SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

Europa e Stati Uniti. Le società, le strutture sociali

Ferdinando Fasce (Università di Bologna)
Pubblichiamo in questa pagina il testo dell’intervento tenuto dal prof. Ferdinando Fasce all’Incontro SISSCO-AISNA: “Europa e Stati Uniti. Il difficile rapporto tra storie diverse e tra diversi paradigmi storiografici” (Bologna, 12 maggio 2000, Dipartimento di Politica, Istituzioni e Storia), ringraziando l’autore per avercelo concesso.
(da non citare senza il consenso dell’autore)

Quelle che seguono sono le riflessioni a voce alta di un “comparatista” molto “implicito”, e dunque un po’ imbarazzato, ma anche molto contento di questa occasione di scambio e confronto. Dico “implicito” perché, per il mestiere che faccio, mi sono trovato fisiologicamente a fare comparazioni: lo hanno imposto la materia, le domande di ricerca e più ancora didattiche che l’accompagnano naturalmente, il fatto di essermi occupato anche di questioni e sub-discipline “relazionali” (processi migratori, scambi economici e culturali fra le due sponde). Lo ha imposto e favorito anche la fortunata circostanza di essermi trovato per diversi anni nella redazione di una rivista di storia sociale contemporanea con forte attenzione agli aspetti metodologici e storiografici. Ma l’ho fatto appunto, sino a una decina d’anni fa, implicitamente, senza interrogarmi in maniera organica e sistematica sul rapporto fra le ricerche svolte, la riflessione corrente sui modi di fare storia comparata, la riflessione su se e come concetti e categorie viaggiano nel mondo “globale”. Negli ultimi dieci anni, l’influsso di una storiografia statunitense che si va indirizzando verso la cosiddetta “internazionalizzazione” , le discussioni avviate con crescente intensità anche da noi sul ruolo della storia nella società e del rapporto storia-memoria (uso pubblico della storia), gli onnipresenti dibattiti sulla “globalizzazione”: tutto ciò mi ha spinto a qualche sforzo di esplicitazione dei nessi fra pratiche di ricerca, riflessione metodologica e analisi della didattica sulle due sponde. Col risultato, tuttavia, per ora di farmi sentire soprattutto un cercatore di tartufi che sa di avere bisogno di paracaduti nel clima di crisi delle bussole, ereditate e correnti, nel quale si trova a operare e sa di poterli trovare solo nell’intrico di dimensioni spaziali sovrapposte, e oggi pienamente dispiegate (locali, nazionali, transnazionali ecc.), nel bene e nel male: l’intrico suddetto minaccia infatti costantemente il tartufaro di renderlo marginale sia in casa propria che sul mercato estero, ma anche gli fa baluginare corrispondenze e contaminazioni di grande fascino. Di qui le esitazioni, epperò anche la forte curiosità e l’interesse, con i quali mi avvicino al nostro incontro di oggi. Per dare al mio intervento una base concreta ho pensato di articolarlo in forma di inventario di temi e aree di ricerca che mi auguro possa servire a definire i termini della nostra discussione. Ho pensato di esaminare quattro cantieri più o meno aperti, di ricerca e confronto; cioè quattro aree nelle quali contemporaneisti italiani ed europei e americanisti hanno già avviato da tempo una pratica di indagine ed elaborazione, o aree che comunque presentano, a mio avviso, un forte potenziale di elaborazione e conversazione transnazionale e comparata riguardo alle rispettive società. E’ chiaro che le scelte riflettono miei interessi e idiosincrasie, che ho comunque cercato il più possibile di sorvegliare, e che si tratta di “domini” intrecciati e sovrapposti, che ho diviso per comodità espositiva più di quanto in realtà non sia vero nel concreto dei processi di ricerca. Procederò partendo dalla base statunitense e muovendo, con molto cautela, verso quella europea/italiana (per esigenze espositive sovrappongo questi ultimi due termini che invece è ovvio vanno poi ulteriormente esplorati nella tensione che a un tempo li unisce e divide). Procederò, anche nella sequenza delle aree tematiche, da quelle che mi sono più note a quelle che, vuoi per ignoranza mia, vuoi per lo stato dell’arte, mi risultano più difficilmente perimetrabili. Sono ambiti nei quali sia il cosiddetto “eccezionalismo” USA (1) sia l’eurocentrismo (2) hanno conosciuto e possono conoscere una sfida e un pungolo crescenti, una salutare messa in discussione; aree dunque dalle quali partire per ulteriori e più esplicite indagini e riflessioni. Ultima premessa: nei riferimenti bibliografici privilegio, per ragioni di spazio, le rassegne più recenti, che sintetizzano vaste bibliografie di riferimento, a scapito di una citazione puntuale di singoli lavori anche importanti.
