pretese ufficiali, leggi e realtà raggiunse il suo culmine: l’Unione sovietica fu davvero, allora, per usare la felice espressione di Ante Ciliga, “il paese della grande menzogna”.
In particolare, nonostante la retorica operaista del primo stalinismo, il lancio del-l’industrializzazione portò al rapido e progressivo svuotamento della legislazione sociale operaia. Questo processo fu accompagnato dalla fine della relativa autonomia sindacale in materia di difesa dei diritti sociali e materiali degli iscritti che, come abbiamo visto, aveva caratterizzato gli anni della NEP. Era così confermata l’inconsistenza di qualunque diritto, anche ufficialmente proclamato, in assenza di quelli di libertà.
Nel 1929, dopo che la vecchia direzione del sindacato, schieratasi con la “destra”, era stata sconfitta e purgata, venne varata una vasta riforma della legislazione sociale tesa a “coordinare” quest’ultima con le “necessità dell’industrializzazione”. I lavoratori stagionali, e più in generale gli operai non stabili membri di famiglie contadine vennero allora esclusi dal godimento di alcuni diritti sociali (indennità di disoccupazione, malattia retribuita ecc.), le liste della previdenza sociale vennero “purgate” da tutti gli “elementi socialmente e-stranei”, fu avviata una generale revisione delle pensioni di invalidità ecc.
La via più importante per l’annullamento della legislazione filo-operaia varata nel 1917-1918, e poi sancita negli anni della NEP, fu però l’estensione di massa del lavoro d’assalto (udarni_estvo) ottenuta grazie a pressioni di vario genere, iscrizioni di massa e piccoli privilegi materiali resi importanti dal veloce crollo dei salari reali. A questi operai d’assalto era infatti possibile chiedere qualsiasi cosa, ottenendo indirettamente dal loro “entusiasmo” l’invalidazione dei dispositivi legislativi di protezione sociale e sul lavoro, nonché quella delle statistiche ufficiali in materia (se lavorare dodici ore e non otto diventava, appunto, “una questione di onore ed entusiasmo”, che si poteva far passare per una richiesta volontaria della forza lavoro, è evidente che tutte le disposizioni e le statistiche sull’orario di lavoro diventavano pura forma).
Questo processo raggiunse il suo culmine nel 1933 con l’abolizione del commissariato al Lavoro, i cui organi vennero fusi con quelli dei sindacati, privando anche formalmente lo stato di un organo che si occupasse della questione operaia.
La continua revisione verso l’alto degli obiettivi dei piani di industrializzazione tra il 1929 e il 1930 trasformò inoltre molto presto il piano bilanciato concepito alla fine degli anni Venti in una lista di priorità decisa dal vertice del partito sulla base di quelli che erano ritenuti gli interessi prioritari dello stato. In altre parole, visto che le risorse necessarie per tutti gli obiettivi previsti dal piano non c’erano, pur non rinunciando nella forma a pre-sentare piani che prevedevano il raggiungimento di ciascuno di essi, si cominciò a distribuire le risorse reali in base alle priorità decise dal centro.
Nella lista di queste priorità armamenti, industria pesante e strumenti per la garanzia del controllo sociale occupavano naturalmente i primi posti, mentre i diritti sociali erano relegati nelle ultime posizioni. Come scrisse uno dei grandi industrializzatori sovietici, il “costruttore di Kuznetsk”, quando apparve impossibile costruire insieme la grande ac-ciaieria e le case per gli operai addetti alla sua costruzione, “decidemmo di andare avanti con la costruzione industriale prima di tutto e di procedere alla costruzione di abitazioni solo se ciò non avesse ostacolato il conseguimento del nostro obiettivo principale” [16]. Che la pratica fosse generale è confermato dai dati oggi disponibili sugli investimenti in edilizia civile, che precipitarono nel 1929-1930 a livelli minimi da cui si risollevarono solo nei primi anni di Krušcev.
La distribuzione delle risorse in base a liste di priorità fu alla base dell’emersione di una società fortemente gerarchizzata e tendenzialmente abbastanza rigida, anche se, al-meno fino alla morte di Stalin, essa fu sottomessa all’arbitrio assoluto del suo vertice, che vi gettò lo scompiglio a più riprese. Questa emersione venne facilitata dalla grande ondata inflattiva che accompagnò la “rivoluzione dall’alto”. La decisione di mantenere un rublo u-nico, resa indispensabile dalla necessità di avere un’unità di conto per l’economia nazionale, poté solo nascondere i processi di segmentazione, o partizione, della moneta scaturiti dalla combinazione tra pressione inflazionistica, volontà di difendere formalmente la moneta e necessità di distribuire risorse scarse in base a liste di priorità.
Certo, gli “estremistici” autori di teorie che auspicavano la formalizzazione di questa partizione, esaltando il fatto che lo stesso rublo avesse un “valore di classe” diverso nelle mani di un kulak privo di ogni possibilità di accesso ai negozi statali, di un operaio che poteva comprare qualcosa nel negozio a prezzi calmierati della sua fabbrica, e del dirigente industriale o dell’alto funzionario di partito con la loro rete di negozi speciali, vennero vio-lentemente criticati perché mettevano in dubbio la possibilità stessa della contabilità nazionale (che valore potevano avere piani e statistiche se l’unità di conto in cui erano espressi non era omogenea?). Ma nei fatti questa partizione vi fu e, tra alti e bassi, continuò a caratterizzare tutta la storia sovietica, in cui sempre lo stesso rublo ha avuto un valore diverso secondo il rango della persona che lo utilizzava, funzionando così come una tessera di razionamento nascosta anche dopo l’abolizione del tesseramento (e rendendo di fatto poco credibile ogni statistica e contabilità economica, un fattore di non poco conto nel collasso finale del regime).
