SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Pubblicazioni

La mappa del segreto

Andrea Graziosi
Quaderni I/2001
SEGRETI PERSONALI E SEGRETI DI STATO.
Privacy, archivi e ricerca storica

a cura di Carlo Spagnolo
Parte II
Fascicoli e archivi segreti

Comincio con una breve osservazione su quanto ha detto Melograni: se fossi il Garante per la privacy, mi occuperei di rendere più rigide le norme che regolano l’accesso ai documenti. Siccome sono uno storico mi preoccupo piuttosto di chiedere al Garante di darci il massimo accesso possibile. E’ un bene, insomma, che ciascuno faccia il suo mestiere.
Vorrei poi aprire una breve parentesi sull’esperienza del segreto negli Stati Uniti, che mi sembra qui soffusa di un alone quasi mitologico. Chiunque abbia lavorato negli archivi americani sa che il problema del segreto esiste, eccome, anche là. Per avere un’idea delle sue dimensioni basta dare uno sguardo al bel rapporto del senatore Daniel Moynihan.1 c’è da mettersi le mani nei capelli: la produzione di segreto è gigantesca e la declassificazione, spesso portata avanti caoticamente, riguarda solo una parte minore del materiale, anche se, ovviamente, in America le cose sono molto più avanzate che da noi.
Una nota infine sui quattro livelli descritti da Brutti – riservato, riservatissimo, segreto, segretissimo – che sono identici ai quattro livelli sovietici (dove in verità ne esiste un quinto, l’osobaja papka, il fascicolo speciale) ed ai quattro livelli francesi. E’ forte la sensazione che qualcuno li abbia inventati nel corso dell’Ottocento, e che essi siano poi stati adottati da tutte le burocrazie europee.
Per quel che riguarda il dibattito vero e proprio, sono anch’io per conservare le carte di cui si parla. Mi sembra però che non sia questa, anche per la relativa facilità della risposta, la questione più interessante. Volevo perciò profittare della mia esperienza di storico che ha avuto a che fare con quello che è stato forse il più elaborato sistema di segreto del mondo, quello sovietico, per sollevare qualche altro problema. Parto da un’impressione che ha sorpreso in primo luogo me stesso: da quel che ho sentito mi è sembrato che non solo l’Italia fosse, e sia, molto più arcaica dell’Unione Sovietica in termini di segreto e di sua organizzazione, ma anche – e questo fa un po’ tristezza – che gli storici italiani siano molto più indietro nella mappatura dell’isola del segreto e della variazione dei suoi confini nel tempo all’interno dell’apparato statale, di quanto non siamo noi studiosi dell’URSS, in genere rimproverati per la nostra “arretratezza”.
Perché ho questa impressione? Se ci si chiede quali e dove sono i documenti segreti prodotti dai vari apparati dell’ex stato sovietico fino agli inizi del 1991, noi siamo in grado di dare una risposta abbastanza precisa: sappiamo cosa essi hanno via via riguardato, da che leggi e decreti sono stati regolati, dove e come sono conservati, e abbiamo persino delle ipotesi abbastanza ragionevoli su cosa è andato perduto e cosa invece è stato distrutto. Naturalmente, ciò non vuol dire che abbiamo accesso a tutti questi documenti, ma possiamo almeno farci un’idea abbastanza precisa di cosa non ci viene dato e perché. E’ questo il risultato di uno sforzo collettivo che va avanti da circa 10 anni, da quando cioè abbiamo scoperto, sbattendoci la faccia quando si è spezzato lo Stato sovietico, che in Urss esisteva un sistema del segreto ipercentralizzato, iperregolato e portato alle sue estreme conseguenze da un gruppo politico nutrito dalle necessità della cospirazione nella lotta contro l’ autocrazia. E’ per esempio significativo che il segreto del partito-Stato in Unione Sovietica fosse chiamato, anche ufficialmente, konspiracija, a denotare la sua diretta continuità dall’attività clandestina.2 Di recente, in un numero speciale dei “Cahiers du monde russe et soviétique” dedicato alle nuove fonti per lo studio della storia sovietica, Jonathan Bone ha pubblicato un dettagliato documento del 1925 che stabilisce per ogni settore dell’attività statale (dalla difesa agli esteri, dalla polizia politica all’industria ed alla banca di Stato) i diversi livelli di segreto da assegnare a cose come piani di mobilitazione, industria bellica, riserve auree, rapporti sull’opinione della popolazione ecc.3 E’ sulla base del ritrovamento di documenti come questo che ci è possibile oggi