La prima sfera esaminata è quella di una sub-disciplina sicuramente in difficoltà da anni, soprattutto sul piano dell’insediamento accademico e istituzionale (in particolare da noi), ovvero la labor history. Eppure, nonostante le attuali dichiarate difficoltà di questo campo, non è un caso che un comparatista militante come George Frederickson lo citasse in un suo saggio di qualche anno fa fra gli esempi più significativi di “prospettiva comparata” (3). Perché è in questo ambito che il secolo che sta chiudendosi si è portato dietro una delle formulazioni più classiche del paradigma eccezionalista (da Sombart a Hartz in poi) ed è proprio negli studi sul lavoro (nell’accezione più ampia) che furono avviati negli anni ottanta alcuni importanti tentativi USA in chiave antieccezionalista. In secondo luogo in questo ambito c’è stata un’interessante circolazione di idee, metodologie e pratiche di ricerca: basti pensare agli equivoci, ma anche all’enorme arricchimento, che hanno conosciuto fra i settanta e gli ottanta categorie come quella di “egemonia” o “formazione di classe” nel ping-pong transatlantico al quale sono state sottoposte. Infine qui oggi paiono schiudersi dimensioni di indagine che promettono di andare ben al di là della “prospettiva comparata”, per investire invece l’ambito comparativo nell’accezione più impegnativa (4). Certo, come accennavo, si tratta di una sub-disciplina in crisi per effetto del crollo dei cosiddetti socialismi realizzati e, più ancora, a mio avviso, per le profonde trasformazioni in corso cui il lavoro è sottoposto oggi (5). Stefano Musso, nell’introduzione a un voluminoso recente contributo a più mani che fa il punto sulla situazione di casa nostra, non se le nasconde (6). Ma è anche vero che proprio gli “Annali Feltrinelli” curati da Musso e alcuni altri recenti contributi (7) mostrano non solo l’intensità e la profondità dello scambio metodologico al quale accennavo, ma anche il potenziale di ripresa che la sub-disciplina conserva. Soprattutto se riuscirà a scrollarsi di dosso le velleità di sintesi e collante dell’intera storia sociale che ha nutrito su entrambi i lati dell’Atlantico e l'”epistemologia dell’assenza” (occasioni mancate ecc.) che a lungo l’ha zavorrata; a sfruttare adeguatamente il “naturale” serbatoio di risorse che l’apertura alla comparazione e all’internazionalizzazione serie le offrono; ad approfondire la riflessione teorica sulla costruzione di identità e interessi all’intersezione di formazioni sociali e appartenenze sovrapposti e in competizione (8); a procedere spostando il quadrante anche verso quegli strati sociali che a lungo essa ha sottovalutato come i ceti medi e i colletti bianchi. Un tema, quest’ultimo, sul quale l’ultimo quindicennio ha visto significativi lavori, mi pare soprattutto tedeschi e statunitensi (9), ma che, per esplicita dichiarazione dei suoi stessi principali esponenti, denuncia ancora limiti e problemi, di strumentazione e ricerca empirica. Sembra indubbio che questo è un terreno particolarmente fertile per la verifica di aspetti cruciali della storia comparata del nostro secolo, come i lavori di Salvati sulla discussione in proposito fra le due guerre e sul relativo dibattito storiografico ampiamente dimostrano (10).
