SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Dossier

Intervento del Ministro Tullio De Mauro in occasione della prima riunione plenaria

COMMISSIONE PER IL RIORDINO
DEI CICLI D’ISTRUZIONE

Roma, 27 giugno 2000

[Entro settembre 2000 la commissione per il riordino dei cicli d’istruzione dovrà presentare al governo un programma quinquennale per l’attuazione della riforma e una relazione che ne illustri la fattibilità. Il compito della commissione è di definire i criteri generali di riorganizzazione dei curricoli delle scuole di base e della scuola secondaria. Solo dopo la deliberazione del Parlamento si lavorerà per definire i curricola delle singole materie]


In tema di scuola è un grave errore ignorare la storia e la geografia. Permettetemi di chiedervi aiuto per non commettere questo grave errore. Non è una storia lunga. Nel 1955 l’Istat rese pubblici i dati del censimento generale della popolazione svoltosi quattro anni prima.

L’autorevolezza della fonte e la nettezza dei dati, i dati stessi nella loro crudezza, scossero nel profondo le coscienze più avvertite. Fu drammaticamente chiaro lo scarto storico misurabile in secoli che ci separava dal resto dell’Europa occidentale, non meno che dell’Europa dell’Est comunista. Sei italiani su dieci risultavano privi di qualsiasi titolo di studio, compresa la licenza elementare e la cosiddetta licenza di proscioglimento dall’obbligo, introdotta per un breve periodo durante il regime fascista.

Un terzo abbondante di questi sei italiani si dichiaravano incapaci di leggere e di scrivere, ossia completi analfabeti. Solo il 10% della popolazione si era spinto oltre le elementari, verso la scuola di avviamento, il ginnasio e verso l’Università. La scossa di questi dati fu benefica: i potentati economici si resero conto che il paese non avrebbe retto il passo con lo sviluppo economico a cui si avviava a metà degli anni Cinquanta con un tasso di scolarità pro capite di soli tre anni. Le forze politiche e sociali si resero conto che la Costituzione della Repubblica non predicava nell’astratto, inutilmente, quando prescriveva almeno – dice il testo – otto anni di scuola per tutti i cittadini. Otto anni che corrispondevano alla istituzione della scuola media unificata che, per la verità storica, era stata già prefigurata dalla Carta della Scuola del ministro Bottai sul declinare estremo del regime fascista prima che venisse travolto dalle catastrofi provocate da esso stesso.

La scuola media unificata e l’effettiva estensione dell’obbligo furono le mete comuni verso cui intesero muoversi forze politiche e personalità assai diverse e in contrasto. Cominciò allora l’itinerario di ripensamento radicale da parte di un parroco che si trovava nel suburbio operaio fiorentino, don Lorenzo Milani. Gli Amici del Mondo si riunirono nel convegno “Scuola secondo Costituzione”. Le grandi forze politiche si riorientarono secondo questo tema. L’opposizione all’idea che tutti dovessero frequentare la scuola media era violenta, e serpeggiava sia nel maggiore partito politico di governo, la Democrazia Cristiana, sia nel massimo partito d’opposizione. “Todos caballeros” fu il titolo di un articolo di ripulsa all’idea della media unificata scritto da uno dei più illustri intellettuali comunisti del tempo. Questa tesi fu tuttavia sconfitta e si andò all’istituzione della media unificata.

E’ cominciato da allora, non senza scosse e ritardi, il lungo cammino che le nostre scuole hanno saputo far percorrere al Paese. Il 60% di coloro che a metà degli anni Cinquanta non avevano un titolo di studio si è ridotto oggi al 10%. Tocca invece il 60% la percentuale di coloro che hanno proseguito oltre la licenza elementare fino a raggiungere i diplomi di scuola secondaria e la stessa Università. La scolarità media da tre anni pro capite del 1950 è passata agli otto anni del 1991 e ai nove di fine anni Novanta. Eravamo, in media, un paese fermo alla terza elementare. Oggi ci affacciamo tutti alla media superiore.

Un lavoro immenso è stato fatto, certamente dalle famiglie – seppur gravate dall’investimento privato nell’istruzione dei figli – ma anche da due categorie, spesso dimenticate, che saranno però al centro delle riflessioni di questa commissione. Voglio dire, le varie generazioni di giovani che si sono succedute in questi decenni e la classe degli insegnanti.

