SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L’inchiostro dei vinti. Stampa e ideologia neofascista 1945-1953

Elisabetta Cassina Wolff

Milano, Mursia, 394 pp., € 18,00 2012

Dal primo pionieristico saggio di Piero Ignazi, Il polo escluso (il Mulino, 1988), la considerazione del neofascismo come oggetto di ricerca storiografica, e non come fenomeno deleterio da esecrare, ha compiuto notevoli progressi, favoriti anche dallo scioglimento del Msi e poi dalla malinconica deriva di Alleanza nazionale. Ormai non c’è più il rischio di legittimare nessuno analizzando in modo attento e pacato, come fa Elisabetta Cassina Wolff, il dibattito che impegnò i sopravvissuti della Rsi tra la fine della guerra e le elezioni politiche del 1953, che videro il primo rilevante radicamento del partito della Fiamma. E si può serenamente convenire con l’autrice circa la vitalità della discussione che allora si dipanò su periodici come «La Rivolta Ideale», «Meridiano d’Italia», «Asso di Bastoni», «Fracassa», «La Sfida», «Nazione Sociale» e «Imperium». Esagerato appare invece sostenere che l’ideologia neofascista dimostrò «una notevole capacità d’influire sul dibattito politico del tempo» (p. 269). Innanzitutto, come sottolinea la stessa a. è difficile parlare di una visione unitaria: si manifestarono, piuttosto, modi assai diversi di concepire il fascismo nell’intento di farne sopravvivere gli ideali dopo la sconfitta. C’era un abisso tra il «socialismo nazionale» della sinistra missina, alla ricerca di una terza via tra comunismo e capitalismo, e la «rivolta contro il mondo moderno» del filosofo tradizionalista Julius Evola e dei suoi giovani seguaci, nemici irriducibili della società di massa in quanto tale. In secondo luogo, la discussione rimase racchiusa entro i confini dell’ambiente nostalgico, con scarsi spiragli d’interlocuzione esterna. Né i comunisti, quando cercarono d’intavolare un dialogo con i missini in funzione antiborghese e antiamericana; né i moderati, quando si sforzarono di assorbirli in un blocco d’ordine nella prospettiva di una svolta a destra, mostrarono di prendere sul serio le idee elaborate dagli epigoni della Rsi. D’altronde le stesse scelte politiche del Msi finirono per prescindere largamente dalle controversie ideologiche interne a quel mondo. Figure come Concetto Pettinato e Giorgio Pini, alle cui posizioni l’a. dà un gran rilievo, vennero presto emarginate. Lo stesso Giorgio Almirante si richiamò alle idee della sinistra missina in una logica prevalentemente strumentale. Il fatto è che l’unico ruolo a disposizione per un Msi che non volesse ridursi a pura testimonianza era quello di fungere da sponda per la destra conservatrice e cattolica, all’incontro con la quale non ci si poteva certo presentare con il linguaggio anticapitalista della socializzazione di Salò. Ne scaturì, dopo il 1953, la graduale ma stabile affermazione di un segretario come Arturo Michelini, che al dibattito studiato in questo libro rimase sempre estraneo.


Antonio Carioti