SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Dossier

«Macché destra e sinistra, sono i programmi scolastici a indignare noi storici»

di Dario Fertilio

DISCUSSIONI
Aurelio Lepre, uno dei firmatari pi˜ attivi dellíappello a Tullio De Mauro, spiega quali sono i punti deboli della riforma. Mentre si annunciano repliche da parte ministeriale

(dal Corriere della sera, 26 febbraio 2001)

Si ha un bel dire che destra e sinistra sono due parole superate, categorie politiche degne del secolo scorso. Invece, appena un gruppo di storici sottoscrive un documento di critica alla riforma dei programmi di storia, ecco saltar fuori la lente di ingrandimento per scrutare líelenco dei firmatari, e scoprire eventuali congiure di destra ai danni del governo; oppure, allíopposto, tradimenti degli intellettuali che avrebbero dovuto sostenere il fronte progressista. Ecco il caso esemplare: il ´manifesto dei 33ª, una lettera inviata da un gruppo di storici al ministro Tullio De Mauro per contestare alcuni aspetti essenziali dei nuovi programmi di storia. La firmano esponenti significativi di scuola progressista, come Gaetano ArfË, Luciano Canfora o Rosario Villari; ma anche Giovanni Belardelli, Ernesto Galli della Loggia, Francesco Perfetti, pi˜ vicini allíarea liberale. Quindi si aggiungono i nomi di Franco Della Peruta, Giuliano Procacci e Franco Barbagallo, indiscutibilmente a sinistra; poi Francesco Traniello e Francesco Malgeri, di scuola cattolica.
Che senso ha un simile, anomalo, schieramento trasversale? Lo spiega uno dei firmatari pi˜ attivi, Aurelio Lepre: ´» un atto di solidarietý fra storici appartenenti ad aree diverse contro il tentativo di fare apparire le critiche ai programmi ministeriali come un attacco della destra. Invece qui la divisione Ë uníaltra: da una parte gli estensori dei programmi, dallíaltra gli storiciª.
Ma non sono studiosi di storia anche gli esperti scelti dal ministro? Non appartengono anche loro ad aree politiche molto diverse fra loro? ´Pi˜ che di storici – risponde Lepre – parlerei di filosofi, sociologi, pedagogisti. Intellettuali, certo, ma anche portatori di una visione dellíinsegnamento della storia profondamente sbagliata: mirano allíacquisizione di competenze e non di conoscenze. Pretendono che un ragazzo, a quindici anni, possegga un metodo per comprendere testi e fonti storiche che invece si riesce a padroneggiare, quando si Ë fortunati, soltanto allíuniversitýª.
CíË un secondo aspetto della riforma che Ë vigorosamente contestato dai trentatrÈ firmatari: ´» un certo confuso mondialismo – spiega ancora Lepre – che trascura la storia europea e italiana mettendo sullo stesso piano líEuropa medievale e líimpero mongolo, oppure líAfrica sub-sahariana con le sue migrazioni bant˜. Ed Ë proprio questo che ci indigna: líidea che tutti gli argomenti, in fondo, siano da considerarsi ugualiª.
Terzo punto: i trentatrÈ firmatari giudicano inquietante líidea che lo studio della storia non debba pi˜ avvenire in senso cronologico, ma venga organizzato per temi. ´Nellíultimo triennio potrebbe succedere che i programmi siano differenziati da regione a regione, o addirittura da scuola a scuola. Un processo pericoloso, che persino sul manifesto viene definito di “denazionalizzazione” della scuolaª.
Davvero curioso, dunque, questo rimescolamento delle parti: esperti ministeriali di solito vicini alle ragioni dellíopposizione che invece sostengono la bontý della riforma; storici díarea progressista, nelle sue varie gradazioni, alleati ad altri colleghi liberali, o addirittura conservatori, impegnati nel contestare il ministro De Mauro. Non piace, agli oppositori, che il gusto per líattualitý spinga ´a partire dallíOlocausto per arrivare al fascismo, oppure che il problema dellíimmigrazione diventi la chiave per interpretare gli avvenimenti contemporaneiª.
E se, alla base dello scontro, ci fosse soltanto una contrapposizione di lobby?
Gli interessati lo negano recisamente. ´La polemica riguarda soltanto gli storici da una parte, i “didatti” della storia dallíaltraª, sostiene Aurelio Lepre. Ma Ë certo che, da parte ministeriale, si preparano le contromosse. Non Ë vero, affermano sin díora alcuni membri della commissione, che si sia deciso di abbandonare líinsegnamento cronologico: i ragazzi con pi˜ di quindici anni, dopo aver terminato la scuola dellíobbligo, dovrebbero dedicarsi allo studio dei ´grandi nuclei storici, intesi in senso controversialeª. In altre parole, verrebbero loro sottoposte le principali interpretazioni del Medioevo, o del Risorgimento, in modo da mettere a confronto le opposte ideologie e restringere gli spazi del conformismo.
Ma cíË da giurare che queste buone intenzioni non convinceranno affatto i trentatrÈ.

Dario Fertilio