SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Pubblicazioni

Disciplina degli archivi dei servizi e riforma del segreto di Stato

Massimo Brutti
Quaderni I/2001
SEGRETI PERSONALI E SEGRETI DI STATO.
Privacy, archivi e ricerca storica

a cura di Carlo Spagnolo
Parte II
Fascicoli e archivi segreti
 

 
La disciplina degli archivi della documentazione di pertinenza dei servizi di informazione e sicurezza ha, in Italia, una sua propria peculiarità . Sotto il profilo normativo, infatti, non disponiamo di una disciplina organica del segreto di Stato, auspicata già nella legge del 1977 e finora non compiuta; mentre sotto il profilo storico ci misuriamo con un passato molto pesante che condiziona il nostro modo di vedere e di considerare il problema della documentazione dei servizi di intelligence in Italia.
Una relazione sui fascicoli del SIFAR dei primi anni Sessanta, al termine di un’inchiesta amministrativa condotta da un militare, il generale Beolchini, segnalava che, con una circolare del 6 febbraio del 1959, a tutti i capi degli uffici periferici del servizio segreto militare erano state richieste note biografiche e dettagliate notizie sull’attività comunque svolta dai deputati e dai senatori, sulla cui base era stato formato un fascicolo per ciascun parlamentare. Nel 1960, erano state raccolte notizie personali relative a prelati, vescovi, sacerdoti delle varie diocesi. Lo stesso era avvenuto per gli appartenenti al mondo economico e ad altre categorie di interesse rilevante per la vita della nazione, con riferimento anche a sindacalisti, funzionari, dirigenti di partito fino ai livelli periferici. La relazione Beolchini osservava che “i fascicoli erano in origine limitati al controspionaggio vero e proprio e formati per le persone accertate pericolose o sospette”, vale a dire per coloro che erano comunque indiziati di svolgere attività pericolose per la sicurezza dello Stato, “senonchè” – proseguiva Beolchini – “diversa considerazione deve essere fatta quando muta il carattere e la dimensione del fenomeno, allorchè la formazione del fascicolo per le persone non sospette non è più un fatto eccezionale, giustificato da particolari circostanze, ma viene esteso come sistema a tutti gli uomini che abbiano assunto un ruolo di qualche rilievo nella vita del paese. Quando, per la stessa natura scandalosa delle notizie raccolte si abbia motivo di temere che i documenti informativi possano essere usati per colpire la persona, nel perseguimento di fini non chiari e comunque non coincidenti con l’interesse pubblico”.
Questa deformazione, questo uso delle attività dall’informazione sulle personalità della vita pubblica italiana, nasceva da un dato istituzionale di partenza e cioè da una ipertrofia, nell’ambito del servizio segreto militare, delle attività di controspionaggio. Negli anni della guerra fredda il servizio segreto militare in Italia ha svolto poca intelligence all’esterno e molto controspionaggio, e questo si spiega per la collocazione internazionale dell’Italia e per la pressione, il condizionamento dell’equilibrio bipolare che la guerra fredda esercitava sul paese. Non sono tra coloro che ritengono che questa condizione di frontiera dell’Italia abbia viziato la sua vita democratica, perché anzi credo che in quegli anni la crescita democratica del paese sia stata rilevante ed indubitabile. Tuttavia, questa vicenda c’è, è nella storia. l’ ipertrofia del controspionaggio, l’ uso extra-istituzionale, e talvolta in contrasto con i principi della Costituzione repubblicana, delle attività di intelligence ed in particolare dei fascicoli e delle informazioni raccolte non solo ha deformato e distorto l’attività di controspionaggio, ma ha inciso sulla vita pubblica del paese. Non ha alterato i connotati fondamentali della democrazia, non ha impedito la sua crescita, tuttavia ha determinato una serie di inconvenienti.
