SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Dossier

Un futuro da ignoranti

di Chiara Frugoni

(da la Repubblica, 27 febbraio 2001)

Il mio intervento si basa su una delle ipotesi che sono sul tavolo del Ministro, quella concretizzata nella Sintesi della commissione che ha per titolo: «Aggregazione disciplinare storicogeograficosociale». E’ il documento che spiega che cosa i bambini e i ragazzi dovranno studiare da qui in avanti. Ha fino ad ora subito lievi ritocchi, ma la sostanza rimane, per ora, tragicamente, immutata.
Se ci sarà un cambiamento politico forse bisognerà fare un nuovo discorso, più pessimistico, anche solo constatando che, come spiega Berlusconi sorridente e sempre più giovane dai cartelloni delle strade, la cultura equivale a internet, impresa e inglese, il che vuole semplicemente dire che di cultura il Cavaliere, mostrando di non sapere in che consista, non intende occuparsi, dedicandosi alla formazione di una buona manovalanza da sfruttare e manovrare, debitamente ignorante.
Restringo il mio discorso all’insegnamento della storia antica e medioevale. Nel quinto anno, quando i bambini hanno circa dieci anni il programma comprende lo studio della preistoria fino ad arrivare alle prime società urbane, la Mesopotamia, l’Egitto, Valle dell’Indo, Cina e America, esaminate sempre, evidentemente in tempi assai remoti, visto che il sesto anno comincia dalla Grecia. Poiché però quattro sezioni su cinque riguardano la preistoria è evidente che lo sguardo sul mondo sarà abbastanza superficiale (perché restringere l’Africa al solo Egitto?).
Comunque si dirà sono bambini, ed è bene che il programma non scenda troppo nel dettaglio e sia molto leggero.
L’anno dopo, quando questi studenti non saranno così straordinariamente mutati, dovranno invece correre vertiginosamente, insieme ai loro insegnanti, dai Greci agli Inca. Dovranno studiare: la civiltà greca, la civiltà romana, il cristianesimo. Migrazioni di nomadi, crisi e ristrutturazione degli imperi euroasiatici. L’espasione araba, l’Europa medievale, l’impero mongolo. Africa subsahariana; la migrazione bantu; lo sviluppo degli stati. I Maya. L’impero azteca. L’impero Inca. La colonizzazione dell’Oceania.
Poiché però la parola civiltà come l’odore dei bambini che nella favola di Pollicino subito allerta l’orco potrebbe profumare di cultura e suggerire qualche riflessione, in questi ultimi giorni è stata prontamente cassata e la nuova dizione recita: «Il Mediterraneo in età classica, Grecia, Roma e il cristianesimo». (Sono anche stati cancellati i poveri bantu).
Dunque quando questi studenti saranno adulti e magari arriveranno all’università, per quanto riguarda l’antichità classica e il medioevo, potranno basarsi soltanto sui confusi e lontani ricordi di quanto avevano superficialmente imparato quando avevano undici anni, perché mai più, nel loro percorso scolastico, sentiranno risuonare il nome di Alessandro Magno, di Giulio Cesare, o di Carlo Magno.
A undici anni, inoltre, non si possiede la maturità mentale per apprezzare e capire la complessità di quei tempi, i personaggi che hanno reso quelle età così straordinarie: ma questo è un dettaglio secondario per i pedagogisti, i principali estensori di questo progetto. Non molto meglio andrà per il Rinascimento e l’Umanesimo, affrontato a dodici anni e mai più.
Tutto questo è pensato in un paese come l’Italia, dove i turisti vengono a godere delle testimonianze di un passato che la generazione della nuova riforma non potrà capire nel modo più assoluto: un bell’incentivo fra parentesi per sentirsi legati al territorio, amarlo e tutelarlo.
La riforma prepara dunque italiani paurosamente ignoranti, perché giustamente è stato più volte ribadito l’assurdità di lasciare gli ultimi tre anni del percorso scolastico «ai grandi temi», come se la storia si potesse insegnare e capire per eventi non correlati fra loro.
Fino ad oggi la scuola privata in Italia è stata una scuola confessionale e/o di scarso profilo. Ma in futuro? I genitori che vorranno che i propri figli imparino davvero e che siano pronti ad affrontare lavori impegnativi in campo scientifico e professionale li manderanno a scuole private laiche, di ottimo livello, molto care, che intanto sorgeranno. Esattamente come in America, dove la scuola pubblica è la scuola dei poveri, di chi non riesce ad integrarsi, dove si passa il tempo uscendo analfabeti. Mi pare che a questo porti l’attuale riforma, non so se per un occulto progetto perverso o per totale e sciagurata insipienza: la scuola “buona” sarà di chi ha soldi per frequentarla.
Del resto si pensa già a studenti sempre più incapaci di intendere un testo di un qualche impegno. Basta guardare i manuali dove tutto è predigerito e semplificato. Si è rinunciato alla narrazione distesa e ragionata, in favore invece di una miriade di box, piccole frasi, esercizi vero/falso: insomma la cultura imperante è quella dello spot, televisiva, tutta fatta di rapide notizie confezionate in una grafica molto accattivante. Si punta così ad uno studente totalmente passivo.
Un’ultima parola ancora sul martellante insistere, nel progetto, del bisogno di “fare la storia” sul campo, di andare nei boschi, di usare il computer (visto come fine e non come mezzo di apprendimento), di esercitarsi in fumosi “laboratori” , di imparare insomma, il know how. In questo la riforma ha già accolto le tre “i” della cultura berlusconiana.
Ma a scuola non bisogna imparare a fare, bisogna imparare a pensare, a ragionare, a mettere in funzione la testa. Non è un caso che i migliori studenti di ingegneria, fino ad oggi, siano quelli che provengono dal liceo classico e non dal liceo scientifico. Imparare le tecniche è un progetto di breve respiro, perché una tecnica sarà inesorabilmente superata da un’altra. Un popolo di “tecnici” sarà presto incapace di fare funzionare macchine sempre nuove. Avremmo invece bisogno di un popolo non di navigatori ma di ricercatori, di pensatori, di scienziati, di persone colte. E invece, per mostrare quanto lo Stato investa sui cervelli, tutto il bilancio del Cnr di un anno (strumenti, materiale per la ricerca, stipendi) corrisponde a quanto lo Stato spende in quel medesimo anno per lo stipendio degli insegnanti di religione!
Signor Ministro, non si dispiaccia, ascolti le proteste che sorgono da tante parti e ci ripensi!