SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

Temi di ricerca e interesse sull’Africa australe

M. Cristina ERCOLESSI e Anna Maria GENTILI

(Testo provvisorio, da non citare senza autorizzazione)

Il Mondo visto dall’Italia
Convegno della Sissco

Milano, Università cattolica, 19-21 settembre 2002

Temi di ricerca e interesse sull’Africa australe

1. L’assenza di una “massa critica”
A differenza di quanto è riscontrabile per gli studi sul Corno d’Africa (discussi dalle relazioni che ci hanno preceduto), l’Africa meridionale (e, al suo interno, il Sudafrica) hanno beneficiato di una scarsa attenzione della ricerca italiana, da parte tanto degli storici contemporanei quanto degli studiosi di scienze sociali e politiche.
La scarna bibliografia riportata alla fine di questa comunicazione, pur scontando qualche incompletezza, riflette tuttavia lo stato della produzione italiana su questa regione dell’Africa, la più importante del continente sotto il profilo economico e geostrategico e che, nella seconda metà del ‘900, ha conosciuto dinamiche politiche e sociali di grande interesse (movimenti di liberazione, esperienze dei regimi indipendenti socialisti, trasformazioni e lotte sociali nel sistema di apartheid, trasformazione democratica del Sudafrica, ecc.), che all’estero sono state oggetto di una imponente massa di studi.
Egualmente oggetto massiccio di studio e di intenso dibattito storico-politico sono state la nascita e lo sviluppo del sistema di apartheid (e, più in generale, dei regimi di minoranza bianca, come quello della Rhodesia, oggi Zimbabwe, e della Namibia) e del blocco delle colonie portoghesi, a indipendenza “ritardata”, due insiemi di paesi peraltro collegati da una fitta rete di relazioni politiche, economiche e sociali (si pensi, per fare un solo esempio, ai flussi migratori verso le miniere e le industrie sudafricane e verso la Rhodesia, in particolare – ma non solo – dal Mozambico), fino a configurare un vero e proprio sistema regionale imperniato sulla “potenza” sudafricana.
Il primo elemento da constatare è quindi molto semplicemente l’assenza di una massa critica di studi sull’Africa australe. Se si scorre la bibliografia finale, si potrà constatare la mancanza di una qualsiasi sistematicità della produzione scientifica (o anche semplicemente divulgativa e/o giornalistica) nel corso del tempo, come pure di tematiche o filoni sistematici di analisi e di studio. E pochi sono gli autori che hanno fatto dell’Africa australe un campo privilegiato e continuativo di ricerca. Ciò impedisce un qualsiasi tentativo di “decostruire” un “discorso italiano” sull’Africa australe, come invece sarebbe certamente possibile fare per le ex colonie italiane del Corno (soprattutto per Eritrea ed Etiopia). L’unico “discorso” che può essere individuato, per così dire “sotto traccia” e per differenza, è l’estraneità e la lontananza pressoché totale degli studi africanistici italiani, in particolare storiografici, nei confronti di un’area a tutti gli effetti decisiva del continente (una delle poche eccezioni, anche sul piano della ricerca, ma in un diverso settore di studi, quello dell’antropologia, è quella di Bernardo Bernardi). Se si escludono poche traduzioni di lavori stranieri e alcuni capitoli (in generale di buona qualità) in testi e manuali generali di storia dell’Africa, i lavori di impianto storico sull’Africa australe o su singoli paesi di quest’area (Sudafrica incluso) si contano letteralmente sulle dita di una mano.