Noi abbiamo maturato una ragionevole persuasione che nel patrimonio informativo accumulato da una persona mediocre, eppure in alcuni momenti potente, come Licio Gelli, vi fossero fascicoli e documenti provenienti proprio da quelle attività distorte degli anni Sessanta. Quando, nella seconda metà del 1981, giunse notizia dell’esistenza a Montevideo di un archivio privato facente capo a Licio Gelli, e quando funzionari del SISMI si recarono là per sottoporre ad esame quei documenti, apparve abbastanza verosimile che una parte provenisse dai fascicoli del SIFAR che erano stati distrutti nell’agosto del 1974. Come notava Romanelli, la distruzione avvenne proprio in agosto. Quella fu soltanto la prima di alcune distruzioni che si sono susseguite nella storia dei nostri servizi di informazione e sicurezza, negli anni Settanta e negli anni Ottanta. Quando quei funzionari si recarono a Montevideo, non fu possibile raggiungere la certezza che quei fascicoli provenissero dal SIFAR. Tra le ipotesi che allora furono avanzate c’era quella che i fascicoli fossero stati portati in dote da un alto ufficiale proveniente dal SIFAR e tuttavia non si fu in grado di verificarne la fondatezza, appunto perché vi era stata la distruzione dell’agosto del 1974. Ancora, è nota la vicenda legata ad alcune rivelazioni dell’allora Presidente del Consiglio Andreotti che, nell’estate del 1990 in Parlamento, e precisamente davanti alla Commissione stragi, di sua iniziativa rivelò l’ esistenza di una struttura occulta, nell’ambito dei servizi di intelligence, dedita potenzialmente alla controguerriglia e pronta ad intervenire nel caso di un’invasione dall’esterno. Era la sezione italiana di una struttura internazionale più ampia, detta Stay behind, che in Italia assumeva il nome di “Gladio”. Di fronte ad un ordine del giorno che era stato presentato in aula, Andreotti disse: “Questa è una questione delicata, io preferirei conferire alla Commissione stragi”, instaurando egli per primo un collegamento, che nessuno si era sognato di stabilire, tra quella struttura e la materia di competenza della Commissione parlamentare dall’inchiesta sul terrorismo e sulle stragi. Bene, riguardo a quella vicenda, il perito che ebbe ad occuparsi della documentazione relativa a Gladio e che era nominato dall’ufficio istruzione del tribunale di Bologna rilevò che, forse per eventi esterni, forse per caso, il dato che balzava agli occhi era – lui usò un’ espressione singolare – “l’ accurato disordine” in cui versavano quei documenti. Rilevò anche che proprio nel periodo immediatamente successivo, o immediatamente precedente, alle rivelazioni dell’onorevole Andreotti vi era stata un’imponente distruzione di quei documenti. Siamo tra il 29 luglio e l’ 8 agosto del 1990. Anche qui una distruzione, anche qui una distruzione estiva.
Queste sono quindi le vicende che noi abbiamo alle spalle e che inevitabilmente ci condizionano ed influenzano. Che cosa è accaduto, invece, negli anni più recenti, quali sono le regole, quali le iniziative, quali i problemi? Abbiamo una normativa farraginosa in questa materia. Il Consiglio di Stato, che era stato chiamato ad esprimere un parere sulla materia degli archivi e della documentazione dei servizi di informazione e sicurezza, il 14 novembre 1986 ha riconosciuto nel nucleo dei poteri attribuiti al Presidente del Consiglio dall’art.1 della legge n. 801 del 1977 anche il potere di emanare disposizioni ad hoc nel campo archivistico, anche in deroga alla normativa di carattere generale. Quindi gli archivi dei servizi dall’informazione sono tenuti fuori dalla disciplina generale degli archivi e sono organizzati, in linea di massima, in archivi correnti, archivi di deposito ed archivi storici. I servizi di informazione e sicurezza, in base all’attuale confusa e complicata normativa, non sono tenuti al versamento agli archivi di Stato dei documenti relativi agli affari esauriti. Quando, tuttavia, si tratta di documenti relativi ad affari esauriti da oltre quarant’anni e ritenuti di grande interesse storico, questi saranno versati agli archivi di Stato, ove non sussistano i presupposti di tutela del segreto. Dopo la decisione del Consiglio di Stato nel 1986, noi abbiamo una direttiva del 16 febbraio del 1988. Questa, oltre a dettare i principi generali sulla tenuta del materiale informativo, prevede la costituzione di apposite commissioni interne ai servizi per ciascun servizio (siamo nel 1988, nel frattempo si era avuta una riorganizzazione che vede una pluralità di strutture: la struttura del servizio segreto militare, quella del servizio segreto interno ed infine quella del comitato esecutivo, il CESIS, che è una struttura centrale facente capo alla presidenza del consiglio, però con un suo personale e una sua autonomia). La direttiva del 16 febbraio del 1988, dunque, prevede che in ciascuna di queste strutture, vi siano apposite commissioni interne, con il compito di disporre, così le chiama, “operazioni di scarto”, oppure di dare pareri in tutte le questioni in materia di organizzazione, ordinamento, funzionamento e tenuta degli archivi.