Il tema dei ceti medi e delle loro caratteristiche strutturali e simboliche ci introduce al secondo cantiere di indagine: un cantiere che negli USA ha avuto una grande crescita a partire dagli anni a cavallo fra i settanta e gli ottanta, un cantiere che là continua a crescere, all’insegna dell’esplosione della “storia culturale” e della scoperta del binomio “business e cultura” e che nel frattempo, su impulso originario sempre eminentemente USA, è in sviluppo anche in Europa (11). Si tratta del consumo di massa o della “cultura del consumo” come sfera di indagine che getta luce su comportamenti e stratificazione sociali, identità individuali e collettive, organizzazione degli interessi; e ancora, riflessione della società su se stessa, storia delle idee e della cultura, storia delle professioni e dei loro rapporti con le istituzioni. Anche qui ci sono stati e ci sono importanti tramiti diretti come De Grazia o Paggi (12) e c’è il grande sub-cantiere aperto (decisivo per le triangolazioni italo-euro-USA e per fruttuose ulteriori aperture ad altre aree come il Pacifico) del dibattito sull'”americanizzazione” (13). Il quale dibattito, com’è noto, ha poi ramificazioni ed evoluzioni di enorme rilevanza che muovono verso la dimensione produttiva, i modelli di sviluppo, le tecniche manageriali e di comando (basti pensare alle ricerche su management e scuole manageriali di Gemelli e Fauri o a quelle di Segreto sulla produttività), le relazioni sindacali (Romero) e i rapporti internazionali nell’accezione più lata (14). E’ anche, però, un dibattito irto di insidie e che può rischiare di ridursi allo sfoglio della margherita dell’americanizzazione sì-no-magari, a suon di piccole impercettibili sottigliezze documentarie e analitiche. E tuttavia non solo c’è ancora spazio per un’enorme quantità di lavoro in argomento, ma ancora in gran parte da esplorare è un confronto comparato su se, come e con quali scansioni cronologiche, e con quali articolazioni di classe e di genere, nell’Europa e nell’Italia del “miracolo economico”, tematiche come i consumi, la pubblicità e le PR abbiano contribuito a ridefinire i contorni della società civile e della polity così come accadde negli USA fra le due guerre e poi nella stagione della “buona guerra” e della “società opulenta”, all’insegna dei diritti del cittadino-consumatore. Va ribadito, a proposito del cittadino-consumatore d’oltre Atlantico, che alcuni degli sviluppi di indagine recenti più interessanti riguardano la decostruzione del binomio suddetto e l’individuazione di forme di agency e di vie popolari, operaie e alternative, sconfitte ma non per questo meno significative, al consumo; vie che fanno della dimensione del consumo un’arena di scontro, poteri, diritti, all’intersezione fra classe, genere e variabili etnorazziali. Purtroppo le ricerche sulla pubblicità in Italia sono ancora a un livello embrionale, ma ci sono segnali interessanti (Arvidsson) di tentativi di guardare dentro la “scatola nera” della promozione commerciale e della cultura di massa in chiave storica, di trasformazioni di classe e di genere, o di rileggere (Bellassai) anche i comportamenti politici e militanti più ortodossi alla luce della sfida dei consumi (15).
Il che introduce al terzo cantiere, e qui passiamo da situazioni di dialogo già operante fra contemporaneisti e americanisti quali quelle viste sinora, a un terreno sul quale il rapporto è in larga parte da costruire. Si tratta della discussione sulla cosiddetta “sfera pubblica”, per usare la fortunata formula habermasiana, o “cultura pubblica”, per usare l’espressione introdotta da Thomas Bender alla metà degli anni ottanta (16). Non sono esattamente sinonimi e anzi andrà ricostruita la storia di come l’apparato concettuale elaborato da Habermas nei primi anni sessanta sia stato dimenticato o comunque messo da parte per un ventennio, per poi ricomparire verso la metà degli ottanta, in forma “spazializzata”, nella letteratura anglofona sull’opinione pubblica settecentesca e rivoluzionaria europea, essere tradotto in inglese e discusso negli USA nei primi anni novanta, mentre nel frattempo, in maniera in buona sostanza autonoma (attorno alla questione della possibilità di una nuova narrative di sintesi della storia nazionale), era emersa, negli stessi Stati Uniti, la categoria, più generica, ma anche più fluida e