SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

Marco Cuzzi

Assegnista di ricerca, Università di Milano
La tipicità slovena: il collaborazionismo nella provincia di Lubiana (1941-1943)

Nel corso dei ventinove mesi di occupazione italiana, la Slovenia meridionale produce una vario collaborazionismo la cui analisi può essere un valido strumento d’interpretazione della casistica e della fenomenologia dell’Europa collaborazionista durante l’ultimo conflitto mondiale. Anzitutto può essere individuato nella cosiddetta “Provincia autonoma di Lubiana” un collaborazionismo della continuità, ovvero la scelta compiuta da numerosi politici, notabili, burocrati e imprenditori di sostenere il sistema d’occupazione italiano visto come unica alternativa al caos seguito al crollo del Regno jugoslavo. L’atto di sottomissione al re e al duce del 4 maggio 1941, firmato dai principali presidenti delle camere professionali e delle associazioni di categoria slovene; il sostegno dei partiti locali (popolari, liberali e finanche socialisti) alle nuove autorità; la scelta dell’ex bano Marko Natlacen di guidare una “Consulta slovena” da affiancare all’Alto commissario Grazioli: in ogni scelta traspare la volontà di far funzionare di nuovo la piccola ma efficiente macchina burocratico-economica dell’ex banovina slovena. Il collaborazionismo della continuità sottintende dunque da un lato un intuitivo e fisiologico collaborazionismo opportunistico, dall’altro un collaborazionismo di protezione: creare un sistema amministrativo locale contribuirebbe, nei disegni dei suoi fautori, a mitigare il possibile saccheggio da parte delle autorità d’occupazione e ad attenuare le draconiane misure riservate al nemico sconfitto. Il confronto tra i commissari di Natlacen –sovente alleati con l’autorità civile italiana- e il generale Robotti sul tema della confisca delle materie prime e del legname, rappresentano un esempio del caso. Dal 22 giugno 1941 si crea una profonda cesura cronologica tra un collaborazionismo amministrativo e asettico, e un collaborazionismo più politicizzato. L’invasione dell’URSS e la conseguente insurrezione partigiano-comunista comporta la nascita di un collaborazionismo di reazione, inteso come sostegno agli occupatori (che vengono visti come il “male minore” rispetto alla possibile rivoluzione bolscevica) e articolato in una molteplice tipologia. Vi è anzitutto la reazione anticomunista  del clero, a cominciare dal vescovo Rožman, che alimenterà come nessun altro la Guardia bianca (Bela Garda) in termini propagandistici, politico-ideologici e finanche militari. Vi è la reazione di un ceto conservatore, collegato in modo particolare a circoli liberali e moderatamente socialdemocratici (la cosiddetta Guardia azzurra, Pleva Garda), che si troverà diviso –non dissimilmente da un Maček in Croazia o da un Mihailović in Serbia- tra i fautori del governo in esilio (si pensi ai legami con il ministro Krek e le iniziative a Lubiana del colonnello dei servizi segreti Vauhnik) e la lotta anticomunista in loco. Ai plevogardisti si aggiungeranno, su posizioni più clandestine ed equidistanti ma comunque non immuni da analoghe ambiguità, i piccoli gruppi četnici del maggiore Karel Novak. Infine vi è, e questa terza tipologia si pone alla frontiera con un’altra categoria di collaborazione, la reazione anticomunista dei fascisti o parafascisti locali. Gruppi minoritari ma agguerriti, come la Guardia nella Tempesta (Straža v Viharju) del simil-falangista Ehrlich, o la sezione slovena del movimento ljoticiano guidata da Izidor Cergol, danno origine al collaborazionismo ideologico, che sostiene l’occupazione italiana inserendola nell’auspicato Nuovo Ordine europeo, evocato come il rinnovamento della deludente Europa interbellica. L’aspetto ideologico sottintende un confronto tra ceti. Il collaborazionismo sociale rappresenta quindi la reazione del ceto rurale, d’impostazione clerical-conservatrice e paternalistica, dinanzi all’insorgenza dei primi gruppi partigiano-comunisti, sovente collegati al ceto operaio o piccolo-medio borghese e cittadino: si tratterà dell’unità di manovra militare di un movimento assai più vasto di quanto si è spinti a credere (in media si conteranno nell’estate 1943 quattro militi collaborazionisti, quasi tutti contadini, contro un partigiano originario dalle stesse regioni). Infine si ha un collaborazionismo nazionalista, ovvero alimentato dalla speranza, abilmente evocata dagli occupatori, di concedere alla Slovenia presto o tardi lo status di nazione autonoma nell’orbita dell’Asse: saranno soprattutto i tedeschi, che subentreranno agli italiani nel settembre 1943, a promettere –senza mai mantenerla- l’agognata indipendenza, ottenendo in cambio una massiccia adesione dei vari collaborazionismi unificati nello Slovensko Domobrantsvo (la Milizia nazionale slovena) del generale Rupnik e un loro impiego su vasta scala nella guerra antipartigiana.