Tra il 1928 e il 1934, comunque, a conferma dello stato di guerra che regnò allora nel paese, vi fu anche un ritorno al tesseramento vero e proprio. Come già durante la guerra, le tessere furono di vario tipo, sicché, soprattutto se si riesce a tener conto delle variazioni nel loro valore reale, spesso molto diverso da quanto formalmente prescritto e dipendente in fin dei conti dalla decisione di dove spedire risorse comunque scarse, è possibile usare il sistema del tesseramento come specchio dell’immagine della società paracastale e pi-ramidale che il regime andava costruendo.
Come già nel 1918-1922, sin dall’inizio vennero esclusi dal tesseramento determinati ceti urbani, giudicati a vario titolo ostili o comunque socialmente estranei al nuovo stato. Soprattutto da esso vennero escluse le campagne. Ma a differenza del periodo precedente la NEP (con la parziale eccezione del 1919-1920, quando le requisizioni furono durissime), ora i contadini erano le vittime principali della guerra scatenata dallo stato che, togliendo loro la terra, prelevando quante più derrate possibile ed escludendoli dal razionamento, annunciava di fatto non solo di ritenere l’80% della popolazione del paese fuori dallo stato (e quindi da qualunque sistema di diritti), ma di non ritenersi nemmeno responsabile della sua sopravvivenza fisica.
Nel 1931 vi erano per esempio quattro tipi di tessere (quattro liste di distribuzione), ciascuno articolato su due o tre categorie, che costruivano una scala con 12 gradini al cui vertice vi era una lista speciale, anch’essa articolata su due categorie, la prima riservata agli altissimi dirigenti e l’altra ai dirigenti di partito, stato, esercito, polizia politica, ac-cademie scientifiche, organi economici ecc.
Nei due anni successivi il sistema del tesseramento conobbe un’interessante evo-luzione, dettata dalle crescenti difficoltà incontrate dalla rivoluzione staliniana, culminate poi nella carestia del 1932-1933. Nel 1931-1932, per esempio, vennero introdotte riforme che, come già quella della sicurezza sociale di fine anni Venti, erano tese, come ha scritto Elena Osokina, a sostituire il motto socialista “chi non lavora non mangia” con quello “chi non lavora per l’industrializzazione non mangia” (nella primavera del 1932, si arrivò a escludere dal tesseramento gran parte dei famigliari degli operai). Contemporaneamente, anche le altre priorità dello stato continuavano a modificare il sistema delle tessere, spin-gendo verso un’accentuazione della già notevole gerarchizzazione di diritti e consumi per città, regioni, ceti, tipi di industrie ecc. A Mosca, che aveva allora il 2% della popolazione del paese, ma che il regime voleva tenere tranquilla, erano, per esempio, destinati nel 1931-1932 il 15-20% dei beni del fondo nazionale di consumo [17].
La degradazione delle condizioni di vita raggiunse il suo culmine con la carestia del 1932-1933, che fece circa 6-7 milioni di vittime in pochi mesi. Allora l’unico diritto-privilegio, miserabile quanto fondamentale, assicurato alla maggioranza degli abitanti urbani fu quello della sopravvivenza, di cui lo stato continuò in qualche modo a sentirsi re-sponsabile, mentre contadini, e specialmente nomadi, ancora una volta di fatto fuori di ogni diritto di cittadinanza, erano abbandonati al loro destino.
La fase acuta della crisi terminò col raccolto del 1933. Un anno dopo, mentre Stalin dichiarava che “la vita era diventata più gaia”, era annunciata la fine del tesseramento. Si trattava indubbiamente di un passo importante, salutato con favore dai contadini, ora di nuovo ammessi a fare acquisti nei negozi cittadini da cui erano prima esclusi a causa del mancato rilascio della tessera (cominciarono allora quelle periodiche, quanto paradossali alla luce dell’esperienza occidentale, spedizioni di masse rurali per acquistare cibo in città ancora ben vive negli anni Ottanta). Da un certo punto di vista, quindi, il carattere segmentato e paracastale della società sovietica tornò ad attenuarsi. Ma sotto la superficie del rublo e dei negozi eguali per tutti era ormai in funzione un consolidato e stratificato sistema di distribuzione di beni e servizi (quindi di “diritti”), l’accesso ai cui vari livelli dipendeva strettamente da rango, posizione sociale e geografica, e tipo di lavoro.
Viste le priorità in base alle quali questo sistema era stato costruito, un operaio non qualificato, addetto all’industria bellica in qualche centro urbano di prima categoria, poteva avere un reddito reale – in termini di beni e servizi – superiore a quello di un ingegnere dirigente un reparto di una industria tessile in qualche cittadina di provincia. Naturalmente, per ottenere quel lavoro, e l’accesso ai negozi speciali della sua fabbrica, quell’operaio aveva dovuto passare attraverso varie operazioni di filtraggio, e rinunciare a gran parte della sua libertà di spostamento. Cominciava così a emergere, dal settore militare-industriale, quello scambio interclassista e di massa, ma pur sempre relativo a una minoranza, tra limitati privilegi (un’espressione che sembra migliore di “maggiori diritti”) e libertà personale che finì poi per essere vantato negli anni Settanta come una delle caratteristiche del socialismo reale [18].
Qual era quindi la piramide sociale emersa negli anni Trenta, ai cui diversi gradini corrispondevano diversi diritti-privilegi?
La sua struttura fu determinata da industrializzazione e collettivizzazione. Al suo primo gradino troviamo, infatti, il mondo in continua espansione del lavoro forzato, anch’esso di forma piramidale, con al suo vertice i campi di lavoro, seguiti dalle colonie, dalle zone di insediamento speciale ecc. [19]. Nato nel 1929 per soddisfare alcune esigenze economiche (come lo sfruttamento di depositi minerari situati in regioni lontane e inospitali), esso dovette la sua prima crescita alla “liquidazione dei kulak in quanto classe”, la grande operazione di chirurgia sociale che accompagnò il lancio della rivoluzione dall’alto. Ri-prendendo in termini nuovi, ed estremi, alcune delle esperienze del comunismo di guerra, essa si basava sulla segmentazione della popolazione, da parte dello stato-partito, in diversi strati, e sulla privazione dei diritti, e la deportazione, di quelli considerati ostili. Anche in questo caso, e molto presto, i criteri oggettivi per definire l’appartenenza a questo o quello strato (e soprattutto ai kulak), vennero sostituiti da criteri politico-soggettivi, che facevano di ogni oppositore un kulak o un amico dei kulak. Nasceva così una nuova grande sfera di esclusione dai diritti, articolata come si è detto su più livelli .