Bisogna che noi insegnanti teniamo presente che le generazioni più giovani provengono da famiglie in cui fino a 20, a 15 anni fa si parlava all’80% soltanto uno dei nostri bellissimi dialetti: bellissimi ma lontanissimi dall’italiano. Tra le mura di casa ancora oggi è dominante una variabile italo-dialettale. Solo in un terzo di queste case si leggono quotidiani, e solo in un quinto vi è un nucleo di libri che supera le poche decine. Ragazze e ragazzi hanno imparato e imparano a scuola a parlare l’italiano e a scrivere, imparano a leggere libri non scolastici in una misura che è quadrupla rispetto a quella delle generazioni più anziane, tripla rispetto a quella delle generazioni adulte.

Sarà pur vero ciò che i giornali scrivono e cioè che i giovani leggono poco: ma leggono tre volte di più rispetto a babbi e mamme e quattro volte di più dei nonni. Asini? Forse. Ma il loro raglio si va affievolendo, se di raglio si deve parlare.

Questo è il paese da cui viene quel 75% di ragazzi che la scuola, le famiglie e l’impegno generoso degli stessi studenti portano alla licenza media superiore. Provate voi a essere Gianni, a essere Samantha col “th”, e su queste basi a distaccarvi dal vostro ambiente nativo e ad incamminarvi verso integrali, derivate, Aristotele, Newton, Galilei, verso la pianificazione territoriale e Omero. Provate voi ad arrivare appunto al diploma medio superiore in una percentuale del 75%.

Veniamo ora agli insegnanti. La loro attività è parsa un atto dovuto, e io credo che debbano avere l’orgoglio di dirlo. Un atto dovuto alla Costituzione della Repubblica italiana e alla loro coscienza professionale, non ad altri. Si dice che gli insegnanti siano mal formati, da noi nelle Università; e ancor peggio reclutati, si dice. E si aggiunge: lavorano poco. Ma guardando le cose con un po’ di distacco, si nota che le prime due accuse, mal formati e mal reclutati, sono titoli di merito per chi ha dovuto imparare sul campo – ed evidentemente ha imparato bene – l’arte di insegnare.

Quanto al rimprovero sulle 18-20 ore settimanali di insegnamento, la dice lunga non sugli insegnanti, ma proprio su chi lo muove. Coloro che fanno questo rimprovero pensano che si debba e si possa insegnare senza continuare ad apprendere. Costoro si riempiono la bocca di tumultuosa avanzata dei saperi e contemporaneamente pensano che sia possibile insegnare ripetendo sempre e solo ciò che si è studiato venti, trenta, quaranta anni prima.

Oggi i governi dicono che il long life learning è la meta verso cui deve avanzare la società dell’informazione nelle aree del mondo più sviluppate: ma questa è un’abitudine che i nostri insegnanti praticano da tempo.

Se riteniamo il monte ore troppo modesto, teniamo presente quanto è difficile, pensando a quel Gianni, a quella Samantha col th, e anche a quel Pierino del dottore, per citare ancora don Milani, Pierino che non vive più in una colta casa borghese, ma che è frastornato dalle sciocchezze, dalle vacuità, che è corrotto dalla droga, e portare tutti alla scuola media superiore e all’esame conclusivo. Questo è un lavoro molto difficile. Mi auguro che questa commissione voglia trovare il modo di ribattere: “se 18 ore vi sembrano poche, provate voi ad insegnare in queste condizioni”.

L’immenso lavoro che scuole e insegnanti hanno compiuto in questi anni rappresenta, probabilmente insieme allo Statuto dei Lavoratori, lo sforzo meglio riuscito per tradurre espressioni formali come “libero sviluppo delle persone” e “pari condizioni di partecipazione alla vita del paese”, contenute nella Costituzione, in una realtà concreta, per lo meno per le giovani generazioni.

Grazie al lavoro delle scuole alcuni dei segmenti più alti della Costituzione formale sono diventati realtà operante. Lo ricordo non solo per segnare un esplicito debito di riconoscenza che governo, Parlamento, nazione devono sapere di avere verso la scuola, ma perché questo lavoro ha sedimentato un patrimonio enorme di esperienze, di progetti, di disegni didattici, di offerte e di sperimentazioni formative: tutte cose che questa commissione potrà richiamare in sintesi e analiticamente.

Esiste un patrimonio di programmi, che forse hanno circolato troppo poco nelle scuole, che è riferimento irrinunciabile da un punto di vista culturale. Penso ai programmi delle medie, ai primi orientamenti per la scuola dell’infanzia, ai programmi delle elementari, a quelli Brocca dei bienni e dei trienni, ai documenti dei saggi.

