SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

Democrazia e risorse economiche

Marcello de Cecco
Testo provvisorio dell’intervento al Convegno Sissco, Siena 9-10 Novembre 2000
La democrazia nel Novecento. Un campo di tensione

Democrazia vuol dire necessariamente egualitarismo?

Democrazia. vuol dire necessariamente concorrenza?

Democrazia vuol dire necessariamente mercato concorrenziale?

Uguaglianza e democrazia. Ma uguaglianza di che? Delle posizioni di partenza o di quelle di arrivo? E uguaglianza di che? Diritti, certamente, reddito, forse, patrimonio, probabilmente.

E uguaglianza tra. chi? Individui, come nei diritti ( a ciascuno un voto). Famiglie? Comunità ?

Mercato concorrenziale e democrazia. Legame necessario, come credeva Einaudi, o non necessario, come pensava Croce. Democrazia dunque come risultato del meccanismo dei prezzi in un mercato concorrenziale. Ma se le dotazioni di partenza non sono uguali? Ed è giusto o ingiusto considerare il figlio/a di una famiglia ricca alla stregua del figlio/a di una famiglia povera?

Quindi gli assets ( titoli di proprietà su ricchezza e/o reddito) sopravvivendo per più periodi e addirittura per più generazioni, legando tra loro presente passato e futuro sono certamente, nella gran parte delle situazioni storicamente significative, ben più importanti del reddito nella ricerca della uguaglianza ( tra persone, famiglie, comunità).

Cittadinanza e titoli su reddito e ricchezze. Esiste qualche legame tra questi due concetti? La cittadinanza deve avere qualche predicato economico?

Rapporto tra democrazia e mercato. La concorrenza come stato di natura, come estensione semplicistica del più immediatamente percepibile messaggio del darwinismo. Ma Darwin rappresenta una natura organizzata secondo la lotta per la sopravvivenza, ed alcuni suoi successori hanno esteso tale immagine a comprendere l’uso efficiente di risorse scarse. La massimizzazione dei risultati rispetto ai mezzi diviene quindi un meccanismo che esprime la massima naturalità. Ma ci sono problemi. La concorrenza, intesa come lotta per la sopravvivenza, si riferisce, secondo Darwin, mai agli individui, sempre alle specie, come dice il titolo del suo saggio più famoso.

Quale è dunque il messaggio per l’umanità? Quali sono le componenti atomistiche (individue) della specie umana? Sono appunto gli individui, le famiglie, le comunità piccole, le grandi comunità, le nazioni? E la guerra, che caratterizza la specie umana, che naturalità possiede? A che serve? Un solo messaggio proviene dai naturalisti: l’individuo non è la base della organizzazione naturale.

La trasposizione della massimizzazione darwiniana all’agire umano non necessariamente, dunque, conduce a modelli di comportamento basati sull’agire individuale. Anzi, non si capisce come l’animale uomo possa essere concepito come motivato dalla massimizzazione individuale, pur restando animale come gli altri

Ancor meno si capisce il mercato come metafora della democrazia. Il mercato di concorrenza perfetta è un ideale al quale si può tendere, se lo si ritiene opportuno, ma certo non ve ne sono molti esempi spontanei. Anzi, Adamo Smith mette in guardia contro la naturalità del monopolio, della combine tra protagonisti del mercato, allo scopo di ridurre la concorrenza. Onde tutto l’apparato teorico della desiderabilità di creare organismi pubblici di tutela della concorrenza. Allo scopo di superare gli ostacoli che a tale libera concorrenza si frappongono e che sono organizzativi, come quelli già ricordati, ma possono essere anche dettati dalle innovazioni tecnologiche. Tutta la gamma di argomentazioni basate sulle economie di scala conduce alla soppressione della concorrenza.

Esiste poi la tematica dell’impresa, come istituzione che sostituisce il mercato laddove, ad esempio, riduce il numero e la complessità, delle transazioni necessarie a ottenere un mercato funzionante.

E quale è il ruolo dello stato? Assai più antico della democrazia, può esso convivere con la forma democratica? E quale è il suo ruolo nella organizzazione economica? Qui la torre di babele è completa. Tutte le lingue si confondono tra loro. Andiamo dagli statolatri agli statofagi. I primi condotti da Platone, i secondi da Agostino di Ippona (ma non per la civitas dei, naturalmente, solo per lo stato pagano). Con le immaginabili ricadute per quanto riguarda l’economia. Se lo stato per natura ladrone, come vuole Agostino, egli creerà con le sue malefatte una domanda di protezione nei cittadini, che poi fornirà a pagamento. Come trasformare questa energia malefica in energia benefica, che aiuta i mercati a sorgere, crescere e divenire concorrenziali? Assai più agevole, in questo caso, il compito degli statolatri, perché lo stato è un organismo, per loro, che aiuta la perpetuazione e selezione della specie umana. In particolare, costituzionalizzando i prevaricatori dei diritti economici dei cittadini, impedendo loro di fissare prezzi di mercato che inducono alla disuguaglianza crescente dei titoli di proprietà tra cittadini, mediante l’uso del proprio potere di mercato. Per i “realisti”, quelli che credono allo stato ladrone, dalla tregua tra stato precapitalistico e mercanti nasce una collaborazione forzata, ma capace di frutti positivi. Ciascuna comunità massimizza il proprio benessere nel breve come nel lungo periodo: lo stato mette a disposizione, a pagamento, le proprie istituzioni precapitalistiche ai mercanti, come la difesa, la giustizia, l’organizzazione della politica economica, e costituzionalizza gradatamente i mercanti, permette loro di entrare a titolo di cittadini nella comunità dalla quale all’inizio sono estranei. Lo stato dunque preesiste, insieme al popolo, ai mercanti, e, negli esempi virtuosi, li utilizza come organizzatori dell’economia, creatori di ricchezza, che lo stato stesso bada a redistribuire al resto dei cittadini, sempre per crearsi consensi.