comprensiva, di “cultura pubblica” in quanto “forum nel quale il potere nelle sue varie forme, incluse la sfera estetica e di significato, è elaborato e reso autoritativo” (17). E’, questa, ripeto, una storia di concetti ancora da fare e che esula dai limiti delle mie note. Qui vorrei, però, fermare tre punti che mi paiono degni di interesse per i nostri obiettivi. Il primo è come la visione habermasiana, che sottendeva una storia di degrado e declension, sia stata sottoposta a interessanti critiche e falsificazioni ad opera della filosofia politica, della sociologia della comunicazione e della storia sociale, che ne hanno evidenziato, accanto agli enormi meriti, i limiti di classe, genere ed etnorazziali che la caratterizzavano, e la tendenza ad appiattire l’indagine sui parametri di una presunta età dell’oro borghese, sottovalutando le potenzialità di ridefinizione, ovvero di chiusura di vecchi spazi e apertura di nuovi, della sfera pubblica nell’età dei media e delle masse. Il secondo punto è il fatto che tuttavia anche queste prospettive critiche, o quelle che hanno adottato la formula della public culture, si sono poi applicate prevalentemente, nell’indagine storica empirica, con risultati spesso di assoluto rilievo (18), all’Ottocento o al massimo al primo Novecento e in genere hanno solo sfiorato la questione dei mass media moderni. Il terzo punto è che le stesse indagini non paiono aver ancora trovato un congruo collegamento con la ricerca sulle istituzioni, sociali e politiche, da un lato, e con quella sulla storia della definizione, filosofica, sociologica e politologica, mutevole nel tempo, di “opinione pubblica”. In altri termini, storia dei prodotti mediatici e della loro ricezione ed elaborazione, delle forme di sociabilità, dei movimenti sociali e del loro impatto su società politica e istituzioni, della sfera pubblica e dei modi di tematizzarla sono ancora in attesa di organiche analisi integrate. Ma non è chi non veda il formidabile potenziale euristico che tali dimensioni serbano e il patrimonio di conoscenze che possono consegnare a una storia a tutto campo dei rapporti società civile-società politica-istituzioni (per riprendere la celebre fomulazione di Farneti (19)) e anche (si pensi ai lavori di Brewer e altr (20)) a una storia che provi a collegare moderno e contemporaneo. Interessanti tentativi di dialogo e cross-fertilization fra americanisti, contemporaneisti, scienziati sociali e letterati in queste aree di indagine sono emersi attorno all’asse “pubblico-privato” in un’ampia ricerca tuttora in corso coordinata da Maurizio Vaudagna; ricerca che investe anche dimensioni decisive, ma più orientate verso la storia politica in senso proprio, come quella dei modelli di welfare (21).
L’asse “pubblico-privato” ci fa trascorrere al quarto cantiere, che faccio più fatica a delimitare perché poco ne so e perché mi sembra oggettivamente di difficile definizione, sospeso com’è fra storia delle mentalità, psicologia sociale, storia delle idee, filosofia politica, analisi di gender. E’ il cantiere delle trasformazioni delle identità, ma forse sarebbe meglio dire, degli attori individuali. La domanda di fondo che lo innerva è come sono cambiati, sul piano strutturale, simbolico, culturale, gli individui nel corso dell’età contemporanea, in Europa e negli Stati Uniti. Per quanto possa sembrare sfuggente o magari banale, è, mi pare, un tema cruciale rispetto al discorso che vogliamo fare sulla società e le sue strutture. E’ un tema rispetto al quale ci sono eredità importanti, provenienti da varie discipline; eredità che, però, possono anche risultare ingombranti. Penso a come l’individuo è stato ed è tematizzato nel pensiero politico e sociale, con le deformazioni e le negazioni di genere che ancora aduggiano tanta filosofia politica, o con le ipostasi dell’individuo autocentrato e poi eterodiretto della sociologia degli anni cinquanta (utilissima, beninteso, ma che oggi mostra decisamente la corda, sotto l’offensiva incrociata delle variabili di gender ed etnorazziali). Penso, ancora, ai danni che, unitamente a indubbi benefici, ha prodotto l’individualismo metodologico, quando se ne è fatto il grimaldello per spiegare fenomeni storici difficilmente riducibili al suo raggio esplicativo. Ecco, qui vedo almeno tre filoni di indagine, ancora una volta sospesi fra le due