SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Dossier

Indagine Sissco sulla condizione della storia contemporanea in Italia

a cura di Antonio Bonatesta e Valeria Galimi

La formazione dottorale e l’avviamento alla ricerca

a) La dinamica dei corsi di dottorato in Storia Contemporanea negli ultimi 20 anni

Dal 1997 a oggi i corsi di dottorato in Storia Contemporanea hanno subìto una profonda trasformazione, che poggia in primo luogo sui seguenti processi: completa estinzione dei corsi “mono-settoriali” in M-STO/04; grande debolezza dei corsi plurisettoriali in discipline storiche e affini; forte proliferazione di corsi multidisciplinari.

Dai primi anni Duemila, i corsi “mono-settoriali” hanno conosciuto un drastico calo fino alla completa scomparsa nel 2008/2009 (fatta eccezione per l’Università di Urbino in riferimento ai soli cicli XXVII e XXVIII). Parallelamente, si è registrata un’improvvisa esplosione dei corsi multidisciplinari, che ha visto la Storia Contemporanea confluire in corsi stabilmente popolati da una media di almeno 10 settori SSD. Dal 2008 questo dato è divenuto strutturale e anzi si è aggravato, toccando punte di 20 SSD per ogni singolo corso di dottorato in cui è presente M-STO/04. Attualmente (XXXII ciclo) la situazione si è attestata attorno a una media di 15 SSD per singolo corso. Un fenomeno connesso, da monitorare, è la moltiplicazione dei corsi di dottorato che annoverano M-STO/04 nella propria offerta formativa: nel 1997 erano 2, dal 2008 ad oggi hanno oscillato tra gli 80 e i 60 corsi in tutta Italia (dato attuale per il XXXII ciclo: 63).

Dal 2008 esplode il numero dei corsi contenenti M-STO/04, in un contesto che dal 2013 assiste comunque alla drastica riduzione del numero complessivo di corsi.

Tra le cause principali di questo fenomeno vanno sicuramente annoverati fattori relativi alla governance universitaria e alla “missione formativa” affidata al dottorato di ricerca, che ha da tempo smarrito la sua funzione di esclusiva preparazione alla carriera accademica per servire, si dice, uno sbocco occupazionale sul più ampio mercato del lavoro. Vi è poi l’impatto delle politiche di riforma universitaria del tempo di crisi, a partire dai tagli lineari all’FFO della Legge 133/2008 e dal DM 45/2013 sull’accreditamento delle sedi e dei corsi di dottorato

Questi provvedimenti sono stati emanati senza nuove dotazioni finanziarie, con l’ovvia conseguenza di una drastica riduzione, per cancellazione o accorpamento, del numero complessivo dei corsi di dottorato, passato in Italia da circa 1.500 a poco più di 900 in meno di un anno.

Il DM 45/2013 ha avuto un forte impatto sulla Storia Contemporanea, come si evince dall’andamento delle cinque aree CUN tradizionalmente presenti nell’offerta formativa dei corsi di dottorato contenenti M-STO/04: 10, 11, 12, 13, 14. Si nota che, con l’emanazione del decreto, le ultime tre hanno subìto una contrazione, le aree 10 e 11 un’espansione. Ciò non si è tradotto in un beneficio per la Storia Contemporanea, in quanto all’interno dell’area 11 l’espansione è stata trainata da tutti gli SSD, e in particolar modo dai settori M-FIL (+3,2%), M-PED (+3%) e M-PSI (+2,4%). Crescono, seppur lievemente, anche M-STO/01 ed M-STO/02. La Storia Contemporanea vede invece diminuire drasticamente il proprio peso dal 24,7% al 15,6%.

Questi processi impongono di riflettere sul concetto di interdisciplinarietà, che è cosa diversa dalla multidisciplinarietà; di comprendere quale sia l’impatto della situazione attuale sullo statuto scientifico-metodologico della disciplina, in un settore vitale come la formazione alla ricerca; analizzare la natura dell’offerta formativa che viene erogata.

b) Gli assegni di ricerca: avviamento alla ricerca o binario morto?

All’indomani del varo della Legge 240/2010, la disciplina ha reagito innalzando il livello di precarizzazione nel settore dell’avviamento alla ricerca, toccando punte di 205 nuovi assegnisti per anno (2011). Questo è accaduto soprattutto a causa del ritardo nel varo delle posizioni RTD e della loro insufficienza. Dal 2014, il numero di assegnisti attivi per anno accademico si è infine attestato attorno alla 50-60 unità.