Da questo punto di vista, è quasi impossibile trovare traccia (di nuovo con l’eccezione della manualistica generale di storia dell’Africa) all’interno di lavori di ricerca originali sia del dibattito tra “vecchia” e “nuova” storiografia (“dalla storia coloniale alla storia dell’Africa”, per riprendere il titolo della prima comunicazione di questa sessione), che ha una sua pertinenza precisa soprattutto per il caso del Sudafrica dell’apartheid (come si spiega l’emergere “anacronistico” di tale sistema nel secondo dopoguerra; quanto questo sistema era davvero “anacronistico”; dinamiche di relazione tra comunità bianche – afrikaners/inglesi – vs. protagonismo dei soggetti, degli attori e delle lotte africani; relazione tra razza e classe; ecc.), sia e soprattutto sulla più recente discussione su quanto in realtà il caso dell’Africa australe (e in specifico del Sudafrica dell’apartheid, spesso letto come un “colonialismo specifico” o “interno”) si configuri per una sua peculiarità di percorso storico (e di organizzazione politica e sociale), come si è prevalentemente sostenuto fino a pochi anni fa, e non vada invece riportato nel quadro più generale del colonialismo nel continente (ad esempio, come fa Mamdani (1), parlando di una variante del sistema di “indirect rule”), sottraendogli di conseguenza il suo carattere di “eccezionalità”. Si tratta di un tema ormai centrale, che si è esteso anche al caso delle colonie portoghesi, attorno al quale ruota molta della discussione storiografica più recente sul colonialismo in Africa, sul suo impatto e sulle sue specificità, e nello stesso tempo (come spesso avviene per i grandi dibatitti storiografici africanistici e soprattutto africani) di una questione di stretta pregnanza politica nel contesto del dopo-apartheid: quanto il “caso” sudafricano è “africano”, quanto il Sudafrica è “Africa” e può e vuole integrarsi pienamente nell’Africa, fare del continente il suo orizzonte primario dopo decenni di isolamento a causa dell’apartheid? (come si può vedere una questione storico-politica che scivola in scelte di politica estera ma anche per così dire di “identità” della nazione sudafricana oggi).

2. L’Italia in Africa australe
All’interno della scarsa ricerca e produzione sull’Africa australe, un secondo elemento da mettere in luce è la netta predominanza di lavori pubblicati che si pongono a cavallo tra gli studi di carattere storico-politico, le scienze politiche e sociali, e la divulgazione giornalistica. Ciò è riscontrabile in una particolare concentrazione delle pubblicazioni sui paesi dell’Africa australe tra fine anni’70/prima metà degli ’80 e la metà degli anni ’90, un periodo coincidente con lo sviluppo delle lotte di liberazione nel sud del continente e dei regimi ai quali queste hanno dato vita, e con la crescita dell’opposizione sociale e politica all’apartheid e la transizione dal dominio bianco alla democrazia in Sudafrica.
Contrariamente a quanto rilevato in precedenza a proposito della distanza della storiografia africanistica italiana dall’Africa australe, questa produzione (sulla quale si tornerà tra poco) appare coerente con un grado di “vicinanza politica” dell’Italia alle lotte di liberazione della regione, a quella fitta rete cioè di relazioni e solidarietà stabilita da diversi soggetti italiani (governativi, partitici, associativi, ecc.) con i movimenti di liberazione e che influenzerà non poco la politica estera del nostro paese negli anni immediatamente successivi all’indipendenza delle colonie portoghesi (soprattutto per il caso del Mozambico sino alla mediazione italiana dell’Accordo di pace del 1992).
Può esser utile notare che le attività di solidarietà con le lotte di liberazione dei paesi dell’Africa australe hanno contribuito anche alla traduzione, pubblicazione e divulgazione di una certa quantità di materiale documentario degli stessi movimenti di liberazione; si tratta per lo più, come ci si può aspettare, di materiali propagandistici, quindi scarsamente critici (2), e in genere di non difficile reperibilità. Ma essi hanno contribuito a rendere accessibili al pubblico italiano analisi e posizioni dei movimenti di liberazione, ad allargarne e approfondirne la conoscenza, e ad alimentare reti di solidarietà e interscambio politico. Anche in questo caso è tuttavia riscontrabile una lacuna maggiore, ossia l’assenza di qualsiasi ricostruzione posteriore della storia, delle attività e dell’impatto dei movimenti di solidarietà con le lotte di liberazione e del movimento antiapartheid italiano. Questa storia (a differenza di quanto avviene in altri paesi europei o in Nord America, ove operano specifici gruppi di ricerca sul tema) rischia non solo di essere dimenticata, ma anche dispersa, insieme alla documentazione relativa, frammentata in archivi personali o di associazioni.