sponde, nel senso che sono stati sviluppati in un dialogo più o meno esplicito fra Europa e USA (ma devo confessare che io conosco soprattutto le ricerche statunitensi) e in grado forse di aiutarci a dipanare il discorso dei rapporti fra le due realtà e le due storiografie. Il primo filone è quello della filosofia politica e della storia del pensiero sociale. Lì si va riscoprendo la storia di un individuo “relazionale” che emerge, a cavallo fra pragmatismo, pensiero femminile e pensiero della twoness razziale, nel primo trentennio del Novecento; un “sé”, un individuo che poi finisce sommerso e sconfitto nelle spire del pluralismo più aconflittuale, dell’ultraliberismo, del cold war liberalism. Ne so poco, lo ribadisco, specie dal lato della filosofia politica, europea e di casa nostra, e quindi mi limito a segnalare la tematica, sollecitando indicazioni, integrazioni, emendamenti. Il secondo filone è quello della storia sociale del privato, dell’identità individuale (dal carattere alla personalità, per usare la formula di Warren Susman), dei sentimenti e delle emozioni. Anche qui c’è, tramite figure come Passerini o Stearns, un cantiere aperto transatlantico di grande rilievo, che può contare evidentemente sulle acquisizioni, per quanto oggetto di riconsiderazione critica, provenienti dalla storia e sociologia della famiglia. Infine, la dimensione finora meno praticata, ma che credo possa riservare notevoli sorprese, della storia del rapporto individuo-istituzioni economiche e sociali. Penso prima di tutto al rapporto individuo-lavoro-impresa, ad esempio; un rapporto studiato solo dai sociologi come Sennett, ma finora assai poco dagli storici. Oppure agli interessanti tentativi di avvicinarsi alla relazione individui sessuati-impresa-paternalismo-investimenti emotivi e di sentimenti; tentativi esperiti sul caso italiano da Betti Benenati (22).
Come vedete, ho composto una semplice (e molto manchevole) laundry list di cose che si sono fatte e si stanno facendo. Non ho parlato di realtà sociocentrica vs. statocentrica, di diversi modelli di modernizzazione, di diversi capitalism (23). Queste categorizzazioni si trovano evidentemente, disciolte e talvolta falsificate nel concreto della ricerca, nei cantieri dei quali ho detto. Ho solo pensato che in questa fase di primo (e benvenuto) incontro fra noi potesse intanto risultare utile richiamare quello che non mi pare esagerato definire un denso legato di problemi, scambi ed esperimenti o abbozzi di analisi. Ma non vorrei aver ingenerato l’equivoco di una convinzione pollyannesca che tutto va bene, l’Atlantico è una superficie senza increspature, basta accendere i motori giusti e la nave va. Né tanto meno che la cosa si possa restringere all’Atlantico. Se l’ho fatto, vorrei chiarire, prima di chiudere, che non era questo il mio intento, tutt’altro. Semplicemente mi pareva più produttivo mettere da parte per un momento sia i grandi (e utilissimi, ma a tratti invadenti) récits, sia le tante difficoltà di comunicazione che un po’ tutti conosciamo, per lasciare invece alla discussione e alle ulteriori elaborazioni che metteremo in campo il compito (classico, blochiano) di sottolineare le differenze, le incompatibilità, i rumori di fondo, le rotture nella periodizzazione; di tirare linee capaci, si spera, di acchiappare tanti fatti; di immaginare ricerche comuni.

1 Per una prima introduzione al dibattito R. Halpern-J.Morris (a cura di), American Exceptionalism? US Working Class Formation in an International Context, New York, 1997 e la discussione in “American Historical Review”, giugno 1997.
2 S. Wolf, L’Europa e le sue storie, in “Passato e presente”, 2000, n. 50 per un efficace aggiornamento e una messa a punto sulla storia europea.
3 G. Frederickson, La storia comparata, in D. Fiorentino, La storia americana e le scienze sociali in Europa e negli Stati Uniti, Roma, 1996, p. 79.
4 M. Van der Linden, Transnationalizing American Labor History, in “Journal of American History”, 199, n.3.
5 Per lo sguardo d’insieme A. Accornero, Era il secolo del lavoro, Bologna, 1997 e per gli sviluppi più recenti soprattutto S. Bologna-A. Fumagalli (a cura di), Il lavoro autonomo di seconda generazione, Milano, 1998 e R.Sennett, L’uomo flessibile, Milano, 1999. Sul piano della testimonianza sindacale V. Foa e A. Ranieri, Il tempo del sapere, Torino, 2000.