L’introduzione, nel quadro, della tecnologia, complica ulteriormente le cose. Con il concetto di tecnologia interviene quello di produttività, oltre che il concetto di capitale produttivo, inteso non solo come potere d’acquisto, ma come beni che incorporano una certa tecnologia. Se una certa macchina o apparato produttivo incorpora una certa tecnologia, quest’ultima deve essere considerata bene libero, disponibile a tutti, o solo a chi acquista il bene che incorpora la tecnologia? L’esistenza di beni di capitale fa sorgere anche il problema del potere di chi li possiede su quelli che non li possiedono. Chi fa funzionare le macchine, e sa come farle funzionare, in che rapporti di divisione del prodotto deve essere con chi possiede le macchine ma non le fa funzionare personalmente? Oltre ciò, come trattare il problema dei rendimenti crescenti di scala, che giustificano la costruzione di apparati produttivi sempre più grandi e dunque la creazione di apparati gerarchici di produzione. La produttività crescente di impianti sempre più grandi determina da sé il corso della società nella quale essi esistono. Monopolio e oligopolio divengono concetti all’ordine del giorno. Il problema cosiddetto del fordismo viene a porsi in rilievo, con la. necessità che si forniscano ai produttori subordinati i mezzi monetari che permettano loro l’acquisto dei beni di consumo prodotti in larga scala dagli impianti che funzionano secondo tecnologie sempre più produttive. Questo assetto produttivo richiede dunque una profonda gerarchizzazione dei cittadini in quanto produttori, ma anche, allo stesso tempo, una distribuzione del reddito tale che il maggior numero possibile di cittadini sia fornito di potere di acquisto sufficiente a comprare tutti i beni prodotti, resi disponibili dalle tecnologie di produzione di massa (pur tenendo conto del commercio internazionale come fonte di domanda e della domanda espressa da coloro che non lavorano direttamente alla produzione di beni industriali). Questo vuol dire salari elevati, e i prezzi non elevati dei prodotti rispetto ai redditi. Ma allora, perché i proprietari dei mezzi di produzione siano incentivati a. produrre è necessario che essi ricevano profitti da essi considerati allettanti, a scapito dunque dei salari. Con qualche accorgimento, si giunge così al dilemma keynesiano, della contraddizione tra condizioni della produzione e della distribuzione. La seconda deve essere sempre più egalitaria, ma a scapito del mantenimento del tasso di profitto, e quindi della propensione a investire dei proprietari dei mezzi di produzione.

Ciò, naturalmente, senza affrontare i problemi che sorgono dalla gerarchizzazione della produzione affiancata dalla democratizzazione del consumo. E senza preoccuparsi del problema keynesiano, della saturazione dei mercati, risultante dalla funzione keynesiana del consumo. Né c’è spazio, per occuparsi della divisione della produzione e del consumo tra beni e servizi.

Si identifica così la cosiddetta marketizzazione della cittadinanza. Idealmente, in una società capitalistica matura, la sfera della produzione e della proprietà dei mezzi di produzione deve rimanere fortemente gerarchizzata, e in tale sfera i problemi di democrazia, cioè di determinazione del proprio destino da parte dei cittadini, devono essere delegati agli organizzatori della produzione, legittimati dalla proprietà dei mezzi di produzione. Nella sfera del consumo, invece, si esplica l’esercizio della cittadinanza, ed è opportuno che viga in tale sfera una dose elevata di egalitarismo. La necessità di pianificare la produzione capitalistica, per ottenere la massima produttività degli impianti, conduce tuttavia alla necessità di pianificare il consumo, e quindi di influire sull’uso della cittadinanza espresso tramite le scelte di consumo. È evidente che la spinta al monopolio proviene, in queste condizioni, sia dalla tecnologia sia dalla necessità di vendere tatto il prodotto utilizzando nella maniera più efficiente gli impianti.

Su tutti questi ragionamenti si sovraimpone la democrazia politica, cioè la divisione del potere politico nella maniera più egalitaria possibile tra tutti i cittadini. Se ogni cittadino ha un voto per eleggere i propri rappresentanti, come si fa a impedire che alcuni tra costoro, per ottenere consenso dai propri elettori potenziali, introducano temi elettorali che toccano la sfera della produzione e anche quella del consumo, oltre che quella del finanziamento del costo dell’apparato statale, tramite la imposizione fiscale?