Più in generale, “l’Italia in Africa australe” non è riuscita a diventare un oggetto di studio sistematico, né sul lato degli studi storici né su quello dell’analisi della politica estera repubblicana. Il gap di conoscenze su questi aspetti appare profondo sia se lo si confronta con la quantità delle ricerche sul colonialismo italiano e sulla presenza italiana nel Corno d’Africa, sia se si considerano altre aree del mondo come l’America latina (grazie, naturalmente, ai massicci fenomeni migratori dal nostro paese).
Lo studio delle comunità italiane è rimasto estremamente limitato e circoscritto praticamente al solo Sudafrica (vedi i lavori di Sani, 1989, e di Gazzini, 1987, sui prigionieri di guerra, che non hanno comunque originato altri studi). Da segnalare è il lavoro di Teobaldo Filesi (1987) sull’Italia e la guerra anglo-boera che rimane l’unico tentativo di analizzare la politica italiana nei confronti di un evento di portata mondiale e che presenta l’aspetto interessante di mettere in luce una mancanza di sintonia tra la posizione ufficiale di neutralità del governo di Roma e gli atteggiamenti sia della piccola comunità italiana in Sudafrica sia dell’opinione pubblica (in particolare quella di idee risorgimentali) in Italia, largamente simpatetica con la lotta dei “boeri” contro l'”imperialismo” britannico.
Se si passa dagli studi storici a quelli sulla politica estera italiana, va di nuovo constatata la sostanziale assenza di qualsiasi analisi sistematica della politica italiana verso l’Africa (con l’eccezione, naturalmente, del periodo dello “scramble for Africa” e della ricerca di un “posto al sole”, e poi della sistemazione delle colonie italiane dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale) da parte degli studiosi di relazioni internazionali dell’Italia. Tutto il campo dello studio della politica africana del nostro paese dal dopoguerra in poi (e questo vale anche per il Corno, non solo per l’Africa meridionale) è stato appannaggio dei pochi africanisti che vi si sono cimentati (soprattutto per i decenni più recenti). Se questo riflette la bassa priorità politica generale dell’Africa subsahariana nella nostra politica estera, contrasta tuttavia col fatto che l’Italia ha sviluppato un certo grado, magari confuso, di attivismo (attraverso l’aiuto allo sviluppo e/o le mediazioni diplomatiche) in Africa e, più in particolare ed esattamente, nel Corno e nella regione australe. Ritorna qui, in termini di spiegazione di queste scelte di politica estera, il tema già sopra sollevato della rete di solidarietà e relazioni politiche con gli attori della liberazione dell’Africa australe, che meriterebbe un’analisi sistematica per esempio del ruolo giocato dai partiti (PCI, alcuni settori della DC, allineamenti trasversali tra i partiti, ecc.), dalla Chiesa (si pensi solo al ruolo della Comunità di Sant’Egidio nella mediazione di pace in Mozambico, vedi Morozzo della Rocca 1994), da istituzioni culturali (come l’IPALMO di Roma), che rimane ancora tutta da fare.