6 S. Musso (a cura di), Tra fabbrica e società, Annali Feltrinelli 33-1997, Milano, 1999
7 Y. Moulier Boutang, De l’esclavage au salariat. Ecomie historique du salariat bridé, Parigi, 1998; la discussione Musso-Marazzi-Trigilia in “Passato e presente”, 2000, n. 49; il fascicolo di “Democrazia e diritto” 2000 (?); il fascicolo “International Review of Social History” 1999 supplement.
8 Il fondamentale e sottovalutato, almeno in Europa, R. Oestrecher, Solidarity and Fragmentation, Urbana, 1986 e il recente “International Review of Social History” 1999 supplement
9 J. Kocka, The Middle Classes in Europe, in “Journal of Modern History”, dicembre 1995 e J. P. Bjelopera, “The Lower Middle-Classes in Philadelphia, 1850-1920: A History”, tesi dott. Temple University, 1999 riassumono la letteratura.
10 M. Salvati, Da piccola borghesia a ceti medi, in “Italia contemporanea”, marzo 1994 e Idem, Da Berlino a New York. Crisi della classe media e futuro delle democrazie nelle scienze sociali degli anni trenta, Milano, 2000.
11 P. Capuzzo, Storia dei consumi. Nuove prospettive storiografiche, in “Contemporanea”, 1999, n. 4. Per il caso americano la bib. in F. Fasce, La democrazia degli affari. Comunicazione aziendale e discorso pubblico negli Stati Uniti 1900-1940, Roma, 2000.
12 I pionieristici V. De Grazia, Americanismo d’esportazione, in “La critica sociologica”, nn. 71-72, au-inv. 1984-85; Idem, Mass Culture and Sovereignity: The American Challenge to European Cinemas, 1920-1960, in “Journal of Modern History”, marzo 1989; L. Paggi, Europa e America. Una visione comparata delle teorie del moderno, in “Problemi del socialismo”, 1988, nn. 2-3; Idem, Americanismo e riformismo, Torino, 1989.
13 Una sintesi efficace in D. Ellwood, Anti-Americanism in Western Europe: A Comparative Perspective, Occasional paper European Studies Seminar Series, april 1999; R. Kroes, L’America e la coscienza storica degli europei, in “Contemporanea”, 2000, n. 2. Il dibattito sul “secolo americano” nel fascicolo monografico di “900”, 2000, n. 2 e in F. Romero, 1898: Storia e memoria, in “Ricerche di storia politica”, 2, 1999.
14 Questa bib. in M.E. Guasconi, L’altra faccia della medaglia. Guerra psicologica e diplomazia sindacale nelle relazioni Italia-Stati Uniti durante la prima fase della guerra fredda (1947-1955), Soveria Mannelli, 1999; F. Fauri, Istruzione e governo dell’impresa, Bologna, 1999; G. Gemelli (a cura di), Scuole di management. Origini e primi svilupi delle business schools in Italia, Bologna, 1997 e Idem, Enciclopedie e scienze sociali nel XX secolo, Milano, 1999; J. Zeitlin and G. Herrgiel (eds.), Americanization and Its Limits, Oxford, 1999. Per un aggiornamento bib. sui rapporti Italia-USA nel corso del secolo F. Fasce, Tra due sponde. Lavoro, affari e cultura fra Italia e Stati Uniti nell’età della grande emigrazione, Genova, 1993 e D. Rossini, Il mito americano nell’Italia della Grande Guerra, Roma-Bari, 2000.
15 A. Arvidsson, “The Therapy of Consumption. Motivation Research and the New Italian Housewife, 1958-68″, paper letto al convegno “Europe/America, Exchanges”, IUE, maggio 1999; S. Bellassai, La mediazione difficile. Comunisti e modernizzazione del quotidiano nel dopoguerra, in “Contemporanea”, 2000, n. 1. Per una storia delle prime attività promozionali aziendali italiane mi permetto di rinviare a F. Fasce, Il mito dell’italianissima Ansaldo, in V. Castonovo (a cura di), Storia dell’Ansaldo. Vol 4. L’Ansaldo e la Grande Guerra (1915-1918), Roma-Bari, 1997. Devo all’amicizia di Adam Arvidsson, che qui ringrazio, la lettura del citato e di altri suoi lavori sul tema in corso di elaborazione. L’esempio più perspicuo di storia USA del consumo come arena politica e civile è M. Jacobs, “Democracy’s Third Estate” The New Deal Politics and the Construction of a “Consuming Public”, in “International Labor and Working-Class History”, primavera 1999.
