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Corriere della Sera
09/07/2003

Enrico Mannucci


Caso Montesi, tempo di delitti e dolce vita

In un libro dell’americana Karen Pinkus il «giallo» che appassionò l’Italia del 1953. Con fotoreporter d’assalto, scandali e intrighi di palazzo

Cinquanta anni fa, di questi tempi, il caso Montesi covava ancora sotto la cenere. Lei, Wilma, era stata trovata morta sulla spiaggia di Torvajanica l’undici aprile 1953 ma la sua fine era stata rubricata fra le disgrazie o i suicidi. Sarebbero passati diversi mesi prima che la vicenda, coi suoi mille risvolti, esplodesse sui giornali appassionando l’Italia. L’anniversario - poco celebrato da noi - è stato colto da Karen Pinkus, scrittrice e docente all’Università della Southern California, per un curioso libro appena pubblicato ( The Montesi Scandal , The University of Chicago Press), a metà fra il saggio, la realtà romanzata e la sceneggiatura da film. Il caso Montesi è una data epocale. Apre la stagione dei gialli del Palazzo. Nel senso che il delitto (vero o supposto) si incrocia con trame e manovre della politica. Le fonti del bravo reporter cambiano: non più il piantone amico o i pettegoli di quartiere, la dritta giusta va scoperta fra le correnti di partito. La svolta segnò il declino di uno dei grandi cronisti del dopoguerra: Tommaso Besozzi, colui che, sull’ Europeo , aveva ribaltato la versione ufficiale sulla morte del bandito Giuliano, con un articolo dal titolo celebre, «Di sicuro c’è solo che è morto». Besozzi scrisse di Wilma nei primissimi tempi: la fine banale e senza misteri di una ragazza sfortunata. La vicenda non era nelle sue corde, non intercettò le fantasie collettive che di lì a poco avrebbero eccitato l’Italia. Anzi, la «psicosi del riconoscimento» imperversante fra la gente ansiosa di finire sui giornali lo disturbava, il levantinismo intravisto fra le pieghe della storia («Il caso», come lo chiamerà Ennio Flaiano in un brano del suo Diario notturno ) lo disgustava. Al di là dei colpi di scena e dei misteri, sono queste, invece, le novità - a partire dalla proliferazione di testimoni più o meno attendibili in caccia dei canonici cinque minuti di celebrità - che interessano la Pinkus. Il fuoco del suo ragionamento - e della pseudosceneggiatura - è la «filmicità» (lei usa il termine «cinematization») della vita quotidiana italiana nel dopoguerra. E’ stato notato da studiosi come Walter Benjamin e Siegfrid Kracauer: una specie di empatia fra lo stile domestico degli italiani e la telecamera. Il caso Montesi esalta la caratteristica. Federico Fellini, nella Dolce vita , la coglie e la sublima. Evidente eco del caso Montesi è, ad esempio, la scena finale coi giovanotti bene ancora annebbiati da una notte di orge che assistono su una spiaggia al recupero di una mostruosa creatura marina. Pinkus costruisce le sue teorie attenta a particolari minimi. L’idea di Roma anni 50 come enorme set cinematografico gioca sulla caratteristica delle auto italiane del tempo, la Seicent o innanzi tutte: apertura degli sportelli dal davanti, «lascia il guidatore (o il passeggero) relativamente vulnerabile all’attacco del fotogiornalista». Naturalmente, torna Flaiano - lavorò appunto a sceneggiare La dolce vita - quando annota in La solitudine del satiro : «E’ assolutamente necessaria una realtà diversa? Non basta questa rosea realtà romana? Certo, è difficile vivere ed essere giudicati in una città dove l’unica industria è il cinema. Uno finisce per credere che la vita sia in funzione di questo, ci si trasforma in una macchina da presa, si guarda alla realtà come al riflesso di quel che vive e palpita sullo schermo». Oppure, aggiunge la Pinkus, sulle pagine dei settimanali che moltiplicano, in quella stagione, le tirature. Caso Montesi e Dolce vita convergono nell’epopea nascente dei paparazzi: «La produzione di un vernacolo iconografico in cui stelle e persone comuni tendono ad assomigliarsi sempre di più». Insomma, siamo alla radice di un fenomeno che toccherà l’acme con la fine di Lady D. Già allora, la richiesta di cosiddetta «privacy» è una «mistificazione». Qui, nella sceneggiatura «incompiuta» - la definizione, in coda al testo, è dell’autrice - entra anche la figura di Indro Montanelli. Che, in un articolo, individua una «moralità da kolchoz» (ovvero una formazione sociale in cui l’autorità paterna ha ceduto il passo) dietro il delirio collettivo. «Montanelli - scrive la Pinkus - deplora l’industria culturale in generale, una costruzione in cui giornalismo strillato, paparazzismo nascente, narrativa da strapazzo e forme più impegnate di cinema come il neorealismo coesistono senza contraddizione. In fondo, il kolchoz è semplicemente l’opinione pubblica». Sono tanti, poi, i personaggi che compaiono nell’inconsueto plot. Storici come Henry Lefebvre, scrittori come Alberto Moravia, sociologi come Giorgio Galli. E anche Gabriel García Márquez: era a Roma, in quegli anni, da giovane giornalista raccontò il caso con poetica eleganza per i lettori di El Espectador di Bogotá.




Angelo Bitti




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