3. Ricerca e politica
Si è notato sopra come la gran parte dei lavori pubblicati in Italia sull’Africa australe o singoli paesi della regione si concentra in un arco di 15-20 anni, dai primi anni ’80 alla metà circa dei ’90, per poi rarefarsi quasi (3) completamente. Sul piano tematico, questo corpo di lavori si indirizza ad alcune larghe questioni maggiori, nettamente prevalenti:
a) movimenti di liberazione (soprattutto delle ex colonie portoghesi di Angola e Mozambico) ed esperienze dei regimi di impianto socialista usciti da queste lotte di liberazione (ideologie, modelli politici, scelte economiche e sociali);
b) sistema dell’apartheid (crisi, “riforme”, movimenti di lotta all’apartheid) tra gli anni ’80 e primi ’90, e transizione sudafricana alla democrazia (elezioni, problemi sociali, politica economica, Truth Commission e riconciliazione nazionale, ecc.)
c) conflitti e soluzione dei conflitti (soprattutto guerre civili in Angola e Mozambico), con diramazioni nell’analisi del sistema regionale e delle politiche delle potenze esterne.
Come si può vedere, si tratta di temi strettamente legati all’evoluzione delle crisi e delle lotte locali sul terreno e di analisi che, molto spesso, appaiono fortemente “schierate” (a favore in genere delle lotte di liberazione o antiapartheid), all’interno di uno schema “rivoluzione/controrivoluzione”. In questo senso risentono, con poche eccezioni, del clima e dei dibattiti del momento politico in cui gli stessi lavori sono elaborati e pubblicati, degli entusiasmi e delle delusioni. Ciò era in qualche misura probabilmente inevitabile vista la portata storica di alcuni degli eventi in questione (la fine del colonialismo portoghese e dei regimi bianchi dopo lunghe lotte di liberazione, la caduta del sistema di apartheid e il passaggio alla democrazia in Sudafrica) e la dimensione anche civile e politica che ha teso a caratterizzare lo studio dell’Africa contemporanea (una caratteristica non necessariamente negativa). Ma ha anche probabilmente contribuito, più di quanto abbia fatto nella ricerca africanistica internazionale, a “distorcere” le linee di studio e ricerca in Italia in almeno due direzioni negative.
Da un lato, ha orientato la riflessione attorno a domande fortemente semplificatorie e semplicistiche, interessate soprattutto a misurare il grado di “coerenza rivoluzionaria” dei soggetti politici locali all’interno di uno schema ideologico e astratto (in sostanza: “quanto i regimi rivoluzionari hanno tradito”, o quanto invece si sono “venduti” o “compromessi” con il Sudafrica dell’apartheid?; quanto il “nuovo” Sudafrica democratico sia in realtà uguale al “vecchio” dell’apartheid? e così via). Il fatto più grave, dal punto di vista della ricerca e anche di un’analisi della politica reale di questi paesi, è che tali interrogativi riflettevano preoccupazioni, e talvolta anche linguaggi, “nostri” e quindi profondamente “eurocentrici”, aggirando completamente i termini e i nodi dei dibattiti politici locali e tra i soggetti e gli attori politici e sociali locali. Su questa tendenza (oggi meno rilevante, ma ancora riscontrabile in parte a proposito del “nuovo” Sudafrica) ha pesato sia una conoscenza del terreno spesso occasionale, sia il privilegiamento di fonti interne di natura ideologica (i documenti e i pronunciamenti pubblici dei protagonisti, dei vertici politici e in genere delle élites).
D’altro lato, e come conseguenza diretta, il livello di attenzione, di ricerca e di studio è stato fortemente dipendente dalla possibilità o meno di inquadrare in tali schemi ideologizzati gli eventi locali (meritevoli di essere studiati) o, se si vuole, da un certo grado di “epocalità” o, addirittura, “drammaticità” degli eventi stessi. Con il risultato che, una volta superate le “emergenze” (le guerre civili, le repressioni, le lotte eroiche…) o doppiato il capo delle “transizioni epocali”, è scemato anche l’interesse a uno studio sistematico (o anche occasionale) di scenari che – per essere più complessi di quanto immaginato – nulla hanno perso del loro interesse e talvolta anche della loro “drammaticità” (anzi!). Così, il “post-guerra” in Mozambico attrae meno interesse del “socialismo” o della guerra civile, e ci si può attendere che lo stesso avvenga anche per l’Angola dopo la morte di Savimbi. Così, ancora, il repentino scoppio di interesse per la crisi dell’apartheid e poi per la transizione democratica in Sudafrica, è progressivamente sfumato in un inaridimento degli studi sulla politica sudafricana “normale”.