Il secondo gradino di questa piramide era occupato dai contadini collettivizzati, che vissero, e descrissero, la collettivizzazione come un ritorno alla servitù, che rovesciava l’emancipazione del 1861. E infatti la collettivizzazione non equivaleva solo alla perdita delle conquiste della rivoluzione agraria del 1917-1919, quindi dei diritti economico-sociali impliciti e indiretti garantiti dal possesso della terra e dalla possibilità di commerciarne i prodotti. Essa costituiva anche un passo indietro rispetto alla condizione contadina anteriore al 1917. Allora i contadini erano stati, più ancora che sotto la NEP, cittadini di seconda classe. Ora essi vennero, di fatto, almeno fino al 1935, considerati fuori dallo stato, uno stato che, come si è visto, non riconobbe durante la carestia alcuna responsabilità nei loro confronti. Lo stesso sistema utilizzato per remunerare i colcosiani era basato sulla premessa che questo pagamento sarebbe avvenuto se, e solo se, allo stato restava qualcosa dopo aver soddisfatto i suoi bisogni, definiti in base alle liste di priorità di cui abbiamo già discusso [20]. Da questo punto di vista, nel 1932-1933 la condizione dei colcosiani fu in un certo senso persino peggiore di quella dei prigionieri, cui lo stato si sentiva in linea di principio obbligato a fornire delle razioni (ma non va naturalmente dimenticato che spesso queste ultime non arrivavano, e che i colcosiani avevano mille possibilità in più di arrangiarsi rispetto ai prigionieri).
Lo status anche legalmente inferiore dei colcosiani fu sancito alla fine del 1932 dalla reintroduzione dei passaporti interni, aboliti nel 1917. A questi passaporti, tesi a ripristinare il controllo dello stato sulla popolazione violentemente rimescolata dalla guerra, lanciatole contro nel 1928-1929, e a censire e rimuovere gli abitanti indesiderabili nelle città, i colcosiani non avevano, infatti, diritto. Poco dopo, lo statuto modello colcosiano del 1935 precisava le condizioni di vita della maggioranza della popolazione, che ancora viveva nelle campagne, trasformandola anche legalmente in un ceto sociale inferiore.
L’attacco ai villaggi ebbe importanti ripercussioni anche sui diritti legati alla nazionalità. Formalmente, le politiche di indigenizzazione non furono abbandonate, ma piuttosto ridimensionate. Di fatto, però, si assistette a uno svuotamento dei diritti nazionali, tanto più radicale laddove i contadini e i nomadi non russi avevano – come in Ucraina, nel Caucaso settentrionale, lungo i confini occidentali del paese o in Asia centrale – opposto più resistenza alle politiche staliniane. Il fenomeno ebbe diverse facce. Da un lato, visto che, con l’eccezione di ebrei e armeni, le nazionalità non russe erano in generale costituite in larga parte da nomadi e contadini, il deterioramento delle condizioni e dello status di questi ultimi colpiva direttamente anche i vari gruppi nazionali. Dall’altro, la maggiore resistenza opposta alle politiche di Mosca, fece di alcuni di questi gruppi i bersagli particolari della repressione. Nel 1934-1935 cominciarono, nelle zone di frontiera, le prime deportazioni, con relativa esclusione da gran parte dei diritti, basate su criteri apertamente etnici. Si assistette così a fenomeni paradossali, come le grida degli organi statali incaricati di portare avanti l’indigenizzazione contro la diminuzione nel numero delle scuole di questo o quel gruppo etnico che era loro compito proteggere. Ma questo numero si riduceva velocemente perché parti delle popolazioni in questione venivano deportate, spesso in base a decreti segreti che nessuno era autorizzato a menzionare.
La pratica di deportare sulla base di semplici misure amministrative interi gruppi etnici e sociali, o loro parti, sembra confermare l’ipotesi che almeno fino alla morte di Stalin, quando si prese a insistere sul rispetto della “legalità socialista”, è difficile parlare di diritti: si viveva piuttosto alla mercé dello stato, anche se naturalmente non tutti venivano colpiti e c’era sempre la possibilità di appellarsi a questa o quella norma legale, che poteva anche essere rispettata se la cosa non entrava in conflitto con gli interessi dello stato [21].
Da un altro punto di vista, le deportazioni etniche confermano inoltre l’ipotesi che, sulla base dell’ideologia del suo gruppo dirigente, usa a ripartire la società in categorie, e dell’esperienza fatta durante la guerra civile, lo stato affrontò la crisi del 1932-1933 rinvigorendo e generalizzando la pratica di classificare la popolazione in gruppi definiti in base alla loro maggiore o minore utilità e ostilità, o pericolosità. Questa classificazione determinava a sua volta i “diritti” di questo o quel gruppo. Spero che sia a questo punto chiaro perché il termine, nel nostro caso davvero improprio, andrebbe sempre usato tra virgolette: si trattava piuttosto, come ho già scritto, di diritti-privilegi, accordati in base agli interessi dello stato e che, sulla stessa base, era possibile revocare.