sapere, quando chiediamo, per esempio, i documenti sull’attività della Banca di Stato nel 1926, che l’archivio ci passerà in primo luogo gli inventari normali, accanto ai quali però ve ne sono di segreti, che riguardano appunto i soggetti regolati dalle leggi di cui sopra.. Parte di questi inventari segreti sono stati desecretati, ma è facile rendersi conto, consultando l’assenza in quanto viene messo a nostra disposizione di temi inclusi nella lista del segreto, che devono esserci altri fondi cui ci è ancora precluso l’accesso. La cosa veramente importante è qui la capacità di controllare anche quel che non ci viene dato, il che ci garantisce non solo la possibilità di batterci per la sua desecretazione, ma ci permette anche di scrivere con la coscienza di non poter dare risposte soddisfacenti a certi problemi.
Torniamo ora in Italia: dopo aver sentito la prima parte del dibattito, ho chiesto ad una mia amica archivista se sono davvero ignote le regole alle quali è sottoposto l’archivio storico dei Carabinieri, e se davvero questo è inaccessibile (in questo caso, sarebbe stupefacente che gli storici che hanno studiato, che so, i problemi di ordine pubblico nelle campagne, non abbiano sollevato uno scandalo per poter accedere ai fondi, specie quelli delle stazioni locali, loro necessari). La risposta è stata che non se ne aveva la minima idea, un’ignoranza che riconduce, credo, al minore grado di “rottura” dello Stato italiano nel 1943-46. E che dire dell’archivio, e del segreto, dello stato maggiore generale e degli stati maggiori delle tre armi, della parte segreta dell’archivio del ministero degli Esteri, ecc.?
Mi sembra insomma che in Italia il problema degli storici sia simile a quello che poneva politicamente il senatore Brutti. Lui vuole fare una legge organica del segreto, per capire cosa sia, e quindi disciplinare, il segreto oggi nel nostro paese. Gli storici dovrebbero invece ricostruire quello che è stato il segreto in Italia, cosa esso ha coperto trenta, cinquanta e cento anni fa. Si tratta in altre parole di fare una mappa precisa di questo segreto e delle disposizioni che lo hanno regolato nel tempo, incluse, ovviamente, quelle relative alla sua conservazione, e poi, su questa base, lottare per ottenere il massimo di apertura possibile (non si capisce per esempio perché le carte segrete di militari, diplomazia e carabinieri non debbano essere normalmente disponibili una volta passato un certo numero di anni).
Occorrerebbe poi fare anche un’altra mappa, relativa a quel che è stato e viene regolarmente distrutto. Non mi riferisco qui ai casi speciali, come quello di cui ci occupiamo, che riguarda documenti “illegali” che in genere non si trovano negli archivi, perché i burocrati le cose illegali non le certificano (solo un matto si metterebbe a scrivere di operazioni illegali, a rischio di farsi denunciare dal suo nemico burocratico o di beccarsi qualche punizione), che sono quindi tanto più preziosi e per la cui conservazione occorre battersi perché sono i documenti più rari di cui uno storico possa disporre. Penso piuttosto al fatto che in qualunque amministrazione del mondo l’80-90% dei documenti viene mandato al macero. La cosa è assolutamente normale: nessun sistema conserva il 100% delle carte, e sarebbe folle farlo e richiederlo. Da qui discende però la necessità di fare una mappa delle distruzioni ufficiali, e possibilmente anche di quelle illegali. Si tratta in altre parole di conoscere i criteri non solo procedurali, ma anche sostanziali, con cui vengono scelti i documenti da distruggere, per avere piena coscienza di cosa è andato perduto. Anche in questo caso, possiamo dire di conoscere questi criteri e la loro evoluzione in Italia nel corso del tempo? E conosciamo che regole vengono seguite oggi, per esempio negli archivi segreti? Eppure senza conoscere queste cose è difficile parlare di controllo degli storici sulle loro fonti. Se la risposta a tutte le mie domande è positiva, perdonate la mia ignoranza.
Note

1- D. Mohinyan, Secrecy: The American Experience, Yale, Yale U. P., 1999.
2 -Documenti sulla konspiracija e le sue regole dopo la presa del potere, di cui discuto brevemente in A. Graziosi, La grande guerra contadina in Urss. Bolscevichi e contadini (1918-1933), Napoli, E.S.I., 1998, sono stati pubblicati da Oleg Chlevnjuk.
3- “Cahiers du monde russe et soviétique”, 1999, n. 1-2.