SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

La democrazia del Novecento: un campo di tensione

Convegno Annuale della SISSCO

Siena, 9-11 novembre 2000

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      Dichiarazione programmatica

      Il comitato direttivo ha proposto questa “lettera di intenti” sul tema del convegno scientifico che sta organizzando per l’autunno del 2000. I commenti dei soci sono benvenuti.
      Il secolo XX può essere raccontato come il secolo della democrazia o come quello della lotta alla democrazia. E’ possibile – ed è stata a lungo vincente – una rappresentazione lineare e progressiva del cammino della democrazia: dal liberalismo oligarchico alla democrazia politica del suffragio universale e alla democrazia sociale del welfare state, che man mano si perfezionano e si estendono, anche geograficamente, per alcuni verso il socialismo, che della democrazia avrebbe costituito l’applicazione ultima e l’inveramento. Il fascismo e i regimi totalitari della prima metà del secolo in Europa, così come le dittature che si moltiplicano nel resto del mondo nella sua seconda metà rappresenterebbero, in questa narrazione, la reazione di classi privilegiate alle sfide della democrazia, oppure drammatiche crisi di crescenza, o ancora vie più brevi verso la modernità, eventi tutti che nella sostanza non intaccherebbero l’essenza del cammino democratico. Per quanto queste reazioni e queste crisi siano state paurose e pervasive, ciò che conta infatti in tale interpretazione è il fatto che esse vengano superate, e che il cammino riprenda nella direzione già indicata agli inizi del secolo. Se questa è la tendenza, è evidente che la seconda guerra mondiale ne segna il discrimen fondamentale, e che la sua conclusione segna una inversione di tendenza, dopo la quale si apre una “età d’oro” che cancella il recente passato e i cui problemi saranno problemi di crescita, per quanto oscura ne possa essere la decifrazione allorché si giunge alla fine del secolo e del millennio.

      Sembra a noi che una siffatta interpretazione, pur con le verità che essa possa contenere, tradisca i suoi anni e la sua origine. Gli anni e l’origine degli storici, per lo più europei, che si sono formati e sono cresciuti appunto nell’età democratica e della lotta per la democrazia, e di questa hanno difeso e decantato il valore, impegnati semmai a guardare indietro, verso l’orrore vissuto dalla generazione precedente per capirne le cause e per cercarne gli antidoti. Passato quasi mezzo secolo dalla fine della seconda guerra mondiale, trascorsi undici anni dalla caduta del muro di Berlino e dal crollo del comunismo, scoppiate nuove tensioni e nuove guerre più o meno guerreggiate, la svolta del millennio fa improvvisamente comprendere la presbiopia di quella visione, e impone di cercare una diversa prospettiva, capace di guardare al secolo nella sua interezza.

      E’ questa visione che il convegno propone di cercare, mettendo dunque d’un canto ogni visione lineare e progressiva del cammino storico recente, e non assumendo la democrazia come forma matura di governo e d’organizzazione sociale che gradualmente si impone, come segno inequivocabile dell’epoca, criterio di classificazione dei fatti e di scansione del tempo che conduce per mano i suoi storici. La democrazia che è al centro dell’attenzione è semmai intesa come un campo di tensione, un dramma scenico dalle soluzioni incerte in cui si confrontano molti attori.

      Sulla base di queste premesse, il convegno propone di privilegiare alcune prospettive di indagine e alcuni nodi tematici. La scelta è a favore delle tendenze piuttosto che degli avvenimenti, della continuità piuttosto che della discontinuità e delle rotture, avvenimenti, discontinuità e rotture la cui rilevanza non si vuole mettere in discussione, ma che meglio si comprendono se collocati nel campo lungo del secolo. Si propone inoltre di rivolgere attenzione specifica alla dimensione culturale, ovvero alle sistemazioni concettuali dei processi storici, nella convinzione non soltanto che occorra oggi riflettere sugli strumenti analitici di cui oggi gli storici fanno uso, ma che nella battaglia attorno alla democrazia le spiegazioni del mondo, le idee, i valori e i progetti – e la loro trasmissione e divulgazione – abbiano avuto un ruolo essenziale nella configurazione di regimi politici, economici e sociali che hanno governato il secolo. Da qui la scelta di alcuni grandi temi da discutere, o almeno da tenere presenti nell’organizzazione del convegno:

      1. Campi semantici. Democrazia. Democrazia e liberalismo.
      E’ utile rivolgere innanzi tutto l’attenzione al multiforme campo semantico rappresentato dal concetto stesso di democrazia, che come promessa d’uguaglianza – di matrice giacobina (ma anche mazziniana) -, ha rappresentato a partire dall’Ottocento una sfida radicale per l’ordine liberale-borghese e ha poi accompagnato la politica novecentesca acquistando spazio e fortuna crescenti nel discorso politico e storiografico. Egualmente complesso, e tutto da indagare, l’incontro tra democrazia e liberalismo nel concetto di “democrazia liberale”, sia come soluzione di compromesso tra divergenti principi sociali (quello di eguaglianza e quello di diseguaglianza), che nella versione procedurale, come congegno istituzionale sperimentato sopratutto sul terreno della rappresentanza e dei diritti (o, in senso lato, della cittadinanza politica, civile e sociale).

      2. Il ceto dei colti e il rigetto dell’eguaglianza (o delle regole)
      Il rifiuto dell’eguaglianza che l’ordine liberal-borghese ha manifestato con forza crescente a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento – quando processi di crescita politica e sociale hanno coinvolto vaste masse popolari nei sistemi politici – e nello stesso tempo l’insoddisfazione per il compromesso proposto dalla democrazia liberale, entrambi hanno avuto fortissima presa sul ceto colto europeo (meriterebbe forse, in questo ambito, di dedicare speciale attenzione al ruolo svolto dalla cultura storica). Le motivazioni, le argomentazioni, le alternative proposte o idealizzate presenti in questo “rigetto della democrazia” da parte della cultura europea tra ‘800 e ‘900 dovranno dunque essere un altro punto da illuminare, senza soddisfarsi di una affrettata loro collocazione nel “fronte reazionario”, anche per la legittimazione che esse hanno fornito ai regimi autoritari della prima metà del secolo.

      3. Gli avversari nuovi della democrazia liberale e la democrazia sostantiva.
      Il rigetto della democrazia non esprime semplicemente gli interessi conservatori o “reazionari” del mondo di ieri, ma trova consenso e alleanze in una molteplicità di soggetti sociali “nuovi”, tra i quali il movimento operaio e la sua cultura politica. Le forme e i modi della partecipazione della cultura e delle organizzazioni della sinistra operaia all’attacco alla democrazia liberale e/o alla democrazia tout court meritano di essere meglio tematizzate e comprese, soprattutto laddove, con un nuovo slittamento semantico, il rifiuto della democrazia liberale, della democrazia procedurale, si traduce nella affermazione di una democrazia sostantiva (le “democrazie popolari”, le “democrazie sociali”, le “nazional-democrazie”).

      4. Tra democrazia procedurale e democrazia sostantiva
      Il movimento pendolare tra democrazia sostantiva e democrazia procedurale segna dunque il terreno di coltura e d’incontro (che si vuole a volte tattico, a volte strategico) di interessi, gruppi sociali e culture politiche di varia natura. Ma le soluzioni antidemocratiche che in varia misura si realizzano a partire dagli anni Venti-Trenta del secolo alimentano la modernizzazione produttiva e sociale attuata dai regimi totalitari e lasciano forti eredità nelle rinate democrazie postbelliche. Non si può sottovalutare il fatto che nel 1940 le istituzioni liberaldemocratiche di tipo classico-ottocentesco erano state quasi completamente espiantate dall’Europa continentale e potevano apparire, nel panorama europeo, come una peculiarità dell’area anglosassone dove erano stati più compiutamente elaborati i modelli di democrazia liberale. Né va rimosso il fatto che dopo la Seconda guerra mondiale, quando gran parte dell’Europa centro-continentale è riconquistata alla democrazia classica (non a caso grazie alla vittoria militare della democrazia anglosassone) i regimi antidemocratici hanno ancora lunga vita alle periferia d’Europa (salazarismo, franchismo/comunismi), tendono anzi ad espandersi entro le zone di influenza irrigidite dal bipolarimo postbellico e, fuori d’Europa, nel campo aperto dalla decolonizzazione in Asia e in Africa e dalla modernizzazione del subcontinente latino-americano. Come già nella prima parte del secolo, anche in questo caso, e nel quadro dello scontro bipolare, sia la cultura occidentale che il movimento operaio offrono un sia pur contraddittorio ma ampio sostegno a queste forme di “democrazia antidemocratica”.