I dati mostrano che negli ultimi quindici anni l’assegno di ricerca ha rappresentato per molti giovani ricercatori un binario morto. Infatti, dei 917 assegnisti attivi in Storia Contemporanea tra il 2004 e il 2017, il 93,2% è oggi fuori dal sistema accademico, il 4,9% ha avuto accesso a posizioni RTD e solo l’1,9% è entrato nei ruoli dell’Università. Questa dinamica è tendenzialmente in linea con quella generale. Considerando l’intero bacino degli assegnisti di ricerca, il Rapporto ANVUR ha messo in evidenza come dei 44.345 studiosi che negli ultimi sette anni abbiano avuto almeno un assegno di ricerca, il 61% risulti oggi fuori dal sistema universitario italiano, il 29,3% sia ancora assegnista di ricerca, il 6,4% abbia un contratto da RTD, il 2,4% sia RU, lo 0,92% sia nei ruoli strutturati (PA, PO).

Dei 463 beneficiari di assegno di ricerca in Storia Contemporanea tra il 2010 e il 2018, circa la metà ha svolto attività per un solo anno. Desta allarme il 18% di assegnisti che hanno mantenuto questa tipologia contrattuale per un numero pari o maggiore di tre anni, probabilmente a causa della mancanza di risorse negli atenei: questo dimostra il potenziale di concorrenzialità che l’assegno ha esercitato ed esercita tuttora rispetto alle figure deputate al reclutamento accademico (RTDa, RTDb), nonostante sia una posizione senza prospettive.

2. Il reclutamento 2010-2018: una fotografia

a) Andamento generale del reclutamento: entrate e uscite dai ruoli, passaggi di carriera

L’elaborazione dei dati messi a disposizione dal Cineca consente di presentare una fotografia chiara degli andamenti del reclutamento, del turn over e della presenza di docenti di ruolo nelle tre fasce (professori ordinari, associati e ricercatori) dopo l’applicazione della legge 240/10.

In sintesi si registra un calo netto dei professori ordinari del settore M-STO/04 (che passano da 163 presenti nei ruoli nel 2010, a 95 nel 2018, con una perdita del 41,7%), una sostanziale conferma del numero dei professori associati (da 133 a 138, + 3,75%), e una ristrutturazione della terza fascia dei ricercatori. Il numero dei ricercatori a tempo indeterminato è sceso da 178 a 85 (-52,2%).

Come è noto, uno degli obiettivi della legge detta Gelmini è stata l’abolizione della terza fascia dei ricercatori a tempo indeterminato (RU), al fine di ridurre a due le fasce del corpo docente. A partire dal 2011 è comparsa la nuova figura del ricercatore a tempo determinato di tipo “a” (contratto della durata di tre anni, rinnovabile una volta per due anni) cui fa seguito quella del ricercatore a tempo determinato di tipo “b” che, dopo tre anni, se conseguita l’abilitazione nazionale come professore associato di seconda fascia e dietro una valutazione da parte dell’ateneo, viene chiamato come professore associato.

I passaggi di ruolo e le progressioni di carriera confermano l’andamento generale di una perdita complessiva di spazio per la Storia contemporanea nell’università italiana. Dal raffronto dei dati del 2010 al 2018, sul dato complessivo ridotto del 41,7% (da 163 a 95) si registra l’uscita (pensionamento, decessi) di 98 professori ordinari a fronte di 31 nuove entrate, come passaggi di carriera della seconda fascia.

Immissione più consistente è stata quella nella fascia degli associati (nel 2010 si registrano 133 presenze nei ruoli mentre nel 2018 sono 138). A fronte di 55 uscite (pensionamenti, decessi, passaggi ad altri settori disciplinari) e di 28 passaggi alla prima fascia, vi sono stati 88 nuove immissioni fra i professori associati

Infine i ricercatori a tempo indeterminato, ovvero la fascia in esaurimento vedono nel biennio 2010-2011 10 nuove entrate dall’ultima tornata di concorsi, mentre le uscite sono 39 e i passaggi a professore associato a 64. Rimangono tutt’oggi in ruolo 85 docenti e solo la continuazione dell’indagine – sui percorsi individuali – potrà fornirci ulteriori elementi di analisi, a partire dal conseguimento o meno dall’ASN per la seconda fascia.

Complessivamente tutti i ruoli (senza calcolare i ricercatori a tempo determinato legge 230/05 e RTDa che non davano e non danno accesso alla stabilizzazione) sono scesi da 476 del 2010 a 338, con una perdita pari al 28,99% dei posti di docente in Storia contemporanea. Da una ricognizione tra i settori inclusi nell’area 11 emerge una contrazione generalizzata, anche se distribuita in modo diverso tra le discipline. I settori M-STO denunciano un ridimensionamento più accentuato rispetto agli altri (-34,1 per M-STO/01, -35,5 per M-STO/02 e -28,99 per M-STO/04) e, in particolar modo, rispetto a M-PED e M-PSI che mostrano flessioni meno importanti (rispettivamente -12,56, -7,67). La gravità della situazione emerge da un confronto con la dinamica complessiva del corpo docente di ruolo dell’Università italiana che, dal 2010 al 2018, si è ridotto del 18,72, vale a dire 10 punti in meno rispetto a M-STO/04.

