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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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1926-1939, l’Italia affonda. Ragioni e vicende degli antifascisti a Roma e nei Castelli Romani

Ugo Mancini

Formigine, Infinito edizioni, 421 pp., € 19,90 2015

Il volume di Mancini si inserisce nella produzione di studi sull’antifascismo pri- ma della Resistenza che, se si escludono importanti lavori ormai datati, si è concentrata soprattutto sulle ricostruzioni locali o sulle biografie di antifascisti, spesso fuoriusciti. Mancini – già a. di opere sulle lotte contadine nei Castelli romani dalla fine dell’800 all’affermazione del fascismo e, poi, sugli effetti della seconda guerra mondiale e dei bom- bardamenti alleati sulla capitale e sui suoi dintorni – presenta in questo volume una ricostruzione delle opposizioni al regime fascista a Roma e nei Castelli romani nel perio- do 1925-1939. Nel corso di questo periodo, suddiviso secondo la scansione cronologica 1925-1926, 1927-1935 e 1935-1939, l’antifascismo alternò momenti in cui sembrava definitivamente sconfitto a momenti di ripresa, senza sparire mai del tutto. Le opposizioni organizzate, infatti, sopravvissero alla violenza fascista, alle retate, alle delazioni dei numerosi informatori e al senso di accerchiamento, seppur mostrando numerosi limiti: tra tutti, le divisioni interne e l’incapacità di intercettare e mobilitare quell’opposizione spontanea al regime che l’a. definisce di natura «esistenziale» e, con un’espressione forse poco chiara, «antropologica». Durante il ventennio, infatti, persi- stette una contrarietà popolare, diffusa e pressoché continua al regime: un antifascismo che era più una reazione alla violenza fascista, alla cattiva amministrazione, alla crisi eco- nomica, alle guerre in Etiopia e in Spagna e all’alleanza con la Germania, che una scelta ideale. L’a. problematizza così la questione del consenso al regime, affermando ad esempio che nonostante l’indiscutibile entusiastica mobilitazione delle masse, durante la guerra d’Etiopia si manifestarono anche segnali di forte contrarietà o, almeno, di scetticismo e preoccupazione. Dopo la sconfitta fascista a Guadalajara nel 1937, questo malessere co- minciò ad affiorare sempre più frequentemente anche tra la piccola e media borghesia. La ricerca di Mancini – basata su un imponente lavoro archivistico sulle fonti di polizia e costantemente animata da una tensione etica e politica – ha il merito di pro- blematizzare l’idea che il cosiddetto «antifascismo storico» abbia riguardato solo esigue e illuminate minoranze. Si sente, tuttavia, la mancanza di una conclusione che tiri le fila della questione: si tratta di un limite riscontrabile anche in altre parti del volume, dove la ricostruzione fin troppo minuziosa degli eventi fa quasi perdere il senso dell’insieme, rendendo difficoltoso seguire il dipanarsi delle fasi di stasi e di quelle di ripresa del mo- vimento antifascista. Una maggiore attenzione in questo senso avrebbe probabilmente attribuito alla stimolante e ricca ricerca di Mancini – solo apparentemente di storia locale – un ruolo di primo piano nel dibattito storiografico sul ventennio fascista e sul consenso al regime.


Ilenia Rossini