SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

Attività

Ricerche Monografiche

Pasquale Beneduce, Il corpo eloquente. Identificazione del giurista nell’Italia liberale, Bologna, Il Mulino, 1996.
E’ l’autore stesso a presentare il libro come “identificazione del profilo antropologico e delle culture originarie del “nuovo giurista” dello Stato nazionale. Si tratta di una figura doppia, che unisce in sé i tratti del pratico e dello studioso. Appare dunque profondamente diverso dal suo omologo tedesco: in Germania la separazione tra ile due attività era stata infatti precoce e sostanziale. Sul filo di un confronto con realtà diverse da quella italiana (oltre a quella tedesca, quella francese del ‘barreau moderne’) e con molti flash back sulla preistoria di questa realtà ottocentesca, la ricerca di Beneduce mette a fuoco essenzialmente due aspetti: il rapporto tra pratica e scienza nella professione del giurista e la ‘ fisiologia del giurista eloquente’.
Riviste giuridiche, trattati, letteratura forense, testimonianze, ma anche galatei sono le fonti di questa lettura trasversale che si allontana dalle piste consuete degli storici del diritto per cercare i motivi di disciplinamento del perfetto giureconsulto quali del resto erano in parte già emersi nella letteratura forense preunitaria. Beneduce si pone interrogativi che spaziano dal tema della retorica forense ( ma anche accademica) a quello della proprietà intellettuale e letteraria. Questa dottrina pensata per illustrare il paradigma del letterato e del suo libro, viene qui declinata sul versante del plagio e dell’utilizzo improprio del nome di avvocato prima ancora di averne diritto. Ma viene anche riletta in rapporto alla spinosa questione della proprietà dell’arringa e persino della lezione.
Il libro si sofferma sul ruolo giocato dalle riviste a partire da quell’archivio giuridico di Pietro Ellero prima e di Filippo Serafini poi, che a partire dal 1868 avviò un importante dibattito sulle professioni giuridiche. Apre però anche ad aspetti inattesi e generalmente lasciati in ombra dalla letteratura sulle professioni. Per non dare qui che due esempi, vi troviamo curiose osservazioni sulla definizione dell’ammontare dell’onorario e riflessioni sul “fashioning” dell’immagine del principe del foro. La filosofia sul contegno sociale dell’avvocato, anche al di fuori dell’ambito strettamente professionale, si accompagnava all’elaborazione di norme molto precise, che all’avvocato di curare i tempi e i modi del suo vivere, e di astenersi non soltanto dal gioco ma anche dalla ginnastica perché “il corpo stanco perde il vigore dell’intelletto”. Aspetti tutti apparentemente marginali ma di notevole interesse per individuare anche i modi e le forme attraverso le quali al giurista veniva richiesto di rappresentare se stesso.
Cristina Cassina, Idee, stampa e reazione nella Francia del primo Ottocento, Manduria, Lacaita, 1996
Si tratta di un’ampia ricerca sulla restaurazione in Francia, letta attraverso la grande letteratura degli ultras. Nella vicenda intellettuale che interessa uomini del peso di Chauteaubriand, Lammenais, Bonald, si intrecciano riflessioni sul peso e sul significato della rivoluzione francese con l’ambizione ad una rifondazione complessiva del pensiero politico di fronte alla “catastrofe” che ha interessato l’Europa a cavallo dei due secoli. La Cassina coglie con intelligenza la complessità di questo pensiero che non è solo un prodotto della “reazione” al crollo di un sistema politico (con cui questi autori si identificavano in realtà meno di quanto amassero pensare), ma che è anche una variabile dipendente del ripensamento dei principi dell’illuminismo indotto dall’avventura napoleonica.
Frutto di una vivace sensibilità per la dimensione del pensiero politico “debole” (come era in fondo quello di questi autori, non a caso espresso attraverso la stampa periodica), questo studio si muove con perizia in un terreno sinora non molto esplorato ed offre un contributo a quel filone di ricerche sul significato della “destra” politica che sta conoscendo una nuova fase di fortuna scientifica.
Fabio Levi, L’identità imposta. Un padre ebreo di fronte alle leggi razziali di Mussolini, Torino, Zamorani, 1996
E’ noto come l’identità sia qualcosa che – molto spesso – è definita dallo sguardo dell’altro. Cosa è avvenuto nell’Europa degli anni Trenta in quegli Stati che hanno imposto leggi antisemite e razziste, Italia ovviamente compresa. Uno degli aspetti forse meno indagati dalla storiografia è proprio la costrizione identitaria che le leggi razziste impongono alle vittime dello stigma. Fu cos” che l’ebraismo italiano, quanto mai articolato al suo interno, dove forti erano le spinte all’assimilazione e diffuso il distacco dalle radici almeno religiose, dove era presente uno spettro assai ampio di posizioni politiche (dai fascisti dichiarati agli antifascisti) e culturali, venne costretto a riconoscersi, appunto, in una “identità imposta”, come suona il titolo di questo volume di Fabio Levi, che già aveva studiato l’impatto delle leggi antisemite del 1938 sulla società torinese. Questa volta il taglio è di necessità quasi biografico; per poter ricostruire l’impatto delle disposizioni discriminatorie sulla vita quotidiana di ebrei “normali”, l’A. prende in esame le vicende individuali di due fratelli, Arturo ed Emilio Foà, ripercorrendone le biografie dall’ultimo scorcio dell’Ottocento in poi. Benestanti, assimilati, inseriti nella società borghese del tempo, proprio per questo essi sono forse i più indifesi ed i meno capaci di reagire di fronte alla catastrofe che viene dal potere. Emilio, schiacciato dall’impossibilità – di punto in bianco – di mantenere la propria famiglia, si suiciderà nel 1939; Arturo, scapolo, meno carico di responsabilità, continuerà a sperare di poter riallacciare antichi legami politici con gerarchi di quel fascismo che pure lo aveva buttato ai margini della società. Cadrà vittima delle deportazioni nel periodo di Salò e morire ad Auschwitz nel 1944.
Intrecciando memorialistica, fonti private, e fonti burocratiche l’A. riesce a renderci uno spaccato di storia sociale dell’Italia – e della sua borghesia – tra il fascismo e la guerra. In un denso capitolo di riflessione etica e storiografica, quasi una postfazione, Levi ripercorre la ricerca, esponendone con chiarezza motivazioni e problematiche.

Silvana Patriarca, Numbers and Nationhood. Writing Statistics in Nineteenth Century Italy, Cambridge [England]; New York, NY, USA; Cambridge University Press 1996.
Silvana Patriarca rilegge in una chiave tematicamente innovativa alcuni elementi cruciali della cultura e della politica nell’Italia ottocentesca, analizzando le riflessioni teoriche e la pratica della statistica, all’ interno del processo di costruzione della nazione e di formazione dell’opinione pubblica. In un simile contesto, la statistica e le conoscenze che essa fornisce rappresentano uno strumento di prima grandezza, i cui connotati non sono puramente tecnici e positivi ma hanno invece implicazioni e utilizzi di tipo politico. La statistica permette allo stato amministrativo di prendere conoscenza delle risorse nazionali, agli intellettuali di squarciare il velo della censura, alle istanze nazionalistiche di trovare momenti di discussione e aggregazione. Nel volume della Patriarca, la vicenda della statistica si snoda dagli anni dell’impianto napoleonico alla sua diffusione fra 1830 e 1840, alla creazione postunitaria di un ufficio apposito presso il Ministero di Agricoltura. La politicizzazione dei “numeri” sarebbe declinata a fine secolo, con il recupero di una funzione prevalentemente descrittiva delle diversità esistenti nel paese.