Infine, può essere utile notare che una tendenza simile è registrabile anche nel campo dell’analisi delle politiche delle potenze esterne e della politica regionale. Venuto meno l’Est-Ovest (e lo schema teorico e interpretativo che su di esso si era fondato), finito il bipolarismo, si assiste a una notevole difficoltà a riprendere in mano i fili analitici di una riflessione sulla posizione dell’Africa nel sistema internazionale, sui processi di regionalizzazione nel continente (dei quali l’Africa australe rappresenta forse il caso più importante), delle relazioni inter-africane e delle politiche estere dei paesi africani (e dello stesso Sudafrica, l’attore a tutti gli effetti più forte del sistema continentale).
4. Nuove tendenze: temi e ricerche
Nonostante l’analisi sin qui condotta, il quadro attuale della ricerca italiana sull’Africa australe mostra qualche elemento di novità e di interesse che vale la pena di segnalare, sia pure in una situazione ancora abbastanza fluida.
Il fatto più incoraggiante è probabilmente l’emergere di una nuova leva di giovani studiosi (in maggioranza ricercatori, dottori di ricerca o studenti di dottorato), accomunati da alcune caratteristiche principali: una minore propensione per l’approccio ideologico sopra ricordato; una maggiore esposizione alla ricerca internazionale (in alcuni casi la loro formazione si è svolta per molti anni all’estero, inclusi i paesi oggetto della loro ricerca); un orientamento verso temi di ricerca di più ampio respiro, meno occasionali e meno legati a eventi “topici”, con un approccio più integralmente interdisciplinare, che coniuga la ricerca storica con le scienze sociali e politiche; una maggiore “aderenza” al terreno, con lunghi soggiorni di studio e ricerca e, quindi, un più intenso interscambio con la ricerca locale, condotta da studiosi africani; una combinazione più moderna di fonti (archivi, ricerca di terreno, interviste, documenti contemporanei, dati sociali ed economici, ecc.).
E’ ancora presto per dire se questa nuova leva sarà in grado (tenuto conto dei vincoli e delle difficoltà, anche di finanziamento, che caratterizzano in genere la ricerca africanistica, in Italia quanto in Africa) di sviluppare nel corso del tempo quella “massa critica” di cui si parlava all’inizio. Ma sin da ora si può rilevare che questo gruppo di giovani studiosi si concentra in gran parte attorno agli insegnamenti di africanistica della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna e della Facoltà di Scienze Politiche dell’Orientale di Napoli, in collegamento anche con un progetto di ricerca su “Conflitti in Africa australe. Origine, riproduzione e meccanismi di gestione della risoluzione dei conflitti in ambito sub-regionale (SADC) dalle indipendenze ai processi di democratizzazione”, o nell’ambito di dottorati di diverse sedi. Può essere utile fornire un primo elenco ragionato di alcuni dei lavori di ricerca in corso in questi ambiti.
Un primo filone riguarda la questione, a tutti gli effetti centrale, della natura del sistema democratico sudafricano, una volta terminata, almeno formalmente (con le elezioni del 1999), la transizione. La questione è approcciata da diverse angolature: cittadinanza sociale, sindacati, movimenti sociali (Franco Barchiesi); formazione di uno strato di imprenditori neri tra settore formale e settore informale (Antonio Pezzano); riforma del governo locale, fornitura di servizi e movimenti sociali (Sebastiana Etzo); identità e conflitti religiosi (Emiliani, Bompani). (Su questi temi stanno svolgendo ricerche anche due giovani ricercatori italiani che lavorano all’estero, rispettivamente a Londra e a Parigi, come Giovanni Carbone e Veronica Federico).