Il terzo gradino della piramide sociale staliniana, costituito dalla popolazione urbana, era a sua volta – come abbiamo già intravisto – estremamente stratificato per tipo di città, di regione, di occupazione e di settore industriale, e aveva al suo vertice un gruppo ormai abbastanza ampio di dirigenti civili, militari, culturali e politici. L’immagine che il regime forniva di questa stratificazione era molto diversa dalla sua realtà, e lo divenne sempre più nel corso degli anni, quando anche la propaganda ufficiale lentamente si distaccò, senza però mai rinunciarvi, dall’operaismo del primo piano quinquennale.
Se guardiamo per esempio, al di là delle pur importanti differenziazioni, all’evoluzione generale della condizione operaia negli anni Trenta dal punto di vista dei diritti, un’evoluzione ricostruita per la prima volta dal menscevico Salomon Schwarz negli anni Quaranta, bisogna almeno notare:

    • Il drammatico e già ricordato crollo dei salari reali dei primi anni Trenta, accompagnato dalla cancellazione, formale o più spesso di fatto, di gran parte della legislazione sociale e del lavoro tesa a proteggere la manodopera;
    • il varo, alla fine del 1932, di leggi draconiane, prese per far fronte alla crisi di produzione e produttività: in base alle nuove norme i licenziati (ogni anno una percentuale importante della forza lavoro) e i loro famigliari erano privati sia dell’abitazione, sia della tessera del razionamento. Il fatto che ciò avvenisse nel terribile inverno del 1932-1933, al culmine della carestia, fa capire la gravità dell’errore di proiettare all’indietro, su questo decennio disperato, i compromessi tra regime e forza lavoro degli anni Cinquanta e Sessanta;
    • le leggi, ancora più dure, del 1938 e poi del giugno 1940, adottate per arginare la nuova crisi e preparare la guerra: il lavoro in fabbrica venne allora de facto militarizzato, agli operai divenne impossibile lasciare di loro iniziativa la fabbrica (si intravedeva qui la comparsa di un regime semi-servile anche nell’industria), mentre ritardi di pochi minuti sul lavoro diventavano punibili con lavori semi-forzati sul posto a salario ridotto, arresto e anche deportazione. Che anche in questo caso si trattasse di dure realtà, e non di semplici e vuote grida, è dimostrato dagli 80.000 operai arrestati nei sei mesi successivi il varo delle leggi del 1940, e dai 30.000 deportati nei campi e nelle colonie di lavoro nello stesso periodo. Furono inoltre reintrodotte le otto ore, estese su sei giorni la settimana, sabato incluso ecc.

Moshe Lewin ha per questo potuto parlare di una “caduta dalla grazia” degli operai sovietici negli anni Trenta, malgrado l’ideologia inizialmente operaista con cui fu varato il piano e la nuova retorica dello stachanovismo [22].
Contemporaneamente, per far fronte all’eccesso di mortalità causato dalla carestia e in connessione con la più generale svolta ideologica tradizionalista, quando non aper-tamente reazionaria, di metà anni Trenta, anche i diritti delle donne venivano severamente ridotti: nel 1935, quando finiva con un divorzio il 44% dei matrimoni registrati, vennero introdotte misure che rendevano la procedura difficile e costosa, e imponevano la re-gistrazione dell’atto sui documenti di identità come nota di demerito. Nel giugno dell’anno seguente, l’aborto – liberalizzato nel 1917 – tornava a essere un crimine (dal nostro punto di vista è interessante notare che per giustificare la misura si scrisse che, “poiché la situazione del paese non aveva permesso l’esercizio dei diritti previsti nel 1917-1918 per le donne” [corsivo mio], queste ultime, in difficoltà, abortivano troppo, danneggiando il paese). Dell’aprile 1935 è, invece, l’estensione della pena di morte ai ragazzi con più di dodici anni, un provvedimento teso a eliminare la criminalità giovanile di massa, conseguenza dell’abbandono di centinaia di migliaia di fanciulli durante la dekulakizzazione, la collettivizzazione e, soprattutto, la grande carestia.
In quello stesso periodo, poi definito il più tranquillo del decennio perché stretto tra collettivizzazione e carestia da un lato, e grande terrore dall’altro, veniva approvata la Costituzione del 1936, che restò in vigore fino al 1977. Con essa, proclamata “la più democratica del mondo”, la divergenza tra pretese e realtà, tipica del periodo staliniano, raggiunse forse il suo culmine: terminata la prima fase di costruzione del socialismo, le vecchie contraddizioni tra i ceti sociali venivano dichiarate superate e lo stato era definito stato di operai, intelligencija e contadini (che continuavano però, in virtù del regime dei passaporti e del regime colcosiano, a essere cittadini di seconda categoria). Con l’a-bolizione dei pesi cetuali e del voto palese le elezioni diventavano formalmente libere e segrete; il lavoro era definito al tempo stesso un diritto e un onore, e “la vita si faceva gioiosa”.
Come già nella Costituzione precedente, comunque, di diritti si parlava poco, mentre moltissimo spazio era accordato alle questioni nazionali e a quelle relative all’or-ganizzazione statale. C’era però un capo decimo, “Diritti e doveri fondamentali”, che elencava tra l’altro il diritto al lavoro con retribuzione; al riposo (grazie a una giornata di sette ore e alle ferie – ma ricordiamo che attraverso lavoro d’assalto e stachanovismo si poteva ottenere “volontariamente” dalla manodopera qualunque prestazione); alla pensione (un diritto che però escludeva i colcosiani, ancora il 70% circa della popolazione); all’educazione (ma con forti sbarramenti all’ingresso nelle Università, che si aggiungevano a quelli implicitamente connessi al sistema dei passaporti interni, e a una forte ge-rarchizzazione degli istituti scolastici); alla parità tra uomo e donna (ma ricordiamo i decreti degli stessi mesi su aborto e divorzio).
