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Corriere della Sera
10/05/2005 Costantino Muscau «Triangolo della morte, i Ds chiariscano tutto»Montanari nel ’90 denunciò i massacri nascosti: giusto espellere l’ex partigiano omicida, ma non basta Contro di me 15 anni di ostracismo: gli attacchi di Lama e le minacce di Pajetta, solo Fassino mi difeseDAL NOSTRO INVIATO REGGIO EMILIA - «Premessa: i fascisti non hanno titolo per fare le vittime. Detto ciò, il problema resta. Ovvero: dire e accertare la verità. Io ho pagato cara la mia richiesta di verità sui massacri compiuti dai compagni partigiani dopo la guerra. Almeno, però, vedo che è servita. Vedo che i diessini e l’Anpi di Modena hanno deciso di cacciare Dante Bottazzi. Sono stati 15 anni di ostracismo da parte del mio partito e dell’Associazione partigiani. La mia vita è stata rovesciata. Ora l’atteggiamento è cambiato, i Ds e l’Anpi stanno facendo i conti col passato. Anche se non in modo compiuto». Otello Montanari, quello del «Chi sa parli», oggi compie 80 anni nella vecchia casa ricca di volumi antichi (una passione ereditata dal bisnonno socialista cui i fascisti bruciarono la foltissima barba bianca e 400 volumi). La salute non è proprio di ferro, ma la lucidità e la fermezza sono inossidabili. Con passione commenta la vicenda (più annessi e connessi) dell’ex partigiano Dante Bottazzi, che condannato in contumacia (vive a Fiume) per 3 omicidi e poi amnistiato, ora viene espulso dai Ds e dall’Anpi. «Decisione giusta e doverosa - aggiunge Montanari -. Ma c’è molto da scavare su quello che successe nel Dopoguerra in queste zone. Non so se altri partigiani assassini siano iscritti al partito, non posso escluderlo in modo assoluto, anche se non mi risulta. Però ribadisco: se qualcuno conosce gravi fatti, li riveli. Non si tratta di fare una ricerca di carattere poliziesco, ma del coraggio che il partito deve avere per una profonda analisi su quell’epoca, di rispondere alla domanda che appena 2 giorni fa mi poneva un gruppo di partigiani venuti in visita: perché in alcuni bravi e onesti combattenti prevalse l’odio, la logica della vendetta contro padroni, fascisti profittatori, ma anche innocenti, sacerdoti come don Pessina o don Tarozzi, o compagni di lotta non comunisti? Fu conseguenza della crisi dell’uomo, delle ideologie, della legalità? Insomma la Resistenza si protegge difendendo tutto o facendo riferimento al rapporto libertà-verità?» Una ricerca duramente pagata da Otello «per aver affermato nel 1990 che la verità non può essere solo quella utile, che non può esistere senza rispetto della giustizia e della morale, che il "a chi giova?" blocca gli spiriti, soffoca la democrazia». Una ricerca che risale ai primi anni ’50 quando - ricorda Otello - «come partigiano e dirigente comunista cominciai ad essere avvicinato da compagni che mi sussurravano certi episodi sanguinosi. Ne parlai con Nilde Jotti, mia ex professoressa, affinché lo riferisse a Togliatti, che mi incuteva soggezione. Palmiro un giorno mi prese in disparte e mi disse: "Tu non sei un magistrato né poliziotto. Perciò rispondi a questi compagni che se sanno qualche cosa vadano dalle autorità". Giusto. Peccato però che lui consentisse, sbagliando, a molti colpevoli di rifugiarsi in Cecoslovacchia. Io resto convinto che chi è innocente non fugge». Ma i ricordi sono anche altri: «Una primavera romana, marzo 1954. Togliatti e la Jotti mi portarono davanti alla statua di Giordano Bruno. Togliatti mi fece un lungo discorso sulla maledizione che era stata l’inquisizione. E concluse: "Guai al regime che si basa sul clima di sospetto"». Non poteva certo immaginare che 46 anni dopo, sul rogo, come eretico della Chiesa rossa , ci sarebbe finito lui, Otello Montanari. Per avere, appunto, invitato i compagni d’arme della Resistenza a raccontare la verità sui delitti del triangolo della morte. Fu un settembre nero quello del ’90, per Montanari, antifascista dal 1937, comunista dal ’41, inflessibile capo partigiano (stava per fucilare un suo combattente perché innamoratosi di una prigioniera fascista), ex deputato, ed ex presidente dell’istituto Cervi. Quel settembre finì nel ludibrio e nella polvere. «Fui bruciato in piazza da Luciano Lama, che alla festa dell’ Unità gridò in modo neanche tanto allusivo: "Mio fratello è stato ucciso dai fascisti, se trovo l’assassino mi faccio giustizia". Fui scomunicato dal segretario dell’Anpi, Giorgio Mazzon, che al congresso dell’associazione si scatenò: "I partigiani dovevano sparare qualche raffica in più"; fui minacciato da Giancarlo Pajetta: "Quel Montanari lì se ne guardi bene dall’andare in giro da solo per Reggio. Fossi in lui non lo farei". Giancarlo, a cui volevo un gran bene, morì pochi giorni dopo. Ai funerali l’onorevole Salvi mi sottrasse alle ire non contenute dei più beceri stalinisti: mi incolpavano del decesso di Pajetta. Fui insultato da Giampaolo Pansa: "Ha dato alla destra l’arma per mettere la resistenza con le spalle al muro. E’ stato il grande fesso d’oro"». Altri partigiani accusarono di essere un delatore. «Una parola che da vecchio partigiano e da vecchio comunista respingo - si indigna Otello - Io parlo di libertà e onestà di combattenti che non dovevano avere macchie, soprattutto nel dopoguerra». «Neppure D’Alema fu buono con me - sottolinea oggi -. A Parigi un giorno Paolo Frajese (il giornalista Rai scomparso, ndr ), gli suggerì: "Perché non lo ricandidate"? E D’Alema sorrise. Mi difese solo Piero Fassino, con un appassionato intervento nella sede del Partito. "Montanari ha ragione - disse -, occorre far luce su quei fatti". Aspetto che lo dica pubblicamente il partito. Perché 15 anni dopo la mia richiesta del "chi sa parli" non si cerca una strada? Non si organizza, ad esempio, un convegno storico politico, non per la conta dei morti, ma per discutere e capire come mai quei fatti siano avvenuti? E basta con il ritornello che "così si fa il gioco delle destre". Qui si tratta di fare il gioco dell’uomo». Angelo Bitti |
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