Tutto questo patrimonio ci consente di immaginare che potremo raccordare alla realtà delle nostre scuole il lavoro a cui siamo chiamati. Voglio dire il lavoro di attuare quelle leggi che derivano direttamente dalla nostra Costituzione.

Quello che dobbiamo fare è predisporre un programma che attui progressivamente le leggi sul riordino dei cicli e la legge sull’autonomia scolastica, insieme alle altre norme che sono in via di perfezionamento, come il riordino del Ministero Pubblica Istruzione e l’accentuato decentramento regionale di funzioni e compiti che queste norme prevedono. Queste leggi giungono d’improvviso sulle spalle della scuola, ma giungono anche con enorme ritardo, perché sono la proiezione sul terreno della scuola di un processo antico, che parte dalla volontà di adeguare tutta l’amministrazione pubblica, dunque anche tutte le scuole, statali e paritarie, a quello che la Costituzione indica. Dopo molti tentennamenti questo processo ha cominciato a decollare negli anni Settanta, ha avuto un momento alto nel progetto di riforma della struttura dello Stato di Massimo Severo Giannini, si è poi proiettato nella importante Giornata della Scuola promossa dal ministro Mattarella nel 1989. Finalmente ha cominciato a trovare la via di provvedimenti incisivi con ministri della Funzione Pubblica, di assai vario orientamento, da Cassese, a Frattini, a Urbani, a Bassanini. Già questo dimostra che il processo di decentramento e di riforma non è affare di una parte politica, ma una questione che travalica i partiti e coinvolge l’intero Parlamento e riguarda l’intero processo di ringiovanimento e miglioramento del nostro Stato. Vi prego di rileggere tutti gli articoli di quella parte della Costituzione che Giannini ha definito “splendida”: mi riferisco ai primi 12 articoli, quelli che contengono i principi fondamentali. In essi è possibile leggere abbastanza immediatamente le indicazioni che noi, riordinando i cicli e preparando un piano per il governo, possiamo dare per il futuro della scuola.

L’articolo 1 recita che la Repubblica italiana è fondata sul lavoro: è un impegno affinché i cittadini e le cittadine non siano persone inerti, ma siano tutti chiamati a dare il loro contributo di lavoro alla vita comune e alla crescita del Paese.

L’articolo 2 parla di valori di solidarietà, di parità sociale a cui dobbiamo tendere con il lavoro svolto a scuola.

L’articolo 3 parla di sviluppo libero delle persone: un tema a cui tutti siamo legati profondamente. Ci parla della centralità di coloro che studiano. Ci parla di progressività nella rimozione degli ostacoli che impediscono l’eguale partecipazione alla vita del paese.

L’articolo 4 prospetta come compito delle istituzioni della Repubblica quello di creare raccordi con il mondo del lavoro. E’ l’articolo che stiamo cercando di attuare attraverso la legge sull’elevamento dell’obbligo formativo.

L’articolo 5 ci mette sulla strada dell’autonomia delle offerte formative e del decentramento. L’articolo 6, che parla delle minoranze linguistiche, è di estrema attualità, visto che il nostro paese si prepara nei prossimi venti anni ad avere il 30% di bambine e bambini di altra lingua e altra cultura. Questo articolo ci ricorda il dovere di costruire le condizioni per la parità di opportunità e per l’integrazione.

L’articolo 7 parla dell’insegnamento della religione cattolica, garantito dal Concordato. E l’articolo 8 parla di quella pluralità religiosa che è tutelata dalla Costituzione e che dobbiamo trovare modo di garantire nel concreto della vita scolastica.

L’articolo 9 parla della territorialità, del radicamento delle scuole nell’ambiente. Un tema caro anche all’attuale Capo dello Stato che ne ha fatto un filo di dialogo con le scuole, cosa che vorrei ricordare con gratitudine.

L’articolo 10 parla di accoglienza degli stranieri: un tema che sentiamo tutti L’articolo 11 ci parla di educazione alla pace e di prospettive di integrazione europea e internazionale.

Queste non sono parole vuote: oggi, finalmente le leggi che abbiamo alle spalle ci consentono di riempirle di contenuti.

Vorrei ricordare l’articolo 1 della legge sul riordino dei cicli, affinché ci guidi nel nostro lavoro: “Il sistema educativo di istruzione e di formazione è finalizzato alla crescita e alla formazione della persona umana nel rispetto dei ritmi dell’età evolutiva, delle differenze e delle identità di ciascuno, nel quadro di cooperazione tra scuola e genitori, in coerenza con le disposizioni in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche e secondo i principi sanciti dalla Costituzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. La Repubblica assicura a tutti pari opportunità di raggiungere elevati livelli culturali e di sviluppare le conoscenze, le capacità e le competenze, generali e di settore, coerenti con le attitudini e con le scelte personali, adeguate all’inserimento nella vita sociale e nel mondo del lavoro, anche con riguardo alle specifiche realtà territoriali”.