Pochi mesi dopo l’approvazione della Costituzione cominciava inoltre il grande terrore del 1937-1938, di cui siamo ormai in grado di ricostruire meccanismi e complessità. Abbiamo per esempio appreso che alla repressione e ai processi contro gli alti funzionari del partito e dello stato, che attrassero subito l’attenzione degli osservatori, si aggiunse nell’estate 1937 una serie di grandi “operazioni di massa” (il termine è quello ufficiale) sociali e nazionali, tese a rimuovere – uccidendo e deportando – dal corpo dello stato sovietico questo o quel gruppo sociale e nazionale: i condannati nel periodo precedente a più di tre anni, gli ex kulak, i polacchi o i tedeschi abitanti nelle zone di confine ecc. Coi suoi 700.000 fucilati in 14 mesi, e il suo milione e mezzo circa di deportati ed esiliati (ma si tratta di ordini di grandezza, anche se abbastanza precisi), essa rappresentò il culmine della manipolazione e della rappresentazione per categorie della popolazione da parte dello stato e del suo despota.
Al tempo stesso, date le caotiche procedure che segnarono la sua applicazione, il ruolo della volontà di una singola persona nella definizione delle vittime, e il potere straordinario assegnato alla polizia politica, gli anni del grande terrore segnarono il culmine dell’arbitrio. In tali condizioni parlare di diritti, compresi quelli appena sanciti dalla nuova Costituzione, diventava quantomeno improprio: certo, chi non era colpito dal terrore poteva cercare, e cercò, di esercitarne alcuni, magari riuscendovi, ma tutti – inclusi i famigliari dei più intimi collaboratori di Stalin – potevano perdere in qualunque momento qualunque diritto e speranza [23].

4. Guerra e dopoguerra
La ricerca ha cominciato ad affrontare il periodo successivo al 1939 solo da qualche anno. Gli anni Quaranta e Cinquanta rappresentano oggi le nuove frontiere del lavoro storico e, com’è naturale, ne sappiamo ancora relativamente poco. Mi limiterò quindi qui a indicare, sulla base dei migliori tra i nuovi studi, qualche elemento che possa permettere almeno di farsi un’idea, per quanto schematica e probabilmente qua e là errata, dello sviluppo della situazione dei diritti sociali in Urss dopo il 1939.
I primi due anni di guerra, affrontati dall’Unione sovietica in alleanza con la Germania nazista, portarono a un forte peggioramento della situazione, soprattutto nei territori con-quistati in conseguenza del patto Molotov-Ribbentrop [24], ma anche all’interno del paese, per esempio in connessione con le già ricordate, feroci leggi antioperaie del 1938 e 1940.
Dopo il 1941 la guerra portò al peggioramento generale delle condizioni di vita sul fronte interno, e allo sfascio di gran parte del sistema costruito dal 1929 nei vastissimi territori prima sottomessi dai tedeschi, e poi riconquistati dai sovietici. In queste regioni, che si estendevano dai dintorni di Mosca e Leningrado fino ai nuovi confini raggiunti nel 1939-1941, violenza, repressione e caos continuarono a regnare anche dopo la presa di Berlino (in particolare, l’Ucraina occidentale fu “pacificata” solo negli anni Cinquanta). Come, e più che negli altri paesi, la guerra portò quindi alla sospensione di quei diritti di cui era possibile parlare nell’Urss staliniana degli anni Trenta.
Le deportazioni dei popoli innescate dal conflitto, quelle repressive del 1939-1941 come quelle punitive del 1943-1945, quelle legate ai grandi progetti di pulizia etnica del dopoguerra come quelle utilizzate per pacificare questa o quella regione riconquistata, segnarono inoltre nuovi culmini dell’arbitrio [25].
È però possibile sostenere che la guerra contro i tedeschi, vinta dal regime ma anche dalla popolazione, e in particolare dall’unione tra regime e popolazione, rappresentò da molti punti vista non solo la grande legittimazione del potere staliniano, ma anche la conquista reale della cittadinanza da parte di chi aveva combattuto e vinto: i milioni di combattenti (frontoviki) come i popoli che li avevano sostenuti. E una tale conquista non poteva, prima o poi, non avere delle conseguenze importanti anche sul piano dei diritti.
La guerra ci presenta perciò due facce contraddittorie: quella dell’aumento della repressione e dell’arbitrio, del rafforzamento dei poteri e dell’immagine del generalissimo, come Stalin prese a farsi chiamare, e quella della conquista di una nuova dignità da parte di larga parte di un popolo, o meglio di popoli, umiliati nel decennio precedente. Da questo punto di vista la guerra, proprio perché creava, sia pure con mille e fondamentali pe-culiarità che non vanno mai dimenticate, uno stato con dei cittadini che ne riconoscevano la legittimità, poneva anche le basi per la fine di quel regime di repressione e arbitrio che pure essa aveva contribuito a rafforzare [26].
Sul breve periodo, però, a prevalere fu la prima delle conseguenze della guerra. Per recuperare il controllo sui grandi territori sconvolti dalla guerra, e sulla popolazione che vi aveva preso parte, Stalin, che pure era sembrato durante il conflitto fare appello a un diverso patto con il popolo sovietico, tornò ad applicare le politiche del decennio precedente. Mentre nei territori rioccupati si cercava di estirpare, con feroci politiche re-pressive, i movimenti partigiani di ispirazione nazionalista, nel 1947 una nuova carestia – che fece circa un milione e mezzo di morti – segnava una ricostruzione fatta all’insegna delle ragioni di potenza e contro i bisogni e i diritti della popolazione. Poco dopo questi ultimi furono nuovamente lesi da un cambio della moneta che annullò gran parte dei risparmi forzati di una popolazione che non era mai riuscita a comprare, se non in minime quantità, ciò di cui aveva bisogno.