      5. Nazionalità, stati-nazione e pulizie etniche.
      Tra gli assunti fondamentali dell’ideologia democratica è senz’altro l’idea che i “popoli” (o le nazioni, o i gruppi etnici) abbiano diritto all’autodeterminazione e alla formazione di stati nazionali indipendenti. Di chiara derivazione giacobino-democratica e poi liberale ottocentesca, tale assunto conteneva però contraddizioni profonde e si era già confrontato, tra ‘800 e ‘900 con i drammi derivanti dalle sue torsioni nazionalistiche, belliciste e perfino razziali. Riaffermato a Versailles come fondamento dell’ordine internazionale, il principio etnico-nazionale costituisce poi un ulteriore campo di tensione nel resto del secolo. Pur nella aberrante specificità della Shoah tedesca, essa non può essere isolata dall’insieme dei fenomeni di pulizia etnica, deportazioni di massa e stermini, che derivano dall’idea tutta europeo-occidentale della nazione e ne accompagnano l’esportazione nei continenti extraeuropei, vi esplodono poi nei processi di decolonizzazione, e coinvolgono la stessa Europa continentale (dalla sistemazione dei confini tedesco-polacchi alla disintegrazione dell’area balcanica).

      6. La democrazia attraverso le frontiere
      Come mito – o come serie di miti fondanti -, la democrazia non conosce frontiere, ed anzi le attraversa costantemente in una serie di prestiti, di scambi e di immagini riflesse. Ma come pratica di governo o come assetto di potere sia la democrazia procedurale che la democrazia sostantiva si realizzano nell’ambito degli stati. Si pone dunque il problema di analizzare il rapporto tra democrazie e ordine internazionale. Problema che ha due aspetti distinti:

      6.1. Il primo di essi riguarda propriamente la politica internazionale. Ci si può domandare se la qualità della politica internazionale di una democrazia liberale è assimilabile alla qualità della politica internazionale di uno Stato totalitario. Ovvero se la democrazia liberale produce (o non produce) una concezione e una pratica di relazioni fra Stati che sia, almeno in parte, riconducibile ai caratteri stessi della democrazia liberale (controllo incrociato fra poteri, poteri rappresentativi,
      ruolo dell’opinione pubblica ecc.). Come secolo delle grandi guerre mondiali e di molte guerre non europee, il Novecento mette in rilievo un mutare complessivo di quelle pratiche interstatali (se non delle stesse concezioni di politica internazionale) che finisce per avere, tra gli effetti più vistosi, il coinvolgimento – sistematico, intenzionale e spesso teorizzato – delle popolazioni civili nell’agone (pacifico o guerreggiato) della politica estera. Si tratta di fenomeni politico-internazionali che affondano peraltro le radici in processi strutturali e culturali di ampia portata, e che sembrano accomunare , per certi versi, regimi totalitari e democrazie. O che fanno pensare a processi di contaminazione fra regimi totalitari e democrazie.
      6.2 Un secondo aspetto riguarda la fine del bipolarismo e l’affermazione di un “mondo unico”, che ci privano della gran parte degli schemi concettuali binari con cui è stata spesso pensata la storia del XX secolo (come scontro tra est e ovest, tra capitalismo e socialismo, o tra democrazia e totalitarismo). La portata di questa trasformazione non può essere sottovalutata, anche se non se ne vedono ancora chiaramente i significati. Tra l’altro, essa sembra potenziare oltre misura il rilievo da attribuire ai processi di globalizzazione. Benché essi costituiscano un aspetto fondamentale della storia europea e mondiale da diversi secoli, è forse vero che l’intensificazione delle interconnessioni planetarie dei flussi di risorse e dell’informazione costituisce oggi un quadro di condizionamenti e di vincoli assai più accentuato e pervasivo che non nel passato. Gli effetti sui sistemi politici e sulla democrazia non ci sono oggi chiari; tra l’altro l’interdipendenza e l’omologazione producono anche – per contraccolpo? – un rafforzamento di identità “locali” mal comprensibile nell’ottica progressista-planetaria che qui si propone di abbandonare. E’ forse opportuno limitarsi a porre su questo punto una serie di interrogativi sulle forze oggi attive nel “campo di tensione” oggetto del convegno.