Ma la tendenza a minacciare la gerarchizzazione nella sfera della produzione può nascere anche dalla necessità di ottenere la cooperazione attiva degli addetti alla produzione, anziché solo la loro obbedienza passiva. Moltissimi processi. produttivi richiedono dosi elevate di delega delle responsabilità di rapporti mandante-mandatario, nei quali si configura il rischio morale. La soluzione, in questi casi, sta nel coinvolgere i partecipanti alla produzione in responsabilità relative alla produzione stessa. È il cosiddetto problema degli incentivi risolto, tradizionalmente con l’uso di salari o parte dei salari, legati alla produttività. Ma, se gli addetti lavorano su macchine che possono usurarsi o addirittura rompersi se usate in maniera poco attenta, e se si lavora, ad esempio, su più turni, può essere difficile attribuire a lavoratori individuali la responsabilità per l’uso disattento degli impianti. Né la soluzione dei salari a cottimo in questi casi aiuta. Ecco quindi profilarsi, senza che c’entri per nulla la politica, la necessità di una divisione del potere, nella produzione, di una riduzione del paternalismo, autoritarismo, gerarchizzazione in tale sfera. A livello manageriale il problema si risolve con forme di partecipazione agli utili e con partecipazione al capitale delle imprese. Si danno anche casi di estensione di tali schemi a tutti i lavoratori, non solo ai managers. Ma, se un lavoratore ha poche azioni di una impresa, quanto gli può interessare il futuro della impresa stessa, e quindi quanto può interessargli uno schema simile? Più che agli utili tali schemi devono basarsi sulla partecipazione alla rivalutazione del valore delle azioni, quindi sui guadagni di capitale, ed essi quindi funzionano in casi di imprese a forte contenuto innovativo o che per altri motivi, promettono di far conseguire ai partecipanti al capitale robuste rivalutazioni.

Qui non ci occupiamo di esaminare le soluzioni, ma solo di elencare, i problemi che sorgono spesso dalla contrapposizione tra sfera della produzione e sfera della distribuzione. Ricordiamo, solo di passaggio, che lo schema teorico cosiddetto neo-classico dà soluzioni univoche a questi problemi solo al costo di drastiche ipotesi di lavoro semplificatrici, che permettono di organizzare la produzione senza conoscere già le condizioni della distribuzione, che esse stesse dovrebbero risultare dalla produzione.

La spinta alla partecipazione nelle decisioni di produzione, assorbita anche con qualche forma di distribuzione di quote di proprie degli assets si contrappone però alla spinta a concentrare le conoscenze contenute in tecnologie sempre più complesse, cioè alla divisione dei produttori in due categorie, dei progettisti e programmatori, e degli esecutori semi-passivi ( con l’insorgere del rischio morale di cui si è detto).

Ma anche nella sfera del consumo esiste una contrapposizione tra partecipazione generale al consumo e legittimazione al medesimo.

Nelle democrazie socialiste testé defunte, la legittimazione allo scarso consumo avveniva tramite la partecipazione alla produzione della gran parte della popolazione, con problemi di produttività abbastanza gravi, dato che le tecnologie più efficienti tendono a risparmiare manodopera, specie quando la produttività si misura contro il valore del capitale impiegato, in qualche modo misurato. Se tutti sono dichiarati produttori, perché partecipano formalmente alla produzione, resta solo da decidere le quote distributive. Problema enorme ma non il peggiore da affrontare.

Nelle società nelle quali esiste invece una ricerca da parte della singola impresa alla produzione più efficiente, vengono espulsi dalla forza lavoro quote ingenti di cittadini, che tuttavia, restando in vita, devono ricevere un titolo per consumare. È recisa la legittimazione, diretta mediante il lavoro, e bisogna creare un’altra forma di legittimazione al consumo. I greci l’avevano trovata nella cittadinanza, avendo risolto in parte il problema produttivo con la schiavitù e specialmente con la guerra di conquista di bottino straniero. Schiavitù e bottino servivano a mantenere i cittadini, a prescindere dalla loro legittimazione al consumo mediante lavoro e salario. Ma queste soluzioni sembrano essere svanite nelle società moderne, (ma lo sono davvero?). Quando la sfera della produzione e quella del consumo si separano, e ognuna acquista una sua logica interna e non collegata con quella dell’altra sfera, come si legittimano i consumatori non produttori? Questo sembra essere il problema delle democrazie contemporanee. Il welfare state nasce per rimediare alla legittimazione al consumo dei soli produttori diretti e delle loro famiglie immediate, ma resta in piedi senza scosse solo fin quando aumenta continuamente il numero dei produttori relativamente a quello dei consumatori. Allora ai produttori si possono togliere risorse per darle ai non-produttori. Il sistema entra in crisi quando comincia a restringersi il numero dei produttori e ad aumentare quello dei consumatori senza titolo diretto alla produzione. Questo può dirsi il problema centrale della democrazia economica.