Gli anni successivi videro il crescere della repressione, ora soprattutto e direttamente sociale e nazionale più che, almeno in superficie, politica come negli anni del grande ter-rore. Ancora una volta si fece fronte alle difficoltà alimentari varando provvedimenti dra-coniani contro il furto colcosiano, vale a dire i piccoli reati contro il patrimonio dettati dalla ricerca della sopravvivenza, mentre le misure antioperaie del 1940 trovavano vasta applicazione. Se aggiungiamo al quadro le già ricordate deportazioni su base etnica o nazionale, le grandi repressioni nei territori occupati e la crescente campagna antisemita, probabilmente preludio della deportazione in massa in Asia centrale o in Siberia della popolazione ebraica, non dobbiamo più stupirci nello scoprire che il picco della popolazione di campi, colonie e luoghi di deportazione fu raggiunto nel 1952, alla vigilia della morte di Stalin, e non durante il grande terrore del 1937-1938.
Raggiungeva allora il suo picco anche la separatezza della vita della para-casta, sem-pre però vulnerabile ai capricci del despota, degli alti burocrati sovietici. In un bel romanzo, basato su eventi reali, Aleksander Bek racconta per esempio la storia di alcuni di loro che una sera decidono di prendere la metropolitana, mischiandosi alla gente comune (ma in vista della piramide sovietica di diritti-privilegi, sarebbe meglio dire ai privilegiati abitanti di Mosca), per essere subito costretti alla ritirata dalla realizzazione di non avere in tasca nemmeno un soldo: la moneta, infatti, non serviva a nulla a chi viveva dentro e per lo stato, aveva accesso gratuito a ogni sorta di servizi speciali, e non aveva perciò bisogno di portarsene appresso [27].
La comprensione della contraddittorietà delle spinte generate dalla guerra, e del peso del regime dispotico anche sulla vita di un’élite esposta in prima persona ai capricci della sua arbitrarietà, ci permette di capire come fosse possibile che, nel giro di pochi giorni dalla morte di Stalin, si innescasse una travolgente corsa alle riforme, il cui fine politico – l’allentamento del regime – metteva d’accordo tutti i partecipanti, divisi però dalle rispettive ambizioni personali.
Il ritorno alla legalità socialista, auspicato anche da Berija, che poche settimane dopo la morte del “padrone” emetteva decreti che ingiungevano alla polizia politica di rispettare i diritti dei detenuti, costituì non a caso uno dei temi centrali del movimento riformista (ma non va dimenticato che anche negli anni di Krušcev e Breznev il Politbjuro conservò ed esercitò il diritto di violare la legge in nome della ragion di stato e di partito, mantenendo margini di arbitrio notevoli rispetto agli stati occidentali ma irrisori se paragonati al passato staliniano).
Le riforme si estesero presto all’intero blocco della legislazione speciale degli anni Trenta: una serie di amnistie e di provvedimenti, accelerati da grandi rivolte di detenuti, portò al rapido smantellamento del sistema dei campi di lavoro (che comunque non scomparvero mai del tutto), mentre gran parte dei popoli deportati furono autorizzati a tornare nei loro territori di origine; furono aboliti o riformati le leggi e i decreti relativi a licenziamenti e auto-licenziamenti, che ostacolavano fortemente la libertà di trasferimento degli operai, quelli sul prolungamento dell’orario di lavoro e le punizioni draconiane per i ritardi; l’aborto tornò a essere legale, il divorzio venne reso più facile e anche se il sistema dei passaporti interni non fu abolito, una serie di riforme agrarie e la revisione dei prezzi agrari portò a un netto miglioramento nelle condizioni dei colcosiani [28]. Krušev varò inoltre un vasto piano di spese sociali, dando così un piccolo nucleo concreto ai diritti enunciati nella legislazione ufficiale del regime.
Un simbolo di queste spese sociali furono le chruševke, come venivano chiamate le nuove palazzine per abitazione, i cui infimi standard qualitativi non devono far scordare che si trattava del primo grande investimento sociale dai tempi del lancio del primo piano quinquennale.
Le chruševke, e i nuovi modelli che poi le soppiantarono, possono anche essere prese a simbolo della grande urbanizzazione degli anni di Chrušev e del primo Breznev, e del piccolo benessere sovietico a essa legato. La popolazione urbana superò allora – e non negli anni Trenta – quella rurale e nacque il modello che poi, come ho già ricordato, ci siamo erroneamente abituati a proiettare all’indietro.
Se la realtà di questo piccolo benessere – che concretizzò per la prima volta almeno una parte dei diritti previsti dalla legislazione – è innegabile, non va però scordato che esso fu, appunto, piccolo, che la sua durata fu relativamente breve e che, lungi dall’essere il preludio a nuovi passi in avanti, esso sfociò presto in quella che venne poi definita la stagnazione (ricordiamo che le aspettative di vita della popolazione maschile smisero di crescere già dalla metà degli anni Settanta).
Anche negli anni migliori, inoltre, i diritti furono più o meno reali a seconda del ruolo occupato nella piramide costruita dallo stato: in altri termini, la legge non fu mai uguale per tutti e la società sovietica, figlia delle grandi scelte compiute nei primi anni Trenta e mai rinnegate da Chru__ev, restò una società segmentata, paracastale e vessatoria nei confronti degli esclusi (ricordiamo ancora una volta il ruolo giocato in questo campo dal sistema dei passaporti interni).
Ancora negli anni Settanta, per esempio, lo stesso rublo aveva un valore assai diverso secondo il magazzino dove il suo possessore era autorizzato a far spese, e ancora allora i supermercati per l’élite erano nascosti dietro cartelli ingannatori (pare che a quello per i burocrati di più alto grado si accedesse superando una porta su cui era scritto “Tipografia n. 16″). Un discorso simile si può ripetere per ogni tipo di servizi, ospedali, sanatori ecc., mentre ancora negli anni Ottanta, per ottenere il permesso di risiedere a Mosca, e quindi l’accesso ai suoi istituti di istruzione superiore, i giovani provinciali dovevano sottostare a vere e proprie corvées, accettando i lavori più umili, che i moscoviti erano riluttanti a fare (tra i miei amici vi sono professori che hanno dovuto pulire le strade per anni la mattina presto per vedersi rinnovato il permesso e quindi poter frequentare i corsi dell’Università di Mosca).