Una seconda area tematica concerne l’evoluzione del sistema regionale tra conflitti e risoluzione dei conflitti. In questo ambito rientra, in primo luogo, l’analisi di alcuni casi di paesi-chiave (oltre al già ricordato Sudafrica): cittadinanza e democrazia nel Mozambico del dopo-guerra (Anna Maria Gentili); terra e crisi politica in Zimbabwe (Mario Zamponi); lavoro e migrazioni Mozambico-Sudafrica (Corrado Tornimbeni); problemi del consolidamento democratico in Namibia (Cristiana Fiamingo). E rientrano, in secondo luogo, alcune ricerche di impianto più regionale: la politica estera del Sudafrica post-apartheid verso i conflitti dell’Africa australe (M. C. Ercolessi); l’evoluzione della guerra civile angolana e il ruolo dell’Angola tra Africa australe e Africa centrale (Ercolessi, Davide Tramontano); la crisi della Repubblica Democratica del Congo (A.M. Gentili); regionalizzazione e sicurezza in Africa australe-il ruolo della SADC (Arrigo Pallotti).
Vanno infine ricordate almeno due tesi di dottorato in via di elaborazione, di impianto più strettamente storico, e che riguardano entrambe due ex colonie portoghesi: la prima, sulle migrazioni di forza lavoro dal distretto di Beira (Mozambico) verso Sudafrica e Rhodesia dagli anni ’30 agli anni ’50 (Tornimbeni, dottorato in Storia dell’Africa dell’Università di Cagliari); la seconda, sulla formazione del movimento nazionalista angolano (MPLA) negli anni ’50 nell’area di Malanje (Marina Torre, dottorato in Africanistica dell’Orientale).
Questa rassegna, probabilmente incompleta, dei lavori di ricerca in corso di nostra conoscenza, evidenzia un orientamento verso due aree tematiche di assoluta centralità in Africa australe (e, in realtà, in tutta l’Africa):
innanzitutto, il nodo ormai ineludibile della cittadinanza e dei conflitti di cittadinanza (a partire dalla stessa definizione della cittadinanza), come perno anche per un superamento di una formulazione largamente formalistica della questione della democrazia: temi come la terra e la riforma agraria, i movimenti di popolazione e i flussi migratori, il rapporto tra istituzioni e i movimenti sociali, la “dismissione” dello Stato nel quadro delle riforme neo-liberiste, le mobilitazioni politiche in termini identitari, etnici o religiosi, rimandano tutti a una questione di cittadinanza che pre-data la “rottura” dell’indipendenza, radicandosi tanto nell’ultimo periodo coloniale quanto nelle forme organizzative e di mobilitazione dei movimenti di liberazione;
in secondo luogo, l’intreccio tra la dimensione interna e regionale dei conflitti in Africa australe; un intreccio che si manifesta nel complesso gioco di ricadute dei conflitti tra piano interno, domestico, e piano esterno, regionale, come pure e più sostanzialmente, nell’osservazione che i conflitti – per la crescita dei fenomeni transnazionali, ufficiali e informali – lungi dall’avere una prevalente dimensione geopolitica, hanno molto a che vedere con le configurazioni e le riconfigurazioni del potere e dei poteri in corso in questi paesi all’interno della cosiddetta “crisi dello Stato post-coloniale”, e che ruotano attorno a issues che travalicano tipicamente la dimensione dello Stato-nazione (terra, lavoro, migrazioni, ambiente, acqua, ecc.), riproponendo quindi – su una diversa scala territoriale ma soprattutto concettuale – il problema della cittadinanza.
NOTE
1- M. Mamdani, Citizen and Subject.Contemporary Africa and the Legacy of Late Colonialism, Princeton University Press, Princeton 1996
2- Un’eccezione rilevante è il lavoro di Luisa Passerini (1970) sul FRELIMO.