Negli anni successivi al 1988 – e qui la storia in qualche modo irrompe in queste vicende normative perché dal 1989 le cose cambiano – si sono seguiti ulteriori provvedimenti, diretti a disciplinare la materia, sebbene mai una normativa organica. In particolare, dopo la vicenda della spartizione illecita dei fondi riservati del SISDE, una circolare del Presidente del Consiglio Ciampi dell’ 8 novembre del 1993 dispone la conservazione dei documenti relativi alle spese riservate. Quindi si nega la distruzione in un campo specifico, quello delle spese riservate, e si dispone la conservazione dei documenti a chiusura di ogni esercizio in busta sigillata per dieci anni. Poi, anche la circolare del 1993 prevede che, trascorsi i dieci anni, la documentazione relativa alle spese si distrugga. Si tratta di una documentazione rilevante, perché quella relativa alle spese parla delle operazioni e in qualche modo riflette l’entità , il contenuto e le ragioni delle spese. Si prevede, sempre nel 1993, la nomina, da parte dei direttori, di commissioni interne con il compito di indicare quali sono i documenti dei quali viene meno progressivamente l’ utilizzabilità a fini istituzionali. Quando ho svolto questo accertamento, prima della redazione della proposta di relazione del comitato parlamentare dei servizi al tempo in cui lo presiedevo, nel 1995, ho avuto modo di vedere che la distruzione, con varie cadenze temporali, era per il grosso della documentazione una regola, un po’ ovunque. Singolarmente, l’unica struttura nel sistema di informazione e sicurezza che non ha mai distrutto documenti raccolti nell’attività informativa è il secondo reparto della guardia di finanza che svolge attività di intelligence con riferimento al contrabbando, al riciclaggio ed a reati finanziari o attività illecite di questo tipo; è una struttura di intelligence, non di polizia giudiziaria, cioè raccoglie elementi informativi, e là non c’è distruzione. Ma negli altri, grosso modo, era sempre prevista una distruzione, sia pure in tempi più o meno lunghi.
Quel comitato parlamentare, nel 1995, per la prima volta, anche sulla base della specifica esperienza della distruzione dei documenti relativi alle spese riservate, dice che non bisogna distruggere: “una riforma legislativa” – scrivevamo allora – “volta a garantire il controllo, deve prevedere l’obbligo dei servizi di conservare la documentazione di ogni operazione, compresa la registrazione puntuale delle spese riservate”. Questa indicazione, in una relazione approvata pressochè all’ unanimità , era in quel momento un elemento di novità , nel senso che un organo parlamentare diceva che i documenti non vanno distrutti. Questa indicazione dell’organo parlamentare trova un immediato riscontro il 3 luglio 1995, in una circolare del segretario generale del CESIS, naturalmente inviata su disposizione dell’allora Presidente del Consiglio Lamberto Dini, che blocca qualsiasi distruzione, di qualsiasi documento. Il 3 luglio del 1995 è una data che contiene in sè un elemento di novità rispetto al passato: era estate, ma in quell’estate si è deciso di non distruggere. Naturalmente “non distruggere” in attesa ed in previsione che venisse nominata una regolamentazione organica e definitiva, magari anche una nuova legge sul segreto di Stato, tale da introdurre in Italia il principio che è proprio, a me sembra, delle democrazie più avanzate, secondo il quale nessun segreto può considerarsi eterno, ed invece in Italia il segreto di Stato è eterno, non ha una temporaneità .
Nelle democrazie il principio della temporaneità è un principio essenziale nella disciplina del segreto; tant’è vero che noi abbiamo potuto ricostruire il ruolo svolto dai servizi segreti statunitensi nelle vicende europee ed anche nelle vicende italiane attraverso i documenti americani che erano diventati disponibili perché quello è un paese democratico. Naturalmente non abbiamo potuto ricostruire le vicende relative alla presenza delle reti del KGB in Italia e soltanto adesso si comincia con documenti usciti di straforo perchè in quell’ ordinamento, invece, non c’era e non c’è neanche adesso, la regola democratica della temporaneità . Credo però che in Italia tale regola vada introdotta e che sia necessaria una diversa ed organica regolamentazione.