Conclusioni
Chiudo questo contributo ricapitolando brevemente alcune delle tesi in esso avanzate.
a) È indispensabile ricostruire le principali fasi dell’evoluzione del fenomeno storico sovietico, e giudicare ciascuna di esse cogliendone le profonde diversità e – ove possibile – ricostruendo i meccanismi che hanno portato alla fase successiva.
b) Ad eccezione della breve parentesi della NEP, almeno fino al 1952 parlare di diritti è impossibile. Certo, formalmente, e per alcuni più che per altri, questi diritti esistevano, e c’era anche chi ricorreva alla magistratura per farli rispettare, ma nella sostanza mi sembra ragionevole sostenere che più che di diritti si trattasse di privilegi, che un potere che godeva di un altissimo margine di arbitrio poteva revocare o ignorare a proprio piacimento.
c) È innegabile che dopo la morte di Stalin la situazione conobbe un’importante evoluzione, che non va però sopravvalutata: l’Unione sovietica non divenne mai uno stato di diritto, o uno stato i cui cittadini potessero essere ragionevolmente certi dei loro diritti. Sia alle origini del sistema che dopo il 1929, ma anche dopo il 1953, molti dei diritti sociali ed economici abitualmente associati al sistema sovietico (come quelli all’abitazione e ad un minimo di servizi più o meno gratuiti), erano, più che veri e propri diritti, derivazioni delle caratteristiche della struttura economica, amministrativo-distributiva, del sistema stesso. Una struttura che ha rappresentato, con l’originale soluzione data nel 1922 al problema della ricostruzione di uno stato multinazionale a base russa, una delle due grandi peculiarità sovietiche. In altre parole, chi era riconosciuto utile alla grande company town statale veniva ricompensato, in base al suo rango e al suo ruolo, con diritti-privilegi che però almeno in teoria e – fino al 1953 molto sovente anche nella pratica – potevano essere sospesi in qualunque momento.
d) Nella fase brezneviana, quando il boom dei proventi dell’esportazione, quella di petrolio in primo luogo, permise la parziale, progressiva estensione di questi diritti-privilegi, anche per rispondere alla “propaganda antisovietica” venne elaborato il concetto di socialismo reale, con lo scambio tra diritti sociali e diritti di libertà. Abbiamo quindi a che fare con un concetto relativamente moderno, la cui genesi varrebbe la pena di esplorare.
e) Dietro questo concetto vi era l’implicito riconoscimento della prevalenza del socialismo statale-costruttivo su quello sociale-rivendicativo, di cui qualcosa, almeno nelle pretese (nel “discorso”) del sistema, era a lungo rimasto. Perché il primo abbia prevalso sul secondo è questione interessantissima, ma cui non è possibile rispondere qui. Posso solo ricordare che gli ultimi duecento anni sono stati dominati dalla proliferazione degli stati, passati da qualche decina ad alcune centinaia, e quindi dai processi di costruzione statale, più o meno nazionali. Rifacendosi a una distinzione avanzata a suo tempo da Karl Schmitt (le cui preferenze andavano naturalmente in direzione opposta a quelle di chi scrive) si potrebbe riformulare il quesito così: quali fattori hanno determinato, in alcuni casi, il prevalere dello “stato totale quantitativo” (i welfare states), e quali quello dello “stato totale qualitativo” (gli stati militari spenceriani o le tirannie di Halévy).
In questa prospettiva il caso sovietico ci appare come il caso forse più puro, e comunque di maggior successo almeno sul piano cronologico, di stato totale qualitativo, caratterizzato dal predominio dell’arbitrio statale e dalla scarsissima presenza di diritti. La guerra contro la Germania nazista, dei cui effetti contraddittori ci siamo occupati, e la domanda di stabilizzazione proveniente dallo stesso ceto dirigente, avviarono dopo il 1953 l’almeno parziale evoluzione di questo stato verso l’altro polo, un’evoluzione poi accelerata dalla lunga pace europea della seconda metà del XX secolo. Saremmo quindi di fronte a un interessantissimo esempio di evoluzione di un sistema dispotico (altri direbbero totalitario ma, per ragioni che non posso spiegare qui, personalmente preferisco altri termini), il cui ritorno alla normalità si è però alla fine scontrato con ostacoli insormontabili, che hanno portato al crollo del regime stesso. Anche quella di questi ostacoli insormontabili è però un’altra storia, che ho cercato di affrontare altrove [29].

NOTE
1- Per alcune di queste immagini cfr il quarto capitolo del mio A New, Peculiar State. Explorations in Soviet History, 1918-1937, Westport, CT, Praeger, 2000.
2- Cerco di dare un contributo in questa direzione in Su quanto è accaduto in Europa, 1912-1956. Un saggio intepretativo, che dovrebbe essere pubblicato dal Mulino nel 2002.
3- Un’edizione italiana, accuratamente commentata, delle varie costituzioni sovietiche è quella di G. CODEVILLA, Dalla rivoluzione bolscevica alla Federazione russa. Traduzione e commento dei primi atti normativi e dei testi costituzionali, Milano, FrancoAngeli, 1976.
4- Sheila FITZPATRICK ha per esempio intitolato “The Potemkin Village” un capitolo del suo Stalin’s Peasants, New York, Oxford University Press, 1994. Cfr anche V.E. BONNELL, The Peasant Woman in the Stalinist Political Art of the 1930s, in “American Historical Review”, 1993, XCIII, pp. 55-82.
5- Cfr. Assessing the New Soviet Archival Sources, a cura di A. GRAZIOSI – P. BUSHKOVITCH, numero speciale dei “Cahiers du monde russe”, 1999, 40/1-2; in particolare, il saggio di T. MARTIN, Interpreting the new signals: Nationalities policy and the nature of the Soviet bureaucracy, pp. 113-124, contiene dei divertenti, anche se tragici, esempi dei paradossali risultati delle contraddizioni tra legislazione ufficiale “buona” e decreti segreti cattivi.