16 J. Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Bari, 1971; C. Calhoun (a cura di), Habermas and the Public Sphere, Cambridge, 1992; T. Bender, Making History Whole Again, in “New York Times Books Review”, 6 ottobre 1985 e Idem, Wholes and Parts: The Need for Synthesis in American History, in “Journal of American History”, 1986, n. 1; Fasce, Democrazia degli affari, cit., p. 15, n. 8. Contesto, sviluppi e ricadute storiografiche del progetto habermasiano in H. Mah, Phantasies of the Public Sphere: Rethinking the Habermas of Historians, in “Journal of Moderne History”, marzo 2000. Su Bender, F. Fasce, Culture, Politics, and the Making of a Collective Past in Contemporary America: The View from Italy, in A.M. Martellone (a cura di), Toward a New Nation? Redefinitions and Reconstruction, Keele, 1995.
17 Bender, Wholes and Parts, cit., p. 131.
18 A. Lorini, Rituals of Race. American Public Culture and the Search for Racial Democracy, Charlottesville, 1999. Di grande interesse per un’analisi della public culture nell’età dei media D. Frezza, L’autorappresentazione del potere nel cinquantenario di Edison, in “Passato e presente”, 1999, n. 47. Non usa la categoria di public culture ma contiene spunti sul rapporto fra avanguardie, cultura etniche e di massa B. Cartosio, Da New York a Santa Fe. Terra, culture native, artisti e scrittori nel Sudovest (1846-1930), Firenze, 1999.
19 P. Farneti, Lineamenti di scienza politica, Milano, 1990
20 Entro una letteratura sempre più ampia vedi almeno J. Brewer and R. Porter (eds.), Consumption and the World of Goods, Londra e New York, 1993; P. N. Stearns,Stages of Consumerism: Recent Works on the Issues of Periodization, in “Journal of Modern History”, 1997, n. 69; J.E. Crowley, The Sensibility of Consumption, in “American Historical Review”, giugno 1999; C. Clunas, Modernity Global and Local, in “American Historical Review”, dicembre 1999.
21 Vedi i lavori (di Cartosio, Romero, Testi e dello scrivente) coordinati e introdotti da M. Vaudagna in “Studi storici”, 1997, n. 4 . Sul welfare le bib. in E. Vezzosi, “Per il bene dei bambini. Maternità e politiche sociali negli Satti Uniti del New Deal”, in corso di pubb. in “Ricerche di storia politica”, 2000/2 e J. Kloppenberg, “American Democracy and the Welfare State”, convegno “The American Century and Europe”, Torino, 18-20 maggio 2000.
22 N. Urbinati, Individualismo americano. Emerson, Dewey e la cultura politica americana, Roma, 1997; R. Baritono, La democrazia vissuta. Individualismo e pluralismo nel pensiero di Mary Parker Follett, Torino, 2000; W. Susman, Culture as History. The Transformation of American Society in the Twentieth Century, New York, 1984; J. Livingston, The Strange Career of the “Social Self”, in “Radical History Review”, n. 76, 2000; L. Passerini, Europe in Love, Love in Europe, New York, 1999; P.J. Stearns e J.P. Lewis (eds.)., An Emotional History of the United States , New York, 1998; G. Turnaturi (a cura di), Per una sociologia delle emozioni, Milano, 1995 e Idem, Tradimenti, Milano, 2000; E. Benenati, Americanism and Paternalism: Managers and Workers in Twentieth-Century Italy, in “International Labor and Working-Class History”, primavera 1998. Vedi anche gli interessanti contributi contenuti in S. Bellassai e M. Malatesta (a cura di), Genere e mascolinità. Uno sguardo storico, Roma, 2000.
23 J. Cronin, Convergence By Conviction: Politics and Economics in the Emegrence of the “Anglo-American Model”, in “Journal of Social History”, estate 2000; S. Engelbourg-G. Schachter, Intellectual and Institutional Continuum in Advanced Economies: the Anglos-Saxon vs. the Continental, in “The Journal of European Economic History”, 1999, n. 3.