Dopo il 1995 bisogna fare un salto all’ 8 maggio del 1997, quando il comitato parlamentare di controllo sui servizi di informazione e sicurezza deposita una relazione al Parlamento – quindi nulla di riservato – sulla raccolta e conservazione delle informazioni riservate. La relazione nasceva da una vicenda relativa ad attività informative condotte nell’ambito del SISDE, ma assolutamente estranee alle finalità istituzionali di questo servizio. Tra queste ci sono anche dei fascicoletti che riguardano la Lega, che io vidi e su cui abbiamo fatto una relazione al Parlamento, e che erano irrilevanti, come francamente irrilevanti erano anche fascicoletti relativi ad altri uomini politici, però da là noi partimmo per dire che c’era qualcosa che non funzionava. Se nell’archiviazione e nella documentazione di un servizio ci sono fascicoli intestati ad una forza politica o ad un uomo politico, a che servono? Che significano? perché troviamo dei fascicoli in cui c’è solo la copertina o ci sono dati assolutamente irrilevanti e confusi? Ne seguì quindi un’attività di indagine e di valutazione.
Nella relazione depositata l’8 maggio del 1997 dal comitato presieduto dall’ on. Frattini si auspicava “una organica revisione degli archivi, diretta alla progressiva eliminazione dei documenti estranei ai fini dei servizi già acquisiti e indebitamente conservati”. Questa è, a mio avviso, una posizione del tutto legittima, cioè si può dire che c’è tanta spazzatura negli archivi dei servizi che ad un certo punto un po’ bisognerà gettarne, anche perché la spazzatura può sempre tornare utile a chi voglia farne un uso illecito e quindi sarebbe meglio metterla fuori circolazione. Questa è una tesi sostenibile. Contro questa tesi vi è tuttavia la constatazione che tutte le volte che si è rilevata, negli archivi dei servizi, l’esistenza di documenti extra-istituzionali o illeciti e se ne è predisposta la distruzione, in un modo o nell’altro questi documenti sono stati fotocopiati ed hanno avuto una sopravvivenza altrove, per esempio nell’archivio di Licio Gelli. Basti pensare che quando la polizia giudiziaria si reca nell’ ufficio di Mino Pecorelli – un giornalista che dirigeva un giornale di tipo scandalistico, ucciso all’inizio dell’estate del 1979 – trova nella cassaforte carte e fascicoli, anche di notevole entità , provenienti di peso dagli archivi dei servizi segreti militari. Quindi ho maturato la convinzione che la distruzione non risolve. Tuttavia l’8 maggio del 1997 il comitato parlamentare dice che le cose che sono evidentemente illecite, nel rispetto di tutte le garanzie, sarebbe bene distruggerle. Anche qui, come è avvenuto per Dini al tempo del mio comitato parlamentare, il Governo tiene conto di questa indicazione proveniente dal comitato parlamentare di controllo. Ne tiene conto con la direttiva Mattarella del 30 giugno del 1999 (cioè poco più di un mese dopo), la quale effettivamente, come diceva Romanelli, è un testo riservato.
Purtroppo questo è un ulteriore effetto di una normativa farraginosa ed insufficiente, perché noi continuiamo a classificare come riservati testi che non c’è nessuna ragione di considerare tali. l’aspetto arcaico di questa disciplina del segreto in Italia è anche rappresentato dal fatto che, a differenza degli altri ordinamenti, noi abbiamo quattro livelli di segretezza nella documentazione: riservato, riservatissimo, segreto e segretissimo. Un ventaglio così ampio non è necessario, ne basterebbero due: riservato e segreto. Quindi questa gamma di qualificazioni (riservato, riservatissimo, segreto e segretissimo), fa sì che anche documenti assolutamente innocui vengano comunque considerati riservati. Qui, se mi è consentito, apro una parentesi brevissima: questo meccanismo della “segretazione a ventaglio” con i quattro livelli, era in passato collegato ad una disciplina anch’essa riservata e sconosciuta, in base alla quale chiunque, nell’amministrazione dello Stato, dovesse entrare in contatto con documenti comunque classificati doveva essere sottoposto ad uno screening, ossia ad un esame per la concessione dei nulla osta di segretezza. c’era un tempo un ufficio, che si chiamava Ufficio Sicurezza Patto Atlantico, che era addetto alla concessione di questi nulla osta di segretezza; poi l’ufficio cambia ed ai giorni nostri si chiama Ufficio Centrale per la Sicurezza (UCS). Dare un’abilitazione a chi, per la propria attività , deve avvicinarsi a documenti riservati, a me sembra cosa del tutto corretta e legittima, anche se le norme