6- Ho discusso della konspiracija in La grande guerra contadina in URSS, 1918-1933, Napoli, ESI, 1998, pp. 54-55.
7- A. GRAZIOSI, Bol’_eviki i krest’jane na Ukraine, 1918-1919, Mosca, AIRO-XX, 1997, p. 86.
8- Cfr il terzo capitolo del mio A New, Peculiar State. Explorations in Soviet History…, citato.
9- Ibid., secondo capitolo.
10- Sui li_ency cfr. i lavori di G. ALEXOPOULOS, come Voices beyond the Urals: The discovery of a central state archive, nel già citato numero speciale dei “Cahiers du monde russe”, pp. 199-216.
11- Su questi problemi si vedano le riflessioni, a volte forse difficili da condividere ma sempre interessanti, di P. HOLQUIST, che hanno preso il via da saggi come “Conduct merciless mass terror”. Decossackization on the Don, 1919, in “Cahiers du monde russe”, 1997, 38, pp. 127-162 e Information is the Alpha and Omega of Our Work: Bolshevik Surveillance in Its Pan-European Context, in “Journal of Modern History”, 1997, 69, pp. 415-450.
12- La fonte forse più interessante per seguire l’evoluzione della situazione nelle campagne e degli stati d’animo dei contadini è la serie Sovetskaja derevnja glazami V_K-OGPU-NKVD. Dokumenty i materialy, a cura di V.P. Danilov – A. Berelowitch, edita a Mosca, di cui sono usciti i primi due volumi (1918-1922 e 1923-1929).
13- Cfr. S. ZAGORSKY, Wages and Regulations of Conditions of Labor in the USSR, Genève, ILO, 1930; S. SCHWARZ, Labor in the Soviet Union, New York, 1952, e il quarto capitolo del mio A New, Peculiar State. Explorations in Soviet History…, citato.
14- Cfr. Kak _ili v Kremle v 1920 godu, a cura di G. Bordjugov, in “Neizvestnaja Rossija XX vek”, Mosca, Istori_eskoe nasledie, 1992, 2, pp. 261-272; O. Berezkina, Revoljucionnaja elita perechodnogo perioda, in ” Svobodnaja mysl’”, 1997, 11, pp. 56-79.
15- J.E. Mace, Communism and the Dilemmas of National Liberation. National Communism in Soviet Ukraine, 1918-1933, Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1983; B. Krawchenko, Social Change and National Consciousness in Twentieth-Century Ukraine, London, MacMillan, 1985; T. Martin, An Affirmative Action Empire, in corso di stampa presso la Cornell University Press.
16- S. FRANKFURT, Men and Steel, Moscow, Progress, 1935, p. 126.
17- Gli studi migliori sulla stratificazione dei consumi e in genere dei diritti materiali negli anni Trenta sono quelli di Elena OSOKINA, da Ierarchija potreblenija. O _izni ljudej v uslovijach stalinskogo snab_enija, 1928-1935 gg), Mosca, MGOU, 1993, fino a Za fasadom “stalinskogo izobilija”, Mosca, Rosspen, 1998, di cui è in corso di stampa un’edizione americana.
18- V. ZASLAVSKY, Storia dell’Unione sovietica. L’ascesa, la stabilità, il crollo, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1995, pp. 147-188.
19- Un’interessante panoramica dei nuovi studi e della nuova documentazione archivistica sulla storia del lavoro forzato in Urss è quella di A. Applebaum, The Gulag Revealed, in “New York Review of Books”, 2000, June 15, XLVII/10, pp. 33-35.
20- M. LEWIN, Storia sociale dello stalinismo, Einaudi, Torino, 1988, pp. 135-184.
21- T. MARTIN, The Origins of Soviet Ethnic Cleansing, in “Journal of Modern History”, 1998, 4, pp. 813-861.
22- S. SCHWARZ, Labor in the Soviet Union…, cit.; M. LEWIN, Storia sociale dello stalinismo…, cit., pp. 271-294; A. GRAZIOSI, A New, Peculiar State. Explorations in Soviet History…, cit., cap. IV.
23- O. CHLEVNJUK, Stalin e la società sovietica negli anni del terrore, Perugia, Guerra, 1997; O. POHL, The Stalinist Penal System, Jefferson. NC, McFarland, 1998. Cfr anche gli atti, di prossima pubblicazione sui “Cahiers du monde russe”, del convegno internazionale The Role of the Political Police in Soviet History, 1917-1956, Parigi 25-27 maggio 2000, Paris, MSH.
24- I.T. GROSS, Revolution from Abroad: The Soviet Conquest of Poland’s Western Ukraine and Western Belorussia, Princeton, N.J., Princeton University Press, 1988.
25- Cfr. J.-J. MARIE, Les peuples déportés d’Union soviétique, Bruxelles, Complexe, 1995, di fatto poco più di un riassunto di un importante lavoro pubblicato in Russia da N. BUGAJ – T. SNYDER, “To Resolve the Ukrainian Question Once and For All”: The Ethnic Cleansing of U-krainians in Poland, 1943-1947, in “Journal of Cold War Studies”, 1999, 2; cfr. anche O. POHL, Ethnic Cleansing in the USSR, 1937-49, Westport, CT, Praeger, 1999.
26- E. ZUBKOVA, Russia After the War: Hopes, Illusions and Disappointments, 1945-47, Armonk, Sharpe, 1998.
27- A. BEK, La nuova nomina, Milano, Garzanti, 1973.
28- I.E. ZELENIN, Agrarnaja politika N.S. Chru__eva, in “Ote_estvennaja istorija”, 2000, 1, pp. 76-93.
29- Delle questioni accennate a partire dal punto e) discuto nel già ricordato Su quanto è successo in Europa, 1913-1956. Un saggio interpretativo