Uno dei punti di debolezza che la fotografia del reclutamento mostra riguarda proprio la terza fascia della docenza. Gli obiettivi della legge Gelmini in merito appaiono solo in parte raggiunti perché nel periodo 2010-2018 i ricercatori a tempo indeterminato sono dimezzati di numero, ma non scomparsi, mentre il reclutamento dei ricercatori a tempo determinato di tipo B prosegue in modo assai esiguo.

b) I percorsi di carriera dei ricercatori a tempo determinato dopo la legge Gelmini

Come già accennato, il riordinamento della terza fascia della docenza risulta attualmente uno dei punti deboli del sistema del reclutamento universitario attuale. Nel periodo preso in esame è andato a esaurirsi la figura del ricercatore a tempo determinato (L. 230/05). Si tratta di numeri ridotti, di cui è stato possibile seguire gli itinerari individuali. Complessivamente sono stati 13 nel periodo in esame, di cui 5 ha fatto il passaggio a professore associato, 1 di questi ha fatto il percorso RTDa-RTDb (il primo a avere nel 2013 il contratto RTDb) e ora è professore associato. Altri 3 sono attualmente RTDb (di cui uno è passato a un altro settore disciplinare) e infine 1 è RTDa. La dispersione è pari a 3 unità. Complessivamente gli RTD legge 230/05 sono stati in gran parte stabilizzati.

Più complessa e preoccupante appaiono i percorsi di carriera degli RTDa. Dal 2011 al 2018 sono stati immessi in ruolo 35 ricercatori in Storia contemporanea di tipo “a”. È possibile distinguere due fasi riguardo agli andamenti dei percorsi.

Il primo gruppo che ha completato il contratto triennale, ovvero 15, ha trovato una stabilizzazione, tranne poche eccezioni, come vedremo. Di questi 3 sono attualmente professori associati senza essere stati RTDa, 4 sono attualmente RTDb, 5 invece stanno continuando come RTDa (in prevalenza grazie al rinnovo di un contratto biennale, come previsto dalla legge, mentre in un solo caso il ricercatore ha vinto un secondo concorso di RTDa in un ateneo a statuto speciale). I percorsi individuali mostrano che in alcuni casi il rinnovo del biennio è stato scelto per l’assenza di ASN.

In sintesi è possibile osservare che, per una prima fase, il percorso intrapreso da un RTDa, se portato avanti con profitto, ha dato la possibilità concreta di fare il passaggio a RTDb (fino a professore associato), come del resto previsto e auspicato dalla riforma dei ruoli.

Tale prospettiva non pare più così realistica per una nuova configurazione che si è andata a creare dopo il bando dei primi contratti RTDb, nel 2013.

Ad oggi i ricercatori RTDa sono 24 (in scadenza o in corso, 1 si è licenziato per passare all’insegnamento secondario). I ricercatori RTDb dal 2013 sono stati complessivamente 22 (di questi 3 hanno già fatto il passaggio a professore associato).

Dei rimanenti 19 solo 4 sono stati già ricercatori RTDa (e 2 ex RTD legge 230/05), mentre gli altri 13 sono entrati direttamente come RTDb.

Ne risulta che la figura del RTDa è venuta via via trasformata e ulteriormente “precarizzata” perché il forte aumento nel biennio 2015-2016 (molti dei concorsi sono stati banditi su fondi esterni triennali senza ulteriore possibilità di rinnovo) e la presenza di un certo numero di RTDb rende più difficile la stabilizzazione dei ricercatori RTDa in corso o in scadenza, senza un piano di reclutamento ad hoc. Negli anni a venire occorrerà tenere nella giusta considerazione l’anello debole del reclutamento universitario, ovvero la figura del ricercatore a TD, considerato a tutti gli effetti nei ruoli, sia per l’attività didattica e di ricerca, sia per la valutazione cui sono sottoposti, ma cui non corrisponde, ad oggi, una reale e concreta possibilità di stabilizzazione.

c) Lo sviluppo dell’indagine

L’indagine intende proseguire in tre direzioni:

  • La prima riguarda un censimento dei corsi di Storia contemporanea attualmente attivi in Italia (in quali corsi di laurea sono collocati, se sono titolari docenti di ruolo o affidati a docenti a contratto), all’interno dell’indagine complessiva condotta dal coordinamento delle Società storiche attualmente in corso.
  • Una maggiore e più dettagliata scomposizione del corpo docente in Storia contemporanea secondo criteri di genere, di distribuzione geografica e di età, che consentiranno anche delle previsioni future riguardo l’andamento del reclutamento.
  • Il terzo aspetto riguarda l’incrocio con i dati dell’ASN, a conclusione di tre tornate dal 2012. Quanti sono i passaggi di ruolo in seguito al conseguimento dell’abilitazione? Quanti sono gli immessi nel ruolo della seconda fascia direttamente, senza passaggio dal ruolo di ricercatore? Ciò consentirà di avviare una riflessione più generale del cambiamento in atto dell’ASN che ormai viene considerata necessaria anche per figure del pre-ruolo, “snaturando” l’intento iniziale di assegnarla a profili scientifici con esperienza.