che regolano questa abilitazione sono state in questi anni francamente molto discutibili. Adesso, in assenza di una regolamentazione legislativa, è stata introdotta una disciplina molto più garantista rispetto al passato; poi credo che di questo ufficio si sia occupato anche il Garante per la privacy. Insomma le cose sono molto diverse rispetto al passato. Però, negli anni della guerra fredda, negli anni in cui questo condizionamento si avvertiva di più, c’era questo combinato disposto: quattro livelli di segretezza, indagini su tutti coloro che dovevano entrare a contatto con documenti comunque classificati entro questi quattro livelli, insomma una notevole schedatura dei dipendenti della pubblica amministrazione, dei militari e di tutti coloro che potevano avere a che fare con questi documenti. Tutto ciò appartiene al passato ed ho avuto modo anche di vedere che con la prima metà degli anni Settanta nella modulistica di queste indagini viene meno il riferimento all’ambiente politico ed alla posizioni politiche. Quindi se, fino all’inizio degli anni Settanta, la modulistica poteva funzionare ancora come strumento dall’indagine sulle opinioni politiche, dall’inizio degli anni Settanta questo elemento viene meno e tutto l’ ufficio perde i propri riferimenti, non si capisce quali siano i criteri, quali sono le attività specifiche, anche se rimane fermo il principio giusto che chi svolge funzioni particolarmente delicate nell’ambito della pubblica amministrazione non dev’essere vulnerabile, dev’essere inattaccabile. Quindi questa regolamentazione del segreto così articolata era anche funzionale a questo meccanismo di controllo sugli appartenenti alla pubblica amministrazione.
La circolare del 30 giugno del 1999, la cosiddetta direttiva Mattarella, è un testo riservato; tuttavia non ci sono ragioni per considerarla particolarmente meritevole di una tutela così stringente. E’ una circolare, la quale dice che vi è l’esigenza di mantenere i documenti concernenti l’attività istituzionale, di riversare negli archivi i documenti che hanno un’ interesse storico e che può esservi la decisione di autorizzare la distruzione di documenti che siano da considerare come divenuti inutili, oppure irrilevanti, per la pubblica amministrazione, di documenti che sono evidentemente estranei e contrastanti con il servizio (pettegolezzi, cose oscene, documenti ricattatori, immagino che sia a questo che ci si riferisca, anche se la formula è molto vaga). Di questi ultimi si può anche disporre la distruzione purchè non siano rilevanti sotto il profilo penale, quindi non siano oggetto di indagini penali. Questo dice la circolare, però non fissa un termine, non dispone effettivamente la distruzione di documenti, ma prefigura un possibile meccanismo.
Dopodichè su questa direttiva, che pur essendo riservata nello spazio di poche settimane va sulla stampa, si apre un dibattito che da un lato è un dibattito politico. l’opposizione, come avremmo fatto noi pochi anni prima, lamenta che il Governo voglia distruggere dei documenti e richiede che ci sia una garanzia ed un controllo. In verità , nella direttiva Mattarella i controlli e le garanzie ci sono, perché chi comunque potrà decidere non è la struttura del servizio, ma si tratta di commissioni che devono essere composte da persone esterne, naturalmente autorevoli in cui io credo che la comunità degli storici dovrebbe svolgere un ruolo di protagonista. Tuttavia l’ obiezione politica, a mio personale avviso, rimane forte. Una distruzione di documenti comunque disposta dal governo può suscitare critiche, perplessità , preoccupazioni che non vanno prese sottogamba, che sono serie. l’altra obiezione, invece, viene dagli storici, e nasce da una considerazione ovvia, io credo, cioè che la documentazione inutile dal punto di vista istituzionale può comunque avere un interesse a livello storico. Faccio l’esempio dell’UCS: sono conservati nelle stanze dell’ufficio centrale per la sicurezza attualmente 308.000 fascicoli personali. E’ chiaro che gran parte di essi sono inutili e se voi andate a prendere un fascicolo contenente sommarie informazioni, perché poi sono sommarie informazioni: dei moduli, relativi ad un tenente colonello degli anni Cinquanta, non hanno dal punto di vista istituzionale nessun valore, nessun rilievo oggi, ma dal punto di vista dello storico anche soltanto un modulo è importante; può contare anche vedere come cambia questo modulo. Da quel minimo di esame che ho potuto farne allora, il modulo cambia agli inizi