Che dobbiamo fare noi? Entro settembre 2000, come prevede l’articolo 6 della legge sul riordino dei cicli, dobbiamo preparare per il governo, perché la presenti al Parlamento, una documentazione doppia, ossia un programma quinquennale di progressiva attuazione della riforma dei cicli e una relazione che ne illustri la praticabilità e la fattibilità.

In particolare la commissione deve procedere alla definizione di questo programma che deve comprendere un progetto generale di riqualificazione del personale docente e i criteri generale per la formazione degli organici d’istituto. Queste saranno le materie su cui sarà molto prezioso il collegamento tra il lavoro della commissione e le strutture del ministero che la fiancheggeranno.

Dobbiamo individuare i criteri generali per la riorganizzazione dei curricoli sia disciplinari, sia di un intero ciclo scolastico. Per ora il nostro compito è quello di definire i criteri generali di organizzazione dei curricoli delle scuole di base e della scuola secondaria. Solo successivamente potremo riarticolare questa commissione in commissioni specifiche per definire i curricoli di singole aree disciplinari e di singole materie. Vorrei precisare che nella dizione che sto utilizzando in questa occasione “scuola di base” comprende anche la scuola dell’infanzia, ossia l’educazione prescolare che è nostro compito estendere e generalizzare. Proprio in questo segmento di scuola, talvolta ignorato nella sua straordinaria positività, vi sono alcune delle punte di eccellenza del nostro sistema formativo. Un’eccellenza riconosciuta più spesso fuori d’Italia che entro i suoi confini: per questo abbiamo progettato un convegno a dicembre per la valorizzazione internazionale del lavoro svolto dalle scuole dell’infanzia. Dovremo occuparci anche di esse, sapendo di avere alle spalle non solo esperienze eccezionali, ma anche orientamenti sui quali si è lungamente riflettuto.

La legge ci chiede in particolare di badare alla valorizzazione dello studio delle lingue e all’impiego delle tecnologie didattiche. Dovremo pensare anche ad un piano per l’adeguamento delle infrastrutture e dovremo indicare tempi per l’attuazione della legge. Esistono proposte, di cui potremo discutere. Su questi temi dovremo preparare una relazione complessiva, sulla quale entro 45 giorni le Camere dovranno produrre una deliberazione che contenga indirizzi specificamente riferiti alle singole parti del programma. Solo dopo questo atto potremo riarticolarci in nuove commissioni o gruppi di lavoro, per affrontare i curricola disciplinari delle singole materie. Questa commissione ad alcuni è parsa ampia, in realtà è smilza: se si fa il conto dei componenti delle commissioni che dal 1980 fino ai saggi hanno lavorato sui singoli segmenti delle nostre materie si arriva a circa 600 persone. Noi siamo 240, dunque non siamo troppi, anche perché il nostro lavoro si allarga verso fronti che non sono solo quelli della prefigurazione dei possibili curricula disciplinari, ma tocca tutti i temi della nostra futura scuola. Non è stato trascurato nessuno sforzo per garantire la composizione più ampia dal punto di vista delle posizioni culturali e ideali e dal punto di vista della collocazione professionale. Ci sono “saggi”, cioè esperti di livello universitario nelle varie discipline, ci sono rappresentanti delle associazioni degli studenti e delle famiglie, delle associazioni disciplinari, c’è una rappresentanza non esigua degli ispettori del ministero, e degli insegnanti della scuola che possono garantirci il concreto collegamento alla realtà delle scuole. Ci sono gli editori e i rappresentanti delle massime istituzioni culturali del nostro paese.

Questo lavoro sarà presentato anche alle scuole. Ritengo doveroso confermare un impegno preso dal ministro Berlinguer, di portare direttamente nelle scuole i documenti che noi produrremo e raccogliere dalle scuole opinioni, indicazioni e dubbi.

Indicazioni e dubbi che se ci sono devono provenire anzitutto dall’interno di questa commissione: questa non è una raccolta di yes men, ma una raccolta di spiriti liberi, che potranno esprimere anche progetti alternativi pur nel rispetto della legge. E’ con questo spirito che la commissione è stata composta e spero lavori.