3- Ci si riferisce qui quasi esclusivamente alle monografie o a volumi collettivi; una ricognizione più sistematica degli articoli sulle riviste specializzate mostrerebbe comunque lo stesso andamento e registrerebbe la presenza degli stessi autori. Se si fa eccezione per due dossier di afriche e orienti (1999 e 2002), nessuna rivista africanista, di storia contemporanea, di studi sociali e politici o di politica internazionale ha dedicato dossier all’Africa australe o al Sudafrica.

BIBLIOGRAFIA DEI LAVORI ITALIANI MAGGIORI SULL’AFRICA AUSTRALE
In questa bibliografia sono riportati soltanto le opere maggiori, in particolare monografie, oltre ad alcuni dossier di riviste specializzate. Sono stati inclusi anche lavori di carattere divulgativo e/o giornalistico, ma sono stati viceversa escluse le pubblicazioni (soprattutto degli anni ’70) edite da gruppi di solidarietà con i movimenti di liberazione e consistenti di traduzioni di documenti e analisi degli stessi movimenti.
Le opere riguardano sia la regione dell’Africa australe nel suo insieme, sia i quattro paesi maggiori (Sudafrica, Angola, Mozambico, Zimbabwe); per gli altri paesi dell’area, a una prima ricognizione non emergono lavori pubblicati di rilievo. I testi citati includono tanto lavori propriamente di storia contemporanea, quanto lavori di analisi del sistema politico e sociale, delle relazioni internazionali o di aspetti legati allo sviluppo di questi paesi.
Africa australe (regione)
Bernardi Bernardo, Africa meridionale, Novara 1977
Cerasi Giusto Lucio, L’Africa che cambia, Roma 1976
Calchi Novati Giampaolo, “Lo scenario regionale nel contesto del sistema internazionale”, in Politica internazionale, dossier “La transizione democratica in Sud Africa”, n. 1, gen.-mar. 1994, pp. 107-40
Ercolessi M. Cristina, “Strategie di movimento in Africa australe”, Politica Internazionale, n. 6, giugno 1985, pp.33-42
Ercolessi M. Cristina, Conflitti e mutamento politico in Africa, Cap. 1: “L’Italia e l’Africa sub-sahariana negli anni ’80: aiuti e politica estera nelle crisi dell’Africa australe e del Corno”, Milano, 1991, pp; 25-85
Ercolessi M. Cristina, “Italy’s Policy in Sub-Saharan Africa”, in S. Brune, J. Betz, W. Kuhne (eds), Africa and Europe: Relations of Two Continents in Transition, Hamburg, 1994, pp. 87-107

Sudafrica
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Calchi Novati Giampaolo et al., Dopo l’apartheid. Il processo di cambio in Sud Africa, Milano 1986
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Emiliani Marcella, Ercolessi M. Cristina, Gentili Anna Maria, Sud Africa: i conflitti dell’apartheid, Roma 1987
Filesi Teobaldo, Italia e italiani nella guerra anglo-boera, 1899-1902, Quaderni della rivista Africa, Roma 1987
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Gazzini Mario, Zonderwater: i prigionieri in Sudafrca, 1941-1947, Roma 1987
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Passerini Luisa (a cura di), Colonialismo portoghese e lotta di liberazione in Mozambico, Torino 1970
Zimbabwe
Alfaré Loredana, Cannata Giuliano, Zimbabwe: radici e condizioni di uno sviluppo originale, Roma 1989
Arrighi Giovanni, Sviluppoeconomico e sovrastrutture in Africa, Torino 1974
Zamponi Mario, Terra, produzione e lavoro. Storia agraria dell’Africa australe: il caso dello Zimbabwe, Repubblica di San Marino, 2001

Dossier monografici di riviste specializzate
“La transizione democratica in Sudafrica”, Politica internazionale, n. 1, 1994
“La transizione in Sudafrica”, afriche e orienti, n. 3, 1999
“Migrazioni e xenofobia in Africa australe”, afriche e orienti, n. 2, 2002