degli anni Settanta. Mi ha colpito il fatto che col 1975 – probabilmente è casuale perché non ho nessuno strumento di verifica, ne ho visti solo alcuni che noi allora acquisimmo – che è esattamente l’anno nel quale il PCI si dichiara per la prima volta favorevole alla permanenza dell’ Italia nella Alleanza Atlantica e sceglie un atteggiamento diverso nei confronti della NATO, per la prima volta nei moduli cade il riferimento alle posizioni politiche. Questo è interessante per lo storico, anche se dal punto di vista istituzionale quei moduli non hanno ormai nessun valore. Quindi può essere una documentazione inutile che per lo storico invece è rilevante, così come la stessa documentazione illecita può avere un interesse per lo storico. Qui, naturalmente, nascono problemi seri e si tratta, io credo, di garantire che questi documenti vengano conservati con un vincolo di segretezza per un tempo molto più lungo, perché, questo vale perfino io credo per alcuni documenti soprattutto della fase finale del fascismo, meritano, quando sono documenti che riguardano le persone, io credo, un trattamento particolare. Quindi i documenti illeciti, ricattatori, le notizie che spesso sono pseudoinformazioni, che sono false o costruite, possono avere interesse per lo storico, ma probabilmente devono essere oggetto ad un vincolo di segretezza particolare che duri più tempo.
Tuttavia, da tutta questa serie di considerazioni, credo che emerga una necessità di non dare per scontato che sia utile, necessario, istituzionalmente corretto, procedere alla distruzione di documenti, quando essi sono in contrasto con le finalità istituzionali dei servizi di intelligence o quando essi sono diventati non utili istituzionalmente. Avviarsi sulla strada della distruzione è secondo me rischioso e, tutto sommato, non necessario, tant’è vero che, dopo che la discussione che si è aperta, la presidenza del Consiglio e lo stesso Mattarella hanno dichiarato, correttamente e con una posizione che è del tutto coerente con la direttiva del 30 giugno, la propria disponibilità a fare quello che il Parlamento, l’opinione pubblica e la comunità scientifica ritengano corretto. Se voi ritenete che debba prevalere l’interesse e la conservazione, il governo è pronto a conformarsi a questa linea e a questo orientamento. Quella direttiva, come Mattarella ha detto in un paio di occasioni, nasceva proprio dall’indicazione di un organo parlamentare dell’ autorità del comitato di controllo sull’opportunità che una parte dei documenti venisse distrutta. Il meccanismo istituzionale costruito dal suo decreto, con le commissioni degli esterni, con la presenza degli storici e degli archivisti, permette di arrivare alla distruzione in condizioni di sicurezza e dando garanzie. In questo momento è questa la posizione del Governo: diteci che cosa è più opportuno fare, per ora non si distrugge nulla, rimane valida la direttiva impartita nel 1995, dopo di che dobbiamo vedere come risolviamo più organicamente il problema. E questa è naturalmente una richiesta rivolta al Parlamento ma anche alla comunità scientifica.
Ritengo che la soluzione del problema si possa trovare contestualmente ad una riforma legislativa della disciplina del segreto di Stato. Sono assolutamente convinto che i tempi stringono – la legislatura finisce tra un anno e mezzo – e che sia necessario stralciare dal disegno di legge governativo che riguarda la riforma dei servizi (che volendo si potrebbe condurre in porto ancora adesso, perché i tempi i teoria ci sono), e trasformare in legge la parte di disciplina che si riferisce al segreto di Stato. Non possiamo ritrovarci all’inizio della prossima legislatura con la necessità di ricominciare da capo con una materia che è là , perlomeno, dal 1977, informe, sospesa e per la quale si richiedeva sin dal 1977 una legge organica. Quindi sarei molto felice se si riuscisse a condurre in porto la riforma dei servizi, ma intanto proporrei di stralciare e cercare di fare subito la legge sul segreto di Stato sulla quale l’accordo è amplissimo. Tra maggioranza, opposizione e apparati fondamentali dello Stato non mi pare che ci siano divergenze o dissensi espressi, quindi si può fare ed anche in breve tempo. Dentro questo quadro credo che si debba condurre una grande operazione di ricerca e di verità , quindi nessuna distruzione. Vediamo cosa c’è dentro a questi archivi con tutte le garanzie di non far uscire la spazzatura e associamo anche la comunità degli storici italiani a questo lavoro di ripulitura.